Festeggiamenti in casa lemienotizie.com

lemienotizie.com festeggia il direttore responsabile Alessia Biasiolo,

nominata Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana dal signor Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano.

Coppa del Mondo di parapendio in Brasile

Il prossimo 8 febbraio a Bassano del Grappa (Vicenza), presso la sala convegni Alp Station, si terrà un importante incontro per gli appassionati di volo libero, il volo che si pratica in parapendio e deltaplano.
Ospite dell’appuntamento, organizzato dall’Aero Club Montegrappa in collaborazione con Alp Station Bassano, è l’alto atesino Peter Gebhard che lo scorso anno ha partecipato con ottimi risultati alla sesta edizione della Red Bull X-Alps, una maratona in parapendio lungo l’arco alpino, da Salisburgo in Austria fino a Montecarlo, 1031 chilometri percorsi volando con questi mezzi privi di motore oppure a piedi.

A partire dalle ore 19, Gebhard, con l’aiuto di foto e video spettacolari, racconterà la sua esperienza, gli allenamenti, le strategie e le tante difficoltà incontrate. Sarà coadiuvato dagli assistenti che hanno fatto parte del suo team, Heidi Insam e Gerald Demetz.

Nel frattempo 18 piloti italiani sono impegnati nella finale della Coppa del Mondo di parapendio che si sta disputando a Governador Valadares, città sulle sponde del Rio Doce nello stato del Minas Gerais in Brasile. Tra essi gli attuali detentori del titolo, Nicole Fedele di Gemona del Friuli ed Aaron Durogati di Merano.

La località è nota in tutto il mondo per le ottime condizioni aerologiche favorevoli alla pratica del volo libero. Governador Valadares offre un decollo in località Ibituruna, una montagna isolata alta 1120 metri con un dislivello di quasi 1000 metri sulla pianura. Tutto intorno un panorama collinare, tipicamente tropicale, con una vegetazione rigogliosa e pochissima civiltà. L’area di volo offre una vasta scelta di percorsi che fino ad oggi si sono attestati tra i 70 e gli 80 chilometri o poco più. Le gare di parapendio assomigliano alle regate veliche: i piloti dal decollo devono toccare punti salienti del territorio e confermare l’aggiramento tramite il GPS in dotazione prima di raggiungere l’atterraggio. Vince chi impiega meno tempo.

La manifestazione si giocherà su dieci prove, tempo permettendo, e si chiuderà il prossimo 25 gennaio. Al momento, dopo quattro manches convalidate, l’Italia è seconda nella classifica per nazioni dietro la Francia; nell’individuale l’alto atesino Joachim Oberhauser è secondo dietro lo svizzero Stefan Wyss, quato il trentino Luca Donini. Si difende bene Nicole Fedele, terza nella classifica femminile. Attardato Aaron Durogati al 25° posto su 119 piloti presenti in rappresentanza di 25 nazioni.

Gustavo Vitali

Vásáry, musica e scuola

Tamás Vásáry, artista completo e grande direttore incontrato a Budapest, racconta con semplicità, in un italiano quasi perfetto, le esperienze che l’hanno condotto dal pianoforte ad un successo significativo in molti paesi fra cui l’Italia, dove è stimato sia come pianista che come direttore.

Lei si sente più solista o direttore? E la musica ha sempre fatto parte della sua vita?

A cinque anni ho ascoltato alla radio il famoso minuetto di Boccherini. Avevamo un pianoforte, ho provato a suonarlo, dopo averlo ascoltato due o tre volte alla radio, davanti alla professoressa di mia sorella. La professoressa mi domandò: “Sai leggere la musica?” Ho risposto di no. Così lei iniziò a darmi lezioni.

A otto anni ho tenuto il mio primo concerto in conservatorio in cui, fra l’altro, veniva eseguita anche la serenata KV 525 Eine Kleine Nachtmusik. Così ho incontrato l’orchestra ed ho deciso di diventare anche un direttore. Ma in Ungheria fare il direttore d’orchestra era molto difficile perché esistevano soltanto due orchestre.

Ma cosa è accaduto nella sua vita poco prima della rivolta ungherese che le ha consentito di proseguire nella sua attività?

Studiavo pianoforte e quando ci fu la rivoluzione in Ungheria mio padre era un politico avverso ai comunisti. Venne messo in prigione dopo la rivoluzione. In quel periodo vinsi il concorso internazionale regina Elisabetta e in seguito fui invitato per un concerto con la Wiener Symphoniker Orchestra e così lasciai il mio paese grazie a un passaporto ufficiale perché invitato in Belgio. Proprio la regina fece in modo che mio padre e mia madre venissero liberati, così i miei cari lasciarono l’Ungheria in due giorni.

