“Nemici dello Stato”. La situazione dei difensori dei DD.UU. in Iran secondo A.I.

Da quando nel 2013 Hassan Rouhani è stato eletto alla presidenza dell’Iran, gli organismi di sicurezza e il potere giudiziario del paese stanno portando avanti una feroce repressione contro i difensori dei diritti umani, demonizzando e imprigionando chi ha il coraggio di stare dalla parte dei diritti. Lo ha denunciato Amnesty International nel rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran”.

Le speranze che le riforme annunciate da Rouhani nella prima campagna elettorale fossero sono state deluse: decine di attiviste e attivisti per i diritti umani, spesso etichettati come “agenti stranieri” e “traditori” dai mezzi d’informazione statali, sono stati processati e condannati per false accuse di reati contro la “sicurezza nazionale”. Alcuni di loro sono stati condannati a oltre 10 anni di carcere solo per aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea od organizzazioni per i diritti umani come Amnesty International. “È amaramente ironico constatare che mentre le autorità iraniane vanno fiere del miglioramento delle relazioni con l’Onu e l’Unione europea, soprattutto a seguito dell’accordo sul nucleare, i difensori dei diritti umani che contattano quelle stesse istituzioni vengono trattati come criminali”, ha dichiarato Philip Luther, direttore di Amnesty International per la ricerca e l’advocacy su Medio Oriente e Africa del Nord. “Invece di diffondere il pericoloso mito che i difensori dei diritti umani costituiscono una minaccia per la sicurezza nazionale, le autorità iraniane dovrebbero prendere in considerazione i legittimi problemi che quelle donne e quegli uomini sollevano. Si tratta di persone che hanno rischiato tutto per costruire una società più umana ed equa ed è agghiacciante che siano state punite in modo così feroce per questo coraggio”, ha aggiunto Luther. Amnesty International ha chiesto all’Unione europea, che nel 2016 aveva annunciato l’intenzione di rilanciare il dialogo bilaterale con l’Iran sui diritti umani, di denunciare nel modo più netto la persecuzione ai danni dei difensori dei diritti umani nel paese. “La comunità internazionale, e soprattutto l’Unione europea, non deve rimanere in silenzio rispetto all’oltraggioso trattamento dei difensori dei diritti umani in Iran”, ha sottolineato Luther. “Invece di blandire le autorità iraniane, l’Unione europea dovrebbe chiedere in maniera ferma il rilascio immediato e incondizionato di tutte le persone in carcere per il loro pacifico impegno in favore dei diritti umani e la cessazione del ricorso al potere giudiziario per ridurle al silenzio”, ha proseguito Luther. Il rapporto di Amnesty International fornisce un quadro completo della repressione che ha preso di mira difensori dei diritti umani impegnati in campagne fondamentali e descrive 45 storie di attivisti contro la pena di morte, per i diritti delle donne e quelli delle minoranze, avvocati, sindacalisti e persone che chiedono verità, giustizia e riparazione per le esecuzioni extragiudiziali di massa e le sparizioni forzate degli anni Ottanta.

