I Magnifici intrecci a Cremona

Arazzi a Cremona

Il celebre ciclo di arazzi dedicato alle Storie di Sansone del Duomo di Cremona, torna finalmente alla luce dopo oltre sessant’anni. Sette dei dodici arazzi sono stati restaurati ed esposti fino ad agosto al Padiglione Andrea Amati presso il Museo del Violino cremonese. Una mostra esposizione imponente e stupefacente. Imponente per dimensioni, basti dire che ciascuno di questi sontuosi “tessuti” misura almeno venti metri quadri di superficie. Alcuni superano i trenta e raggiungono i quaranta metri quadrati. In totale sono esposti oltre quattrocento metri quadrati di tessuti finemente intrecciati. Stupefacente, per la bellezza dei tessili realizzati dalla manifattura Raes di Bruxelles ai primi del Seicento, e per la singolarità della loro storia.

Le Fatiche di Sansone vennero concepite in piena Controriforma, per l’’esigenza di addobbare il Duomo, nelle grandi solennità, con apparati che raccontassero storie bibliche e dessero valore agli spazi interni del tempio.
Il 27 aprile 1629, con un’’azione culturale che ad oggi può essere definita la più importante commissione artistica avvenuta a Cremona nei primi anni del Seicento, i prefetti della Fabbriceria decidono di avviare le pratiche per provvedere la Cattedrale di dodici arazzi, rappresentanti le Storie di Sansone. Questi si sarebbero aggiunti ai precedenti rappresentanti le Storie della vita di Cristo, in origine sedici pezzi, oggi rimasti solo due, che nel 1601 il vescovo cremonese Cesare Speciano, al momento della sua morte, aveva lasciato in dono alla più importante chiesa cittadina.
Il soggetto – le storie di Sansone – è casuale. Allorché i Fabbricieri della Cattedrale cremonese sguinzagliarono i loro agenti per verificare se sul mercato internazionale esistessero arazzi che potessero, con un ciclo unitario, arricchire gli spazi del Tempio, vennero a conoscenza di questo ciclo prodotto e commercializzato dalla celebre manifattura del pittore e tapezziere Jan Raes in Bruxelles.
Secondo la tradizione e un antico documento del settimo decennio del Seicento attribuito a Giovannni Battista Natali, “ingegnere” e pittore della Cattedrale di Cremona, il ciclo dedicato a Sansone si diceva partisse da cartoni del grande Pieter Paul Rubens di cui l’arazzeria di Raes si forniva. Documenti rinvenuti recentemente indicano l’’autore come Michiel Coxcie, pittore di Malines, allievo di Giorgio Vasari e a contatto con Michelangelo e Raffaello nonché influenzato da Giulio Romano.
Si sa che di questa serie completa vennero tirati, o meglio tessuti, tre soli esemplari. Uno destinato al Cardinale Scipione Borghese, il secondo al Re Enrico II, entrambi sono dispersi, mentre il terzo fu quello, appunto, commissionato per la Cattedrale di Cremona.

L’’impresa all’’epoca non risultò affatto semplice, innanzitutto per la colossale spesa (9240 fiorini) necessaria a far fronte all’’acquisto, poi perché il momento era tra i più tragici: erano gli anni della Grande Peste di manzoniana memoria. Ma l’’entusiasmo e il desiderio di abbellire il Duomo erano tali da far superare ogni difficoltà. Così, nella primavera del 1630, grandi carri trainati da buoi mossero il prezioso carico dalla capitale delle Fiandre verso l’Italia e, dopo due mesi di cammino, lo condussero a Milano e da qui a Cremona.
I tesori così conquistati venero esposti per l’’Ascensione di quell’’anno, provocando un immenso stupore. L’’ammirazione per le opere tessili trovava a Cremona grande seguito.
Anche le mode cambiarono e gli arazzi risultarono decisamente ingombranti. Per un secolo vennero malamente esposti, nelle gradi festività religiose o in occasione di visite importanti, arrotolandoli sui pilastri della chiesa, senza particolare cura.
Il loro stato appariva così malconcio da spingere, nel 1885, i Fabricieri a cercare sul mercato europeo e nord americano qualcuno, museo o altro, che volesse acquistarli in blocco. La ricerca di acquirenti risultò infruttuosa, anche per l’’esorbitante prezzo richiesto, 600 mila lire dell’’epoca. Così gli ingombranti “tessili”, sempre più mal ridotti, finirono arrotolati in grandi cilindri pieni di naftalina e quasi dimenticati.

La loro resurrezione, lentissima e ancora incompleta, iniziò negli anni Venti del Novecento, quando tre di essi vennero affidati alle cure delle suore ricamatrici di un convento del territorio. Le stesse suore si occuparono, nei decenni successivi, di altri tre arazzi.
L’’impresa di trovare i finanziamento per restaurare l’’altra metà dei 12 pezzi, appariva ad Antonio Paolucci degna di “sconsolata impotenza” per l’’esborso necessario per recuperare capolavori così compromessi.
Muffe, fumi, sporcizia, imbarcature, grinze, rammendi avevano trasformato le lisce superfici di sete e lane pregiate in grinzose e spente, vecchie pezze. Il colorante utilizzato per creare le sfumature marroni sui fili di lana aveva finito con l’avere una azione disgregante. Insomma gli arazzi non restaurati apparivano come larve di una meraviglia scomparsa.

Poi, grazie all’’impegno di privati, di associazioni locali e della Fondazione Comunitaria, è iniziata la rinascita. Con un impegno professionale ed economico enorme (per il restauro di un solo arazzo sono quasi 2500 ore di lavoro) altri due arazzi sono stati stesi, rinforzati, lavati e restaurati. Si è trattato di un intervento certosino che ha utilizzato tecniche e materiali i più vicini possibile agli originali e che non solo ha visivamente ricondotto le antiche pezze al loro antico, rutilante aspetto, ma che ha riportato i preziosi tessuti a ph neutri, tali da evitare future perdite per eccesso di acidità.
Oggi il recupero è completo su 7 dei 12 pezzi, due terzi di un percorso che porterà alla resurrezione dell’’intero ciclo. E’ la “fatica di Sansone” cui si applica la città di Cremona.

