Il colore si accende per Nicola Alberto Bottalico

Orizzonti e icone di luci, alberi e boschi di notte. Nicola Alberto Bottalico torna ad esporre le sue installazioni luminose nella Sala di Rappresentanza del Comune di Pianello Val Tidone dal 23 al 26 agosto per un breve e intenso viaggio che pone il visitatore al centro di un’esperienza visiva e sensoriale unica, dove la luce ne è l’elemento primario.

2.1 Nicola Bottalico, Rovi,  2015, acquarello, cm 23x16 - Copia“Il colore si accende / 2” è per Nicola Alberto Bottalico un gioco di apparizione-scomparsa dell’oggetto immagine in un’accurata selezione di acquarelli, chine e tecniche miste esaltate dalla luce, la proposta assolutamente innovativa, tra creatività e tecnica di light design, di un percorso artistico fatto di ricerca e sperimentazione che si concretizza in opere dal grande impatto visivo.

In mostra un ventina di lavori di varie dimensioni, dove la ricerca fuori dagli schemi tradizionali propone risultati di straordinaria intensità emotiva.

L’autore ha valorizzato le opere originarie dando loro forza e luminosità attraverso una retroilluminazione che spariglia il mazzo e offre un prodotto artistico nuovo: l’immagine di partenza interagisce con la retroilluminazione a led mutando e scomponendosi in un processo dove gli aspetti tecnici, come la ricerca della grammatura per la carta più adatta o la giusta intensità cromatica del calore della luce, diventano importanti.

5.1 Nicola Bottalico, Alberi, 2014, acquarello e china, cm 87x58 - CopiaIl risultato è l’esaltazione delle forme e dei colori dell’opera stessa, offrendo al pubblico un risultato sorprendente che ne esalta la cromia moltiplicandola.

La luce si diffonde, gioca di sponda e amplifica la percezione e gli stimoli sensoriali che nascono da immagini realizzate da linee lievi e delicate di lavori minuziosi, quasi maniacali nella loro perfezione.

Nicola Alberto Bottalico è un autodidatta. Non ha seguito corsi, non è stato all’Accademia, non ha avuto insegnanti di disegno, ma l’infinita passione per l’arte, la pittura e il disegno gli hanno permesso di realizzare, mediante la giusta intensità tra luce artificiale e colore, la trasformazione delle sue opere in altra dimensione, dove la prospettiva e la profondità si esaltano affinandone la forza espressiva.

8. Nicola Bottalico, 2014, acquarello, cm 36x26 - CopiaNasce a Milano nel 1952 da una famiglia da generazioni di notai ed avvocati. Fin da bambino esprime una forte vocazione per il disegno e l’arte, ma il padre lo convince ad essere “serio” e lui studia al liceo classico, anziché all’artistico, si laurea in legge, anziché all’Accademia di Brera ed infine diventa avvocato invece che artista… ma ora, dopo quarant’anni di professione, decide di svelare la vera passione che lo ha accompagnato tutta la vita: l’arte, il disegno e la pittura.

Sala di Rappresentanza

Pianello Val Tidone (PC)

Dal 23 al 26 Agosto 2015

Orari di apertura al pubblico: domenica 23 e mercoledì 26 dalle 10 alle 21; lunedì 24 e martedì 25 dalle 17 alle 21. Ingresso libero.

de Angelis

 

Luca di Paolo e il Rinascimento nelle Marche

Luca di PaoloPer la prima volta a Matelica un’esposizione dedicata a Luca di Paolo, uno dei protagonisti del Rinascimento nelle Marche di cui, grazie ai nuovi studi, si è in grado di ricostruire le vicende artistiche e biografiche. Nelle splendide sale di Palazzo Piersanti sono raccolte le sue opere e quelle di artisti a lui contemporanei, al fine di presentare al pubblico e agli studiosi il percorso di uno dei più stravaganti interpreti del Quattrocento nelle Marche. La mostra si fregia di prestiti importantissimi provenienti dai maggiori musei statali d’Italia e da collezioni private italiane ed estere. Alcune opere saranno esposte per la prima volta al pubblico perché recentemente recuperate dopo decenni di oblio tra le vie del mercato. Luca di Paolo è uno dei massimi protagonisti del Rinascimento dell’Appennino, tra Umbria e Marche ed è un pittore riscoperto di recente: nel dicembre del 2001 Alberto Bufali trovò gli atti di commissione e poi di pagamento per una grande pala d’altare con la Crocifissione destinata alla chiesa della Confraternita della Santa Croce a Matelica. Quel dipinto, ora conservato al Museo Piersanti, era considerata opera tipica e fondamentale di Francesco di Gentile da Fabriano, un altro pittore a cui la critica aveva affidato l’intero catalogo di Luca. Quella scoperta diede finalmente un volto artistico ad un personaggio che era conosciuto solo per via documentaria ma di cui non si conosceva alcuna opera certa.

Luca di Paolo non era solo un pittore, ma un vero e proprio legato della Signoria di Matelica, gli Ottoni, il cui palazzo quattrocentesco domina tuttora la piazza principale della città. A lui vengono affidate procure per compravendita di immobili della famiglia e per altri affari in città e fuori. A questa sua attività diplomatica affiancava anche quella di pittore. Dall’inizio degli anni ‘60 del quattrocento, fino all’anno della sua morte, avvenuta entro i primi giorni del 1491, Luca svolge un percorso stilistico personale e quasi isolato nel panorama della Regione, ma senz’altro di qualità. Le sue prime opere sono incentrate ancora sul ricordo della ricchezza e della eleganza di Gentile da Fabriano, mediate forse attraverso l’insegnamento di un altro pittore locale, il Maestro di Staffolo, che potrebbe essere stato il maestro di Luca. Quel mondo è però sempre sostenuto da un’espressività graffiante, quasi grottesca e da un utilizzo dei materiali preziosi davvero straordinario. L’oro e l’argento sono usati a profusione nelle sue opere per la creazione di opere dall’impatto davvero sorprendente.

L’incontro con Niccolò di Liberatore, presente a San Severino Marche nel 1468 e il lungo rapporto documentato con Lorenzo d’Alessandro permettono a Luca di dialogare con i maggiori artisti marchigiani del suo tempo e di far evolvere il suo linguaggio verso una maggiore adesione ad uno stile prospettico e maturo. L’arrivo di Crivelli in zona, attivo a lungo per Camerino, coinvolge in maniera tangente ma consapevole anche Luca di Paolo che nelle opere più tarde si concentra sulla poli matericità delle superfici, ricche di incisioni sui metalli e pastiglie a rilievo. Sembrerà un caso, ma proprio con la morte di Luca di Paolo, sarà proprio Carlo Crivelli a conquistare un’importante commissione per gli Ottoni, in un ideale passaggio di consegne.

