Arts & New Media Room a Ravenna

Il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna  ha un nuovo spazio di sperimentazione creativa, luogo versatile di condivisione e di partecipazione nel quale si condenseranno e si ibrideranno funzione espositiva e funzione laboratoriale: la Arts & New Media Room, che rappresenta l’anima più innovativa e sperimentale del museo.
Con il nuovo spazio ci si prefigge di stimolare nuovi ed inconsueti processi creativi ospitando periodicamente eventi espositivi dedicati ai più innovativi territori della contemporaneità, installazioni ambientali, performance, ma anche momenti di formazione con esperti, laboratori e residenze artistiche, che consentiranno inoltre di sondare il rapporto fra la creatività artistica e le nuove frontiere della tecnologia.

“La Arts & New Media Room ospita Spazio Neutro, un percorso espositivo curato direttamente dal museo e nel contempo è il punto di contatto con l’effervescente creatività che gravita attorno al MAR, che trova così nuovi spazi e nuove opportunità. Prosegue quindi il percorso per rendere il MAR sempre più aperto, connesso e accessibile. Una piattaforma di socialità, attenta al benessere dei cittadini, che fa delle relazioni e dell’innovazione la sua cifra distintiva” (Roberto Cantagalli, direttore del MAR ).

L’attivazione dell’Arts & New Media Room è stata resa possibile grazie alle risorse derivanti dal progetto di inclusione digitale Digital Unite, finanziato con fondi PR FESR-Regione Emilia-Romagna 2021/27 e dal progetto VALUE PLUS, finanziato nell’ambito del programma europeo Interreg Italia – Croazia 2021/27.

“Con il progetto Spazio Neutro il MAR si arricchisce di un nuovo luogo e una nuova funzione. Una Project Room pensata, come avviene in tanti musei europei e nel mondo, per ampliare le possibilità del museo di ospitare e sostenere progetti di artisti e artiste: uno spazio dove la stessa fruizione possa essere immaginata in modi inediti e sperimentali. Un ulteriore passo di apertura del museo alla città e al contemporaneo” (Fabio Sbaraglia, Sindaco f.f. del Comune di Ravenna ).

Il primo percorso espositivo di SPAZIO NEUTRO è dedicato all’artista Diego Miguel Mirabella.

SPAZIO NEUTRO è un progetto che propone al pubblico un punto di vista alternativo nella visione delle opere d’arte.

Il museo, nella sua caratterizzazione più classica, e per convenzione, richiede una certa distanza dall’opera per la sua fruizione, richiede compostezza formale, chiede silenzio. La visione di una collezione in un museo è sempre dettata da principi museologici e museografici che in questo spazio neutro, vengono ribaltati, cercando di modificare la relazione con le opere lì installate.

Il progetto, ideato e diretto da Giorgia Salerno, curatrice e conservatrice delle collezioni del Museo, vedrà la presenza di artisti contemporanei chiamati a ripensare la propria opera in relazione allo spazio fornendo al pubblico un modo alternativo di vivere l’opera e abitare pienamente l’ambiente. Alla base della programmazione, inoltre, vi è l’esigenza di affrontare tematiche attuali che coinvolgono i musei internazionali, come l’evoluzione del museo relazionale, la decolonizzazione delle collezioni e le IA generative.

Il progetto di Diego Miguel Mirabella, creato specificamente per il Museo e visitabile fino al 2 febbraio prossimo, si estende a tutte le pareti dello spazio. Non ci sono confini nel diramarsi dell’ornato, interrotto solo dall’artificio della luce riflessa delle finestre della sala creato dall’artista. La decorazione, che prende ispirazione dalle memorie visive dell’artista e dall’ornato musivo ravennate, diviene qui un paesaggio in continua evoluzione narrativa, stilistica e cromatica. Mirabella si muove su diversi registri culturali, dall’Occidente all’Oriente e, spaziando dalla pittura alla scultura, utilizza la decorazione ornamentale come una vera e propria lingua visiva, che a volte si intreccia con la parola al fine di narrare storie che, in questa occasione, conducono lo spettatore in una dimensione quasi onirica, in cui gli elementi si celano o si mostrano a chi guarda. I pigmenti presenti sulle pareti, uniti alla polvere di mosaico, avvolgono il pubblico che, come immerso nello spazio, diviene parte integrante dell’opera, della storia narrata dall’artista. Lo spazio continua la sua vita anche di notte, quando la luce artificiale esterna attraversa le finestre e si sovrappone all’illusione visiva creata dall’artista, custodendo una segreta felicità. Per la natura coinvolgente del progetto e con l’obiettivo di offrire un nuovo punto di vista, il pubblico potrà sostare all’interno dello spazio in modo informale, sedendosi per terra, sdraiandosi o nella modalità che più riterrà comoda per entrare in relazione con l’opera d’arte.

MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, Arts & New Media Room aperto dal martedì –al sabato alle ore 9.00 – 18.00, e domenica alle ore 10.00 – 19.00; dal 14 gennaio l’orario di apertura della domenica sarà 15.00 – 19.00; ingresso compreso nel biglietto del Museo.

MAR anche per la fotografia

Montagne per Sandra Tenconi a Pavia

Presso lo Spazio per le Arti Contemporanee del Broletto di Pavia, è allestita la mostra dell’artista nata a Varese, ma residente a Pavia dal 1977, Sandra Tenconi dal titolo “Montagne 1964-2024”, che rimarrà aperta fino al prossimo 26 gennaio.

Le montagne sono profondamente sentite dall’artista ancor prima che dipinte. Sandra Tenconi procede per grandi cicli tematici e le montagne sono uno di questi, e tutti sono contraddistinti da un rapporto intimo e personale con la natura. Il paesaggio non viene semplicemente raccontato, perché la sua non è una pittura descrittiva, ma di emozione e il paesaggio diventa un paesaggio dell’anima. La mostra è un’antologica dedicata alle montagne, perché raccoglie quelle opere che meglio contraddistinguono la sua produzione, alcune delle quali mai esposte e pubblicate, che fanno parte dell’inizio della sua carriera artistica.

Organizzata dal Comune di Pavia, la mostra “Montagne 1964-2024”, a cura di Francesca Porreca, presenta oltre ottanta opere fra disegni, tele e pastelli.

I soggetti principali delle opere in mostra non sono semplici diorami di luoghi, ma diventano espressioni di stati d’animo e sentimenti interiori. lo Skyline delle vette montuose, in particolare, occupa un posto speciale nella sua opera: dalle Alpi italiane alle cime svizzere, fino alle vette della Shenandoah Valley negli Stati Uniti, ogni paesaggio montano viene trasformato in una sorta di “ritratto” spirituale, dove la materia cromatica si fa portatrice di emozioni complesse.

Nella poetica dell’artista la natura si presenta spesso in una condizione “sospesa” tra realtà e immaginazione. Le sue montagne non sono solo fisicamente riconoscibili ma anche sublimemente astratte, tanto che sembrano galleggiare in un’atmosfera rarefatta, tra luci, ombre e slanci cromatici improvvisi. Questo dialogo tra presenza fisica e trascendenza spirituale diventa uno dei tratti distintivi della sua visione naturalista, che si nutre tanto di contemplazione quanto di emozione.

Le opere di Tenconi non si limitano a rappresentare la natura in maniera realistica, ma ne colgono l’essenza più profonda, vogliono essere anche una profonda riflessione dell’artista sulla fragilità e la caducità della natura, che dimostra il suo essere in simbiosi con essa.

Orari di apertura: da giovedì a domenica 15-19 con ingresso libero. Informazioni: cultura@comune.pv.it

De Angelis (anche per la fotografia)

“Romanzo italiano” al MO.CA. di Brescia

Si è inaugurata con successo negli spazi del MO.CA Centro per le nuove culture di Palazzo Martinengo di Brescia la mostra fotografica di Franco Carlisi e Francesco Cito “Romanzo italiano”, patrocinata dal Comune di Brescia, curata da Giusy Tigano e organizzata da GT Art Photo Agency in collaborazione con SMI Group.

«L’idea del progetto espositivo “Romanzo italiano” – ha raccontato la curatrice Giusy Tigano – l’ho avuta in mente e nel cuore per diversi anni, ma ha preso forma per la prima volta lo scorso autunno negli spazi espositivi di Palazzo Brancaccio a Roma. il MO.CA di Brescia è dunque la seconda tappa di questa mostra, resa possibile innanzitutto dalla collaborazione con SMI Group, che da subito ha sposato la proposta di una lettura parallela, armonica e poetica sul tema del matrimonio con le foto di Carlisi e Cito».

A questo proposito, il CEO di SMI Group Cesare Pizzuto ha ricordato la sinergia che si è subito creata fra SMI Group e Giusy Tigano: «Ci siamo incontrati poco più di un anno fa e noi di SMI Group abbiamo trovato il progetto estremamente interessante, molto vicino a quelli che sono i nostri valori. SMI Group è un’azienda creativa che ha nel suo ethos la passione per la bellezza, per cui ha sentito nelle sue corde la volontà di dare un contributo alla realizzazione di questo progetto».

