Le musiche di Federico II il Grande eseguite con il suo flauto d’avorio

Venerdì 24 gennaio alle 18.00 la storica e prestigiosa Sala Accademica del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, in via dei Greci 18, ospita una conferenza-concerto ad ingresso gratuito, dedicata a Federico II il Grande, re di Prussia.

Ricordato dai libri di storia come grande generale e fondatore della tradizione militare prussiana, Federico II non era solo un uomo di guerra ma aveva anche un lato artistico, in particolare era un grande appassionato di musica. Ospitò alla sua corte i più celebri musicisti tedeschi della sua epoca, come Joachim Quantz ed Emanuel Bach, e a lui Johann Sebastian Bach dedicò uno dei suoi massimi capolavori, l’Offerta musicale. Di più, era egli stesso flautista e compositore. I suoi quattro concerti e le ben centoventuno sonate dimostrano che non era affatto un dilettante ma un compositore di qualità. Alcune delle sue composizioni saranno eseguite in quest’occasione da Enrico Casularo col flauto traverso e da Celestino Dionisi col flauto dolce, accompagnati dalla tiorba di Andrea Damiani e dalla viola da gamba di Bruno Re: tutti e quattro sono elementi di spicco nell’attuale riscoperta della musica barocca, , fanno parte di vari gruppi specializzati dell’esecuzione secondo la prassi autentica e con strumenti originali e hanno all’attivo diverse incisioni discografiche. Sono inoltre docenti del dipartimento di Musica Antica del Conservatorio, uno dei fiori all’occhiello della prestigiosa istituzione musicale romana.

All’interesse per queste musiche inedite, si aggiunge il fatto che alcune di esse saranno suonate col prezioso flauto traverso in avorio appartenuto a Federico II stesso, prestato per l’occasione dal suo attuale proprietario, Guido Brizzi, appassionato collezionista di oggetti musicali.

Questa conferenza-concerto è realizzata in collaborazione da Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma e Goethe-Institut.

Mauro Mariani

 

Cibo per i giovani. Il nuovo libro di Rosetta Loy

Il bel libro di Rosetta Loy, che ho letto come un romanzo – avvincente e terribile allo stesso tempo, dato che non potevo viverlo come un noir di quelli che leggo spesso – e anche come un saggio, ma anche come un testo di scuola, o un approfondimento universitario, tanto l’ho sottolineato e meditato, non poteva restare privo di una voce.

Ho avuto, così, la fortuna di poter intervistare l’autrice e di sentire, oltre che i respiri dietro ogni singola parola che ha scritto nel suo “Gli anni fra cane e lupo” (chiarelettere, Milano, 2013), la sua calda e profonda voce che parlava della sua creatura.

Senza svolazzi, rispondendo ad una lettrice curiosa e attenta, perché affascinata da quella storia narrata, ambientata tra il 1969 e il 1994. Mi sono ritrovata nella voce di Rosetta perché mi ha detto “Ho capito quello che è successo scrivendolo”. Forse è per quello che gli anni chiamati di piombo mi interessano tanto, ora che posso capire. Che voglio capire.

Perché il tempo del vissuto, mentre si vive la Storia, non lo puoi vedere tutto, non certo con occhi bambini. E così, ero una persona come tante, presa dalla sua vita, incapace – anche per ragioni anagrafiche – di dare un senso a quell’ansia, quel senso di vuoto e di impotenza, che aleggiava dappertutto, che rendeva gli adulti seri, preoccupati, indifferenti, soprattutto incerti sull’avvenire.

Oggi si può leggere di quel periodo. E Rosetta Loy ne ha scritto in modo pacato e documentato da cronachista, cercando di non cadere nella tentazione di fare proprio la scrittrice, anche se la sua straordinaria penna sbuca qua e là, e non soltanto nei ricordi privati. Le pennellate di vita e di interpretazione del reale non la tradiscono e arricchiscono il testo di luce. Del suo ottimismo.

Veniamo allora all’intervista.

“Signora Loy, ha provato disagio nello scrivere di quei fatti di cronaca italiana che vanno dalla strage di Piazza Fontana, a Milano, nel 1969, transitando per uno spaventoso numero di morti fino al 1994?”.

“Quando ho deciso di scrivere questo libro non avevo idea di come mi sarei inoltrata nella storia, è stato come un viaggio per me. Non sono partita con un’idea precisa, se non quella di scriverlo. Mi sono lasciata guidare dai fatti. Il disagio veniva dagli episodi di vita personali che avrebbero dovuto essere più di quelli riportati nel testo; ma mi sembravano insignificanti gli episodi della mia vita, dinanzi a quello che mi trovavo a dover raccontare, riscoprendolo e scoprendolo proprio mentre lo scrivevo”.

“Conosceva le persone coinvolte nei fatti di sangue di quegli anni, delle vittime, ad esempio?”.

“Sì, una, l’architetto Sergio Lenci”.

“Pensa di continuare a scriverne, ora che siamo in quelli che vengono considerati gli anni storici adatti per rivisitare quanto accaduto?”.

“No, non ho intenzione di continuare a scriverne. È stato bello, soddisfacente, ma anche stancante. È bello capire, ma stanca”.

“Ritiene che siano davvero i tempi adatti per leggere di quanto accaduto, seguendo ricostruzioni storiche? Siamo abbastanza maturi nell’Italia di oggi per prendere coscienza di quegli anni terribili?”.

“Penso di sì, che sia il momento giusto. Abbiamo molte possibilità, oggi, per capire. Molte più di un tempo. Molti più modi, volendo, per documentarci. Siamo anche più capaci di capire di quanto non lo fossimo decenni fa: molto più istruiti, molto più perspicaci, ma anche viziati dal tipo di informazione alla quale siamo abituati. Da quanto ci vuole essere comunicato. Ma se vogliamo, possiamo informarci, oggi è più facile. Ciò che è importante, e che più conta, è la curiosità. La voglia di sapere. Bisogna suscitare la curiosità della gente, affinché cerchi l’informazione di cui ha bisogno per capire”.