Quindi l’arte musicale in quel momento ha acquistato anche un potere politico?

Assolutamente sì! Quel periodo fu molto duro e difficile, dal momento che, al di fuori del mio paese, ero conosciuto solo in Belgio. Io e la mia famiglia vivevamo in esilio. Un giorno la Deutsche Gramomphon mi offrì un’incisione che ebbe un grandissimo successo specialmente in Inghilterra. In seguito ho continuato a incidere per la stessa casa e nel 1960-61 ho debuttato a Londra al Royal Festival Hall con la Royal Philarmonic Orchestra interpretando il primo concerto di Chaicovski e quello di Listz.

Che differenza ha notato fra le orchestre ungheresi e quelle del resto d’Europa?

La differenza riguardava soprattutto la qualità degli strumenti.. Mentre gli archi erano migliori in Ungheria, i fiati lo erano in Inghilterra e in America.

Quali sono stati i più grandi direttori con cui ha svolto il suo percorso pianistico?

Ferenc Fricsay, Ernest Ansermet, Georg Solti, Antal Dorati, Claudio Abado, André Cluytens, Rudolf Kempff, grandissimo direttore. Dal 1961 in poi ho iniziato a dare circa 100-120 concerti l’anno. Ma volevo dirigere. E nel 1969 ho diretto per la prima volta la Lizt Ferenc Orchestra di Budapest al festival di Mantova. Successivamente ho iniziato a dirigere tutte le più grandi orchestre del mondo. Ne ho dirette circa 120.

A proposito, qual è stata l’orchestra che maggiormente l’ha impressionata?

Difficile dirlo, ma ho trovato una bella orchestra a Torino. Un giorno sono arrivato per provare con il quintetto d’archi per una prova d’assieme. Il primo violoncello e il primo contrabbasso hanno suonato con me le parti orchestrali e guardando le partiture conoscevamo bene la musica prima della prima prova. Tutte le prove sono andate bene, per me è stata un’idea fantastica!

Quando riesce a comprendere fino in fondo la partitura?

Quando preparo una partitura preferisco fare passeggiate in un bosco e camminando riesco a capire l’analisi formale e armonica. Cosa che raccomanderei a tutti i direttori. Se ho interiorizzato la partitura posso controllare meglio tutti i musicisti. Ci sono due tipi di direttori: uno che ha la testa nella partitura e l’altro che ha la partitura nella testa.

Ha un aneddoto simpatico accaduto con gli orchestrali?

Una volta dovevo dirigere la filarmonica di Berlino, quando Karajan per un incidente non aveva potuto continuare la sua incisione con questa orchestra, perché ammalato e mi ha chiesto di preparare l’incisione di due concerti mozartiani da un giorno all’altro. Ero sicuro della parte orchestrale. La casa discografica Deutsche Grammophon mi ha chiesto di preparare  l’Incoronazione di Mozart che avevo eseguito solo una volta e quindi non ero tanto sicuro della parte del pianoforte. osì abbiamo inciso questo concerto a Berlino, l’orchestra era molto simpatica, gentile, entusiasta.

Il giorno successivo abbiamo iniziato ad incidere la stessa opera e intanto mi chiedevo: “Come suonerò il pianoforte?” Nel corso dell’incisione l’orchestra si comportava in modo, mi prendevano in giro per come parlavo, facevano della satira ed ho capito che non c’era l’intesa come il giorno precedente. Ho così domandato a mia moglie: “Forse c’è un intrigo contro di me” E mia moglie mi ha detto “Chi è differente sei tu”. Io ho risposto che l’unica cosa differente era che avevo paura del pianoforte. E mia moglie mi ha detto: “Non pensare più a questo: è più importante avere un buon contatto con l’orchestra, dimenticati dei problemi con il pianoforte, prova a suonare tranquillamente”. Così ho continuato senza concentrarmi e senza avere paura del pianoforte; era importante che l’orchestra fosse contenta della mia direzione. Entrati in scena ho potuto verificare la sensibilità di un’orchestra come i Berliner. Difatti l’orchestra percepisce anche il solo pensiero del direttore ed agisce di conseguenza. Questo è stato un grande insegnamento per me nella mia vita.

Com’è la vita musicale in Ungheria oggi?