La mostra-esposizione al Museo del Violino, negli auspici degli organizzatori, è occasione per mostrare ai cremonesi e agli amanti dell’’arte un tesoro sino ad oggi escluso all’’ammirazione. Ma anche per sensibilizzare fattivamente tutti all’’urgenza di prendersene cura prima di perderlo. I

Magnifici Intrecci
La Forza di Sansone negli arazzi della Cattedrale di Cremona
Cremona, Padiglione Andrea Amati, Museo del Violino (Piazza Marconi 5),
fino al 30 agosto 2015.
Apertura: Dal martedì alla domenica, dalle 10,00 alle 19,00. Lunedì chiuso

S. E.

L’Europa in guerra. Tracce del secolo breve

Al Castello del Buonconsiglio di Trento, la mostra sulla Grande Guerra dal titolo “L’Europa in guerra. Tracce del secolo breve” propone oltre 200 opere d’arte che raccontano le vicende del primo conflitto mondiale.  In mostra dipinti, disegni, incisioni, diari, lettere e documenti

La mostra – realizzata nell’ambito delle iniziative nazionali per il Centenario – grazie al supporto della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, la Provincia Autonoma di Trento e la Provincia di Trieste, in collaborazione con la Fondazione Museo Storico del Trentino, il Castello del Buonconsiglio di Trento e la cooperativa La Collina – indaga le cause e gli interessi che hanno scatenato il conflitto e sulle condizioni di assoggettamento di contadini e operai morti a milioni nella prima guerra mondiale. La ricerca critica e la scelta delle opere selezionate – tra cui Otto Dix, George Grosz, Mario Sironi, Giacomo Balla, Giulio Aristide Sartorio Italico Brass, Aldo Lugli, Arcangelo Salvarani, Giacomo Federico Quarenghi fino a Fortunato Depero, Giuseppe Scalarini (tra gli unici, veri oppositori della guerra con i suoi disegni sulle pagine dell’Avanti!, pubblicate sino all’intervento italiano e alla censura), Alberto Helios Gagliard o, Massimiliano Guala, Giovanni Antioco Mura e decine di altre presenze artistiche tra tele, tempere, disegni, acque-forti – indagano nello “shock” che questa guerra determina nell’arte accademica e “alta”, così come nei furori interventisti: al fronte, sotto lo choc della morte di massa e della guerra, i cosiddetti “pittori-soldato” cambiano radicalmente atteggiamento e pittura. È evidente la lacerazione, il taglio di coltello (di baionetta) che attraversa l’arte di quei decenni, il trauma subìto, la rottura che gli anni della guerra determinano nella coniugazione estetica.

Fino al 6 Settembre 2015. Orario: 9.30 – 17. Dal 5 maggio 10-18.

Castello del Buonconsiglio

Doni preziosi a Trento fino al 3 maggio

Aperta fino al 3 maggio prossimo, la bella mostra al Castello del Buonconsiglio di Trento.

L’esposizione presenta un’articolata selezione di preziose opere d’arte provenienti dalle collezioni museali del Castello del Buonconsiglio, accomunate da un unico filo conduttore: il dono nell’arte. Partendo dall’emblematica immagine delle Tre Grazie, antico simbolo del “dare, ricevere e ricambiare”, oggetti in vetro, ceramica, porcellana, avorio, argento, ma anche tessuti, incisioni e dipinti, sono letti e presentati come chiave di lettura della società che ne ha fatto espressione di affetti privati, strumento dei più delicati rapporti diplomatici tra dinastie regnanti e casate aristocratiche, manifestazione individuale di ospitalità e di valori cristiani. Un viaggio nel tempo e nelle consuetudini più significative, dunque, dai doni nuziali, come il preziosissimo calice in vetro lattimo di Murano del 1400, i cassoni dotali intagliati, i delicati ventagli, le raffinate medaglie, a quelli per il battesimo del primogenito, a quelli che nuove abitudini suggerivano, come le lussuose tabacchiere e le piccole ma deliziose raspe da tabacco. Oggetti belli e talvolta curiosi per il nostro tempo che ha lasciato dietro di sé una ‘civiltà del dono’ dalle insospettabili articolazioni, sono inoltre posti in collegamento con dipinti raffiguranti i Re Magi o gli umili pastori nell’atto porgere i loro simbolici omaggi al piccolo Gesù, mentre san Martino divide il proprio mantello per aiutare il povero. Sono solo alcune opere che si potranno ammirare fino al 3 maggio 2015, occasione altrettanto ‘preziosa’ per vedere opere d’arte solitamente non esposte nel percorso del museo, e quindi riscoprire il ricco patrimonio del Castello del Buonconsiglio.

 

Warega. Una mostra etnica a Brescia

Conoscere i Warega, i signori della foresta congolese, attraverso i feticci e le maschere che caratterizzano la loro concezione della vita, è un’esperienza indimenticabile. La bella mostra allestita nella spettacolare cornice del complesso di San Cristo, a Brescia, sottolinea l’impegno dei missionari saveriani in varie parti del mondo, e nel Congo in particolare, dato il tema dell’esposizione di quest’anno. È già la tredicesima mostra di questo genere organizzata annualmente, stavolta già a partire da novembre, fino al prossimo 1 marzo.

La mostra è a ingresso libero, allestita magistralmente da un gruppo di volontari coadiuvati da ingegneri e architetti che hanno saputo ben organizzare la raccolta di un missionario saveriano, Gianandrea Tam, al quale la tribù congolese dei bwami ha affidato gli oggetti esposti. La mostra multimediale non manca di filmati che spiegano la storia recente del Congo e le abitudini degli abitanti delle varie regioni. Il Congo, stato dell’Africa centrale indipendente soltanto dal 1960, occupa il bacino del fiume omonimo, immerso in una foresta pluviale, seconda al mondo dopo quella amazzonica. Paese otto volte più grande dell’Italia, ricco di risorse minerarie e naturali, vanta diamanti, oro, uranio, petrolio, animali come i gorilla di montagna, le cui colonie sono ampiamente studiate, e l’okapi, antilope rarissima, entrambi viventi soltanto laggiù. La popolazione si distingue in oltre trecento etnie delle quali una si chiama Warega, stanziata nella parte orientale del Congo. I Warega hanno fatto della misteriosa e affascinante arte congolese una preziosa risorsa tramutando in feticci, maschere, amuleti, insegne di potere, il senso della propria concezione del mondo. Conosciamo così una popolazione che misura la capacità dalla realizzazione personale, permettendo a tutti la scalata sociale per ottenere migliori condizioni lavorative e di vita, oltre al rispetto della propria tribù. Un uomo potrà avere mogli e prestigio in base al numero di animali da cortile, bovini e ovini che avrà a disposizione e che dimostrerà, pertanto, di poter mantenere, attestando così la sua forza come lavoratore, la sua saggezza nel sapersi gestire e organizzare, la sua voglia di migliorarsi, pur nel rispetto delle regole sociali, dei vecchi e della comunità. Soprattutto, i Warega tramandavano il sapere attraverso detti che diventavano insegnamento ai bambini: i vecchi, ad esempio, misuravano e misurano la società, perché solo l’ambiente che rispetta gli anziani è garanzia di saggezza, buon senso, sana visione del mondo.