“Secondo lei ci sono ancora strategie in atto, da parte di qualche forma di potere “occulto”, tipo quelli dei decenni scorsi (P2, Gladio, servizi deviati…), per non farci conoscere la verità?”.

“Secondo me, c’è una strategia per non farci sapere, in altre forme ma simile a quella di un tempo, tuttavia non si è rivelata una strategia vincente. Questo è un grande momento. Vedo che questa nuovissima generazione, quella dei ventenni/trentenni, è molto attenta, perché ha paura del futuro che le abbiamo preparato. Spesso vuole sapere e vuole conoscere. La gioventù attuale è meno ideologica, mentre la generazione precedente ha avuto come ideologia il successo e quella prima ancora era stata devastata dall’ideologia che fosse lecito ogni atto terroristico per raggiungere il traguardo”.

“Come vede il mondo, allora?”.

“Anche se non sembra a leggermi, io in fondo sono un’ottimista. Vorrei essere uno stimolo per i giovani proprio a capire di più quello che li circonda, la situazione che vivono”.

“L’ha scritto per loro il suo ultimo libro?”.

“Sì, assolutamente, vorrei che lo leggessero. Per loro ho cercato di scrivere i fatti senza aggiungere le digressioni tipiche di una scrittura più letteraria”.

“E che per fortuna si riconoscono, tra un capitolo e l’altro, le sue digressioni. Questo ha arricchito molto il suo libro, senza, convengo, distogliere dalla lettura della storia degli anni italiani sviluppatasi in un quarto di secolo. Come ha condotto la sua ricerca?”.

“Mi sono lasciata condurre dagli eventi, cercando legami tra le pagine di cronaca, nei libri consultati”.

“Non ha pensato che avrebbe dato fastidio a qualcuno il suo modo di riannodare i fatti?”.

“Non me ne sono preoccupata, non ho scritto pensando a cosa avrebbero pensato gli altri. Mi sono attenuta ai fatti il più rigorosamente possibile, senza volere scrivere un libro ‘politicamente corretto’. Mi sento molto libera, non condizionata da nulla. Gli intellettuali devono credere in quello che fanno. Può sembrare un’utopia, e allora crediamo nell’utopia. Senza credere in questo l’umanità non avrebbe futuro”.

“Si dice che per andare avanti l’umanità deve anche basarsi su una buona dose di oblio, senza la quale non potremmo procedere, stramazzati sotto le responsabilità che nascono dal ricordo di quanto già avvenuto. È d’accordo?”.

“No, affatto. Il ricordo è doveroso. Non bisogna fossilizzarsi nel ricordo, rendendolo sterile, questo sì, ma si deve ricordare. E appunto capire”.

“Lei, scrivendo queste preziose pagine, ha avuto dei ricordi dolorosi?”.

“Alcuni sì, pensando ad amici che tornavano vivi nel ricordo”.

“E ci sono stati dei ricordi piacevoli, invece, relativi a qualcosa che pensava di avere dimenticato?”.

“Qualcuno sì, ad esempio il viaggio a Praga che è ancora vivo nella memoria”.

“Alcune persone, anche vittime del terrorismo, dirette o indirette, nel tempo hanno lamentato il fatto che troppo spesso sia stato dato molto più spazio ai terroristi che alla loro voce. Cosa ne pensa?”.

“Penso sia vero, soprattutto perché il negativo fa più notizia, fa più audience. Ci si lascia guidare da questo molto spesso. Penso invece a persone che fanno strada senza show, come il figlio del giudice Ambrosoli, degno figlio di suo padre: si è presentato in politica senza usare il suo passato, quasi in punta di piedi”.

“Quanta paura aveva negli anni di piombo?”.

“Nessuna. Ho capito pochissimo, allora, di quanto stava accadendo. Ero molto presa, come scrivo anche nel libro, dai miei figli adolescenti, dal lavoro, avevo molto da fare. Forse per questo avevo poco tempo per soffermarmi su quanto stava accadendo. O forse non si riesce ad avere una visione vera e propria di ciò che accade mentre accade. Questo l’ho capito scrivendolo, anche perché avevo modo di avere tutta la storia davanti. Anche se certi episodi sono indelebili nella mia mente: la strage di Bologna, ad esempio, quando vidi cos’era successo direttamente sul posto”.

“In che mani siamo, oggi? Si parla tanto di polizia che deve avere un volto più vicino alla gente…”.

“Penso che ci sia ancora molto pericolo. Il giudice Di Matteo è in pericolo e molti uomini difendono i giudici con il volto coperto, per non farsi riconoscere. Segno evidente che c’è ancora pericolo e paura. Credo non ci sia altro Paese in Europa dove i poliziotti devono andare in giro a volto coperto mentre proteggono un magistrato, per non farsi riconoscere.

Siamo in mano a dei veri eroi ai quali sono molto grata. E vorrei esprimere loro tutta la mia riconoscenza per quello che fanno. È una parte dello Stato che combatte la criminalità organizzata, una criminalità che si è ben insediata in tutto il nostro Paese, anche profondamente nel Nord. Molti magistrati sono davvero degli eroi. Per fortuna esistono”.

Alessia Biasiolo

 

“Miseria e nobiltà” sempre attuale al Teatro Sociale di Brescia

Replicherà al Teatro Sociale di Brescia fino a domenica prossima, 19 gennaio (da giovedì a sabato alle ore 20.30, domenica alle ore 15.30) “Miseria e nobiltà” di Eduardo Scarpetta. Il testo, diventato capolavoro cinematografico nel 1954 grazie all’adattamento di Eduardo De Filippo, protagonisti Totò, Carlo Croccolo e Carlo Campanini, con una bravissima Sophia Loren, è stato adattato da Geppy Gleijeses che ha curato anche la regia.

Messo in scena da Teatro Stabile di Calabria e Teatro Quirino di Roma, “Miseria e nobiltà” nel cast vede, oltre a Geppy Gleijeses nel ruolo di Felice Sciosciammocca, Gigi De Luca che interpreta Semmolone, Lello Arena nel ruolo di Pasquale, Marianella Bargilli nelle vesti di Luisella, la compagna di Felice. Affiancati da Antonietta d’Angelo (Pupella, figlia di Pasquale), Gina Perna (Concetta, sua madre), Luciano D’Amico,Gino De Luca, Leonardo Faiella, Jacopo Costantini (Eugenio, innamorato di Gemma), Silvia Zora (Gemma), Liliana Massari, Vincenzo Leto.