Luca di Paolo e il Rinascimento nelle Marche, Museo Piersanti, Matelica, fino all’1 novembre 2015

 

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

 

“Buio Reale” di Bagnoli alla Casa di Giulietta di Verona

Fino al 20 settembre 2015 la Casa di Giulietta di Verona ospiterà la mostra fotografica Buio Reale di Riccardo Bagnoli. Sono esposti circa trenta scatti del fotografo nelle sale dell’edificio di origine medievale dove una fortunata ricostruzione degli anni Trenta ha immaginato uno spazio quale teatro ai momenti più suggestivi della storia d’amore di Giulietta e Romeo. La mostra, prodotta da Wolf & Biderman,  è promossa dal Comune di Verona, Direzione Musei d’Arte e Monumenti, in collaborazione con LeoncinoHotels e The Gentleman of Verona Grand Relais.

Uno sfondo completamente nero. Dal buio, emergono i volti di personaggi reali: re, regine, cortigiane o uomini di fede. Quello che li lega è l’intensità dello sguardo e la forza dei sentimenti che i loro volti esprimono. Così Riccardo Bagnoli sceglie di portare letteralmente alla luce una corte contemporanea che nei volti dei suoi protagonisti cela le trame di gesta e di sentimenti senza tempo. Se l’illuminazione e le pose richiamano alla mente le opere pittoriche, il lavoro del fotografo fiorentino non è mai però imitativo. Lo spettatore si accorge immediatamente di essere parte attiva in un gioco in cui uomini e donne contemporanei assumono per “gioco” una parte, pur mantenendo tutte le caratteristiche della loro personalità. E’ l’atteggiamento o un dettaglio dell’abito che suggeriscono, ma non affermano, chi potrebbe essere quel personaggio. Una giovane bionda e certo innamorata potrebbe essere Giulietta, quel ragazzo bruno dai grandi occhi castani è probabilmente Romeo, quell’uomo dai capelli brizzolati e dal collo circondato di pelliccia è sicuramente il Principe o forse no. L’arte sapiente di Riccardo Bagnoli invita al coinvolgimento dello spettatore sia per la forza delle immagini, sia per la dimensione ludica che facilmente si percepisce.

Quale luogo migliore della Casa di Giulietta, amata e frequentata soprattutto da un pubblico giovane, al di là del dato anagrafico, per ospitare la mostra fotografica Buio Reale di Riccardo Bagnoli?

Citando Henri Cartier Bresson, in ogni istantanea si coglie una continua esplorazione che vuole conservare la “scintilla di vita”. Lo spettatore tende ad interpretare l’immagine in base alla propria esperienza e per questo motivo il fotografo deve innanzitutto mobilitare la sua proiezione. Questo è quanto accade osservando i ritratti nel “Buio” godendone la luce “Reale”.

Per dialogare ulteriormente con i visitatori, nell’allestimento è previsto, a partire dal mese di luglio, che il pubblico possa ricevere sui propri account dei contenuti aggiuntivi sulla Casa di Giulietta, sull’opera di Riccardo Bagnoli e sulle foto presenti in mostra attraverso un piccolo cuore con all’interno un chip NFC, che si attiverà sui totem distribuiti all’interno della Casa. È questa una modalità innovativa di interagire con i contenuti della mostra cercando di interpretare le preferenze dei visitatori e soprattutto cercando di adeguarsi agli strumenti della contemporaneità. Sarà anche possibile connettersi attraverso un sito: http://www.homeofj.com

Riccardo Bagnoli nasce a Firenze nel 1963. Lavorando prima come fotografo di moda, e affermandosi poi nel campo della pubblicità, Riccardo Bagnoli diventa uno dei maggiori fotografi di Adv a livello internazionale, tanto che il museo del Louvre custodisce quattro sue opere nel padiglione dedicato all’advertising. Oltre a dedicarsi al mondo della pubblicità, per cui ha vinto alcuni tra i più importanti premi come il Leone d’Oro a Cannes, da sempre intraprende un percorso personale che lo ha portato nel 1996 a una prima mostra di immagini in bianco e nero intitolata “During”. Nel 2001 la rivista Photo gli commissiona una serie di ritratti per una mostra che prenderà il nome di “Heroes”. Dalla collaborazione nel 2008 con il mensile Panorama First nascono le foto per la retrospettiva “Writers”: quindici ritratti di scrittori italiani immortalati nei propri luoghi del pensiero. Nel 2009 partecipa alla Biennale di Venezia con la mostra “The Warriors-I guerrieri”, in collaborazione con l’artista Sandro Chia. Venti guerrieri, copie in terracotta di quelli conservati nel Museo di Xi’an, vengono reinterpretati dal colore di Sandro Chia e dagli scatti di Riccardo Bagnoli che, astraendo le sculture dal loro territorio, ha immaginato nuovi paesaggi, ricercando spazi narrativi a tratti ironici e a tratti lirici, dove questo esercito del colore ha trovato una nuova dimensione. Nel 2013 inaugura una mostra personale alla Fondazione BipielleArte Lodi, dove espone quattro lavori: “Uno”, “Tredici”, “Buio reale”, “Passato prossimo”, realizzati dal 2009 al 2013. E ancora, l’esposizione alla Fondazione Biffi di Piacenza nell’aprile 2014 con il lavoro dedicato al paesaggio e alla montagna. E’ su questo tema delle montagne, imperiose e lontane, spoglie e irraggiungibili, che Bagnoli continua il suo percorso artistico puntando lo sguardo verso quella linea sottile che divide il reale dall’irreale.

Buio Reale di Riccardo Bagnoli

Casa di Giulietta, Verona Via Cappello 23, da martedì a domenica 8,30-19,30 – lunedì 13,30-19,30. Fino al 20 settembre 2015

biglietti: Intero € 6.00 – Ridotto € 4.50 (gruppi min. 15 persone, studenti da 14 a 30 anni e over 60) – € 1.00 (Scolaresche e ragazzi da 8 a 13 anni ) – € 1.00 la 1° domenica del mese per tutti (da gennaio a maggio e da ottobre a dicembre) – Gratis per i possessori di Verona Card.

 

Roberto Bolis

 

 

 

 

Metropolis. Franco Fontana e Franco Donaggio in mostra

Metropolis è l’abbattimento dei confini, la dilatazione del pensiero, l’imponente gioco della visione.

Con la profonda consapevolezza che la città è molto più di come appare, Fontana e Donaggio indagano nei mille volti che la compongono svelandone quelli segreti. Seguendo il loro naturale desiderio di evasione, i due artisti ci conducono lungo un sentiero di libertà creativa, alla ricerca di nuovi linguaggi e profondità.