Come sempre molto intensa. A Budapest, che è una piccola capitale, non paragonabile ad altre grandi come Londra, Roma o New York, ci sono cinque grandi orchestre sinfoniche, quella della Radio, da me diretta, dello Stato (oggi Filarmonica Nazionale), del Festival, dell’Opera e infine quella di Matav, sponsorizzata dalla compagnia telefonica.

Purtroppo lo Stato aiuta molto meno la nostra orchestra rispetto all’orchestra nazionale, perché il Ministero della Cultura ha un budget per sostenere tutte le istituzioni che portano il nome “nazionale”. Questi musicisti vengono retribuiti con un salario quattro volte superiore al nostro ed ho deciso che l’anno prossimo offrirò una donazione per il mio ensemble.

So che spesso viene in Italia: come sono state le sue esperienze?

Ho avuto molti contatti con l’orchestra da camera di Santa Cecilia ed anche con quella della Radio di Torino. Per la RAI ho inciso in video con Uto Ughi tutte le sonate di Beethoven per violino e pianoforte ed è stata una cosa molto bella.

Bruno Bertucci

 

 

Le musiche di Federico II il Grande eseguite con il suo flauto d’avorio

Venerdì 24 gennaio alle 18.00 la storica e prestigiosa Sala Accademica del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, in via dei Greci 18, ospita una conferenza-concerto ad ingresso gratuito, dedicata a Federico II il Grande, re di Prussia.

Ricordato dai libri di storia come grande generale e fondatore della tradizione militare prussiana, Federico II non era solo un uomo di guerra ma aveva anche un lato artistico, in particolare era un grande appassionato di musica. Ospitò alla sua corte i più celebri musicisti tedeschi della sua epoca, come Joachim Quantz ed Emanuel Bach, e a lui Johann Sebastian Bach dedicò uno dei suoi massimi capolavori, l’Offerta musicale. Di più, era egli stesso flautista e compositore. I suoi quattro concerti e le ben centoventuno sonate dimostrano che non era affatto un dilettante ma un compositore di qualità. Alcune delle sue composizioni saranno eseguite in quest’occasione da Enrico Casularo col flauto traverso e da Celestino Dionisi col flauto dolce, accompagnati dalla tiorba di Andrea Damiani e dalla viola da gamba di Bruno Re: tutti e quattro sono elementi di spicco nell’attuale riscoperta della musica barocca, , fanno parte di vari gruppi specializzati dell’esecuzione secondo la prassi autentica e con strumenti originali e hanno all’attivo diverse incisioni discografiche. Sono inoltre docenti del dipartimento di Musica Antica del Conservatorio, uno dei fiori all’occhiello della prestigiosa istituzione musicale romana.

All’interesse per queste musiche inedite, si aggiunge il fatto che alcune di esse saranno suonate col prezioso flauto traverso in avorio appartenuto a Federico II stesso, prestato per l’occasione dal suo attuale proprietario, Guido Brizzi, appassionato collezionista di oggetti musicali.

Questa conferenza-concerto è realizzata in collaborazione da Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma e Goethe-Institut.

Mauro Mariani

 

Cibo per i giovani. Il nuovo libro di Rosetta Loy

Il bel libro di Rosetta Loy, che ho letto come un romanzo – avvincente e terribile allo stesso tempo, dato che non potevo viverlo come un noir di quelli che leggo spesso – e anche come un saggio, ma anche come un testo di scuola, o un approfondimento universitario, tanto l’ho sottolineato e meditato, non poteva restare privo di una voce.

Ho avuto, così, la fortuna di poter intervistare l’autrice e di sentire, oltre che i respiri dietro ogni singola parola che ha scritto nel suo “Gli anni fra cane e lupo” (chiarelettere, Milano, 2013), la sua calda e profonda voce che parlava della sua creatura.

Senza svolazzi, rispondendo ad una lettrice curiosa e attenta, perché affascinata da quella storia narrata, ambientata tra il 1969 e il 1994. Mi sono ritrovata nella voce di Rosetta perché mi ha detto “Ho capito quello che è successo scrivendolo”. Forse è per quello che gli anni chiamati di piombo mi interessano tanto, ora che posso capire. Che voglio capire.

Perché il tempo del vissuto, mentre si vive la Storia, non lo puoi vedere tutto, non certo con occhi bambini. E così, ero una persona come tante, presa dalla sua vita, incapace – anche per ragioni anagrafiche – di dare un senso a quell’ansia, quel senso di vuoto e di impotenza, che aleggiava dappertutto, che rendeva gli adulti seri, preoccupati, indifferenti, soprattutto incerti sull’avvenire.