Testo che si presta ad essere interpretato dai migliori caratteristi del teatro napoletano (vedi Gigi De Luca, Gina Perna, e altri), ha suscitato risate scroscianti, come poi gli applausi, nel teatro sold out.

E tanti ricordi, perché in platea molti spettatori ricordavano il ruolo dei mattatori capeggiati da Totò, soprattutto nella celeberrima scena della congrega di morti di fame che si abbuffano per l’insperata terrina di spaghetti al sugo che un pomposo cuoco porta loro, grazie alla bontà di un innamorato.

La verve di Gleijeses si riconosce ancora, come già in altri lavori napoletani (e non solo) così come la bravura di tutto il cast, accuratamente scelto, che rende la commedia ancora amata e vivace, dopo molto tempo. Il quadro è dei più disperati e penosi, richiama, ahimè, molte situazioni odierne di sconforto e disperazione davanti alla nullità di quanto si può fare quando manca il lavoro, mancano i soldi, non si ha più niente da impegnare per avere qualche spicciolo per comperarsi da mangiare.

Si favoleggia di tesori che si possono impegnare, ma si tratta solo di un vecchio soprabito già rivoltato in origine, usato per il proprio matrimonio di almeno due decenni prima, quindi pochi sarebbero stati i denari in prestito per pensare di riempire la pancia. Della propria famiglia e di quella del vicino, compagno di sventure e di avventure.

Si sa, la differenza la fa il clima napoletano: le donne che litigano, tra disperazione, fame e reciproci insulti per il marito più inconcludente e la sorte più avversa. È che ci si può fare, del resto? Lello Arena, nei panni di Pasquale, si lagna ancora perché i medici, e la legge, hanno vietato l’uso delle sanguisughe, quello era il suo mestiere, il salassatore, e adesso è rimasto senza nulla da fare, troppo povera la gente per poter avere qualcosa da spendere. E l’amico/vicino di casa Felice non ha niente da scrivere per quei poveracci che venivano in città, perché nessuno ha soldi per pagare lo scrivano. Povertà nera e governo che chiede sempre più tasse, che spreme e spreme, anche “se non c’è rimasta più nemmeno la scorza”.

Le allusioni alla contemporaneità sono implicite. Eppure sono tante anche le risate, tant’è che si ha la netta impressione che proprio quella società perduta possa trovare in sé, e nella propria verve, nella propria abitudine a tirarsi su le maniche e sperare in meglio, la capacità di ripresa da quest’ultima batosta denominata crisi.

Ecco allora che, se san Gennaro fa la grazia, c’è il segreto innamorato della figlia che manda i famosi spaghetti e si impegna a pagare le cinque mesate di affitto arretrato che il padrone di casa dice di non poter più aspettare, pur essendo consapevole che quei poveracci non hanno più nulla da impegnare, anche se dovesse mandare il messo a pignorare i beni per rifondersi del mancato guadagno.

Poi c’è la sorte, che gira. E allora arriva il marchesino Eugenio che chiede un favore a Pasquale, in nome della vecchia amicizia di famiglia. Lui e i suoi amici devono impersonare il padre marchese Favetti che non vuole lasciargli sposare una ballerina, Gemma, ricca ma non di lignaggio, e tutti i blasonati parenti. Pasquale, Felice e donne al seguito capiscono solo che per recitare la pantomima di nobili che devono incontrare il padre della futura sposa, Giacomo, un cuoco diventato molto ricco, riceveranno da mangiare: non si reggono in piedi e per la fame non si pongono problemi di sorta. I vestiti verranno presi in prestito dal Teatro dell’Opera San Carlo e tutti sembreranno davvero nobili, Felice un principe addirittura.

Il tutto si snoda poi tra frasi senza senso che scimmiottano l’italiano forbito e la tribù di squattrinati si presenta agghindata all’appuntamento. Una sembra un lampadario, uno ha il vestito delle pompe funebri, l’altra donna ha un cappello impossibile che la rende bellissima: insomma, un cast formidabile con i bei vestiti di Adele Bargilli, su scene essenziali ed efficaci di Francesca Garofalo.

Il colpo di scena è che Felice incontra sul posto la moglie che aveva lasciato sei anni prima per un’altra; la figlia di Pasquale si scopre che è innamorata, ricambiata, del figlio del famoso e ricco cuoco; il padre di Eugenio, il marchese Favetti, in realtà è invaghito della bella e brava ballerina e la frequenta sotto il nome di Bebè. Insomma, alla fine, pur nella confusione generale, nell’impossibile e assurda situazione che tutto possa finire, e finisce, per il meglio, la situazione si mette a posto e tutti vissero felici e contenti. Pasciuti, soprattutto.

Salva anche la sceneggiatura di Mario Mattoli che parte del pubblico ricercava tra le pieghe di questa bella commedia che a Brescia si può ancora ammirare per alcuni giorni, per ridere di gusto dello specchio che riflette, in fondo, noi stessi.

I valori di onestà, sincerità, amicizia sono alla fine l’unico cemento che tiene insieme la società, malgrado le difficoltà, e la società napoletana sottolineata dal lavoro teatrale è poi quella che, senza farsi mancare liti furibonde, accapigliamenti per i capelli e parolacce, è unita e solidale per far fronte alle avversità. E se c’è profumo d’arrosto, come dice un vecchio adagio, il profumo è poi un po’ per tutti. Anche se un attimo prima si stavano azzannando gli arti scoperti gli uni degli altri. E lo rifarebbero se la sorte dovesse girare male ancora.

Divertente, riuscita, la commedia dimostra la vitalità di testi senza tempo, pur se hanno centoventisei anni, lo smalto di Arena/Gleijeses/ Bargilli e l’ottima scelta del cast nel suo complesso.
Viene da pensare: ma con tutto il nostro progresso, dopo ben oltre un secolo, siamo ancora nelle stesse condizioni? Fuori dai bassifondi, ma con gli stessi problemi di sbarcare il lunario? Gli spunti scelti da Gleijeses un po’ ci rispondono.