Definire Franco Fontana e Franco Donaggio due fotografi è certamente riduttivo. Potremmo piuttosto pensarli come ricercatori, o poeti, in perenne viaggio verso l’ignoto nella costante ricerca di scoperta. Entrambi amano ridefinire l’essenza nascosta delle cose e Metropolis ne è l’esempio.

La composizione rigorosa, il colore pulito e preciso, come fosse inciso nella materia, Franco Fontana con il suo sguardo attento e curioso, focalizza l’attenzione su un microcosmo urbano, esaltandone il più piccolo dettaglio, e ci trasporta in un immaginario ideale dalle atmosfere rarefatte. Con elegante naturalezza, l’autore modifica il senso del tutto, catturandone l’anima; svela l’intima natura della materia che diviene custode di ricordi, la segnaletica stradale un universo intriso di vite vissute. Franco Fontana con raffinata maestria libera le cose dalla loro ovvia funzione estetica per rivelare l’inatteso…

Se Fontana ci attrae con il particolare, Franco Donaggio dilatata la visione, libera lo spirito e spinge il limite verso un’apertura ampia, totale. La città è stretta per Donaggio e ne smantella i confini, con impeto creativo li oltrepassa, osserva un macrocosmo metropolitano popolato da cose e persone che fluttuano nel suo immaginifico palcoscenico. L’artista vede il precario equilibrio dell’uomo, ne avverte fragilità, paura, solitudine, e con onirica visione lo accompagna verso un mondo senza tempo per liberare i sogni al vento, dove il rumore si fa sussurro fino a divenire verbo….

Fontana e Donaggio, due artisti di fama internazionale e di diversa provenienza piegano la fotografia per costruire un mondo nuovo ricco di fascino e armonia. Due autori qui uniti nel confronto provocano emozioni che trovano un loro tempo di scoperta oltre il momento della visione, suscitando trascendenti sensazioni.

Sorge ora naturale la domanda… non è forse questo lo scopo dell’arte?

In mostra 30 fotografie a colori in grande e medio formato (Courtesy: Sabrina Raffaghello arte contemporanea, Milano – Amsterdam).

Franco Fontana comincia a fotografare nel 1961 come amatore, già nel 1968 viene allestita la sua prima mostra e quell’anno rappresenta una svolta sostanziale nel suo percorso artistico. Da allora ha pubblicato oltre quaranta libri con diverse edizioni: italiane, svizzere, giapponesi, francesi, tedesche, americane e spagnole. Ha firmato tantissime campagne pubblicitarie, ha collaborato e collabora con numerose riviste di tutto il mondo. La sua lunga carriera è costellata di riconoscimenti, premi e onorificenze tra cui: il XXVIII premio per l’arte Ragno d’Oro dell’Unesco, Premio per la cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri, L’onorificenza di Commendatore della Repubblica per meriti artistici. La Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino gli ha di recente conferito la Laurea Honoris Causa in Design eco compatibile. Ha esposto in oltre 400 mostre personali e collettive in Europa e all’estero. Le sue opere sono conservate in oltre cinquanta musei in tutto il mondo e in molte collezioni private.

Insegna al Politecnico di Torino, all’Università Luiss di Roma e ha tenuto workshop e conferenze presso in prestigiose istituzioni culturali nelle maggiori capitali mondiali.

Franco Donaggio opera a Milano come fotografo e artista dal 1979. Fin dai primi anni della sua attività professionale Donaggio privilegia e approfondisce la ricerca tecnica in ogni aspetto della fotografia; dalla camera oscura allo studio della luce nelle loro infinite possibilità estetiche, arrivando presto alla libertà espressiva che oggi più lo caratterizza nel panorama della fotografia contemporanea. Nel 1992 gli viene conferito il premio ‘Pubblicità Italia’ per la fotografia professionale di still life. Nel 1995 Donaggio realizza il suo primo importante progetto fine art intitolato Metaritratti che lo vedrà vincitore nel1996 del ‘Kodak Gold Award’ Italiano per la fotografia di ritratto. Donaggio dedica sempre maggiore attenzione alla fotografia d’autore e avvia rapporti di collaborazione con galleristi italiani, europei e americani che lo porterà ad essere presente tra i più importanti eventi d’arte fotografica internazionali: Art Miami, Photo LA, AIPAD show, New York; Art Fair, Chicago. L’artista ha realizzato molti progetti, pubblicato in varie riviste, esposto in diverse gallerie e musei in Italia e all’estero, tra le più recenti: Manege Museum, San Pietroburgo; 54° Biennale di Venezia; Museo Marliani Cicogna, Busto Arsizio (Va); Museo la Civitella, Chieti; CAMeC centro d’arte Moderna e Contemporanea, La Spezia; Forte di Bard, Valle d’Aosta; Museo Civico di Chioggia (Ve), ed altri. Le sue opere sono presenti in numerose collezioni pubbliche e private. Donaggio è stato visiting professor all’Accademia di Brera; all’università Cà Foscari di Venezia; all’Istituto Italiano di fotografia di Milano, e commissario di tesi all’Istituto Europeo di Design di Milano.

Museo Civico della Laguna Sud – S. Francesco fuori le mura, Campo Marconi, 1  30015 Chioggia (VE)

orari : martedì, mercoledì ore 9-13; giovedì, venerdì, sabato e domenica ore 9-13/21-23 chiuso il lunedì – ingresso libero

Tel 0415500911 – Fax 0415509581 – museo@chioggia.org

Fino al 30 agosto 2015

B.