Oggi si può leggere di quel periodo. E Rosetta Loy ne ha scritto in modo pacato e documentato da cronachista, cercando di non cadere nella tentazione di fare proprio la scrittrice, anche se la sua straordinaria penna sbuca qua e là, e non soltanto nei ricordi privati. Le pennellate di vita e di interpretazione del reale non la tradiscono e arricchiscono il testo di luce. Del suo ottimismo.

Veniamo allora all’intervista.

“Signora Loy, ha provato disagio nello scrivere di quei fatti di cronaca italiana che vanno dalla strage di Piazza Fontana, a Milano, nel 1969, transitando per uno spaventoso numero di morti fino al 1994?”.

“Quando ho deciso di scrivere questo libro non avevo idea di come mi sarei inoltrata nella storia, è stato come un viaggio per me. Non sono partita con un’idea precisa, se non quella di scriverlo. Mi sono lasciata guidare dai fatti. Il disagio veniva dagli episodi di vita personali che avrebbero dovuto essere più di quelli riportati nel testo; ma mi sembravano insignificanti gli episodi della mia vita, dinanzi a quello che mi trovavo a dover raccontare, riscoprendolo e scoprendolo proprio mentre lo scrivevo”.

“Conosceva le persone coinvolte nei fatti di sangue di quegli anni, delle vittime, ad esempio?”.

“Sì, una, l’architetto Sergio Lenci”.

“Pensa di continuare a scriverne, ora che siamo in quelli che vengono considerati gli anni storici adatti per rivisitare quanto accaduto?”.

“No, non ho intenzione di continuare a scriverne. È stato bello, soddisfacente, ma anche stancante. È bello capire, ma stanca”.

“Ritiene che siano davvero i tempi adatti per leggere di quanto accaduto, seguendo ricostruzioni storiche? Siamo abbastanza maturi nell’Italia di oggi per prendere coscienza di quegli anni terribili?”.

“Penso di sì, che sia il momento giusto. Abbiamo molte possibilità, oggi, per capire. Molte più di un tempo. Molti più modi, volendo, per documentarci. Siamo anche più capaci di capire di quanto non lo fossimo decenni fa: molto più istruiti, molto più perspicaci, ma anche viziati dal tipo di informazione alla quale siamo abituati. Da quanto ci vuole essere comunicato. Ma se vogliamo, possiamo informarci, oggi è più facile. Ciò che è importante, e che più conta, è la curiosità. La voglia di sapere. Bisogna suscitare la curiosità della gente, affinché cerchi l’informazione di cui ha bisogno per capire”.

“Secondo lei ci sono ancora strategie in atto, da parte di qualche forma di potere “occulto”, tipo quelli dei decenni scorsi (P2, Gladio, servizi deviati…), per non farci conoscere la verità?”.

“Secondo me, c’è una strategia per non farci sapere, in altre forme ma simile a quella di un tempo, tuttavia non si è rivelata una strategia vincente. Questo è un grande momento. Vedo che questa nuovissima generazione, quella dei ventenni/trentenni, è molto attenta, perché ha paura del futuro che le abbiamo preparato. Spesso vuole sapere e vuole conoscere. La gioventù attuale è meno ideologica, mentre la generazione precedente ha avuto come ideologia il successo e quella prima ancora era stata devastata dall’ideologia che fosse lecito ogni atto terroristico per raggiungere il traguardo”.

“Come vede il mondo, allora?”.

“Anche se non sembra a leggermi, io in fondo sono un’ottimista. Vorrei essere uno stimolo per i giovani proprio a capire di più quello che li circonda, la situazione che vivono”.

“L’ha scritto per loro il suo ultimo libro?”.

“Sì, assolutamente, vorrei che lo leggessero. Per loro ho cercato di scrivere i fatti senza aggiungere le digressioni tipiche di una scrittura più letteraria”.

“E che per fortuna si riconoscono, tra un capitolo e l’altro, le sue digressioni. Questo ha arricchito molto il suo libro, senza, convengo, distogliere dalla lettura della storia degli anni italiani sviluppatasi in un quarto di secolo. Come ha condotto la sua ricerca?”.

“Mi sono lasciata condurre dagli eventi, cercando legami tra le pagine di cronaca, nei libri consultati”.

“Non ha pensato che avrebbe dato fastidio a qualcuno il suo modo di riannodare i fatti?”.