Enrico Cinti, Direttore Generale di SMI Group, ha poi aggiunto: «Crediamo moltissimo nella fotografia come mezzo di espressione privilegiato, e in particolare abbiamo creduto da subito a questo meraviglioso progetto espositivo proposto da Giusy Tigano. Non solo perché Franco Carlisi e Francesco Cito sono due straordinari autori, ma perché “Romanzo italiano” mette in contrapposizione due punti di vista differenti, in due realtà territoriali tanto diverse ma altrettanto caratterizzate quando si parla di matrimonio. Questa seconda mostra è l’inizio di un percorso che vedrà in futuro SMI Group continuare a collaborare con GT Art Photo Agency e ad appoggiare eventi di questo tipo, che permettono di conoscere realtà importanti e farle scoprire al pubblico, oltre a incontrare artisti come Carlisi e Cito, che portano avanti il loro lavoro con grande passione, professionalità ed entusiasmo».

Francesco Cito ha raccontato le origini del progetto “Matrimoni Napoletani”: «Ho iniziato a fotografare matrimoni quasi per caso. Mi trovavo in taxi a Napoli, la mia città natale, quando vidi due sposi che stavano facendo un servizio fotografico prima di andare a sposarsi a Castel Dell’Ovo, dove si celebrano matrimoni tutti i giorni tranne la domenica per non sovrapporsi alle cerimonie liturgiche. Quel giorno è stata la prima volta che mi resi conto della teatralità del rito nuziale a Napoli, di quanto sia importante il giorno del matrimonio per la cultura napoletana, un rito che non riguarda solo gli sposi ma coinvolge un’intera comunità. Ho conosciuto molti fotografi che abitualmente facevano servizi matrimoniali, ma per me, che normalmente fotografavo tutt’altro, era importante raccontare ciò che non si vede, ciò che gli stessi sposi non vorrebbero che si notasse, tutto quello che rimane nascosto dietro le quinte».

La mostra “Romanzo italiano” presenta 120 fotografie in bianco e nero di due dei fotografi italiani di maggior rilievo a livello internazionale, i quali si confrontano creando una narrazione condivisa sul tema del matrimonio.

Le immagini di Carlisi e Cito ci offrono un racconto visivo profondo e originale, un romanzo per immagini che sfida la fotografia matrimoniale tradizionale, distaccandosi dagli stereotipi di stile e linguaggio. La loro è un’esplorazione visionaria, che narra con toni poetici, ironici e disincantati le emozioni e i molteplici aspetti relazionali e sociali del matrimonio.

Le fotografie di Franco Carlisi sono una selezione del più ampio progetto “Il Valzer di un giorno”, vincitore del Premio Bastianelli nel 2011 e del Premio Pisa nel 2013. Il lavoro si concentra sulle nozze in una Sicilia nascosta, lontano dalle convenzioni, catturando l’essenza di un momento che si svolge oltre la rappresentazione scenica del matrimonio. Le immagini, dal grande impatto visivo e quasi barocche nella loro intensità, raccontano scene in cui il tempo rimane in sospensione per cogliere dettagli intensi e spontanei, come un abbraccio, uno sguardo, la lacrima di una sposa o la commozione di un genitore.

La selezione fotografica di Francesco Cito proviene dal progetto “Matrimoni Napoletani” (o “Neapolitan Wedding”), vincitore del prestigioso World Press Photo nel 1995 (categoria “Day in the Life”, 3° premio). Anche in questo caso, l’autore abbandona la monotonia della fotografia matrimoniale convenzionale per creare un linguaggio visivo nuovo, fortemente autoriale, che esplora le dinamiche sociali del matrimonio con occhio critico e riflessivo.

Il libro-catalogo della mostra, realizzato in edizione limitata per l’evento di apertura di Roma e che può essere acquistato scrivendo a info@gtartphotoagency.com, presenta due testi di approfondimento scritti da Andrea Camilleri per Franco Carlisi e Michele Smargiassi per Francesco Cito.

Tutte le opere presenti in mostra possono essere acquistate come stampe fine art in edizione limitata, certificate e firmate in originale dagli autori, rivolgendosi all’agenzia GT Art Photo Agency.

MO.CA Centro per le nuove culture, Via Moretto 78, Brescia. Fino al 19 Gennaio 2025. Ingresso libero. Orari di apertura mostra: Lunedì 15.00-19.00. Da martedì a domenica 10.00-13.00 / 15.00-19.0. Chiusa il 6 gennaio.