Cibo di carta. Mostra sul cibo a Milano

cibo

Chi, non più bambino, non ha mai sentito rievocare le figurine della Liebig e quella del mitico Saladino, o non ha collezionato le cartine delle arance o le più diffuse cartoline? O giocato con le Mucche Caroline, gli infiniti pupazzi e gadget che accompagnavano i prodotti pubblicizzati da Carosello, o non si è fatto venire l’acquolina in bocca davanti al manifesto de “La grande abbuffata”? Tra le numerose mostre previste durante il semestre Expo, quindi dedicate al cibo, spicca per la sua forte originalità “Cibo di carta”, prodotta dalla Fondazione Gruppo Credito Valtellinese e allestita nei prestigiosi spazi espositivi milanesi del Gruppo omonimo in Corso Magenta. Originale e inedita perché muove ricordi, entra nella quotidianità come un fiume di curiosità raccontando il cibo attraverso le rappresentazioni che di esso si sono diffuse grazie a pubblicità, etichette, figurine, gadget, menu, riviste, libri, ma anche a documenti di trasporto, bandi, carte intestate o scatole e manifesti di cinema. Una lunga ricerca che ha consentito la selezione di oltre 500 pezzi, in parte inediti e mai prima presentati, che saranno esposti nell’ex refettorio delle Stelline per cento giorni, fino al 19 settembre, per raccontare le storie del cibo e del costume in Italia dal Quattrocento ad oggi, offrendo un vero e proprio atlante iconografico nazionale della storia dell’alimentazione, tuttora mancante. Ma anche una parallela storia dell’illustrazione, che spazia da autori da riscoprire a firme invece celebri come quelle di Marcello Dudovich, Leonetto Cappiello, Antonio Rubino, Achille Beltrame, Golia, Gino Boccasile, Leo Longanesi, Benito Jacovitti, Walter Molino, Tanino Liberatore… Per rendere veramente unica questa mostra Andrea Tomasetig, il libraio antiquario milanese che ne è fin dall’inizio l’ideatore e curatore, ha riunito il meglio di quattro importanti collezioni private. A partire dalla straordinaria collezione Michele Rapisarda, composta di oltre 12.000 carte illustrate italiane a stampa di uso quotidiano dal Seicento al Novecento (bandi, buoni premio, calmieri, carte da involto, cartoline, cataloghi, figurine, licenze, locandine, riviste, ecc.), in ampia parte imperniata sull’alimentazione, che racconta capitoli centrali della storia del cibo e del costume attraverso un repertorio iconografico raro o poco conosciuto. L’affianca una selezione di libri, manoscritti (molti inediti) e curiosità su carta provenienti dall’importante biblioteca gastronomica di Giorgio Grillo e Linda Pagnotta, composta di oltre mille opere, che coprono con autorevolezza l’intero percorso della gastronomia italiana dal Quattrocento a oggi, dal Platina ai futuristi, fino alle edizioni del secondo Novecento e contemporanee, libriccini Pulcinoelefante e fumetti inclusi. Una terza sezione presenta alcuni degli incredibili materiali pubblicitari che facevano seguito alla messa in onda di Carosello: gadget, giochi, libri, albi, confezioni dei prodotti, pupazzi gonfiabili dalla collezione Carlo Tranchina. La quarta sezione è infine dedicata al cinema italiano dalla seconda guerra mondiale al 2000: manifesti, locandine e fotobuste sorprendenti per l’originalità delle citazioni culinario-cinefile. Alle pareti della Galleria sfila un’autentica cornucopia di divertenti e insolite immagini sul cibo, che rimandano a un’Italia vera, sia popolare sia borghese, dal Neorealismo ai giorni nostri. C’è tutto: il cinema d’autore e la commedia all’italiana. Il tutto proveniente dalla collezione Enrico Minisini. Con questa grande esposizione Tomasetig prosegue, con l’importante contributo della Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, il progetto culturale avviato con una serie di piccole mostre tematiche sul cibo di carta, tutte con il prezioso contributo dell’autorevole storico della gastronomia Alberto Capatti. Progetto che potrebbe vedere come propria ideale eredità un ulteriore e ambizioso sviluppo: la creazione di un Museo dell’Alimentazione, che in Italia curiosamente ancora manca, come auspicabile lascito culturale di Expo. “Intorno alla mostra” sottolineano Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, che curano la direzione artistica della Galleria Gruppo Credito Valtellinese “sono in programma diverse iniziative collaterali, dalle visite guidate ai laboratori didattici, dalla proiezione di film in tema alla lettura scenica di testi d’autore, fino a convegni e tavole rotonde su temi specifici”.

PAPER FOOD / CIBO DI CARTA Galleria Gruppo Credito Valtellinese, Corso Magenta n. 59 – Milano fino al 19 settembre 2015

Orari e ingressi Galleria Gruppo Credito Valtellinese da lunedì a sabato 13.00-19.00 chiuso domenica e 15 agosto Ingresso libero.

S. E.

 

La scultrice austriaca Helga Vockenhuber a Pienza

Pienza, nel cuore della Val d’Orcia, uno tra i luoghi toscani di più intensa poetica bellezza, accoglie tra le sue mura, in piazza Pio II, e all’interno di Palazzo Piccolomini una personale dell’artista austriaca contemporanea Helga Vockenhuber, fino al 30 agosto prossimo.

L’artista, che si esprime prevalentemente con sculture di grandi dimensioni, in bronzo, ha scelto da tempo Pietrasanta per la realizzazione delle sue opere, sempre in Toscana, patria adottiva di molti artisti contemporanei che prediligono il bronzo quale materia creativa, poiché vi trovano le più prestigiose fonderie al mondo per la realizzazione dei loro progetti artistici. Proprio nel centro di Pietrasanta espone nel 2013 sotto il titolo L’anima trovata; da lì ha preso avvio il progetto di una mostra itinerante, promossa anche dallo stesso comune di Pietrasanta, che toccherà più città italiane ed europee ad iniziare da Pienza per poi passare a Firenze – prima dal 5 settembre al 22 novembre prossimi nel Giardino di Villa Bardini e subito dopo dal 27 novembre al 15 dicembre 2015 a Palazzo Medici Riccardi -, Venezia e Vienna.

Pietrasanta e Pienza, oltre ad essere ambedue cittadine toscane ed essere accomunate da questo medesimo progetto espositivo, condividono i principi alla base della loro storica fondazione e progettazione urbanistico – architettonica: la prima di origine medievale, la seconda rinascimentale, frutto di un’idea dell’architetto Bernardo Rossellino ed emblema della “città ideale”, ma ambedue votate a perseguire una scansione di spazi e volumi in perfetto equilibrio, alla ricerca di quell’armonia che consenta all’uomo, centro dell’universo, di riappropriarsi dei propri spazi sociali, fisici ed interiori. E proprio al concetto di armonia si riferisce, e non solo nel titolo, anche questa mostra della Vockenhuber, un’armonia evocata che riconduca l’uomo, attraverso la percezione della bellezza dei luoghi che l’accolgono e la severa imponenza delle sue opere, ad un contatto con la propria interiorità e con quella intensa spiritualità che l’artista manifesta di abitare e perseguire. Le opere in mostra sono mezzi busti monumentali la cui intensa espressività prorompe paradossalmente dall’immobilismo dei volti, con le palpebre e le labbra docilmente chiuse in uno stato di inattività che ci richiama a quella interiorità di ognuno, luogo dello spirito e unico lido di pace, che sembra ammonire la cultura dei nostri tempi tendente al solo edonismo materialistico, supportato da quella tecnologia mediatica che tutto appiattisce e svuota di vera umanità.