Alessia Biasiolo

Gli anni tra cane e lupo

Un interessante libro di Rosetta Loy, caratterizzato dalla sua classica penna poetica nei tratti più personali, che a mezzo tra il saggio e il romanzo storico, ci riporta negli anni dell’Italia ferita a morte, come recita il sottotitolo, tra gli attentati terroristici e quelli di mafia, in un periodo che l’autrice ha scelto di analizzare compreso tra il 1969 e il 1994. Esattamente dall’inizio del periodo poi denominato gli anni di piombo, quello durante il quale si determinava la linea di demarcazione tra un prima e un dopo entro la quale si era “vasi di coccio”, inizio dato dalla strage di piazza Fontana a Milano, e la fine, fissata da Rosetta Loy con la nascita e l’avvento di Forza Italia al governo.

Un volume dal contenuto intenso, incalzante, formato da date, nomi anche dimenticati, intrecci che portano al 2013 appena trascorso. Un lavoro paziente, denso, filtrato da una memoria che spesso a tutti noi fa difetto, soprattutto quando arrivano nuovi personaggi sulla scena politica e non ci si ricorda di averli già veduti, che c’erano già in un prima a lungo funestato di morti.

Non è il computo preciso dei morti la trama, ne mancano tanti all’appello, ma è un tentativo di dare un senso all’accaduto, quando si sono conosciuti i retroscena, i muri di cartongesso sono caduti e sono apparsi i memoriali di Moro, o le agende si sono ritrovate, o i pentiti di mafia hanno fatto luce su passaggi della democrazia che vedevano la loggia P2, oppure Gladio, oppure i servizi deviati, oppure ancora stretti legami tra la politica al potere e la mafia, protagonisti. Burattinai a tirare le fila. Si ricordano i delitti eccellenti, dal commissario Calabresi ai giudici Falcone e Borsellino, ma anche l’attentato romano a Maurizio Costanzo, colpevole di essere amico di Falcone e di avergli dato spazio nel suo Maurizio Costanzo Show. E tornano alla memoria i nomi di altri giudici, dimenticati, oppure la storia della madre di tutte le tangenti, i legami Eni Enimont Montedison, l’acquisto di una certa villa ad Arcore, i dipendenti mafiosi e i capi delle inchieste, poi indagati e condannati.

La perizia con la quale Rosetta Loy conduce questa lunga inchiesta ci permette di capire, di capire quanto sulle pagine dei giornali è apparso sì, ma apparentemente senza legami, difficile com’è trovarli, i legami (a volte non ci riescono neanche con le inchieste giudiziarie), dopo anni e anni di rapporti di lavoro alla luce del sole o occulti, con giri di denaro che percorrono tutta la penisola.

Viene ricordato il misterioso suicidio di Raul Gardini, che si è sparato un proiettile alla tempia, ma l’arma era adagiata a metri da lui senza impronte, e altri misteriosi suicidi in carcere, come  quello di Gabriele Cagliari avvenuto il 20 luglio a San Vittore, dov’era rinchiuso come presidente dell’Eni (e già la Loy ci aveva spiegato molto su Mattei e la sua morte) accusato nell’inchiesta Tangentopoli per una tangente di sette milioni che era sfuggita e dalla quale erano partite le indagini che avevano portato al Pio Albergo Trivulzio e quindi a Mani pulite.

Tornano ad avere un contorno le figure di Michele Sindona e di Gelli, nomi di banche e di altri morti in carcere, come Aricò precipitato dal nono piano della prigione di Manhattan.

E tra soldi, banche e morti, la storia di Totò Riina, il suo arresto il 15 gennaio 1993, i papelli spariti e le perquisizioni della sua abitazione organizzate in ritardo, quando oramai la sua casa era stata svuotata. Ad esempio, il capo di quella operazione dei carabinieri dei Ros era stato, in quell’inizio del 1993, Mario Mori, promosso nel 1998 generale di brigata, trasferito nel 1999 alla Scuola ufficiali di Roma e diventato nel 2001 prefetto e direttore del Sisde fino al 2006. Quindi chiamato da Alemanno, nel 2008, come consulente per la sicurezza pubblica di Roma. Infine, sotto inchiesta da parte del tribunale di Palermo e nel 2010 iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa. Perché, appena arrestato Riina, prima che la moglie tornasse dalla spesa, non si era messa sottosopra la casa alla ricerca di prove, indizi, altri documenti? Perché anche in molti altri casi tanto tempo lasciato alla mafia o ai terroristi per sistemare le cose? Disorganizzazione o depistaggio?

Dov’è finita l’agenda rossa di Borsellino? Dove la cartella nera dalla quale non si separava mai Sergio Castellari?

E ancora nomi di politici: Andreotti, Cossiga, Craxi, Amato. Leggi cadute in prescrizione o nel dimenticatoio, il 45 bis non rinnovato da Conso per una sua iniziativa personale e altre sue scelte prese in solitudine, e provvedimenti non firmati dal ministro Martelli o dal presidente Scalfaro perché avrebbero affossato del tutto Mani pulite, oppure avrebbero agevolato la mafia.

Nomi di eroi che non si sono piegati, di pentiti, di persone spaventate dagli attentati che arrivarono fino alle mura vaticane. Citazioni dell’Opus Dei e della Cia e molto altro ancora, in un libro che è sì un romanzo d’Italia, ma a tratti dei più spaventosi.

Si legge di criminalità organizzata che passo dopo passo ha raggiungo il nord ed è talmente potente da non permettere di vederne più in contorni. Nel senso che non solo si è molto diramata, ma ha anche assunto tanti tipi di vestito, tanto da non essere più riconoscibile.

Il merito di questo lavoro (adattissimo per percorsi scolastici superiori e per l’aggiornamento degli insegnanti) è proprio avere tracciato un percorso preciso, dal quale si possono prendere le distanze, si possono avere altri pareri, ma di certo per confutarlo bisogna riandare ai fatti e non limitarsi alla retorica.