Gli oggetti menzionati, e visibili in mostra, sono il senso della religiosità e delle tradizioni dei Warega, mezzo per il trascendente e per meditare sul mondo e sui suoi equilibri. Grazie all’iniziativa dei missionari saveriani possiamo così scoprire e approfondire una interessante etnia, carica di molto da insegnarci. L’allestimento è originale, con scaffalature ricavate da scatole nelle quali sono posizionate statuette, maschere e vari oggetti, tutti scolpiti in vari tipi di legno, alcuni molto rari, non mancando l’ebano o il palissandro. Ogni oggetto è poi arricchito di piume, conchiglie, stoffe, filamenti vari naturali, testimonianza della vita e della natura locale. Interessanti le varie maschere, utilizzate in feste o riti, dalle espressioni che richiamano sentimenti, emozioni, pezzi di vita di persone così chilometricamente lontane eppure così simili a noi, malgrado le abitudini e la civiltà differenti.

Non mancano gli strumenti musicali, gli oggetti per la pesca, la caccia e l’agricoltura, momenti di vita vissuta che trasmettono un’intensità unica, da apprendere tramite oggetti che vivono sotto i nostri occhi. Al termine della mostra, la vendita di oggetti missionari e del mercato equo e solidale. La raccolta fondi andrà finalizzata alla costruzione di una nuova missione saveriana nella città di Kindu, la città dei giovani. Verranno attrezzate due aule per lo studio e la lettura degli studenti. I soldi serviranno per l’acquisto degli infissi, dell’illuminazione, dei tavoli e delle panche. Il finanziamento per la costruzione degli arredi verrà dato ad artigiani locali, in modo da garantire che l’iniziativa dia lavoro in loco. L’attività sarà finalizzata a settecento ragazzi e il tutto si otterrà con quindicimila euro. Il prossimo 7 marzo verrà organizzata una cena con un ricco menù tradizionale congolese, su prenotazione ad euro 25 a persona. La mostra allestita nel complesso di San Cristo è accessibile in zona a traffico limitato parcheggiando nell’ampio piazzale del complesso stesso, che permette una superba vista panoramica su Brescia.

Alessa Biasiolo

Dalla Natura al Segno. From Nature To Sign. Harry Bertoia 1915 – 2015

Bertoia

Il 10 marzo 1915, a San Lorenzo di Arzene nasceva Arieto (Harry) Bertoia. Il territorio da cui egli partì, appena quindicenne, con la valigia di cartone deciso a realizzare il suo Sogno Americano, ricorda ora coralmente l’importante centenario: il Comune di Pordenone, il Comune di Valvasone Arzene e la Pro Loco di San Lorenzo hanno voluto promuovere una mostra articolata in due sedi (Galleria Harry Bertoia, a Pordenone; Casa natale a San Lorenzo d’Arzene) che rende omaggio a questo artista il cui lavoro rappresenta ancora un’importante indicazione di metodo, di rigore, di costante dedizione alla ricerca. Emigrato nel ’30 verso gli Stati Uniti, Bertoia riuscì a conquistarsi il successo e a raggiungere notorietà internazionale con la linea di sedie Diamond (1952), un’icona del design mondiale. Ma più in generale con la sua multiforme produzione artistica (sculture, incisioni, disegni, gioielli, ecc.) egli seppe imporsi per la spiccata originalità unita ad un’attitudine sperimentale sia nel campo dei materiali che delle forme. Harry Bertoia appartiene alla schiera non foltissima degli artisti friulani del ‘900 che hanno saputo meritare davvero fama internazionale. Fino a pochi anni fa era però poco conosciuto nella sua terra d’origine: tale lacuna è stata poi colmata da due mostre in successione (la prima presso la sua casa natale a San Lorenzo, nel 2008, e la seconda, più vasta e particolareggiata, a Pordenone nel 2009) esposizioni che hanno fatto conoscere meglio la qualità del suo lavoro anche nella nostra regione. Nel 2014 il Comune di Pordenone ha voluto rimarcare il riconoscimento dell’autorevolezza dell’artista intitolandogli il nuovo spazio espositivo di Palazzo Spelladi, divenuto dunque Galleria Harry Bertoia. Sarà proprio questa prestigiosa sede ad accoglie l’esposizione che il Comune di Pordenone ha deciso di proporre per celebrare il centenario della nascita di Bertoia. Qui il percorso documentario già al centro delle due mostre precedenti è arricchito da materiali prima mai esposti, provenienti dalla collezione personale di Celia Bertoia, figlia del maestro. Si tratta di un importante nucleo di 30 monotipi, raffinate e rare stampe su carta, realizzate in unico esemplare tra la fine degli anni ’40 e l’inizio degli anni ’70. Queste opere offriranno al visitatore l’opportunità di confrontarsi con una parte originale ma ancora poco nota della produzione di Bertoia e pure evidenzieranno i diversi apporti, anche europei, che confluirono nella sua arte, mai del tutto appagata dai risultati sia pure innovativi appena raggiunti. I monotipi in mostra, con il loro accostamento espositivo ad alcune sculture e ad alcune sedie Diamond, consentiranno infatti di ben percepire i molti rimandi e le suggestioni tra i diversi generi artisti praticati dall’artista. Un laboratorio didattico, organizzato per l’occasione, permetterà inoltre di analizzare anche le tecniche insolite e particolari con cui sono stati realizzati questi originali e preziosi lavori su carta che costituiscono una sorta di diario creativo dell’artista. Una significativa sezione della mostra, grazie alla collaborazione della Knoll, sarà dedicata alla progettazione della celebre poltrona Diamond (1952) e alla sua produzione in serie (nello stabilimento di Foligno, in Italia). Materiali pubblicitari d’epoca metteranno pure in evidenza la qualità della comunicazione per immagini messa in campo negli anni ’50 dall’azienda produttrice: e ne verrà ancora un utile suggerimento di metodo per l’oggi. Alcuni filmati d’epoca riprodotti sulle pareti del primo piano dello spazio espositivo accoglieranno il visitatore e lo faranno entrare, virtualmente, nello studio-fienile di Barto, in Pennsylvania, e si potrà vedere Harry Bertoia al lavoro con la saldatrice o mentre ci dimostra la naturale reattività delle sue sculture sonore. La musicalità cosmica originata da queste celebri opere caratterizzerà comunque, con discrezione, gran parte dello spazio espositivo quasi fosse l’essenza ultima dell’arte di Arieto Bertoia. Nella casa natale di Harry Bertoia a San Lorenzo di Arzene (Pordenone) l’attenzione sarà innanzitutto incentrata su un altro ambito della produzione di Bertoia, quello dei gioielli. Tre di questi oggetti d’arte verranno posti sul tavolo della cucina quasi fossero appena stati portati da Arieto in dono ai suoi familiari. Le fotografie di 19 gioielli degli anni ’40-’70 e di un disegno progettuale (appartenenti alla collezione Wrigth) troveranno invece collocazione in un’altra stanza della piccola casa in cornici retroilluminate: l’effetto sarà molto intenso e le opere potranno essere esaminate in tutti i loro più minuti particolari. Infine nella vecchia stalla un giovane artista friulano, Michele Spanghero, riprodurrà il suo video dal titolo Translucide che idealmente recupera l’eredità del lavoro di Harry Bertoia e, in modi propri e originali, ne attualizza il messaggio collegato alla volontà di ricerca e di sperimentazione. Con la partecipazione in mostra di un giovane artista verrà dunque sottolineato un ideale passaggio di testimone tra generazioni: com’è sempre, o dovrebbe essere percepita, l’arte in generale. Dalla Natura al Segno. From Nature To Sign. Harry Bertoia 1915 – 2015 dal 7 Febbraio al 29 Marzo 2015, Galleria Harry Bertoia, C.so Vittorio Emanuele II, 60, Pordenone Casa natale di Harry Bertoia, Via Blata, 12, San Lorenzo di Arzene dal martedì al sabato dalle 15.30 alle 19.30; domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 15.30 alle 19.30, lunedì chiuso. Ingresso: intero euro 3,00; ridotto euro 1,00. Sede espositiva Casa natale di Harry Bertoia: San Lorenzo di Arzene, via Blata, 12 aperta il sabato 15.30/19.30; domenica 10.00/13.00 15.30/19.30; aperto in altri giorni, per gruppi, su prenotazione:

Clelia Delponte

 

Il demone della modernità

 

L’irrompere della modernità nel mondo tardo Ottocentesco e il suo deflagrare nei primi tre decenni del “secolo breve”, sono il soggetto vero di questa sorprendente mostra affidata dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo a Giandomenico Romanelli, curatore della fortunatissima mostra che Palazzo Roverella ha dedicato quest’anno a L’Ossessione Nordica. Una modernità particolare, popolata da angeli e demoni, tra inquieto e ineffabile, tra conscio ed inconscio, tra prefigurazioni di morte e destini di luce. È certo una mostra in grado di dare forti emozioni, che accosta a vitalismi sfrenati e ambigui eterei straniamenti, incubi e sogni. Una mostra insolita e forse unica, e non solo per l’Italia. È un viaggio, pregnante, forte, carico di emozioni che accompagna nelle profondità più oscure dell’inconscio e fa ascendere alle terse luminosità dello spirito. Assieme ad alcune irrinunciabili icone dell’universo simbolista, saranno presentate opere che uniscono la suggestione del simbolo e la libertà visionaria e utopistica dell’ideale, facendo compiere al visitatore un percorso teso tra scoperte di un’arte esclusiva e misteriosa e la rappresentazione drammatica e cruda, talvolta sommessa, della follia della guerra. Ma, tra resistenze e cadute, quella che viene messa in scena è la irruzione di una modernità inquieta e tempestosa, prefiguratrice di morte non meno che sfrenata celebratrice di un vitalismo tutto proteso verso nuove conquiste e nuovi miti. Anche i linguaggi dell’arte si rinnovano tumultuosamente, infrangono gli schemi rigidi di ogni classicità, le tradizionali connessioni e relazioni spazio-temporali, introducono il movimento, le sonorità estreme, le contaminazioni tra i generi. Non si tratta di una narrazione sistematica: attorno a impareggiabili figure del mondo nuovo, ad angeli di un destino di luce e alle tenebre gelide e sulfuree che circondano il maledetto e il reietto, le nuove forme dell’arte spalancano orizzonti insospettati e fanno esplodere sopra le macerie del passato la potenza incontenibile e pur ambigua del moderno. A raccontare, interpretare e vivere nelle loro opere queste emozioni sono grandi artisti europei: James Ensor, Franz Von Stuck, Leo Putz, Odillon Redon, Arnold Boecklin, Paul Klee, Carlos Schwabe, J.A.G. Acke, M. Kostantinas Ciurlionis, Max Klinger, Leon Bakst, Alfred Kubin, Felicien Rops, Gustav Moreau, Hans Unger, Lovis Corint, K. Wilhelm Diefenbach e gli italiani: Mario De Maria, Guido Cadorin, Cagnaccio di san Pietro, Bortolo Sacchi, Alberto Martini, tra gli altri. In una sinfonia che inevitabilmente si contrappunta alle musiche di Wagner e alle originalissime immagini di New York di Gennaro Favai. Per chi ama la grande arte, i confronti con le altre arti e soprattutto le forti emozioni. “Il demone della modernità. Pittori visionari all’alba del secolo breve”, Rovigo, Palazzo Roverella, dal 14 febbraio al 14 giugno 2015”.