Il progetto della mostra Il Dono dell’Armonia, curata da Giuseppe Cordoni e con il coordinamento generale di Patrizia Cerri, si fonda infatti sull’idea di un dialogo tra la scultura e l’architettura che la circonda ed è stata concepita come itinerante, proprio per affermare, in un momento di profondo degrado estetico urbano, quale sia stato e quale potrebbe tornare ad essere il connubio un tempo perseguito fra architettura e scultura e quale sia il potenziale di poesia che da esso può irradiarsi. In ciascun contesto espositivo architettonico – ambientale di questa mostra itinerante (Pietrasanta, Pienza, Firenze, Venezia) le opere bronzee di Helga instaurano un confronto e al tempo stesso un colloquio fra passato e presente; una rappresentazione teatrale scolpita, come un ponte gettato fra spazio e tempo, fra mondo terreno e mondo spirituale, fra la stabilità delle forme architettoniche e la fluidità degli stati d’animo. Sono questi i “dialoghi interiori” che ci suggeriscono i suoi grandi volti scolpiti .

L’inserimento inatteso di queste opere contemporanee ne rompe la visione acquisita, tornando ad esaltarne, per contrasto, la forza originaria. Queste“nuove” opere del nostro tempo vi aggiungono la grazia del loro dono. Dono su dono, dunque; secondo quel prodigio che vuole il tesoro poetico d’ogni opera d’arte come un pane che si moltiplica inesauribile e condivisibile e che genera gratitudine e Amore. Il misticismo di cui le opere della scultrice Helga Vockenhuber sono ammantate è frutto dell’amore sincero che ella pone nel suo fare. Alla specifica valenza estetica che ognuna di essa possiede infatti si aggiunge una sacralità intrinseca che accompagna l’artista dal concepimento dell’idea primigenia alla sua fusione in bronzo dopo averne modellato l’argilla e poi la cera.

Nel percorso espositivo di “Il Dono dell’Armonia” ogni opera monumentale entra nel contesto architettonico prescelto di questo lungo percorso, come una presenza-personaggio-emblema che ne connota il dispiegarsi come d’una sacra rappresentazione.

Il dono dell’Armonia è il titolo di questa mostra itinerante ed è ciò che ci lascia l’Artista, un messaggio che travalica il tempo e lo spazio e ci porta un eterno invito al percorso di pace e speranza che continuamente si rinnova.

 

Barbara Izzo e Arianna Diana

Burri e Pistoia. La Collezione Gori e le fotografie di Amendola

A Palazzo Sozzifanti di Pistoia, fino al 26 luglio prossimo, è aperta la mostra “Burri e Pistoia. La Collezione Gori e le fotografie di Amendola”, promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e Pescia e curata da Bruno Corà, con opere della Collezione Gori, della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello e fotografie di Aurelio Amendola.

A cento anni dalla nascita, molti Paesi – e su tutti gli Stati Uniti – renderanno omaggio al grande artista umbro che ha demolito e riconfigurato la pittura occidentale.

Un anniversario che anche la città di Pistoia celebra con una grande mostra.

Il percorso espositivo presenta un nucleo significativo di lavori appartenente alla collezione di Giuliano Gori, grande amico di Burri fin dagli anni Sessanta, decennio in cui appaiono i “Legni” le “Combustioni”, i “Ferri”, le “Plastiche” che definiscono in modo emblematico il rapporto di Burri con ‘la materia’ da trasformare in pittura. Le opere in mostra sono affiancate da un ricco repertorio di fotografie di Aurelio Amendola, a lungo collaboratore e testimone dell’azione artistica del Maestro. Istantanee che forniscono un fedele ritratto dell’artista e dell’uomo. L’immagine più celebre di Burri proviene proprio dall’obiettivo di Amendola: parte di una spettacolare serie di scatti delle “Combustioni” realizzate nell’atelier di Morra nel 1976.

Le opere di Burri, in un ideale dispiegamento dei suoi più significativi esiti, dai Catrami alle Muffe, dai Sacchi alle Combustioni e ai Legni, dai Cretti fino ai Cellotex, rendono emblematica la grande lezione di questo Maestro che con la città di Pistoia ebbe un particolare e amichevole rapporto, tuttora testimoniato dal Grande Ferro Celle, scultura progettata espressamente dall’artista nel 1986 per lo spazio aperto lungo la strada che unisce Montale a Pistoia, nel punto di accesso alla Fattoria di Celle di Santomato, sede della Collezione Gori. Perfettamente inserita nell’ambiente circostante, la scultura, attraverso l’incrocio di ogive metalliche, dà origine a differenti inquadrature e punti d’osservazione del paesaggio. Fa parte della serie di sculture che Burri soleva realizzare in occasione di avvenimenti straordinari quali la Biennale di Venezia o Kassel.

In mostra, oltre ai notevoli pezzi della collezione Gori, riferibili in gran parte agli anni Cinquanta, si potrà ammirare l’opera di rilevante valenza storica Sacco, del 1952, prestata dalla Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello. I Sacchi – considerati la risposta dell’arte italiana ai linguaggi dell’informale – rappresentano un pezzo importante della storia di Burri e dell’Italia dopo l’ultima guerra.

La Fondazione Cassa di Risparmio di Pescia e Pistoia, rende omaggio a questo indiscusso protagonista della scena artistica moderna e contemporanea con un allestimento che porta la firma dell’architetto Tiziano Sarteanesi, storico curatore degli allestimenti delle esposizioni dell’artista.

Iniziative analoghe troveranno svolgimento in alcune metropoli internazionali come Bruxelles, Seul, New York (dove il 9 ottobre sarà aperta presso il Guggenheim Museum una grande mostra retrospettiva) e Düsseldorf. L’esposizione è inserita nel programma “Toscana del ‘900” realizzato dalla Regione in collaborazione con la Consulta delle Fondazioni toscane in occasione di Expo Milano 2015.

Burri e Pistoia. La collezione Gori e le fotografie di Amendola

Pistoia, Palazzo Sozzifanti, ingresso Vicolo dei Pedoni, 1

Fino al 26 luglio 2015

Orari: Martedì-Venerdì dalle 14.30 alle 19.30; Sabato e Domenica dalle 10 alle 18

Ingresso: € 3,00 – gratuito per studenti, over 65 e possessori dei biglietti del festival Pistoia – Dialoghi sull’uomo

Catalogo in mostra: Edizione Gli Ori; 176 pp.; con testo inglese a fronte; euro 30,00. Durante la mostra sarà venduto al prezzo speciale di euro 25,00

 

Delos

 

 

“Lungo le impervie vie del colore”. 7 mostre per la Lomellina

Prosegue a Castello d’Agogna la stagione espositiva “Arte solidale a Castello Isimbardi” promossa dalla Fondazione Vera Coghi, con i proventi devoluti al Poliambulatorio della stessa Fondazione Vera Coghi e al Reparto di Chirurgia Pediatrica dell’Ospedale S. Matteo di Pavia.