De Angelis (anche per la fotografia)

“Ancora mi sorprendo”

Il Comune di San Donato Milanese presenta dal 14 dicembre 2024 al 14 gennaio 2025 negli spazi espositivi di Cascina Roma la mostra fotografica di Roberto Rognoni “Ancora mi sorprendo”: circa 70 fotografie a colori e in bianco e nero rendono omaggio a un racconto fotografico che dura da oltre sessant’anni e che l’autore ha voluto ripercorrere e condividere declinandolo anche in un libro dall’omonimo titolo, che verrà presentato in occasione dell’inaugurazione sabato 14 dicembre alle ore 17 dalla professoressa Antonia Broglia e dal photo editor Leonello Bertolucci.

Nato in provincia di Varese nel 1943, Roberto Rognoni è un fotografo che da più di mezzo secolo racconta, attraverso il suo obiettivo, trasformazioni, tradizioni e memorie collettive. La sua opera si distingue per una visione lucida e profonda della realtà, dove lo sguardo si posa con delicatezza sulle storie umane e sulle tracce di un passato che rischia di dissolversi.

Il titolo, Ancora mi sorprendo, più che mai significativo e che delinea libro e mostra, rappresenta un’importante raccolta antologica del suo lavoro e un viaggio nell’evoluzione artistica e poetica di Roberto Rognoni, suggerendo lo spirito di continua scoperta e meraviglia che da sempre caratterizza il suo lavoro fotografico.

Ho scelto di raccogliere le fotografie dei progetti cui ho dedicato maggior impegno e che hanno trovato riscontro in mostre, pubblicazioni e concorsi – precisa Roberto Rognoni – I portfolio selezionati sono legati a periodi, luoghi e preferenze personali, ma tutti condividono un’unità stilistica, anche se esplorano diverse tematiche ed espressioni artistiche. Questo libro e questa mostra sono dedicati innanzitutto a tutti i soggetti delle mie fotografie, che mi hanno sorpreso ed emozionato con la loro bellezza e autenticità”.

Tuttavia, non sono solo una raccolta di immagini, ma una riflessione sull’evoluzione del suo sguardo e sulla ricerca di significati che emergono dai dettagli più semplici e quotidiani. Rognoni, infatti, ha sempre mantenuto un interesse per la dimensione sociale della fotografia, utilizzandola come strumento per documentare le persone e i luoghi che mutano sotto il passare del tempo e le trasformazioni economiche e culturali.

Uno degli aspetti più significativi della sua arte fotografica è la capacità dell’autore di catturare i cambiamenti del contesto urbano milanese e della zona di San Donato Milanese, documentando come l’industrializzazione abbia trasformato il paesaggio e la vita dei suoi abitanti tra il dopoguerra e gli anni Settanta. Rognoni osserva il vecchio mondo rurale che va scomparendo e, con esso, i gesti e i volti dei suoi abitanti. Le sue fotografie offrono quindi non solo una documentazione storica, ma anche una testimonianza emotiva, in cui l’essere umano e il suo ambiente si fondono in un racconto visivo intenso e intimo.

Nel volume, così come nella mostra, si nota anche l’interesse dell’autore per la rappresentazione delle dinamiche sociali, che trovano espressione in momenti di aggregazione, di impegno civile e nelle manifestazioni popolari. La sua vena documentativa ed etnografica riappare ad esempio nelle immagini dei gitani durante la festa di Saintes-Maries-de-la-Mer in Provenza, dove l’autore riesce, ancora una volta, a trasmettere la forza e la vitalità di un evento partecipato.

Altro tema che delinea profondamente l’architettura fotografica di Roberto Rognoni e che emerge con forza è il suo legame con il teatro, soprattutto con quello di ricerca degli anni Settanta a Milano che accoglieva le più importanti compagnie teatrali internazionali. Rognoni, che dal 1994 fino al 2017 è stato fotografo ufficiale di diverse compagnie teatrali italiane, a partire da “Quelli di Grock” di Milano, e attraverso le foto di scena cattura la potenza visiva ed espressiva delle diverse rappresentazioni, valorizzando l’espressività dei corpi e la forza delle atmosfere, senza trascurare mai l’emozione del momento.

L’ultima parte del libro rivela una dimensione più concettuale della sua fotografia, in cui esplora temi quali la memoria, il tempo e la condizione umana, rappresentati attraverso metafore visive e composizioni minimaliste. In queste pagine, Rognoni svela una vena creativa che va oltre il mero realismo documentaristico, avvicinandosi a un linguaggio simbolico e riflessivo. L’uso del manichino, della statua e delle figure frammentate è una modalità per rappresentare la vita e la morte, i sogni e le incertezze, il passaggio del tempo che emerge nell’ultimo capitolo, dove l’autore si avvale della storia raccontata in un audiovisivo per esprimere lo scorrere della vita in immagini stratificate e intime.