Alessandra Veronese –

Protagonista Boldini

Giovanni Boldini sarà al centro di due importanti eventi in Emilia-Romagna: la grande esposizione monografica che a lui dedicano i Musei San Domenico di Forlì e il riallestimento, con opere sue e di Filippo de Pisis, del Castello Estense di Ferrara. Intorno al nome di Boldini, le città di Ferrara e Forlì hanno voluto instaurare una collaborazione culturale e di promozione turistica. A cominciare, naturalmente, dalla reciproca scontistica sui biglietti di ingresso. Chi si recherà, nell’una o nell’altra sede museale, con il biglietto di ingresso dell’altra, godrà del vantaggio dell’ingresso ridotto. Al Castello Estense, inoltre, i visitatori troveranno materiale informativo sulla grande monografica di Forlì, così come al San Domenico i visitatori di “Boldini” troveranno l’indicazione e il materiale promozionale del nuovo allestimento del Castello Estense con alcune delle icone dello stesso Boldini e di De Pisis. Anche i siti delle due istituzioni rinvieranno all’iniziativa “parallela”. E’ la prima volta che i due capoluoghi emiliano-romagnoli, entrambi sede di mostre importanti, trovano una sinergia. A renderla possibile, anzi quasi d’obbligo, è l’arte di Giovanni Boldini. Al ferrarese, infatti, i Musei di San Domenico dedicano – dal primo febbraio al 14 giugno – Boldini. Lo spettacolo della modernità, retrospettiva che, per numero e qualità delle opere riunite (circa 240), si prefigura come la maggiore mai dedicata all’artista. A questa amplissima, straordinaria panoramica boldiniana concorrono anche i prestiti ferraresi: 8 dipinti, 2 pastelli, 4 acquerelli, 20 opere su carta. Ferrara, a sua volta, mette a disposizione del pubblico l’abbinata dei suoi due “figli”: lo stesso Boldini e Filippo de Pisis. E lo fa proponendoli in un sontuoso “contenitore”, il Castello Estense, che già di per sé merita una visita. Sono le sale fastosamente decorate dell’appartamento di rappresentanza al piano nobile del Castello e i celebri “Camerini di Alfonso I” (abitualmente non aperti alle visite) a fare da cornice a due percorsi monografici che esplorano l’intera parabola creativa di Boldini e De Pisis presentando una sequenza di autentici capolavori delle Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea di Ferrara. L’arte per l’arte. Il Castello Estense ospita Giovanni Boldini e Filippo de Pisis intende riconsegnare al pubblico un incredibile patrimonio rimasto celato in seguito al terremoto del 2012 e sottolineare il rilievo della pittura moderna ferrarese attraverso due figure di statura internazionale. Un altro fondamentale apporto alla conoscenza di Boldini verrà offerto dalla pubblicazione dell’edizione critica della corrispondenza boldiniana conservata presso il Museo Giovanni Boldini a cura di una delle conservatrici, Barbara Guidi, che rappresenta un prezioso strumento scientifico per l’evoluzione degli studi sul pittore ferrarese. Il volume sarà disponibile al pubblico anche nel book shop della grande mostra al San Domenico di Forlì.

E. S.

 

Questa è guerra!