“Lungo le impervie vie del colore” con le opere di Augusta Bariona, Cesare Giardini, Roberto Sommariva è un’esposizione inserita all’interno della rassegna “7 mostre per la Lomellina”, a cura del prof. Giuseppe Castelli e dedicata a 23 fra i più importanti artisti della Lomellina.

Scrive Giuseppe Castelli: “Il colore è la porta che ci introduce nella magia della pittura, solo attraverso le sue impervie vie si raggiungono l’incanto, l’estraniamento emozionale. Questo è ciò che suggerisce il raffinato gusto cromatico dei tre artisti in mostra che, attraverso percorsi completamente diversi, hanno saputo accettare la sfida e far vivere la loro pittura attraverso la forza dirompente del colore”.

Augusta Bariona vive a Rosasco nella campagna pavese e da sempre si dedica all’arte nelle sue più svariate accezioni, dalla pittura alla poesia. Nel 2012 a Rosasco realizza con Francesco Silvano Contiero l’opera monumentale “Pioggia di stelle”. I quadri esposti a Castello Isimbardi evidenziano una forte ricerca spirituale dove l’interiorità diventa l’unica strada percorribile. La sua è un’osservazione costante dell’Universo, acquarello, olio, carte veline, colori alimentari, collage.

Cesare Giardini, classe 1948 da Vigevano, è artista eclettico formatosi all’Accademia di Belle Arti Brera a Milano. Le opere esposte a Castello Isimbardi ribadiscono come il tema del viaggio per Cesare Giardini vada inteso come luogo della memoria e della fantasia, ma soprattutto, grande metafora dell’esistenza. Scrive lo stesso artista: “Quello che ci resta di un viaggio sono piccole cose che, però, entrano nella coscienza: le luci, gli sguardi, i profumi e le nuvole”.

Roberto Sommariva è artista di Mortara. La sua produzione predilige i colori acrilici su carta stropicciata e si fonda sulla coraggiosa sintesi tra ricerca materica e ricerca cromatica. In particolare Sommariva usa la carta da spolvero, che a contatto con i colori acrilici prende nuova vita, “nascondendo” in parte il gesto del pittore. Solo così riesce a salvaguardare la libertà espressiva. Nel 2007 ha vinto il 1° Premio Donato Frisia nella V Edizione della città di Merate.

“Arte solidale a Castello Isimbardi” prevede inoltre le seguenti esposizioni:

  • “Opere dalla collezione del Museo della Permanente di Milano” (sino al 20 giugno) a cura di Franco Poma e Giuseppe Castelli con 35 dipinti di altrettanti principali testimoni e protagonisti dell’arte italiana del Novecento come Carlo Carrà e Felice Casorati.
  • “Acqua e terra per nutrire. I paesaggi di Lomellina nelle mappe storiche dell’Archivio Isimbardi di Castello d’Agogna” (sino al 31 ottobre) a cura di Riccardo Rao è una stupefacente mostra cartografica di 40 mappe e disegni originali del XVII e XVIII secolo che testimoniano la storia dei paesaggi lomellini nei secoli passati;
  • “Scritti e ricordi di un ufficiale tedesco a Castello Isimbardi” (sino al 31 ottobre) a cura di Luigi Pagetti e Andrea Fraune con carteggi, fotografie e documenti inediti;
  • “Ferdinando Tugnoli. 1913-1974” (sino al 31 ottobre) dedicata al pittore bolognese allievo di Giorgio Morandi.

Inoltre dal 4 luglio al 31 ottobre a cura della critica d’arte Chiara Gatti si svolgerà la prima grande retrospettiva dedicata allo scultore di Valle Lomellina Alberto Ghinzani.

Infine dal mese di luglio sarà possibile ammirare nel parco del castello una micropila in legno dell’anno 1930 che riproduce in piccolo il processo della lavorazione del riso gentilmente concessa da Ente Nazionale Risi e sponsorizzata dalla società CURTIRISO di Valle Lomellina;

Ente Nazionale Risi e Curtiriso sostengono il progetto “Arte solidale a Castello Isimbardi” insieme a Comune di Castello d’Agogna, Comune di Lomello, Banca Popolare di Vicenza.

Fondazione Vera Coghi – Castello Isimbardi

Piazza Vittorio Emanuele 37, Castello d’Agogna (PV)

Tel. 0384 296584

Orari di apertura al pubblico

venerdì 15.00 – 20.00; sabato e domenica 10.00 – 19.00

 

de Angelis

 

La scuola del Perugino bussa alle porte di Villa Carlotta

3.Foto_QuadroIntero_LLDGli elementi compositivi ci sono tutti e lo Spettrometro Bruker Alpha ne ha confermato l’autenticità grazie ai propri sofisticati mezzi: la “Madonna con Bambino e San Giovannino” ritrovata nelle collezioni di Villa Carlotta, Museo e Giardino Botanico sul Lago di Como, è un capolavoro della Scuola del Perugino del XVI sec. L’opera, che farà parte delle collezioni permanenti della Villa, rimarrà in mostra fino all’8 novembre.

Un’esposizione che mixa l’antico con la tecnologia. Infatti a compendio dell’antica tavola esposta saranno messi a disposizione del pubblico dei tablet che permetteranno di “esplorare” virtualmente il dipinto. Un morphing permetterà di comprendere le somiglianze tra l’opera recuperata dalla dimora tremezzina e le altre Madonne del maestro fiorentino mentre i più piccoli potranno interagire con il quadro eseguendo un restauro virtuale, passando il dito sull’immagine riprodotta e pulendo la zona toccata.

In particolare, l’allestimento sarà arricchito da una riproduzione 3D dell’opera che permetterà anche alle persone non vendenti di apprezzarne la bellezza.

Ma la vista non sarà l’unico senso coinvolto per apprezzare l’armonia dell’antica tavola. Infatti Villa Carlotta, in collaborazione con la profumeria del Castello di Genova, da luglio proporrà per i propri ospiti anche un percorso sensoriale fatto di profumi ed essenze che sono le stesse in voga al momento dell’esecuzione del quadro.

Un viaggio nei colori, nella sensualità e delicatezza delle forme ma anche nelle antiche fragranze dimenticate per apprezzare un’opera che è pura poesia visiva e patrimonio culturale tutto da scoprire. E Villa Carlotta non è solo protagonista della scoperta ma anche deus ex machina della complessa operazione di recupero.