La stretta finale nei confronti dei difensori dei diritti umani Negli ultimi quattro anni le autorità giudiziarie iraniane hanno sempre più spesso applicato le vaghe e ampiamente generiche norme sulla sicurezza nazionale e, allo stesso tempo, aumentato profondamente l’entità delle condanne inflitte ai difensori dei diritti umani. Il capo della magistratura è nominato dalla Guida suprema. Di caso in caso, molte persone sono state condannate a lunghi periodi di carcere, a volte di oltre 10 anni, per azioni che neanche avrebbero dovuto essere considerate reati: aver preso contatti con le Nazioni Unite, l’Unione europea, organi d’informazione, organizzazioni sindacali internazionali o gruppi per i diritti umani all’estero, tra cui Amnesty International. Uno dei casi più emblematici, anche perché si trova in gravi condizioni di salute, è quello di Arash Sadeghi, un attivista per i diritti umani che sta scontando una condanna a 19 anni di carcere per “reati” quali aver comunicato con Amnesty International e aver inviato informazioni al Relatore speciale delle Nazioni Unite sull’Iran e a parlamentari europei sulla situazione dei diritti umani nel paese. Nonostante le sue critiche condizioni di salute, le autorità gli negano il trasferimento in un ospedale esterno al carcere per rappresaglia contro uno sciopero della fame che Sadeghi ha portato avanti tra ottobre 2016 e gennaio 2017 per protestare contro la detenzione di sua moglie, Golrokh Ebrahimi Iraee, “colpevole” di aver scritto un racconto sulla lapidazione. La nota difensora dei diritti umani Narges Mohammadi, già direttrice del Centro per i difensori dei diritti umani in Iran, sta scontando una condanna a 16 anni di carcere per il suo lavoro in favore dei diritti umani. Il procedimento giudiziario nei suoi confronti è stato avviato dopo che aveva incontrato, in occasione della Giornata internazionale delle donne del 2014, l’allora responsabile della politica estera europea, Catherine Ashton. Raheleh Rahemipour è stata condannata a un anno di carcere dopo che le Nazioni Unite avevano chiesto alle autorità iraniane informazioni sulla sparizione forzata del fratello e della nipote durante gli anni Ottanta. “Siamo di fronte al minaccioso e deliberato tentativo delle autorità iraniane di isolare i difensori dei diritti umani dal mondo esterno e d’impedir loro di contrastare la narrativa ufficiale sulla situazione dei diritti umani nel paese”, ha sottolineato Luther. Anche i sindacalisti, come Esmail Abdi e Davoud Razavi, hanno subito intimidazioni e il carcere per aver preso contatti con organismi internazionali, tra cui l’Organizzazione internazionale del lavoro. Non va meglio ai difensori dei diritti delle minoranze. Alireza Farshi, esponente della minoranza azera, è stato condannato a 15 anni di carcere per “reati” tra cui aver scritto all’Unesco per chiedere l’organizzazione di un evento in occasione della Giornata internazionale della lingua madre.

Processi gravemente irregolari Tutti i difensori dei diritti umani le cui storie sono illustrate nel rapporto di Amnesty International sono stati condannati al termine di processi gravemente irregolari celebrati dai tribunali rivoluzionari. Spesso, i processi sono estremamente brevi. Nel marzo 2015 Atena Daemi e Omid Alishenas, due attivisti per l’abolizione della pena di morte, sono stati condannati, rispettivamente, lei a 14 anni e lui a 10 anni di carcere al termine di un processo durato 45 minuti. In appello entrambe le condanne sono state ridotte a sette anni. I processi nei confronti dei difensori dei diritti umani si svolgono generalmente in un clima di paura di cui fanno le spese anche gli avvocati, limitati nelle visite o nella corrispondenza riservata coi loro clienti e ostacolati nell’accesso agli atti giudiziari. Difensori dei diritti umani che hanno osato denunciare le torture e i processi irregolari hanno a loro volta subito intimidazioni, radiazioni e condanne. Il noto avvocato per i diritti umani Abdolfattah Soltani è stato condannato a 13 anni di carcere, nel 2011, a causa del suo coraggioso impegno, anche col Centro per i difensori dei diritti umani.

Il rapporto “Nella ragnatela della repressione: difensori dei diritti umani sotto attacco in Iran” è disponibile all’indirizzo: www.amnesty.it/nemici-dello-stato-in-un-rapporto-di-amnesty-international-laccanimento-delliran-contro-i-difensori-dei-diritti-umani

Amnesty International Italia

 

Censura digitale in Egitto secondo A.I.