“Non me ne sono preoccupata, non ho scritto pensando a cosa avrebbero pensato gli altri. Mi sono attenuta ai fatti il più rigorosamente possibile, senza volere scrivere un libro ‘politicamente corretto’. Mi sento molto libera, non condizionata da nulla. Gli intellettuali devono credere in quello che fanno. Può sembrare un’utopia, e allora crediamo nell’utopia. Senza credere in questo l’umanità non avrebbe futuro”.

“Si dice che per andare avanti l’umanità deve anche basarsi su una buona dose di oblio, senza la quale non potremmo procedere, stramazzati sotto le responsabilità che nascono dal ricordo di quanto già avvenuto. È d’accordo?”.

“No, affatto. Il ricordo è doveroso. Non bisogna fossilizzarsi nel ricordo, rendendolo sterile, questo sì, ma si deve ricordare. E appunto capire”.

“Lei, scrivendo queste preziose pagine, ha avuto dei ricordi dolorosi?”.

“Alcuni sì, pensando ad amici che tornavano vivi nel ricordo”.

“E ci sono stati dei ricordi piacevoli, invece, relativi a qualcosa che pensava di avere dimenticato?”.

“Qualcuno sì, ad esempio il viaggio a Praga che è ancora vivo nella memoria”.

“Alcune persone, anche vittime del terrorismo, dirette o indirette, nel tempo hanno lamentato il fatto che troppo spesso sia stato dato molto più spazio ai terroristi che alla loro voce. Cosa ne pensa?”.

“Penso sia vero, soprattutto perché il negativo fa più notizia, fa più audience. Ci si lascia guidare da questo molto spesso. Penso invece a persone che fanno strada senza show, come il figlio del giudice Ambrosoli, degno figlio di suo padre: si è presentato in politica senza usare il suo passato, quasi in punta di piedi”.

“Quanta paura aveva negli anni di piombo?”.

“Nessuna. Ho capito pochissimo, allora, di quanto stava accadendo. Ero molto presa, come scrivo anche nel libro, dai miei figli adolescenti, dal lavoro, avevo molto da fare. Forse per questo avevo poco tempo per soffermarmi su quanto stava accadendo. O forse non si riesce ad avere una visione vera e propria di ciò che accade mentre accade. Questo l’ho capito scrivendolo, anche perché avevo modo di avere tutta la storia davanti. Anche se certi episodi sono indelebili nella mia mente: la strage di Bologna, ad esempio, quando vidi cos’era successo direttamente sul posto”.

“In che mani siamo, oggi? Si parla tanto di polizia che deve avere un volto più vicino alla gente…”.

“Penso che ci sia ancora molto pericolo. Il giudice Di Matteo è in pericolo e molti uomini difendono i giudici con il volto coperto, per non farsi riconoscere. Segno evidente che c’è ancora pericolo e paura. Credo non ci sia altro Paese in Europa dove i poliziotti devono andare in giro a volto coperto mentre proteggono un magistrato, per non farsi riconoscere.

Siamo in mano a dei veri eroi ai quali sono molto grata. E vorrei esprimere loro tutta la mia riconoscenza per quello che fanno. È una parte dello Stato che combatte la criminalità organizzata, una criminalità che si è ben insediata in tutto il nostro Paese, anche profondamente nel Nord. Molti magistrati sono davvero degli eroi. Per fortuna esistono”.

Alessia Biasiolo

 

“Miseria e nobiltà” sempre attuale al Teatro Sociale di Brescia

Replicherà al Teatro Sociale di Brescia fino a domenica prossima, 19 gennaio (da giovedì a sabato alle ore 20.30, domenica alle ore 15.30) “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta. Il testo, diventato capolavoro cinematografico nel 1954 grazie all’adattamento di Eduardo De Filippo, protagonisti Totò, Carlo Croccolo e Carlo Campanini, con una bravissima Sophia Loren, è stato adattato da Geppy Gleijeses che ha curato anche la regia.

Messo in scena da Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino di Roma, “Miseria e nobiltà” nel cast vede, oltre a Geppy Gleijeses nel ruolo di Felice Sciosciammocca, Gigi De Luca che interpreta Semmolone, Lello Arena nel ruolo di Pasquale, Marianella Bargilli nelle vesti di Luisella, la compagna di Felice. Affiancati da Antonietta d’Angelo (Pupella, figlia di Pasquale), Gina Perna (Concetta, sua madre), Luciano D’Amico,Gino De Luca, Leonardo Faiella, Jacopo Costantini (Eugenio, innamorato di Gemma), Silvia Zora (Gemma), Liliana Massari, Vincenzo Leto.