Il dipinto su tavola, a lungo stimato come una copia di fine Ottocento della Scuola del Perugino, si avvale oggi della nuova datazione grazie a un accurato lavoro di pulitura a cura di Paolo Aquilini – restauratore interno della dimora tremezzina – e dello studio milanese di Barbara Ferriani e alla successiva analisi dei pigmenti color blu del quadro. Il lavoro è stato affidato dall’antica Dimora al Laboratorio di Ricerca di Chimica Analitica dell’Università degli Studi dell’Insurbia. Un team di professionisti, grazie all’utilizzo dell’innovativa tecnica della Spettroscopia Infrarossa in Riflessione Esterna – procedimento che permette l’analisi senza prelievi di campioni dall’opera – ha confermato la veridicità della datazione per la parte inerente al mantello della Madonna.

Oltre alle prove scientifiche, accreditano la scoperta anche lo stile e la tavolozza dell’opera. Sono molte, infatti, le “assonanze visive” tra la “Madonna con Bambino e San Giovannino” e le tele cinquecentesche, a partire dal classico schema compositivo a tre dove la raffigurazione della Madonna, Gesù e San Giovannino ripropone un canovaccio progettuale tipico della pittura tra il XV e XVI secolo e creano un link immediato a quella del Perugino. Un rapporto che è confermato anche dalla fisionomia di Maria, dall’aspetto aggraziato di Gesù e San Giovannino, dall’equilibrio della posa e della composizione e suggellato ulteriormente dalle cromie nitide e dalla luce tersa.

“Il ritrovamento del dipinto che va ad arricchire le nostre collezioni d’arte permanete ci riempie di emozione – annuncia Serena Bertolucci, Direttrice di Villa Carlotta – Un capolavoro ritrovato, un contributo alla Bellezza che da sempre la nostra cultura sa esprimere e che diventerà patrimonio del mondo”.

Una scoperta, quella di Villa Carlotta, che racchiude anche una sfida. Infatti se la datazione è certa, il nome dell’autore rimane ancora sconosciuto. E bisogna cercarlo tra gli allievi e i seguaci del Perugino. Chi sarà? Come trovarlo tra i numerosi assistenti del Maestro fiorentino? Chi, tra i pittori delle sue botteghe, è l’artista? Quesiti che rendono l’opera misteriosa e affascinante. Tappa obbligata da visitare.

Villa Carlotta è una dimora del tardo ‘600 situata a Tremezzo, sul Lago di Como. È un luogo dove capolavori della natura e dell’ingegno artistico convivono in perfetta armonia in oltre 70 mila metri quadri visitabili tra giardini e strutture museali. Favorito dall’eccezionale fertilità del suolo, il parco di Villa Carlotta è celeberrimo per la stupefacente fioritura primaverile dei rododendri e delle azalee in oltre 150 varietà. In realtà ogni periodo dell’anno è adatto per una visita. In un itinerario tra antichi esemplari di camelie, cedri e sequoie secolari, platani immensi e essenze esotiche si susseguono infatti sorprendenti incontri: il giardino roccioso, la valle delle felci, il bosco dei rododendri, il giardino dei bambù, il museo degli attrezzi agricoli e straordinari scorci che ben giustificano la fama di questo luogo, fin dall’Ottocento considerato “un angolo di paradiso”.

Meta privilegiata di visitatori provenienti da tutto il mondo per ammirare il suo patrimonio floreale e artistico che annovera opere da Antonio Canova a Francesco Hayez, la Villa è anche membro dei più prestigiosi circuiti artistici e botanici d’Italia: circuito dei Grandi Giardini Italiani, Rete degli Orti Botanici della Lombardia, Rete Museale dell’800 lombardo ( insieme a prestigiose istituzioni quali la Pinacoteca di Brera e la Galleria d’Arte Moderna di Milano),circuito delle case-museo della Lombardia.

Villa Carlotta gestita da un Ente Morale dal 1927, destina tutti gli introiti derivanti dai biglietti di ingresso “esclusivamente” ad opere di miglioramento della villa stessa e del suo parco botanico, demanio dello stato.

Antonella Maia

 

 

L’alfabeto della memoria di Bruskin a Venezia

Bruskin 1

Un misterioso alfabeto costituito da 160 personaggi: angeli, demoni con il volto di animali, figure trafitte da un fulmine, uomini che portano sulle spalle la loro ombra, o scrutano nei segreti del libro. Per la sua prima esposizione a Venezia Grisha Bruskin, uno dei più importanti artisti russi viventi, apprezzato e riconosciuto a livello internazionale almeno dalla metà degli anni ‘80, ha scelto il progetto “Alefbet”: cinque grandi arazzi (2,80m x 2,10) rappresentano il cuore della rassegna, cui si giunge tuttavia esaminando in precedenza i disegni preparatori dell’artista, i gouaches e 6 straordinari dipinti, ossia le diverse tappe in cui si è articolato questo complesso e affascinante “archivio del segno”. Una sintesi densissima, che fa memoria di una millenaria tradizione, quella ebraica del Talmud e della Kabbalah, nel momento stesso in cui la rivela come possibile e permanente chiave di lettura simbolica della nostra storia e del nostro presente. “Alefbet” è una rassegna di eccezionale impatto visivo, che non potrà lasciare indifferente il visitatore, accompagnato e coinvolto nel percorso da una serie di originali apparati multimediali, realizzati in collaborazione con CamerAnebbia-Milano di Marco Barsottini, che evidenzieranno la formidabile carica narrativa dell’opera di Bruskin. Alla fine degli anni ‘50 Bruskin scopre nella tematica ebraica un soggetto del tutto nuovo per la realtà sociale e l’arte sovietica, dato che in URSS mancava in modo categorico una qualsiasi forma di vita ebraica quotidiana e religiosa. Bruskin vi giunge in maniera, per così dire, indiretta: proveniva infatti sì da una famiglia ebrea, di scienziati, lontana però da problematiche religiose. La sua comprensione di essere ebreo, la sua ebraicità, avviene perciò, come ribadirà ripetutamente, attraverso i libri e i racconti dei parenti. Un’esperienza che si configura quindi come una vera e propria ricostruzione archeologica, che lo conduce a uno stile particolare e originalissimo, in cui i frammenti di un passato perduto e riafferrato sembrano scaturire, almeno inizialmente, da una specie di carnevale pittorico un po’ fiabesco, ricco di motivi allegorici e simbolici ma anche surrealisti. Un forte cambiamento, anzi una vera rottura, si registra negli anni ‘80 quando Bruskin comincia a frequentare i maggiori esponenti della Soc Art, Prigov, Orlov, Lebedev. Da questo momento il suo stile cambia, e da un primitivismo un po’ ornamentale giunge a una maniera asciutta che assume il sembiante plastico dai poster sovietici (nello stesso stile in cui Kabakov fa la serie dedicata alla Kommunal’ka). L’interesse di Bruskin per la produzione ideologica sovietica nasce di sicuro in seguito alle frequentazioni con i soc-artisti, ma mentre Orlov guarda alla monumentalità del regime, Bruskin è più attratto dalle statue più modeste di pionieri, soldati e lavoratori che abbellivano facciate e parchi al tempo di Stalin. Ma il tema ebraico non viene dimenticato, anzi rimane in parallelo alla problematica sovietica: l’artista scrive che tra l’approccio talmudico e quello marxista c’è molto in comune.