Oggi che sono passati non solo tanti anni da poter avere un quadro storico preciso, ma si sa anche com’è andata, si può rivedere il film del terrorismo con occhi meno offuscati, conoscendo le sentenze, i nomi, le deposizioni rilasciate in ritardo. Loy toglie dalla naftalina del dimenticatoio molti fatti, tanto da non lasciarci più alibi, non poter dire non lo sapevo o non lo ricordavo. Afferma l’autrice: “Si dimentica perché fa comodo, ed è criminale. E si dimentica per pigrizia, il che è stupido. La conoscenza di quanto accaduto è infatti l’unico strumento che abbiamo per distinguere il luogo dove ci capita di vivere. È la bussola che ci permette di orientarci”.

Con questa storia dobbiamo fare i conti tutti, nati o non nati in quel periodo, e solo la conoscenza, come sostengo sempre, ci permette di avere un’idea precisa di quello che vogliamo essere e vogliamo fare. Perché a un certo punto gli alibi non reggono più. E tutti noi siamo chiamati a rispondere di quello che è, oggi 2014, questo nostro Paese.

Da leggere.

Rosetta Loy: “Gli anni tra cane e lupo” chiarelettere, Milano, 2013, pagg. 298; euro 13,90.

Alessia Biasiolo

“La cantatrice calva” a Brescia

La Stagione di Prosa del Teatro Sociale di Brescia ha proposto, con ieri l’ultima replica, un altro interessante lavoro: “La cantatrice calva” di Eugène Ionesco, messo in scena da Fondazione Teatro Metastasio di Prato, per la traduzione di Gian Renzo Morteo e la regia di Massimo Castri, con la collaborazione di Marco Plini (assistente alla regia Thea Dellavalle). Settanta minuti spassosi, grazie a Mauro Malinverno, Valentina Banci, Fabio Mascagni, Elisa Cecilia Langone, Sara Zenobbio, Francesco Borchi.

Thea Dellavalle è stata assistente di Massimo Castri dal 2001 al 2009 e, grazie ai suoi ricordi proposti per tre giorni in incontri organizzati nel foyer del Teatro Sociale durante il pomeriggio, è stato possibile ripercorrere i lavori e le messinscena di Castri, importante personaggio che ha contribuito a far crescere il teatro stabile bresciano.

Dagli esordi con “Vestire gli ignudi”, transitando per rivisitazioni freudiane che scandagliano l’inconscio, il percorso di Castri ci porta a questa commedia dell’assurdo, con chiacchiere da salotto senza costrutto, con frasi senza senso, a testimoniare il sempre attuale sfascio della società contemporanea, nelle varie epoche. Archetipi della borghesia che si trastulla nei suoi perditempo senza finalità, pur in case eleganti e abiti costosi (belle le scene e i costumi di Claudia Calvaresi), la coppia Smith non fa che dirsi frasi insensate, senza emozione, cariche solo di parole che riempiono la bocca per parlare, ma senza alcun tipo di ragionamento. Ci si mette anche il capo dei vigili del fuoco e la cameriera, in un tutto British tradotto come insopportabilmente “inglese” in italiano. L’elencazione di come tutto sia inglese, infatti, mette quasi i nervi, nella sottolineatura forzata che introduce in un ambiente in cui i due coniugi protagonisti hanno già cenato, per poi non avere cenato affatto, con i due ospiti che hanno atteso fuori dalla porta solo perché non ci sarebbe stata la cameriera ad aprirgliela, essendo uscita per il giorno di riposo. E si sa, per il galateo non si può entrare in casa senza servitù addetta ad annunciare l’arrivo, anche se la servitù non c’è, si è attesi e tutti hanno fame.

Per Ionesco tutto è il contrario di tutto, i legami di parentela sono più importanti della verità e i ricordi spaziano in lunghi periodi: il funerale è avvenuto lo scorso anno ma anche tre, quattro anni fa, perché l’importante è parlare, anche se non si ha niente da dire. E soprattutto se non si sa cosa si dice.

Gli sproloqui dei capo dei vigili del fuoco diventano allora barzellette dal terribile humor inglese, secondo il quale la cantatrice calva si pettina sempre allo stesso modo … motivo del titolo così avvincente.

Le musiche di Arturo Annecchino sottolineano l’evoluzione delle chiacchiere che diventa assurda, mentre l’inesorabile pendola mette in evidenza la follia che regna sovrana, fra le fragorose risate del pubblico, e anch’essa rintocca a ritmi senza senso: dai diciassette rintocchi arriviamo a ore e quarti d’ora battuti alla rinfusa, mentre la cameriera scappa per la platea colta da un inafferrabile senso di liberazione.

Se quindi la società inglese, ma non solo quella nelle intenzioni dell’autore, si è ridotta sempre peggio, è proprio perché il posto di una nobiltà colta e animata da interessi filantropici, si è ridotta a cucire calze e a leggere giornali senza altro contributo dare al mondo se non la propria dabbenaggine.

Certo, non che la caccia alla volpe fosse sommo esempio da seguire, ma il culto di qualcosa, anche solo dell’ora del tè, si è adesso ridotto a tiritere che riempiono le orecchie e innalzano le crestine della donna di servizio, ma non sono in grado di uscire da quella commedia dell’assurdo che tanto piace e tanto ha dato e dà alla riflessione civile.