Testo che si presta ad essere interpretato dai migliori caratteristi del teatro napoletano (vedi Gigi De Luca, Gina Perna, e altri), ha suscitato risate scroscianti, come poi gli applausi, nel teatro sold out.

E tanti ricordi, perché in platea molti spettatori ricordavano il ruolo dei mattatori capeggiati da Totò, soprattutto nella celeberrima scena della congrega di morti di fame che si abbuffano per l’insperata terrina di spaghetti al sugo che un pomposo cuoco porta loro, grazie alla bontà di un innamorato.

La verve di Gleijeses si riconosce ancora, come già in altri lavori napoletani (e non solo) così come la bravura di tutto il cast, accuratamente scelto, che rende la commedia ancora amata e vivace, dopo molto tempo. Il quadro è dei più disperati e penosi, richiama, ahimè, molte situazioni odierne di sconforto e disperazione davanti alla nullità di quanto si può fare quando manca il lavoro, mancano i soldi, non si ha più niente da impegnare per avere qualche spicciolo per comperarsi da mangiare.

Si favoleggia di tesori che si possono impegnare, ma si tratta solo di un vecchio soprabito già rivoltato in origine, usato per il proprio matrimonio di almeno due decenni prima, quindi pochi sarebbero stati i denari in prestito per pensare di riempire la pancia. Della propria famiglia e di quella del vicino, compagno di sventure e di avventure.

Si sa, la differenza la fa il clima napoletano: le donne che litigano, tra disperazione, fame e reciproci insulti per il marito più inconcludente e la sorte più avversa. È che ci si può fare, del resto? Lello Arena, nei panni di Pasquale, si lagna ancora perché i medici, e la legge, hanno vietato l’uso delle sanguisughe, quello era il suo mestiere, il salassatore, e adesso è rimasto senza nulla da fare, troppo povera la gente per poter avere qualcosa da spendere. E l’amico/vicino di casa Felice non ha niente da scrivere per quei poveracci che venivano in città, perché nessuno ha soldi per pagare lo scrivano. Povertà nera e governo che chiede sempre più tasse, che spreme e spreme, anche “se non c’è rimasta più nemmeno la scorza”.

Le allusioni alla contemporaneità sono implicite. Eppure sono tante anche le risate, tant’è che si ha la netta impressione che proprio quella società perduta possa trovare in sé, e nella propria verve, nella propria abitudine a tirarsi su le maniche e sperare in meglio, la capacità di ripresa da quest’ultima batosta denominata crisi.

Ecco allora che, se san Gennaro fa la grazia, c’è il segreto innamorato della figlia che manda i famosi spaghetti e si impegna a pagare le cinque mesate di affitto arretrato che il padrone di casa dice di non poter più aspettare, pur essendo consapevole che quei poveracci non hanno più nulla da impegnare, anche se dovesse mandare il messo a pignorare i beni per rifondersi del mancato guadagno.

Poi c’è la sorte, che gira. E allora arriva il marchesino Eugenio che chiede un favore a Pasquale, in nome della vecchia amicizia di famiglia. Lui e i suoi amici devono impersonare il padre marchese Favetti che non vuole lasciargli sposare una ballerina, Gemma, ricca ma non di lignaggio, e tutti i blasonati parenti. Pasquale, Felice e donne al seguito capiscono solo che per recitare la pantomima di nobili che devono incontrare il padre della futura sposa, Giacomo, un cuoco diventato molto ricco, riceveranno da mangiare: non si reggono in piedi e per la fame non si pongono problemi di sorta. I vestiti verranno presi in prestito dal Teatro dell’Opera San Carlo e tutti sembreranno davvero nobili, Felice un principe addirittura.

Il tutto si snoda poi tra frasi senza senso che scimmiottano l’italiano forbito e la tribù di squattrinati si presenta agghindata all’appuntamento. Una sembra un lampadario, uno ha il vestito delle pompe funebri, l’altra donna ha un cappello impossibile che la rende bellissima: insomma, un cast formidabile con i bei vestiti di Adele Bargilli, su scene essenziali ed efficaci di Francesca Garofalo.