Un tentativo di eliminare gli ultimi spazi rimasti a disposizione per le voci critiche e la libertà d’espressione: così Amnesty International ha definito l’assalto alla libertà digitale in corso dal 24 maggio in Egitto. Da quel giorno, secondo l’Associazione per la libertà di pensiero e di espressione, sono stati bloccati almeno 63 siti, 48 dei quali dedicati all’informazione. Tra i primi a essere censurati è stato Mada Masr, portale indipendente di qualità noto per le sue analisi profondamente critiche nei confronti del governo egiziano. Il 10 giugno è stato bloccato l’accesso alla piattaforma globale Medium. L’11 giugno è stata la volta del siti Albedaiah, diretto dal giornalista indipendente Khaled al Balshy, Elbadiland Bawabit e Yanair.   “L’attuale giro di vite nei confronti dei media digitali è un’ulteriore dimostrazione che le vecchie tattiche poliziesche dello stato egiziano sono ancora attuali. Persino nei peggiori momenti della repressione ai tempi di Mubarak le autorità non avevano impedito l’accesso a tutti i portali informativi indipendenti”, ha dichiarato Najia Bounaim, direttrice delle campagne sull’Africa del Nord di Amnesty International. “Le autorità egiziane sembrano avere nel mirino gli ultimi spazi rimasti a disposizione per la libera espressione. Con quest’ulteriore mossa stanno dimostrando fino a che punto sono pronti ad arrivare per impedire ai cittadini egiziani di accedere a notizie, analisi e opinioni indipendenti sul loro paese. Chiediamo che il blocco sia annullato immediatamente”, ha proseguito Bounaim. Il 24 maggio, oltre a Mada Masr, sono stati bloccati anche Daily News Egypt, Elborsa e Masr al Arabia. Le autorità non hanno chiarito quali attività illegali stessero svolgendo e non hanno fornito dettagli sulla base legale del provvedimento. In alcune interviste, funzionari del governo hanno fatto generico riferimento al “sostegno al terrorismo” e alla “pubblicazione di notizie false”. Il giorno dopo, la stampa egiziana ha citato una “agenzia sovrana” (termine col quale s’indica l’intelligence egiziana) che aveva giustificato i provvedimenti invocando il “contrasto al terrorismo” e accusando – senza fornire alcuna prova – il Qatar di sostenere alcuni dei portali bloccati. La maggior parte dei blocchi riguarda portali d’informazione ma sono compresi anche siti da cui possono essere scaricati programmi come VPN e TOR. Amnesty International è stata in grado di verificare che solo uno dei siti bloccati era collegato a gruppi che usano o promuovono la violenza. Molti dei portali bloccati erano diventati un rifugio per quelle voci critiche egiziane che non potevano più andare in televisione o scrivere sui giornali, l’una e le altre finite sotto il rigido controllo statale da quando il presidente Abdel Fattah al-Sisi è salito al potere. Il portale Mada Masr è stato indomito nel denunciare costantemente le violazioni dei diritti umani, come le detenzioni arbitrarie, i processi iniqui, la repressione contro le Ong, le esecuzioni extragiudiziali e la pena di morte. La