A Castri, il Teatro Sociale ha dedicato nel foyer del Teatro la mostra “Archivio in mostra”, visitabile fino al prossimo giugno.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

In India reintrodotto il reato di omosessualità

Una sentenza della Corte suprema dell’India, che ha reso i rapporti fra adulti dello stesso sesso consenzienti un reato, rappresenta una giornata nera per la libertà in India, ha dichiarato Amnesty International India.
‘Questa decisione è un duro colpo ai diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla dignità’’, ha affermato G Ananthapadmanabhan, chief executive di Amnesty International India. ‘E’ difficile non sentirsi delusi da questa sentenza, che ha portato l’India indietro di parecchi anni nel suo impegno per proteggere i diritti fondamentali’.
La Corte suprema ha ribaltato una sentenza storica dell’Alta corte di Delhi nel 2009, che aveva depenalizzato i rapporti fra adulti dello stesso sesso consenzienti. La Corte suprema ha affermato che la sezione 377 – che criminalizza il ‘rapporto carnale contro l’ordine della natura’ – era costituzionalmente valida e ha dichiarato che il governo potrebbe adottare misure legislative per abrogare la legge.
L’Alta corte di Delhi aveva stabilito nel 2009 che la messa al bando delle relazioni omosessuali tra adulti consenzienti era discriminatoria e violava i diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla dignità stabiliti nella costituzione indiana.
Il caso è stato inizialmente proposto dalla Fondazione Naz, un’organizzazione indiana per i diritti sessuali. A seguito della sentenza dell’Alta corte di Delhi nel 2009, un gruppo di enti privati, inclusi i gruppi religiosi, si è appellato contro la decisione presso la Corte suprema.
Il governo centrale dell’India non si è appellato. Il procuratore generale ha detto alla Corte suprema nel marzo 2012: ‘Il governo indiano non trova alcun errore nella sentenza dell’Alta corte e ne accetta la correttezza’.
Confutando affermazioni che l’omosessualità fosse ‘non indiana’, il procuratore generale ha affermato: ‘L’introduzione della sezione 377 non era un riflesso dei valori e delle tradizioni indiane esistenti, piuttosto e’ stato imposto alla società indiana dai colonizzatori a causa dei loro valori morali’.
Durante una revisione della situazione dei diritti umani in India al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 2012, il governo indiano ha citato la decisione dell’Alta corte di Delhi per indicare il suo progresso in materia di diritti umani.
‘Il governo dell’India ha detto che e’ a favore della depenalizzazione dell’omosessualità. Ora è il momento di agire sulla sua parola. Il parlamento deve immediatamente approvare una legislazione per ripristinare i diritti e le libertà che sono stati negati oggi’, ha concluso G Ananthapadmanabhan.
L’Alta corte di Delhi nel 2009 aveva stabilito che la criminalizzazione dell’omosessualità aveva forzato ‘una parte consistente della società … a vivere la loro vita all’ombra di molestie, sfruttamento, umiliazione, trattamento crudele e degradante per mano del meccanismo di applicazione della legge’.

Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani – l’organismo di esperti che sovrintende all’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici – ha affermato che le leggi utilizzate per criminalizzare le relazioni omosessuali private tra adulti consenzienti violano i diritti alla privacy e alla non discriminazione.
Amnesty International India chiede inoltre al parlamento indiano di approvare leggi specifiche per criminalizzare la violenza sessuale contro gli uomini e le persone transgender.

Amnesty International Italia

Deep Purple in Italia

Le leggende del rock  Ian Gillan (voce), Steve Morse (chitarra), Roger Glover (basso), Don Airey (tastiere) e il fondatore Ian Paice (batteria), meglio noti come Deep Purple, ritornano in Italia il 18 luglio 2014 a Barolo (CN), nell’ambito del festival Collisioni 2014 – Harvest.

Dopo aver pubblicato il 26 aprile 2013 “Now What?!”, il diciannovesimo album in studio della loro carriera, i Deep Purple hanno intrapreso, dopo due anni di assenza dai palchi, un trionfale tour mondiale che ha riconfermato ancora una volta l’indiscusso valore della storica formazione hard rock inglese. L’ultimo disco di inediti, “Now What?!”, è considerato uno dei migliori lavori della band e ha debuttato al n. 12 della classifica italiana, mentre in Germania, Austria, Repubblica Ceca e Norvegia è balzato direttamente al n. 1 e in Russia è diventato disco d’oro.

Con il nuovo tour estivo del 2014, i Deep Purple alterneranno i brani dell’ultimo album ai grandi e indimenticabili classici –Smoke on the Water, Child in Time, Highway Star, Hash,  che li hanno resi celebri in oltre 45 anni di onorata carriera.

I dettagli della data:

DEEP PURPLE + guests

venerdì 18 luglio 2014

Barolo (Cuneo)
Piazza Colbert – Collisioni Festival
Apertura porte: 18,00

supporter: 20,30

Deep Purple on stage: 21,30

Biglietti:  26 € + d.p.

Biglietti in vendita sul circuito Ticketone e nei punti vendita autorizzati

Anna Gilardi

“La Leonessa. Città di Brescia” alla quindicesima edizione

Il premio internazionale di poesia “La Leonessa. Città di Brescia” è giunto alla quindicesima edizione. Sono stati anni di impegno a sostenere la produzione poetica nuova, su temi disparati, che hanno portato alla premiazione di decine e decine di poeti dall’Italia e dall’estero, nella bella cornice dell’Auditorium San Barnaba di Brescia, concesso anche per la premiazione fissata per il 18 maggio prossimo.

Il bando si arricchisce di temi, oltre alla possibilità tradizionale di inviare poesie a tema libero, sia in lingua italiana che straniera, sia nei dialetti della penisola.

Novità di quest’anno è la possibilità di invio elettronico degli elaborati, mentre è sempre attiva una casella di posta tradizionale alla quale inviare le poesie in formato cartaceo.

Le poesie a tema saranno dedicate, in questa edizione, agli anniversari storici 2014, ma c’è una sezione dedicata anche alla Expo itlaiana che verrà inaugurata proprio nel periodo di premiazione dell’edizione numero 15 del Premio.

Il bando completo può essere richiesto all’Associazione organizzatrice, all’indirizzo associazionesidus@virgilio.it.

 

Universo Depero ad Aosta fino all’11 maggio

depero

Il Museo Archeologico Regionale di Aosta prosegue l’indagine sulle   avanguardie storiche del ‘900 (negli anni scorsi sono state realizzate due   grandi rassegne dedicate a Paul Klee e Wassily Kandinsky) focalizzando l’attenzione   su Fortunato Depero, una delle figure maggiormente significative del secolo   scorso che ha saputo proporre una visione dell’arte totale.
“Universo Depero”, a cura di   Alberto Fiz e Nicoletta Boschiero, rimarrà aperta sino all’11 maggio prossimo   ed è organizzata dall’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione autonoma   Valle d’Aosta in collaborazione con il Mart di Rovereto che ha assicurato il   prestito di una serie particolarmente significativa di opere, alcune mai   esposte prima d’ora, che spaziano dal 1910 alla fine degli anni Quaranta.