Il colpo di scena è che Felice incontra sul posto la moglie che aveva lasciato sei anni prima per un’altra; la figlia di Pasquale si scopre che è innamorata, ricambiata, del figlio del famoso e ricco cuoco; il padre di Eugenio, il marchese Favetti, in realtà è invaghito della bella e brava ballerina e la frequenta sotto il nome di Bebè. Insomma, alla fine, pur nella confusione generale, nell’impossibile e assurda situazione che tutto possa finire, e finisce, per il meglio, la situazione si mette a posto e tutti vissero felici e contenti. Pasciuti, soprattutto.

Salva anche la sceneggiatura di Mario Mattoli che parte del pubblico ricercava tra le pieghe di questa bella commedia che a Brescia si può ancora ammirare per alcuni giorni, per ridere di gusto dello specchio che riflette, in fondo, noi stessi.

I valori di onestà, sincerità, amicizia sono alla fine l’unico cemento che tiene insieme la società, malgrado le difficoltà, e la società napoletana sottolineata dal lavoro teatrale è poi quella che, senza farsi mancare liti furibonde, accapigliamenti per i capelli e parolacce, è unita e solidale per far fronte alle avversità. E se c’è profumo d’arrosto, come dice un vecchio adagio, il profumo è poi un po’ per tutti. Anche se un attimo prima si stavano azzannando gli arti scoperti gli uni degli altri. E lo rifarebbero se la sorte dovesse girare male ancora.

Divertente, riuscita, la commedia dimostra la vitalità di testi senza tempo, pur se hanno centoventisei anni, lo smalto di Arena/Gleijeses/ Bargilli e l’ottima scelta del cast nel suo complesso.
Viene da pensare: ma con tutto il nostro progresso, dopo ben oltre un secolo, siamo ancora nelle stesse condizioni? Fuori dai bassifondi, ma con gli stessi problemi di sbarcare il lunario? Gli spunti scelti da Gleijeses un po’ ci rispondono.

Alessia Biasiolo

Gli anni tra cane e lupo

Un interessante libro di Rosetta Loy, caratterizzato dalla sua classica penna poetica nei tratti più personali, che a mezzo tra il saggio e il romanzo storico, ci riporta negli anni dell’Italia ferita a morte, come recita il sottotitolo, tra gli attentati terroristici e quelli di mafia, in un periodo che l’autrice ha scelto di analizzare compreso tra il 1969 e il 1994. Esattamente dall’inizio del periodo poi denominato gli anni di piombo, quello durante il quale si determinava la linea di demarcazione tra un prima e un dopo entro la quale si era “vasi di coccio”, inizio dato dalla strage di piazza Fontana a Milano, e la fine, fissata da Rosetta Loy con la nascita e l’avvento di Forza Italia al governo.

Un volume dal contenuto intenso, incalzante, formato da date, nomi anche dimenticati, intrecci che portano al 2013 appena trascorso. Un lavoro paziente, denso, filtrato da una memoria che spesso a tutti noi fa difetto, soprattutto quando arrivano nuovi personaggi sulla scena politica e non ci si ricorda di averli già veduti, che c’erano già in un prima a lungo funestato di morti.

Non è il computo preciso dei morti la trama, ne mancano tanti all’appello, ma è un tentativo di dare un senso all’accaduto, quando si sono conosciuti i retroscena, i muri di cartongesso sono caduti e sono apparsi i memoriali di Moro, o le agende si sono ritrovate, o i pentiti di mafia hanno fatto luce su passaggi della democrazia che vedevano la loggia P2, oppure Gladio, oppure i servizi deviati, oppure ancora stretti legami tra la politica al potere e la mafia, protagonisti. Burattinai a tirare le fila. Si ricordano i delitti eccellenti, dal commissario Calabresi ai giudici Falcone e Borsellino, ma anche l’attentato romano a Maurizio Costanzo, colpevole di essere amico di Falcone e di avergli dato spazio nel suo Maurizio Costanzo Show. E tornano alla memoria i nomi di altri giudici, dimenticati, oppure la storia della madre di tutte le tangenti, i legami Eni Enimont Montedison, l’acquisto di una certa villa ad Arcore, i dipendenti mafiosi e i capi delle inchieste, poi indagati e condannati.

La perizia con la quale Rosetta Loy conduce questa lunga inchiesta ci permette di capire, di capire quanto sulle pagine dei giornali è apparso sì, ma apparentemente senza legami, difficile com’è trovarli, i legami (a volte non ci riescono neanche con le inchieste giudiziarie), dopo anni e anni di rapporti di lavoro alla luce del sole o occulti, con giri di denaro che percorrono tutta la penisola.