sua direttrice, Lina Attallah, ha detto ad Amnesty International di ritenere che il sito sia stato bloccato perché pubblica notizie basate su ricerche approfondite e fonti verificate: “Pubblichiamo quello che le autorità non vogliono che la gente legga”, ha detto. “Il governo egiziano pare voler sfruttare i recenti attentati compiuti dai gruppi armati per chiudere gli ultimi spazi di libertà e ridurre al silenzio le voci critiche. Ancora una volta, le autorità usano la sicurezza nazionale per praticare una totale repressione”, ha commentato Bounaim. “Invece di attaccare le voci critiche e indipendenti, l’Egitto dovrebbe rispettare la sua Costituzione e il diritto internazionale che lo obbligano a non imporre limitazioni arbitrarie alla libertà d’espressione e a proteggere il diritto di ogni persona a cercare, ricevere e condividere informazioni”, ha sottolineato Bounaim. La Costituzione egiziana vieta la censura dei mezzi d’informazione, salvo che in tempo di guerra e di mobilitazione militare, protegge la libertà d’espressione e di stampa tanto in forma cartacea quanto digitale e riconosce il diritto di tutti i cittadini a utilizzare i mezzi e gli strumenti di telecomunicazione. Le ragioni legali e i poteri sulla base dei quali il governo egiziano ha bloccato i siti sono ambigui e non è chiaro se siano state applicate le leggi ordinarie – che già prevedono la censura per motivi di sicurezza nazionale – o le disposizioni dello stato d’emergenza, dichiarato per tre mesi il 9 aprile a seguito degli attentati contro due chiese a Tanta ed Alessandria. Un’ora dopo gli attentati, le autorità avevano confiscato le copie del quotidiano Albawaba, che aveva chiesto le dimissioni del ministro dell’Interno per non aver saputo impedirli. Lo stato d’emergenza conferisce al governo ampi poteri di sorveglianza e di censura. Il 10 aprile il presidente del parlamento, Ali Albel’al, ha annunciato che questi poteri avrebbero riguardato anche Twitter, Facebook e YouTube, piattaforme usate a suo dire dai “terroristi” per comunicare tra loro e ha minacciato di procedimenti giudiziari gli autori di reati informatici. Le vaghe disposizioni della legge anti-terrorismo prevedono condanne fino a 15 anni per i responsabili di siti usati per promuovere “idee terroristiche” e consentono alle autorità di bloccare siti sospettati di promuovere il “terrorismo”. Due dei siti bloccati, Daily News Egypt ed Elborsa, appartengono alla Business News Company, già munita di licenza governativa. Nel novembre 2016, tuttavia, il governo ha congelato i suoi patrimoni accusandola di legami con la Fratellanza musulmana, senza fornire alcuna prova. Da allora i 230 dipendenti non ricevono lo stipendio. I rappresentanti di molti dei siti bloccati hanno presentato esposti al Sindacato dei giornalisti, al Consiglio nazionale della stampa, al ministro delle Comunicazioni e alla procura generale senza ricevere finora alcuna risposta. Mada Masr si è rivolto a un tribunale amministrativo ma il suo appello non è stato ancora preso in esame.