La mostra fa parte di un progetto teso alla   valorizzazione dell’artista, come confermano i tanti eventi internazionali   che lo coinvolgono tra cui Depero y la reconstruccion futurista del universo   proposta sino al 12 gennaio 2014 a La Pedrera di Barcellona, la grande   rassegna sul futurismo in programma al Guggenheim di New York dal 21 febbraio   al 1° settembre 2014 a cui farà seguito, in giugno, la personale Depero   futurista alla Fundacion Juan March di Madrid.

I prestiti del Mart sono arricchiti da testimonianze   significative provenienti da altre realtà museali fondazioni, gallerie e   musei aziendali come la Campari con cui si è sviluppato un lungo sodalizio   durato dal 1925 al 1939. Non manca, poi, un nucleo di testimonianze che fanno   parte della collezione personale dell’artista Ugo Nespolo che ha sempre   considerato Depero un suo fondamentale punto di riferimento.

Attivo per quarant’anni, Fortunato Depero è un   personaggio a tutto tondo che ha sfidato le convenzioni attraverso un   processo creativo in grado di spaziare dal teatro alla pubblicità; dal design   all’artigianato attraverso la sperimentazione di differenti tecniche, come   dimostrano le sue celebri tarsie di stoffe colorate, affermano i curatori   Alberto Fiz e Nicoletta Boschiero che ricordano come proprio Umberto   Boccioni, nel 1916, rimproverava amichevolmente a Depero di “osare troppo.

Nel celebre manifesto Ricostruzione futurista   dell’universo firmato da Giacomo Balla e Fortunato Depero nel marzo 1915 gli   intendimenti erano chiari: “Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo   realizzare questa fusione totale per ricostruire l’universo rallegrandolo,   cioè ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all’invisibile,   all’impalpabile, all’imponderabile, all’impercettibile. Troveremo degli   equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell’universo,   poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per   formare dei complessi plastici che metteremo in moto”.”
La mostra di Aosta affronta l’Universo Depero nelle sue differenti   declinazioni: sono esposte oltre 100 opere tra dipinti, arazzi, tarsie,   panciotti futuristi (il Panciotto di Tina Strumia proviene del museo   dell’Aeronautica Gianni Caproni di Trento), mobili, sculture, bozzetti,   progetti, libri (tra cui il celebre Libro imbullonato del 1927),   disegni e schizzi in un’esposizione che ripercorre l’iter creativo dell’artista   dai suoi esordi in ambito simbolista (la mostra si apre proprio con un’opera   simbolista come Il taglialegna del 1912) alla sua adesione al Futurismo   giungendo sino alle realizzazioni degli anni quaranta quando appare evidente   il recupero della tradizione e dell’arte popolare.
In una rassegna così concepita, non mancano le riflessioni sul teatro e la   danza (appaiono di particolare significato i progetti per I Balli Plastici   provenienti dal Mart, oltre allo storico dipinto Tarantella del 1918),   sulle tappe che hanno condotto nel 1919 alla nascita di Casa Depero, sull’esperienza   americana (qui nascono i progetti per Vanity Fair e Vogue),   così come sullo stretto legame con il mondo pubblicitario che per Depero ha   lo stesso valore della ricerca artistica indipendente, tanto che nel 1926   espone alla Biennale di Venezia una sua pubblicità per Campari, Squisito   al selz.

La rassegna è divisa in sette sezioni che delineano   le fasi salienti della sua esperienza artistica: 1) Esordi e Futurismo;   2) Clavel e il Teatro; 3) Casa del Mago; 4) Pubblicità;   5) Stile d’acciaio; 6) Scacchiere; 7) Rivisitazioni.
Come emerge con chiarezza, l’artista trentino si è imposto per la ricerca di   una nuova estetica in grado di sensibilizzare ogni aspetto dell’esistenza.   Non solo pittore e scultore di talento, ma anche scenografo, costumista,   pubblicitario, designer e maestro nelle arti applicate. Universo Depero,   insomma, affronta l’opera di un artista che ha saputo rinnovare il rapporto   arte-vita senza mai rinunciare alle implicazioni ludiche e ironiche.
Come ricorda Alberto Fiz, “non è azzardato affermare che Depero, attraverso   la sua Casa d’arte Futurista a Rovereto, una factory ante litteram,   abbia saputo anticipare di quasi mezzo secolo alcune tematiche proprie della   pop art e dell’indagine di Andy Warhol e di Alighiero Boetti”. Per realizzare   le tarsie, Depero, insieme alla moglie Rosetta, abile ricamatrice, decise di   assumere alcune collaboratrici che, sotto la guida dell’artista, diede vita a   composizioni in stoffa colorate che rappresentano un unicum nell’arte   del Novecento. Proprio alla figura di Rosetta è dedicata La casa magica,   una tarsia del 1920 esposta ad Aosta.

Depero compie una svolta radicale nella ricerca   pittorica e plastica futurista cogliendo la portata rivoluzionaria di un’indagine   che va oltre il quadro: “Rispetto ad una mostra di quadri, è più bello un   negozio scintillante; un ferro da stiro elettrico è più bello di una   scultura; la macchina per scrivere è più importante d’una tronfia   architettura”, ha scritto l’artista. Oltre al Futurismo, infatti, partecipa   all’esperienza del decò e prende parte ad alcune rassegne del movimento   Novecento. Nell’evoluzione della sua indagine creativa, l’universo di forme e   di colori va incontro a una fusione panteistica tra la componente meccanica e   la natura (a questo proposito, in mostra compaiono alcuni dipinti emblematici   degli anni venti come Proiezioni crepuscolari, Fulmine compositore, Il   legnaiolo, Alto paesaggio d’acciaio e Anacapri. Riesumazioni   alpine, quest’ultimo proveniente dal museo Magi ‘900 di Pieve di Cento)   in un percorso che comprende differenti soggetti come cavalli al galoppo,   automi metropolitani, ma anche casolari alpestri, rustici bevitori o   scultorei animali montani.