Ancora mi sorprendo diventa quindi un’opera coesa e ricca di significati, divisa in dieci capitoli o tappe, che non solo celebrano la storia di un fotografo, ma invitano il lettore a riflettere sulla fotografia come memoria, scoperta, testimonianza e sperimentazione. Il libro e la mostra offrono al pubblico un’occasione rara per poter entrare nell’universo visivo di Roberto Rognoni, fatto di gesti, sguardi, architetture e storie umane, restituendo la complessità di un percorso creativo che si interroga costantemente sui rapporti tra il reale e la sua rappresentazione visiva.

Nato nel 1943 a Cittiglio, in provincia di Varese, Roberto Rognoni vive e lavora a San Donato Milanese.

Inizia a fotografare nel 1965 dedicandosi a temi ben precisi e circoscritti: teatro, viaggi, paesaggi e reportage documentaristico-sociali, oltre a fotografie di architettura e gli audiovisivi fotografici.

Nel 1999 promuove la costituzione dell’Archivio Storico Fotografico della Città di San Donato Milanese e ne è curatore fino al 2023. Nel 2021 il Comune di San Donato Milanese gli conferisce la Civica Benemerenza per la sua attività fotografica.

Attualmente collabora con la rivista FOTOIT, è redattore della rivista TIMELINE del Dipartimento Audiovisivi della FIAF e della rivista online www.ilmilanese.org. È inoltre docente della FIAF e DiAF.

Dal 1992 al 1999 è direttore editoriale del mensile “L’Incontro” dell’ENI Polo Sociale di San Donato.

Dal 1994 al 2015 fotografo di scena ufficiale della Compagnia Teatrale “Quelli di Grock” di Milano, dal 2015 al 2017 di “Manifatture Teatrali Milanesi” e del “Teatro i” di Milano, mentre dal 2001 al 2006 fotografo di scena ufficiale del Festival “Danae” di Milano, organizzato dal Teatro delle Moire.

Sue opere fotografiche sono inserite permanentemente in raccolte pubbliche e private.


De Angelis (anche per la fotografia)

MO’DINNA MO’DINNA (I wanna go back home)

Martedì 17 dicembre, dalle 18.00 alle 20.00, inaugurerà MO’DINNA MO’DINNA (I wanna go back home), mostra personale dell’artista Antonio Rovaldi, a cura di Marcella Manni.

La pratica di Rovaldi indaga la percezione del paesaggio attraverso l’utilizzo della fotografia. Dopo aver scoperto l’esistenza di una Modena nel deserto dello Utah, al confine con il Nevada, Rovaldi decide di attraversare questi luoghi con la sua macchina fotografica, scrivendo un diario per immagini che verrà completato una volta tornato in Italia, percorrendo la via Emilia da Parma verso Modena.
La mostra è composta da 60 immagini, suddivise in tre blocchi. Completano il percorso espositivo una lettera scritta dall’artista a Vincent, abitante di Modena nello Utah, e una traccia audio.

La mostra sarà aperta fino al 21 febbraio 2025 presso la sede di Metronom in via Carteria 10, Modena (Italia), durante gli orari di apertura della galleria (martedì, mercoledì e venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00), o su appuntamento. L’ingresso è gratuito.

M.

Vivian Maier. Il ritratto e il suo doppio

La storia di Vivian Maier è davvero interessante. Tanti anni fa, un’amica mi disse: “Se scrivi prima o poi diventerai famosa. Tanti autori sono diventati famosi anche dopo morti”. Magra consolazione, si può dire. Se si pensa al successo di sé come a qualcosa che attribuisca onori e soldi, allora essere morti non comporta un bene da quello che si è fatto, se non forse ad altri. Ma se si pensa di realizzare qualcosa per il solo realizzare, convinti che ciò che si realizza abbia un senso per se stessi, e forse per gli altri, allora questo vivacizza un’esistenza e le dà senso. La vita ha pienezza perché si realizza ciò che piace e che ci fa sentire bene, pertanto è buono quello che si fa e se resta può portare frutti anche a decenni o secoli di distanza. Quindi la storia di una donna che ha trascorso la vita a scattare foto e girare filmini, per poi lasciarli in scatole andate all’asta ed acquistate da un ignaro ragazzo, sembra la concretizzazione di una favola o di parole astratte che di solito sembrano solo filosofia. Vivian, newyorkese, sostanzialmente ha fatto la babysitter, guardando il mondo da un lato defilato, dove non era di certo protagonista. E nelle sue fotografie è sempre presente, come per rafforzare la sua identità, ribadire che lei c’era e c’è, è rimasta per sempre con noi, da protagonista e testimone di un tempo che sarebbe perduto altrimenti. Prendono vigore, con le sue fotografie, i silenzi delle strade lunghe e solitarie, anche se si guida in compagnia. Le linee apparentemente insignificanti che tracciano le strade, i marciapiedi, i pensieri persi in quel non so che sfuggente. Poi diventano protagoniste le macchine fotografiche, le esposizioni lunghe e quelle immediate, le scelte fotografiche e le fotografie che paiono scelte da se stesse, autonomamente. La gente, gli ombrelloni, il mare, le barche. I molti silenzi ancora. Gli specchi e l’immagine di Vivian che si riflette mentre scatta il ritratto eterno di quel momento che rimarrà per sempre. Di quell’uomo o quella donna che rimarranno per sempre. Come le case, le automobili, gli occhi grandi di Vivian che osservavano il mondo in maniera così geniale eppure così normale e comune da farla diventare e considerare una fotografa di tutto rispetto. E si aggiungono i riflessi, quando i suoi lineamenti sono sfuocati a suggerire verità molto al di là di quello che appare chiaro ai nostri sensi.