questa è guerra

La mostra “Questa è guerra!” racconta un secolo di guerre attraverso 120 immagini , selezionate da Walter Guadagnini, tra le più emblematiche dei diversi conflitti. “Questa è guerra!” si potrà ammirare a Padova, in Palazzo del Monte di Pietà, dal 28 febbraio al 31 maggio 2015, per iniziativa della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo. L’invenzione della fotografia cambia radicalmente la rappresentazione della guerra: il racconto diventa soprattutto immagine, sintesi, evidenza, emozione, con una diffusone planetaria prima inimmaginabile. La Grande Guerra, la Guerra Civile Spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, il Vietnam producono reportages leggendari come quelli di Capa, Cartier-Bresson, Jones Griffiths. Le guerre recenti, in ex-Jugoslavia, Afghanistan, Iraq e quelle contemporanee e ancora in corso in Congo, Libia, Palestina, Sudan, sono testimoniate sempre più da cittadini-reporter. La guerra cambia e la fotografia guarda ad essa con occhi diversi. Questa mostra forte e appassionante documenta in quali modi la fotografia ha raccontato i grandi conflitti del passato e come racconta quelli di oggi. In un percorso ricco, ben documentato, attivamente coinvolgente. La mostra – la prima del genere in Italia – presenta alcune caratteristiche particolari, che la rendono un evento in grado di attirare l’attenzione di un vasto pubblico di appassionati non solo di fotografia, ma anche di storia e di costume. La scansione è quella cronologica tradizionale, che affronta le varie guerre che si sono succedute nel corso del XX secolo e all’inizio del XXI: la Prima Guerra Mondiale, la Guerra Civile Spagnola, la Seconda Guerra Mondiale, la Guerra d’Algeria, la Guerra del Vietnam, quella serbo-bosniaca, il lungo conflitto medio-orientale, le guerre in diverse parti dell’Africa, dal Rwanda al Congo, l’attacco alle Torri Gemelle e la conseguente Guerra al Terrore e i più recenti focolai in Ucraina e ancora in Medio Oriente. Ma all’interno di queste vicende, sono stati individuati punti di vista particolari, che hanno caratterizzato il rapporto tra la guerra e la documentazione e la narrazione fotografica. Per quanto riguarda la Prima Guerra Mondiale, ad esempio, l’accento cade sulle incredibili novità tecnologiche che questo conflitto ha sperimentato per la prima volta, ed ecco dunque le foto aeree, che trasformano il territorio in una composizione quasi astratta, le foto dei carri armati, nuovi strumenti di combattimento, e le stesse macchine fotografiche, che sono, per la prima volta nella storia, nelle mani dei soldati stessi, che inviano a casa o ricevono da casa i ricordi più preziosi. Tutte immagini che provengono dall’eccezionale e ancora poco studiato patrimonio del Museo della Terza Armata di Padova. A questo proposito, particolare importanza ha la selezione di oltre 20 fotografie scattate dalla Principessa Anna Maria Borghese, nobildonna romana appassionata di fotografia e membro della Croce Rossa al fronte, straordinario esempio di come la fotografia abbia saputo raccontare la vita quotidiana dei soldati con la vera istantaneità delle prime macchine Kodak. Allo stesso modo, anche la Guerra Civile Spagnola è narrata in prima persona dai miliziani di entrambe le fazioni, e dai numerosi giornali che hanno coperto fotograficamente l’evento come mai prima era successo. E proprio da uno di questi servizi compare una delle foto più celebri della mostra, e dell’intera storia della fotografia, il Miliziano Caduto di Robert Capa, autentica icona del XX secolo, che viene presentata assieme a un’altra immagine celeberrima, quella scattata da Gerda Taro – compagna di Capa – a una miliziana che si sta addestrando a sparare. E’ questa un’altra caratteristica fondamentale della mostra: l’avvicinamento tra le foto degli amatori, dei protagonisti in prima persona degli eventi, e quelle dei grandi fotoreporter, a dimostrare come la fotografia sia stata davvero a tutti gli effetti il mezzo preferito di espressione e di racconto degli eventi nel corso del secolo. Ecco allora che la seconda Guerra Mondiale viene narrata dalle strepitose e preziosissime immagini dei giganti della fotografia del Novecento : Robert Capa, August Sander, Ernst Haas, Eugene Smith e Henri Cartier-Bresson, Bill Bandt, Eugeny Chaldey. Di tutti questi autori si sono privilegiate le immagini che raccontano non tanto le battaglie (solo la selezione di Smith è interamente dedicata ai soldati in battaglia), ma le conseguenze che la guerra ha portato alle popolazioni : ecco allora la documentazione oggettiva, spietata di Sander della Colonia prima e dopo i bombardamenti, le commoventi immagini del rientro a casa dei soldati austriaci in una Vienna in rovine di Ernst Haas, le strepitose, a volte drammatiche , a volte anche umoristiche immagini di Cartier-Bresson sui campi profughi, con la celebre icona della collaborazionista nazista additata da una sua vittima. Ma a fianco di queste, ecco anche le storie della Resistenza italiana, alcune ricostruite a posteriori e altre invece realizzate proprio sul campo da un partigiano il cui nome è rimasto, probabilmente storpiato, solo nella memoria di Robert Capa (a cui aveva affidato le immagini) ed è così passato alla storia. Le distruzioni della guerra sono esemplificate dagli scatti realizzati a Dresda e Hiroshima dopo i bombardamenti, e da una parete di funghi atomici, prove fotografiche degli esperimenti continuati nel corso degli anni Cinquanta. Poi, la guerra di Algeria con i ritratti delle donne algerine di Marc Garanger e quella che è stata definita “l’ultima guerra fotografica”, quella del Vietnam. Qui Don Mc Cullin, Eve Arnold e Philip Jones Griffiths propongono tre sguardi diversi, che pongono però sempre in discussione la necessità di questa guerra, evidenziandone anche il carattere simbolico. Il racconto della guerra, da questo momento in poi, è affidato principalmente alla televisione; la fotografia, pur sempre presente sui campi di battaglia, diviene più uno strumento di riflessione, addirittura di discussione : per questo la mostra abbandona il reportage e trova invece immagini di grande potenza e incisività in alcune immagini realizzate da alcuni dei più importanti artisti del nostro tempo. La Beirut martoriata di Gabriele Basilico, le ricostruzioni storiche, da grande quadro di storia di Luc Delahaye, i colori allucinati di Richard Mosse che raccontano l’allucinata guerra in Congo, l’esperienza multimediale di Gilles Perress, le torri d’avvistamento israeliane che nella composizione di Taysir Batnjj diventano quasi delle opere d’arte concettuale, e infine due possibili conclusioni della mostra : da un lato la drammatica ostentazione delle giornate di rivolta ucraine da parte di Boris Mikhailov, che ritorna così a un tema “storico” dopo molti anni di sperimentazioni più specificamente sociali, dall’altro il progetto – interamente prodotto e finanziato per questa occasione – di Adam Broomberg & Oliver Chanarin, una delle coppie di artisti oggi maggiormente sulla cresta dell’onda, che da anni riflettono proprio sulla guerra e sul modo di rappresentarla, che mettono in luce come anche nel dramma della guerra possano esistere dei momenti in cui il caso può far sì che accada un lieto fine. A queste immagini, si accompagnano poi i giornali del tempo, documentari, la possibilità di visitare siti web particolari che offrono spunti di riflessione sugli eventi e soprattutto sul rapporto tra guerra, fotografia, informazione e documentazione. Una mostra realmente multimediale, con al centro le immagini, e gli uomini e le donne. Biglietto intero: 11 euro Biglietto ridotto: 9 euro Biglietto scuole: 2 euro.