Amnesty International Italia

Bambini “normalizzati”?

I bambini nati con caratteristiche sessuali che non si adattano alle norme femminili o maschili rischiano di essere sottoposti a una serie di procedure mediche non necessarie, invasive e traumatiche in violazione dei loro diritti umani, ha dichiarato Amnesty International. Utilizzando casi studio documentati in Danimarca e in Germania, il rapporto “In primo luogo, non ferire” indica come gli obsoleti stereotipi di genere determinino interventi chirurgici non urgenti, invasivi e irreversibili ai danni di bambini intersessuati – il termine comunemente usato per coloro che hanno variazioni di alcune caratteristiche sessuali quali cromosomi, genitali e organi riproduttivi. “Queste cosiddette procedure di ‘normalizzazione’ vengono condotte senza la completa conoscenza degli effetti potenzialmente dannosi a lungo termine che producono sui bambini”, ha dichiarato Laura Carter, ricercatrice di Amnesty International sull’orientamento sessuale e l’identità di genere. “Stiamo parlando di incisioni che vengono fatte su tessuti sensibili, con conseguenze per tutta la vita, tutto a causa degli stereotipi su ciò a cui un ragazzo o una ragazza dovrebbe assomigliare. La domanda è a chi giova, perché la nostra ricerca mostra che si tratta di esperienze incredibilmente tristi”. Il rapporto spiega come procedure mediche non di emergenza, tipicamente eseguite su neonati e bambini di età inferiore ai 10 anni, sono in corso in Danimarca e Germania, nonostante la mancanza di ricerche mediche a sostegno della necessità di un intervento chirurgico. Si stima che fino all’1,7% della popolazione globale abbia variazioni di caratteristiche sessuali, la stessa percentuale delle persone con i capelli rossi. Sulla base di interviste con persone intersessuate, professionisti medici in Danimarca e Germania, nonché gruppi di sostegno e di difesa in tutta Europa, Amnesty International ha riscontrato prove che i bambini nati con variazioni delle loro caratteristiche sessuali sono stati sottoposti a procedure quali: · operazioni per nascondere una clitoride allargata, che causano rischi di danni al nervo, cicatrici e dolori · chirurgia vaginale o vaginoplastica, che può includere più interventi chirurgici nel tempo su bambini piccoli per creare o ampliare un’apertura vaginale · gonadectomia – la rimozione delle gonadi (compresi i tessuti ovarici o testicolari) – che è irreversibile e comporta la necessità di trattamenti ormonali a vita · operazioni di riparazione di ipospadia – interventi chirurgici per riposizionare l’uretra sull’apice del pene, che viene eseguita per creare un pene che sia considerato funzionale ed esteticamente normale. Questi interventi possono portare a una serie di complicazioni per tutta la vita. Queste procedure mediche sono talvolta medicalmente necessarie per proteggere la vita o la salute di un bambino, ma ciò non sempre avviene. Molte delle persone intervistate da Amnesty International circa le loro esperienze o quelle dei loro figli hanno parlato del trauma fisico e mentale che hanno sofferto, sia all’epoca degli interventi chirurgici che in seguito. “Quando penso a quello che è accaduto, sono sconvolto, perché non si trattava di qualcosa che spettava ad altri decidere – si sarebbe potuto aspettare”, ha detto H. dalla Danimarca, che ha parlato con Amnesty International sotto anonimato. Ha scoperto per caso di essere stato operato  per ipospadia all’età di cinque anni quando ha avuto accesso alle sue vecchie cartelle cliniche. “Mi sento triste quando penso al fatto che sia considerato necessario operare questi bambini solo perché altre persone pensano che dovrebbe essere fatto”.

Diritti umani a rischio Secondo Amnesty International, l’attuale approccio al trattamento dei bambini intersessuati in Danimarca e Germania non riesce a proteggere i diritti umani dei bambini, compresi quelli alla riservatezza e al più alto livello di salute raggiungibile. Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno esplicitamente condannato tali pratiche. Hanno inoltre ripetutamente classificato interventi chirurgici inutili in bambini intersessuati come pratiche nocive e in violazione dei diritti del bambino. “Le autorità danesi e tedesche stanno venendo meno al loro dovere di proteggere questi bambini. Con l’attuale mancanza di ricerca medica e conoscenza in questo settore, le decisioni che cambiano la vita e quelle irreversibili non dovrebbero essere prese quando il bambino è troppo piccolo per poter dire la sua su quello che gli viene fatto”, ha aggiunto Laura Carter. Amnesty International invita i legislatori e i professionisti medici di entrambi i Paesi a garantire che nessun bambino sia sottoposto a trattamenti non urgenti, invasivi e irreversibili. Le decisioni dovrebbero essere rinviate fino a quando la persona interessata non sia in grado di prendere parte in modo significativo alle scelte su ciò che viene fatto al suo corpo. Amnesty International chiede inoltre che i medici siano formati sulla differenze fisiche e di genere, le autorità smettano di perpetuare stereotipi di genere nocivi e la Germania e la Danimarca assicurino che coloro che hanno subìto un intervento non necessario ricevano un risarcimento.