Tra le tarsie, accanto a La casa magica, va   ricordato il frammento di Modernità del 1925 che rappresenta l’unica parte   esistente del grande arazzo andato distrutto. L’opera, realizzata per l’Exposition   Internationale des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi nel   1925, era stata lodata dallo stesso Marinetti che non esitò ad affermare: “Depero   audacemente in Modernità ha sconfinato e presentato nei finissimi   panni colorati, nella perfetta tecnica del mosaico cucito, una visione   macchinaria di treni, traversati da automobili in pazza corsa, su di una via   azzurra in fuga che si prolunga nel cielo e si fonda nella scia di un rosso   volante aeroplano”.”
Nell’ambito dell’allestimento, verrà proposta un’installazione con 100   maxibottiglie di Camparisoda realizzate nel 2012 in occasione degli ottanta   anni della Campari che riproducono in formato gigante la storica monodose   disegnata da Depero nel 1932.

Sarà proiettato, tra l’altro, Esplosioni di un   artista del 2008, il video che il regista Luciano Emmer, un anno prima   della sua scomparsa, ha voluto dedicare a Depero.

Una mostra, dunque, che consente di ripensare, in termini   nuovi, l’indagine di un artista che ha fatto dell’arte un’esperienza   destinata a modificare la percezione dello spettatore che si trova coinvolto   in spazi dove ogni dettaglio del proprio contesto ambientale e sociale viene   ripensato in maniera radicale.
L’esposizione è accompagnata da un catalogo monografico in italiano e   francese pubblicato da Silvana Editoriale con i saggi dei due curatori, i   testi selezionati di Depero, oltre agli interventi di Ugo Nespolo e   Alessandro Mendini.
“UNIVERSO DEPERO”

Aosta, Museo Archeologico   Regionale, Piazza Roncas 12, fino all’11 maggio 2014; dal martedì alla   domenica 10.00-18.00. Lunedì chiuso.
Ingresso € 5,00 intero, € 3,50 ridotto, gratuito per i minori di 18 anni e   per i maggiori di 65 anni.

Articolo di S. E.

 

Se una notte nel tempo Van Gogh e Tutankhamen

“Se una notte nel tempo Van Gogh e Tutankhamen. La sera e i notturni dagli Egizi al Novecento” è, senza dubbio, un titolo di quelli che fanno girare la testa. Richiama millenni di storia dell’uomo e dell’arte, appuntati in una mostra che indaga una storia antica, ma soprattutto poi una seconda storia, dal Cinquecento al Novecento in pittura, lungo il suo versante struggentemente serale e notturno. Ma senza connotare, appunto, questo suo lato di alcuna paura, angoscia, negatività, per leggerlo invece in chiave d’amore. Da qui la presenza di tramonti meravigliosi e di opere in cui la notte cede al primo chiarore dell’alba. Per dare della notte la sua immagine più completa di continuità temporale.

Come sanno fare i veri artisti quando, nel raffigurare un chiaro di luna, infondono nell’elemento visivo,“fotografico, sentimenti e profonde corrispondenze d’anima. Come chi nel nero vede semplicemente”l’altro volto della luce o solo lo spazio bellissimo che ci separa dall’alba. La notte, queste notti, sono un viaggio personalissimo da sole a sole, passando per l’annullarsi della luce che mai coincide con nessun eclissarsi della vita.

van Gogh

Ottanta opere, come sempre magnifiche, rare, internazionali, musicano questo affascinante racconto sinfonico. Un poema che inizia lungo il Nilo, dove si sedimenta l’idea della notte del mondo oltre il mondo.  È la notte abitata nel ventre delle Piramidi. Raccontata in mostra da reperti che, da soli, valgono il viaggio a Vicenza. Dal Museum of Fine Arts di Boston giunge per la prima volta in Italia un nucleo di tesori egizi stupefacenti: dal corredo della Regina Hetherphes, al celeberrimo volto di Tutankhamen re bambino sino ai Ritratti del Fayum, quando Egitto e Roma si avvicinano, a partire dalla fine del I secolo d. C.

Questo il grande prologo. Cui segue un poema ancora più grandioso fatto di dipinti-capolavoro che raccontano la notte piena o il tramonto o i crepuscoli, la mareggiata di stelle, il giungere dell’alba. Si parte dal Cinquecento e dal Seicento, dai grandi veneti, lombardi ed emiliani: Tiziano, Lotto, Bassano, Tintoretto, Savoldo, Caravaggio, Correggio, Carracci, per affacciarsi sui fiamminghi come Rubens o Elsheimer o De La Tour in Francia, El Greco e Zurbaran in Spagna, olandesi come Rembrandt e Van Honthorst, fino ai pittori del Settecento, da Magnasco a Füssli, ai preromantici come Wright of Derby, a Canaletto, Guardi. Poi la pittura americana, con un occhio particolare alle meraviglie di Church e via via fino a Hopper. In ambito francese Millet, Corot, Courbet e, tra gli impressionisti Whistler dapprima e poi Manet, Cézanne, Pissarro, Monet, Gauguin e infine Van Gogh. A lui sarà riservato un omaggio particolare: 10 opere “da museo, tant’è che a concederle sono il Van Gogh Museum di Amsterdam e il Kröller-Müller Museum di Otterlo, vale a dire i due templi dell’arte di Vincent. Il suo celeberrimo “Sentiero di notte in Provenza” è stato, non a caso, scelto come logo della mostra.

Ma il percorso ideato da Goldin traguarda anche Van Gogh e l’Ottocento e, passando per l’emozione di Böcklin, conduce la mostra verso il nuovo secolo per incontrare Matisse prima e Bonnard poi, sperimentando molte incursioni dentro l’opera di alcuni strepitosi pittori di metà Novecento, per esempio da De Staël a Rothko a Bacon, fino alla chiusura con lo spagnolo Lopez Garcia e con un pittore americano straordinario, scomparso nel 2009, qual è Andrew Wyeth.
“Se una notte  nel tempo Van Gogh e Tutankhamen”, Vicenza, Basilica Palladiana, dal 24 dicembre 2014 al 2 giugno 2015.

Articolo di S. E.