Alessandra Veronese, Giovanni Cocco

A occhi spalancati

Impressionisti

“A occhi spalancati” è l’anteprima di un nuovo grande museo di Mosca, quello dell’Impressionismo russo che aprirà i battenti nella capitale russa nel prossimo autunno. Per annunciare e far conoscere quello che è destinato ad essere uno dei musei imperdibili per ogni turista che si recherà a Mosca, la direzione della futura istituzione ha deciso di anticipare l’apertura al pubblico con due importanti preview: la prima si è svolta in Russia, nel Museo di Ivanovo, all’inizio dell’autunno scorso e ora è la volta di Venezia, unica tappa estera. Qui, fino al 12 aprile, in Palazzo Franchetti, il pubblico italiano e internazionale potrà ammirare 50 capolavori del futuro museo moscovita, il meglio del meglio della sua imponente collezione d’arte. Un biglietto da visita estremamente raffinato, per annunciare una collezione di sicuro interesse internazionale. La rassegna veneziana è curata da Yulia Petrova, direttore del Museo dell’Impressionismo Russo, e da Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, responsabili del Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca’ Foscari e di una serie di prestigiose e apprezzate attività espositive che dal 2010 hanno diffuso in Italia alcuni essenziali aspetti dell’arte russa degli ultimi due secoli. È un’indicazione interessante dell’originale politica culturale e della speciale mission dell’istituzione moscovita: favorire, attraverso esposizioni temporanee, in Russia e all’estero, la conoscenza di una rilevante tendenza dell’arte russa, in particolare quella che caratterizza l’epoca tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, una fase ancora poco conosciuta, a parte alcuni grandi nomi, della vicenda artistica e del ruolo internazionale della moderna arte russa. Le 50 opere sono esposte in un percorso che accosta tra loro soggetti tematicamente contigui (il paesaggio, la scena urbana, la figura in un interno), con una dovuta, ma non sempre vincolante, attenzione alla cronologia. Il momento di maggior fioritura dell’Impressionismo in Russia è di qualche lustro successivo alla svolta dell’arte francese intervenuta tra settimo e ottavo decennio dell’Ottocento, e comprende soprattutto l’ultimo decennio del secolo e l’inizio di quello successivo. Ma questo non significa che possa essere considerato la variante provinciale di quello francese e nemmeno la sporadica scelta di maniera di qualche pittore. L’Impressionismo era già divenuto infatti il tempestivo punto di riferimento per l’opera di paesaggisti come Fedor Vasil’ev, aveva influenzato la ricerca di Polenov e di Repin, dopo un loro soggiorno in Francia e, grazie a questi maestri, era presto diventato oggetto di studio per gli studenti della Scuola di Pittura, Architettura e Scultura di Mosca, alcuni dei quali destinati – come Konstantin Juon, Petr Petrovicev e Stanislav Zukovskij, tutti presenti in mostra- a un ruolo di primaria importanza prima, durante e dopo l’avvento delle Avanguardie. La tradizione di dipingere alla maniera impressionista continua poi per buona parte del Novecento, ed è documentata in mostra con opere di Koncalovskij, Grabar’, Kustodiev, Baranov-Rossiné, con altri pittori insospettabili, come Sergej Gerasimov o Georgij Savickij, e persino con artisti molto legati al realismo socialista, come Aleksandr Gerasimov e Dmitrij Nalbandjan. D’altra parte l’immagine guida della mostra i Manifesti sotto la pioggia di Pimenov (1973) – dimostra con ogni evidenza come la matrice impressionistica caratterizzi con un certo rilievo anche il periodo del disgelo post staliniano. La mostra veneziana allinea insomma le prime esplicite rimeditazioni e rielaborazioni della rivoluzione artistica francese, evidenzia la tenace persistenza, per buona parte del Novecento, di questo approccio alla raffigurazione della vita individuale e dei suoi scenari e sottolinea la perdurante attualità di questa matrice. Per questo l’arco cronologico delle opere in mostra spazia da alcuni rari dipinti giovanili di Konstantin Korovin, il più famoso esponente dell’Impressionismo russo, e di Valentin Serov sino ad anni recentissimi, con pittori come Vladimir Rogozin e Valerij Kosljakov, che non si possono certo considerare “impressionisti” in senso stretto, ma per i quali sono risultate fondamentali le ricerche dei loro predecessori alla fine del XIX secolo e che raccolgono oggi, idealmente ed efficacemente, in una chiave contemporanea, la loro eredità. Il Museo dell’Impressionismo Russo di Mosca nasce dalla collezione privata di Boris Mints, avviata oltre dieci anni fa, anche mediante l’acquisto sul mercato occidentale di una serie di dipinti che sono tornati così in Russia e che tra poco saranno disponibili per i visitatori del Museo. Il Museo dell’Impressionismo non espone tuttavia solo una collezione privata. C’è la ferma volontà di creare, mediante l’impiego di nuove tecnologie (alcune delle quali saranno sperimentate per la prima volta proprio nella mostra di Venezia), uno spazio che coinvolga i visitatori di varie estrazioni e a diversi livelli. Il museo è pensato insomma come uno spazio dinamico, interattivo, dove l’esposizione permanente verrà accompagnata da strutture e attività educational e di ricerca sulle raccolte del museo stesso. Sono previsti una sala cinema e uno spazio per mostre temporanee. Come abbiamo accennato, quella di impressionismo russo è una definizione che ha confini molto vasti. Il Museo raccoglie pertanto opere dei classici maestri del periodo più propriamente riferibile a questa tendenza storica, così come di pittori che hanno trovato nella matrice impressionista, anche solo per un tratto del loro percorso, una referenza insostituibile per la loro ricerca e la loro evoluzione. Gli storici dell’arte hanno l’abitudine di far risalire al 1863 (l’anno de Le déjeuner sur l’herbe e de l’Olympia di Manet) l’apparizione della nuova arte in Russia. In quell’anno un gruppo di giovani pittori si ribellò all’autorità dell’Accademia delle Arti di Pietroburgo, fino ad allora indiscussa. La principale conseguenza di tale gesto fu la nascita di un secondo polo di influenza artistica, Mosca, dove, nel 1870, con l’aiuto di un mercante appassionato d’arte, Pavel Tret’jakov, si costituì la Società dei Pittori Ambulanti (Peredvizniki). Lo scopo era quello di diffondere la conoscenza artistica al di fuori delle grandi città, con mostre itineranti. La Società rimase attiva fino al 1923, organizzò più di 50 rassegne ed ebbe un ruolo capitale nel dischiudersi di una nuova fase dell’arte russa. L’estetica degli Ambulanti segnò la generazione successiva, ma provocò anche un completo riorientamento dell’arte russa che fino a quel momento aveva seguito le grandi scuole europee senza mostrare una vera e propria originalità. Gli Ambulanti puntavano decisamente sul realismo e sull’impegno nella vita sociale. Il loro maggiore punto di riferimento culturale era Lev Tolstoj, di cui condivisero le opinioni ben prima che egli le esponesse chiaramente in Cto takoe iskusstvo (Che cos’è l’arte, 1898). A partire dal 1874 Savva e Elizaveta Mamontov cominciarono a riunire un gruppo più o meno permanente di artisti russi nella loro proprietà di Abramcevo. I fondatori di questo “gruppo” furono Repin, Polenov, e Valentina Serova, insieme al figlio Valentin, e più tardi si unirono a essi i fratelli Viktor e Apollinarij Vasnecov, Korovin e Vrubel’. Si discuteva, si lavorava e si parlava di arte medievale russa e popolare. Si praticavano pittura e scultura ma anche arti applicate (la chiesa di Abramcevo è opera collettiva dei Vasnecov, Polenov e Repin), c’era persino un teatro d’opera privato dove vennero allestiti molti spettacoli, come La fanciulla di neve di Rimskij-Korsakov. La Corista (1883) di Konstantin Korovin (1861-1939) è probabilmente la prima opera impressionista russa: precorreva i tempi e non fu capita dai contemporanei. E tuttavia vi si percepiscono i due elementi tipici del suo approccio impressionistico: il decorativismo e la tendenza allo studio-bozzetto, evidenti nei suoi paesaggi parigini eseguiti a partire dal 1900. Sono scene serali, la città è inondata di luce, Korovin infonde vita negli episodi che si svolgono per strada, grazie a pennellate ampie, impulsive, quasi rozze. Nei suoi paesaggi si respira un’atmosfera teatrale, e ciò non deve stupire, dato che l’artista era anche un bravo scenografo teatrale, particolarmente famoso per le sue realizzazioni per opere liriche. L’opera di Korovin occupa un posto centrale nella tradizione moscovita e costituisce un esempio efficace del desiderio dei pittori locali di raggiungere la spontaneità nella loro rappresentazione della vita e della bellezza. Con la fine del XIX secolo molti artisti avevano sviluppato a Mosca uno stile più o meno comune e tale evoluzione portò inevitabilmente alla formazione di un gruppo, la “Unione dei Pittori russi” che per un breve periodo si unì al pietroburghese “Mir iskusstva” (Il mondo dell’arte), anche se tra i due gruppi esistevano differenze inconciliabili. I moscoviti, pur in grado diverso, erano dominati dall’Impressionismo, dall’esigenza della rappresentazione della vita individuale e sociale, mentre i membri di “Mir iskusstva” tendevano già al modern (la variante russa dello Jugendstil, del liberty o dell’art noveau, in una sorta di “plurilinguismo stilistico”). In Russia è molto complesso distinguere tra questi orientamenti, in primo luogo perché i due termini sono strettamente collegati tra loro e inoltre perché manca quella forte tradizione romantica alla quale invece si erano potuti rifare gli artisti contemporanei europei. Palazzo Franchetti, Campo Santo Stefano, San Marco 2847, Venezia Fino al 12 aprile 2015 da martedì a domenica con orario 10-18. Chiuso il lunedì Ingresso libero Catalogo Terra Ferma S. E.