Il rapporto “In primo luogo, non ferire” è online all’indirizzo: http://www.amnesty.it/bambini-danesi-tedeschi-deturpati-interventi-chirurgici-invasivi-normalizzare-sesso/

Casi studio: gli autori del rapporto hanno intervistato 16 persone in Danimarca e in Germania con variazioni di caratteristiche sessuali e otto genitori di bambini con queste variazioni, sulle loro esperienze. In alcuni casi i nomi sono stati modificati per proteggere le identità. https://www.amnesty.org/en/latest/campaigns/2017/05/intersex-rights/

Amnesty International Italia

Frontiera USA-Messico, il “limbo pericoloso” dei rifugiati secondo Amnesty International

Il viaggio già di per sé pericoloso di decine di migliaia di rifugiati è stato reso più mortale dal decreto del presidente Usa Trump su immigrazione e controlli alla frontiera e dalle irresponsabili politiche adottate dal Messico.

Lo ha denunciato Amnesty International in un rapporto intitolato “Di fronte a un muro: violazioni dei diritti dei richiedenti asilo da parte di Usa e Messico”.

Il rapporto descrive il catastrofico impatto delle politiche e delle prassi che determinano respingimenti illegali di richiedenti asilo alla frontiera e che minacciano la detenzione illegale di migliaia di altre famiglie, compresi bambini e neonati, nei centri per immigrati degli Usa. “Usa e Messico sono complici in un reato, quello di dar luogo a una grave catastrofe dei diritti umani. Gli Usa stanno edificando un sistema a tenuta stagna per impedire che le persone ricevano la protezione internazionale di cui hanno bisogno. Il Messico è fin troppo contento di avere il ruolo di guardiano”, ha dichiarato Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe. “Con la sua strategia del muro, il presidente Trump non si rende conto che si tratta di persone che, se vogliono vivere, non hanno altra scelta che quella di lasciare le loro case. Il muro, i discutibili decreti e l’espansione dei centri di detenzione per migranti non impediranno alle persone di cercare riparo negli Usa ma renderanno i loro viaggi attraverso il deserto, il mare o i fiumi ancora più mortali”, ha proseguito Guevara-Rosas. “In questo triste gioco al gatto e al topo, gli unici a perdere sono le centinaia di migliaia di persone che cercano disperatamente scampo dai livelli estremi e mortali di violenza di El Salvador, Guatemala e Honduras. Invece di spingerle verso una morte probabile, gli Usa dovrebbero annullare il decreto sulla sicurezza della frontiera e adottare politiche in materia d’immigrazione del tutto nuove”, ha aggiunto Guevara-Rosas.

Respingimenti e detenzioni illegali Dopo aver svolto un’estesa ricerca sul campo ai due lati della frontiera sin dal mese di febbraio, Amnesty International è giunta alla conclusione che le misure adottate dal presidente Trump per “fermare l’immigrazione” violano il diritto internazionale. Tra queste figurano il decreto del 25 gennaio sul rafforzamento della sicurezza alla frontiera e una serie di misure che consentono sia il ritorno forzato di persone in luoghi nei quali rischiano la morte che il crescente e illegale ricorso alla detenzione automatica di richiedenti asilo, in alcuni casi intere famiglie, per mesi. Richiedenti asilo incontrati da Amnesty International lungo la frontiera hanno denunciato che le nuove misure li hanno esposti al rischio di violenze ed estorsioni da parte di contrabbandieri propostisi per portarli negli Usa. Nelle zone desertiche dell’Arizona, dopo l’elezione di Trump, le morti di migranti sono raddoppiate. Secondo numerosi avvocati, migranti ed esponenti di organizzazioni non governative e per i diritti umani, i funzionari della Dogana e della Protezione della frontiera seguono la prassi illegale di rifiutare l’ingresso negli Usa ai richiedenti asilo. Un uomo che era fuggito dall’Honduras con moglie e figlia dopo che era stato aggredito e ferito da una banda criminale locale, ha raccontato ad Amnesty International che nel gennaio 2017 la famiglia è stata respinta sei volte in tre giorni al varco di McAllen, Texas, nonostante ogni volta avesse dichiarato di voler chiedere asilo. Nicole Ramos, un’avvocata statunitense che tra dicembre 2015 e aprile 2017 ha accompagnato 71 richiedenti asilo al punto di confine tra Tijuana e San Diego ha riferito ad Amnesty International che in quasi tutte le occasioni la polizia di frontiera ha cercato di negare l’ingresso o ha fornito informazioni sbagliate, ad esempio quella di tornare indietro e rivolgersi ai consolati statunitensi in Messico. Il decreto del 25 gennaio prevede l’aumento della capienza dei centri di detenzione per migranti e richiedenti asilo. Secondo il dipartimento per la Sicurezza interna, si prevedono fino a 33.500 letti in più, ossia quasi il raddoppio di quelli finora esistenti e in contrasto con la quota fissata dal Congresso di un massimo di 34.000 letti occupati al giorno. Quello che è già il più ampio sistema di centri di detenzione per migranti del mondo sarà dunque ancora più crudele. Amnesty International ha documentato casi di famiglie con bambini e neonati in detenzione per oltre 600 giorni. Nei prossimi mesi il Congresso discuterà il finanziamento di questo regime di crudeltà per il 2018. Tenere una persona nei centri di detenzione costa al governo Usa da 126 a 161 dollari al giorno, mentre misure alternative alla detenzione costano appena sei dollari al giorno.