Viene ricordato il misterioso suicidio di Raul Gardini, che si è sparato un proiettile alla tempia, ma l’arma era adagiata a metri da lui senza impronte, e altri misteriosi suicidi in carcere, come  quello di Gabriele Cagliari avvenuto il 20 luglio a San Vittore, dov’era rinchiuso come presidente dell’Eni (e già la Loy ci aveva spiegato molto su Mattei e la sua morte) accusato nell’inchiesta Tangentopoli per una tangente di sette milioni che era sfuggita e dalla quale erano partite le indagini che avevano portato al Pio Albergo Trivulzio e quindi a Mani pulite.

Tornano ad avere un contorno le figure di Michele Sindona e di Gelli, nomi di banche e di altri morti in carcere, come Aricò precipitato dal nono piano della prigione di Manhattan.

E tra soldi, banche e morti, la storia di Totò Riina, il suo arresto il 15 gennaio 1993, i papelli spariti e le perquisizioni della sua abitazione organizzate in ritardo, quando oramai la sua casa era stata svuotata. Ad esempio, il capo di quella operazione dei carabinieri dei Ros era stato, in quell’inizio del 1993, Mario Mori, promosso nel 1998 generale di brigata, trasferito nel 1999 alla Scuola ufficiali di Roma e diventato nel 2001 prefetto e direttore del Sisde fino al 2006. Quindi chiamato da Alemanno, nel 2008, come consulente per la sicurezza pubblica di Roma. Infine, sotto inchiesta da parte del tribunale di Palermo e nel 2010 iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Perché, appena arrestato Riina, prima che la moglie tornasse dalla spesa, non si era messa sottosopra la casa alla ricerca di prove, indizi, altri documenti? Perché anche in molti altri casi tanto tempo lasciato alla mafia o ai terroristi per sistemare le cose? Disorganizzazione o depistaggio?

Dov’è finita l’agenda rossa di Borsellino? Dove la cartella nera dalla quale non si separava mai Sergio Castellari?

E ancora nomi di politici: Andreotti, Cossiga, Craxi, Amato. Leggi cadute in prescrizione o nel dimenticatoio, il 45 bis non rinnovato da Conso per una sua iniziativa personale e altre sue scelte prese in solitudine, e provvedimenti non firmati dal ministro Martelli o dal presidente Scalfaro perché avrebbero affossato del tutto Mani pulite, oppure avrebbero agevolato la mafia.

Nomi di eroi che non si sono piegati, di pentiti, di persone spaventate dagli attentati che arrivarono fino alle mura vaticane. Citazioni dell’Opus Dei e della Cia e molto altro ancora, in un libro che è sì un romanzo d’Italia, ma a tratti dei più spaventosi.

Si legge di criminalità organizzata che passo dopo passo ha raggiungo il nord ed è talmente potente da non permettere di vederne più in contorni. Nel senso che non solo si è molto diramata, ma ha anche assunto tanti tipi di vestito, tanto da non essere più riconoscibile.

Il merito di questo lavoro (adattissimo per percorsi scolastici superiori e per l’aggiornamento degli insegnanti) è proprio avere tracciato un percorso preciso, dal quale si possono prendere le distanze, si possono avere altri pareri, ma di certo per confutarlo bisogna riandare ai fatti e non limitarsi alla retorica.

Oggi che sono passati non solo tanti anni da poter avere un quadro storico preciso, ma si sa anche com’è andata, si può rivedere il film del terrorismo con occhi meno offuscati, conoscendo le sentenze, i nomi, le deposizioni rilasciate in ritardo. Loy toglie dalla naftalina del dimenticatoio molti fatti, tanto da non lasciarci più alibi, non poter dire non lo sapevo o non lo ricordavo. Afferma l’autrice: “Si dimentica perché fa comodo, ed è criminale. E si dimentica per pigrizia, il che è stupido. La conoscenza di quanto accaduto è infatti l’unico strumento che abbiamo per distinguere il luogo dove ci capita di vivere. È la bussola che ci permette di orientarci”.

Con questa storia dobbiamo fare i conti tutti, nati o non nati in quel periodo, e solo la conoscenza, come sostengo sempre, ci permette di avere un’idea precisa di quello che vogliamo essere e vogliamo fare. Perché a un certo punto gli alibi non reggono più. E tutti noi siamo chiamati a rispondere di quello che è, oggi 2014, questo nostro Paese.

Da leggere.

Rosetta Loy: “Gli anni tra cane e lupo” chiarelettere, Milano, 2013, pagg. 298; euro 13,90.

Alessia Biasiolo