La bella mostra “Vivian Maier. Il ritratto e il suo doppio” è aperta a Riccione, presso Villa Mussolini, fino al prossimo 3 novembre (martedì-venerdì 10-13 e 15-19; sabato, domenica e festivi 10-20; lunedì chiuso). L’esposizione fotografica, composta da 92 scatti e alcuni video girati in Super8, è accessibile con biglietto d’ingresso.

Alessia Biasiolo

Villa Medici e la Galleria Borghese rendono omaggio quest’estate a Louise Bourgeois

A complemento della mostra Louise Bourgeois. L’inconscio della memoria, che si terrà alla Galleria Borghese, Villa Medici presenta due opere di Louise Bourgeois: l’installazione No Exit e l’arazzo Sainte Sébastienne nel Salone di lettura, eccezionalmente aperto al pubblico.

Figura artistica fondamentale del XX secolo che sfugge a qualsiasi classificazione ed etichetta, Louise Bourgeois (1911, Parigi – 2010, New York) ha influenzato innumerevoli artisti con la sua opera segnata principalmente dai temi della memoria, dell’infanzia e della metamorfosi. Dal 21 giugno al 15 settembre a Roma, la Galleria Borghese le consacra una mostra dal titolo Louise Bourgeois. L’inconscio della memoria, che a Villa Medici avrà il suo prolungamento con l’installazione No Exit, presentata per l’occasione nei saloni storici fino al 5 settembre.

No Exit evoca la casa d’infanzia nella quale Louise Bourgeois, da bambina, era solita rifugiarsi nel sottoscala per spiare il padre. La scala immaginata dall’artista non conduce da nessuna parte, perde il suo aspetto funzionale per assumere una dimensione quasi spirituale che invita alla riflessione e all’introspezione. Due sfere di legno sono disposte ai lati dei gradini, a suggerire una forma fallica, mentre due cuori di gomma celati sotto la scala rivendicano il posto dell’amore nelle relazioni umane.

L’installazione No Exit (1989) entra in risonanza con un’altra opera dell’artista franco-americana esposta nelle sale storiche di Villa Medici, pervasa dalle riflessioni sul corpo e la memoria: l’arazzo raffigurante Sainte Sébastienne (1997), di proprietà delle collezioni del Mobilier national e custodita a Villa Medici dal 2022. Questo arazzo tessuto dalla Manufacture des Gobelins si basa su una calcografia realizzata da Louise Bourgeois nel 1992. L’artista mette in scena una versione femminile di San Sebastiano martire, tratteggiata con una generale sintesi espressiva: un corpo femminile dalle curve generose è trafitto da frecce nere scagliate da ogni parte. Louise Bourgeois si appropria dell’iconografia tradizionale del martire cristiano per evocare la sua personale sofferenza. « Sainte Sébastienneè un autoritratto » affermava.

Le due opere di Louise Bourgeois sono presentate nel Salone di lettura. Questo salone, riallestito nel 2022 da Kim Jones e Silvia Venturini Fendi, sarà eccezionalmente accessibile al pubblico.

A proposito della mostra Louise Bourgeois.L’inconscio della memoria alla Galleria Borghese:

Realizzata dalla Galleria Borghese in collaborazione con The Easton Foundation, la mostra è la prima retrospettiva dell’artista a Roma. A cura di Cloé Perrone, Geraldine Leardi e Philip Larratt-Smith, presenta una ventina di opere e invita ad esplorare il contributo fondamentale dato da Louise Bourgeois alla scultura del XX secolo, in rapporto con le collezioni storiche e il patrimonio architettonico della Galleria Borghese.