Bruskin 2Nel suo Fundamental’nyj leksikon (1986), una specie di grammatica bruskiniana, origine e sintesi di tutta la sua lingua, l’artista compie un’opera di sistematizzazione del sistema segnico sovietico con la stessa accuratezza con cui nella Torah si elencano i peccati dell’umanità: in ogni celletta c’è una statua di gesso che tiene in mano un segno visivo, una medaglia, il modellino del mausoleo di Lenin, un segnale stradale o una carta geografica. Bruskin ricerca in sostanza una lingua meno esoterica rispetto ad altri suoi compagni, privilegia il racconto, la narrazione. È come se si presentasse a nome di un archeologo del futuro, che cerca di comprendere il senso degli artefatti di una civiltà passata. Questa apertura era dettata anche dalle mutate condizioni politiche. Non c’era più il pubblico ristretto degli anni ‘70, che spesso coincideva con gli artisti stessi, per mostre che avevano sede nei loro appartamenti. Ai tempi della perestrojka invece si afferma finalmente la possibilità di fare mostre in sale espositive e quindi di esporre lavori anche di grandi dimensioni. Fundamental’nyj leksikon fu esposto a Mosca nel 1987, in una sala della Kashirka, la sede degli episodi artistici più importanti della fine degli anni ‘80, alla mostra “L’artista e la contemporaneità”. In quella circostanza Bruskin – con il suo linguaggio nitido e i suoi quadri finemente dipinti – si affermò come l’artista più importante della perestrojka. Fu un momento molto importante perché, nonostante il potere ufficiale cercasse di costruire un caso intorno alla mostra, una parte dell’opera fu acquistata dal famoso regista Milos Forman che era stato invitato ufficialmente da Gorbacev e in questo modo cadde il divieto di esporre arte non ufficiale in URSS. Non solo. Dopo un anno Fundamental’nyj leksikon ebbe un ruolo fondamentale per il mercato dell’arte russa. A un’asta diventata famosa di Sotheby’s venne venduto infatti per 200.000 sterline, mentre poco prima Otvety di Kabakov era stato venduto per appena 38.000 dollari. Comincia il boom russo: Bruskin si trasferisce a New York e inizia ad aumentare il formato delle figure di Fundamental’nyj leksikon, che divengono sculture monumentali ma in seguito anche statuette di porcellana e poi arazzi. Il progetto “Alefbet” è appunto una parte essenziale di questo lungo e complesso macrotesto bruskiniano. Un alfabeto cucito, materico. Un archivio che si fa testo. Scrive l’artista che il giudaismo, per ragioni storiche, non ha creato un corrispettivo artistico equivalente alle sue iniziative spirituali. «Io ho sempre sentito un vuoto culturale e ho voluto riempirlo con un livello artistico individuale. Gli ebrei sono il popolo del Libro, il libro è il loro simbolo fondamentale: il libro è il mondo e il mondo è il libro, il libro è il proto modello della mia arte e di Alefbet in particolare». «Mi rapporto ad Alefbet come a una concezione artistica e nient’altro, come a una sorta di gioco di biglie. Era importante per me creare qualcosa in forma di pagine, di palinsesto, di scrittura, di notizia, di commento… Alefbet è anche scritture misteriose, rebus, un dizionario mitologico, sviluppa la lingua in un sistema di simboli e mitologemi, allegorie che bisogna essere capaci di decifrare, indovinare. Dove occorre trovare la propria personale spiegazione. Lo sfondo è rappresentato da scritture e sopra vi sono posizionati i personaggi, che sono 160. Tra di essi non succede nulla, sono solamente rappresentati e sono collegati dal contesto. Ogni eroe è dotato di un accessorio e diviene una figura simbolo, una figura mitologema, una di quelle figure che creano una sorta di dizionario, collezione, alfabeto che in ebraico si dice appunto alefbet. “Alefbet” è il mio personale commentario al Libro». L’arazzo è accompagnato da un commentario ai commentari, che è scritto dall’artista. Lo spettatore, seguendo la tradizione del Talmud, deve aggiungere i propri commentari ai commentari dell’artista e in questo modo potrà avvicinarsi alla verità. “Alefbet” è una sfinge che pone degli enigmi allo spettatore. Usando una metafora della Kabbalah si può dire che ogni elemento dell’opera, fino al personaggio più accessorio, è una piccolissima particella del mistero complessivo della storia, una scintilla di luce. Lo spettatore, muovendosi da un mitologema a un altro, percependone il senso e le relazioni, mette insieme le schegge ricostruendo il significato del quadro. Grisha Bruskin (Grigory Davidovich Bruskin) nasce a Mosca nel 1945. Nel 1968 termina gli studi presso l’Istituto tessile di Mosca e l’anno successivo entra nell’Unione degli artisti dell’URSS. La sua prima mostra personale, allestita nel 1983 a Vilnius, viene chiusa pochi giorni dopo l’inaugurazione per ordine del Partito comunista lituano. L’anno successivo un’altra sua mostra, ospitata alla Casa centrale dei lavoratori dell’arte di Mosca, viene chiusa a un giorno dall’apertura per ordine della Sezione moscovita del Partito comunista. La sua prima mostra non censurata, L’artista e la contemporaneità, apre al pubblico nel 1987 presso la sala espositiva Kashirka di Mosca. Il 7 luglio 1988, in occasione della prima asta organizzata da Sotheby’s a Mosca, sei opere di Bruskin vengono battute a un prezzo record per l’arte contemporanea russa. Nello stesso anno l’artista prende la residenza a New York, dove avvia la collaborazione con la Marlborough Gallery. Nel 1999 realizza su commissione del Governo tedesco il trittico monumentale La vita sopra tutto per il Reichstag di Berlino. Nel 2005 partecipa all’imponente mostra collettiva Russia! allestita al Guggenheim di New York. Nel 2012 vince il premio Kandinsky per l’arte russa contemporanea per il progetto H-Hour. Oggi l’artista vive e lavora a Mosca e New York. “Grisha Bruskin. Alefbet: Alfabeto della memoria”. Fondazione Querini Stampalia, Venezia, Campo Santa Maria Formosa, Castello 5252 Fino al 13 settembre 2015, da martedì a domenica con orario 10-18. Chiuso il lunedì. Ingresso: libero.

Sara Bossi