A Vicenza “Tutankhamon, Caravaggio, Van Gogh”

Aperta a Vicenza, alla Basilica Palladiana, la già annunciata mostra “Tutankhamon Caravaggio Van Gogh. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento”, un’esposizione di capolavori, sensazioni, emozioni e simboli. Già il titolo richiama millenni di storia dell’uomo e dell’arte, appuntati in una mostra che indaga una vicenda antica, quella degli Egizi, ma soprattutto poi una seconda storia, dal Quattrocento al Novecento in pittura, lungo il suo versante struggentemente serale e notturno. Quella in cui alcuni artisti raffigurano una manciata di stelle o un chiaro di luna, come profonde corrispondenze dell’anima. Ma anche la notte come luogo nel quale si raccolgono alcuni grandi passaggi della storia dell’arte. Perché la notte in questa mostra non è solo fascino del naturalismo ottocentesco, da Turner e Friedrich fino agli impressionisti e poi Mondrian e Klee all’inizio del nuovo secolo. Non è solo il luogo in cui meravigliose storie sacre si raccontano, da Giorgione a Tiziano, da Caravaggio a El Greco. Ma è anche una notte fortemente spirituale, interiore, che giustifica così la presenza di straordinari pittori astratti da Rothko a De Staël, da Noland a Morris Louis. Ben 113 opere, spesso rare, divise in sei sezioni e provenienti da trenta musei e collezioni di tutto il mondo, musicano questo affascinante racconto sinfonico. Un poema che inizia lungo il Nilo, dove si sedimenta l’idea della notte del mondo oltre il mondo. È la notte abitata nel ventre delle Piramidi. Raccontata in mostra da reperti che, da soli, valgono il viaggio a Vicenza. Dal Museum of Fine Arts di Boston giunge per la prima volta in Italia un nucleo di tesori egizi: dal volto del re Menkaura a quello, celeberrimo, di Tutankhamon re bambino sino ai ritratti del Fayum, quando Egitto e Roma si avvicinano, a partire dal I secolo d. C. Questo il grande prologo. La seconda sezione, con molti capolavori da Giorgione a Caravaggio, da Tiziano a El Greco, da Tintoretto a Poussin, indugia sulla suggestiva atmosfera delle figure collocate in ambienti notturni, soprattutto seguendo la vita di Cristo dal momento della nascita fino alla crocifissione e alla deposizione nel sepolcro. Opere straordinarie soprattutto del Cinquecento e del Seicento sono al centro di questa parte. La terza sezione tocca alcuni dei vertici dell’incisione di tutti i tempi, in una sala nella quale, con sedici fogli in totale, si confrontano Rembrandt e Piranesi, il primo con i suoi celeberrimi soggetti religiosi, a cominciare dalla Stampa da cento fiorini fino alla visione delle Tre croci, il secondo con le altrettanto celebri immagini delle “Carceri”. La quarta sezione si sofferma invece sul paesaggio, dal momento del tramonto fino a quello in cui nel cielo si levano la luna e le stelle. Ovviamente il secolo raccontato è il XIX, poiché, dal periodo romantico fino all’impressionismo, questo è stato il tempo della natura serale e notturna. Sfilano alcuni dipinti indimenticabili di Turner e Friedrich, di Corot e Millet, dei grandi americani da Church a Homer, fino a Whistler, Monet, Pissarro, Van Gogh e poi Mondrian, Klee e Hopper nella prima parte del Novecento, fino a Kiefer nella seconda. La penultima sezione entra nel pieno Novecento, dove in due sale vengono disposti alcuni dei grandi della seconda parte del secolo, specialmente per quanto riguarda il versante astratto americano, da Morris Louis a Noland a Rothko. Ma anche pittori che si sono tenuti a cavallo tra figurazione e astrazione, come De Staël, fino a un altro grande americano come Andrew Wyeth, e poi López García e Guccione, per entrare nelle profondità della sera e della notte intesa come fatto soprattutto psicologico. Infine, la sesta e ultima sezione è un riassunto di tutti i temi affrontati e le opere indimenticabili si succedono, da Gauguin a Cézanne, da Caravaggio a Luca Giordano, da Van Gogh a Rothko ancora. Per una chiusura che lascia con il fiato sospeso, tra notti dello spirito, notti della vita e notti della natura.

S. E.