La mostra è accompagnata da un catalogo e da una guida edita da Marsilio Arte.

Louise Bourgeois. L’inconscio della memoriaalla Galleria Borghese: dal 21 giugno al 15 settembre 2024

No Exit e Sainte Sébastienne a Villa Medici: dal 21 giugno al 5 settembre 2024.

Accademia di Francia a Roma – Villa Medici

Aperta dal lunedì alla domenica, chiusa il martedì

Dalle 10.00 alle 18.30

Biglietti della mostra: 10 euro intero, 8 euro ridotto

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia di Agostino Osio)

OxidAction / Relocating film decay

Nell’ambito dell’iniziativa Archivissima – La notte degli archivi, la Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS propone un percorso visuale e sensoriale dal titolo OxidAction / Relocating film decay in cui il linguaggio fotografico e filmico si mescolano per creare nuovi immaginari.

L’ispezione di rare pellicole cinematografiche sulla Prima Guerra Mondiale ha fatto emergere un tipo di degrado chiamato ‘redox blemishes’, ovvero un’ossidazione di colore tra il rosso e il dorato. In questo percorso visivo il degrado diventa strumento di riflessione che rivela, anche ai non addetti ai lavori, la bellezza a volte celata nel materiale considerato di scarto ma vuole essere allo stesso tempo una metafora del degrado umano provocato dalla guerra.

L’installazione, a cura di Marianna Lembo e Simona Debernardis, presso la sede dell’Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico ETS, in Via Ostiense 106 a Roma, con ingresso libero dalle ore 18.00 in poi è visitabile fino al 31 luglio prossimo, in orario di apertura dell’archivio (lun – giov, 10.00 – 18.00).

Elisabetta Castiglioni (anche per la fotografia)

Ballo&Ballo. Fotografia e design a Milano

Fino al 3 novembre 2024 il Castello Sforzesco presenta la mostra “Ballo&Ballo. Fotografia e design a Milano, 1956-2005”, prodotta da Comune di Milano – Cultura, Castello Sforzesco e Silvana Editoriale; l’esposizione è sostenuta da Strategia Fotografia 2023, avviso pubblico promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura.

L’idea di una mostra nasce nel 2022, quando Marirosa Toscani Ballo dona al Civico Archivio Fotografico del Comune di Milano l’archivio dello Studio Ballo+Ballo, esito del lavoro di tutta una vita con il marito Aldo Ballo.

Nel 2023 il Civico Archivio Fotografico partecipa al Bando Strategia Fotografia promosso dal MIC con un progetto di valorizzazione dell’Archivio, che risulta vincitore, e dà così il via allo studio del progetto di mostra e del catalogo.

Il percorso accoglie oltre un centinaio di fotografie dello studio Ballo+Ballo, alcuni oggetti di design, in prestito dall’ADI Design Museum e dalle Raccolte d’Arte Applicata del Castello Sforzesco, e alcuni oggetti originali appartenuti ai due fotografi, oltre a riviste d’epoca con cui i Ballo hanno collaborato e volumi contenenti loro fotografie. Grazie alle videoinstallazioni di Studio Azzurro, che dialogano con le foto e gli oggetti in mostra nella Sala Viscontea, tutto ciò che è memoria e non poteva essere archiviato – i processi fotografici, il rapporto con gli oggetti di design esposti in mostra, la costruzione degli allestimenti in studio – diventa presente e tangibile, rendendo accessibili anche momenti, processi, esperienze di un “laboratorio” unico, lo Studio Ballo, ma anche di un’era conclusa, quella della fotografia analogica.

Aldo Ballo (Sciacca, 1928 – Milano, 1994) e Marirosa Toscani (Milano, 1931-2023) hanno iniziato la loro attività di fotografi sin dai primi anni Cinquanta. Marirosa frequenta il Liceo Artistico di Brera ma sin dal 1949 è una fotoreporter e lavora per il padre, Fedele Toscani (1909-1983), collaboratore di Vincenzo Carrese e della Publifoto, poi titolare dell’agenzia Rotofoto. Aldo frequenta lo stesso liceo, poi il Politecnico di Milano e lo Studio di Monte Olimpino, a Como, fondato da Marcello Piccardo e Bruno Munari e dedicato alla sperimentazione cinematografica. Lavora anche per la Rotofoto, ma nel 1956, con Marirosa, abbandona il reportage e aprono quello che diventerà il più importante studio fotografico per la fotografia di design, dove organizzazione, professionalità e competenza porteranno i Ballo a raggiungere livelli di assoluta eccellenza. Lo studio sarà anche luogo di formazione e crescita culturale per molti, “bottega” e “scuola” dove imparare un mestiere ma anche una modalità e uno stile di vita e di pensiero.

Lo Studio Ballo diviene quindi luogo di confronto tra artisti, architetti, designer come, tra i molti, Bruno Munari, Gae Aulenti, Cini Boeri, Ettore Sottsass, Pier Giacomo e Achille Castiglioni, Enzo Mari, Alessandro Mendini e molti altri ancora. I Ballo collaboreranno con loro e con le più importanti ditte di design come Olivetti, Cassina, Danese, Zanotta, Brionvega, Alessi, Arflex, Bassetti, Barilla, Kartell, Artemide, Tecno, Driade, Borsalino, B&B Italia, Venini, e con La Rinascente. Le immagini di Aldo e Marirosa sono inoltre sulle principali riviste di design e arredamento, come “Domus”, “Ottagono”, “Abitare”, e in particolare “Casa Vogue”, diretta da Isa Tutino Vercelloni, che si avvale della collaborazione dei Ballo dal 1968 al 1992.

Lo Studio Ballo si pone così al centro dei fermenti e delle dinamiche culturali che caratterizzano l’evoluzione del design italiano, contribuendo in maniera determinante, con le loro immagini, alla sua affermazione a livello internazionale, consacrata dalla grande mostra tenutasi al MoMA di New York nel 1972, Italy: The New Domestic Landscape (a cura di Emilio Ambasz), le cui immagini in catalogo vengono affidate ad Aldo Ballo.

Studio professionale, scuola e bottega per molti giovani assistenti, poi divenuti a loro volta fotografi. Un clima, un ambiente, una modalità di intendere rapporti, collaborazioni, scambi culturali.

Ma come era possibile restituirne il clima, ciò che non è materiale e quindi resta solo nella memoria? L’intervento di Studio Azzurro – le cui origini sono strettamente legate allo Studio Ballo – si pone su questo piano, nel tentativo di restituire un vissuto condiviso di ciò che è destinato a non restare se non appunto nella memoria.

Le installazioni di Studio Azzurro dialogano in mostra, nella Sala Viscontea, con materiali originali esposti in bacheca (fotografie, riviste, libri) per meglio comprendere il rapporto dei Ballo con l’editoria nel campo dell’architettura e del design e per comprendere le varie articolazioni del “processo” fotografico: dal provino alla stampa positiva, alla pagina di rivista. Dialogano inoltre, a parete, con le fotografie che mettono in luce l’evoluzione dello stile della fotografia dei Ballo, dedicato al design italiano dagli anni Cinquanta fino agli anni Novanta.

Nella Sala dei Pilastri sono invece esposti grandi ritratti di importanti designer, in dialogo con le fotografie degli oggetti da loro progettati, e inoltre un significativo omaggio ad alcuni ritratti realizzati da Marirosa.

Il grande “racconto” sullo Studio Ballo è quindi completato dai ritratti video realizzati negli anni da Studio Azzurro, dove molti dei protagonisti del design e dell’arte italiana si passano il testimone in un montaggio a sei schermi sincronizzati, dando vita a un racconto corale che restituisce appieno ciò che i Ballo hanno rappresentato, e lasciato, al mondo non solo del design, ma della cultura tutta.

La mostra è accompagnata da un catalogo bilingue, italiano-inglese, con apparati scientifici, saggi e immagini, edito da Silvana Editoriale.

S. E. (anche per la fotografia)

Punto di rottura

Continua fino al prossimo 17 luglio, presso gli spazi Metronom (Via Carteria 10, Modena), la nuova mostra bi-personale degli artisti Eeva Hannula e Daniele MarzoratiPunto di rottura che raccoglie una selezione delle più recenti opere realizzate dai due artisti.

Hannula e Marzorati interpretano una tendenza contemporanea nella pratica di produzione di immagini, quella del recupero e rielaborazione. A partire da segni, simboli, e uno spostamento, fisico e concettuale, costruiscono un’esplorazione iconografica che utilizza strumenti normalmente impiegati dall’analisi storica alla produzione del visivo.
Non è infatti indagine o documentazione, quanto piuttosto una migrazione, un movimento del pensiero che sposta, e in questo spostamento, tra rottura e trasformazione, trova il suo coerente e contemporaneo compimento.

Orari di apertura Martedì, mercoledì e venerdì dalle 9.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 18.00. Ingresso libero

info@metronom.it | 059 239501 | www.metronom.it