Messico: il guardiano degli Usa? Secondo Amnesty International, il Messico non adempie alla sua responsabilità di dare protezione al numero sempre maggiore di persone provenienti dagli altri paesi dell’America centrale. Secondo dati ufficiali, nel 2016 in Messico sono state presentate 8788 domande d’asilo rispetto alle 1296 del 2013. Al 35 per cento dei richiedenti è stato riconosciuto lo status di rifugiato. Il 91 per cento delle richieste proveniva da cittadini del “Triangolo settentrionale” ossia da El Salvador, Guatemala e Honduras, paesi piagati dalla violenza. L’agenzia Onu per i rifugiati stima che nel 2017 le richieste potrebbero arrivare a 20.000. Invece di fornire protezione a queste persone, il Messico le sta respingendo indietro verso situazioni di estremo pericolo. Nel 2016, secondo l’Istituto nazionale messicano per l’immigrazione, sono stati posti in detenzione 188.595 migranti irregolari, l’81 per cento dei quali provenienti da altri paesi dell’America centrale, e di questi ne sono stati rimandati indietro 147.370: il 97 per cento veniva da El Salvador, Guatemala e Honduras. Molti non erano neanche stati informati del diritto di chiedere protezione attraverso la domanda d’asilo. Un 23enne fuggito dall’Honduras cinque anni fa è stato rimandato indietro 27 volte. Dopo essere rimasto orfano a 13 anni, era stato obbligato a entrare in una banda criminale che poi, quando è scappato, ha iniziato a cercarlo per ucciderlo. “Ai messicani non interessa perché lasci il tuo paese. Si fanno beffe di te!” Un funzionario dell’Istituto nazionale per l’immigrazione dello stato meridionale del Chiapas ha detto ad Amnesty International: “Facciamo in modo da rendere il ritorno nei loro paesi il più rapido possibile”.
Amnesty International Italia

 

Rifugiati siriani necessitano assistenza, secondo Amnesty International

Amnesty International ha accusato le autorità marocchine di non adempiere ai loro obblighi internazionali di dare protezione ai rifugiati. Il caso riguarda 25 rifugiati siriani intrappolati in un’area desertica al confine tra Marocco e Algeria, cui viene negato l’accesso alla procedura d’asilo e la sempre più urgente assistenza umanitaria.
I 25 siriani, tra cui 10 bambini, sono bloccati da due mesi in una zona cuscinetto in territorio marocchino, a un chilometro dall’oasi di Figuig e a cinque chilometri dal Beni Ounif, in Algeria. Finora sono riusciti a sopravvivere grazie a forme di assistenza informali favorite dalla polizia di frontiera del Marocco, che avrebbe però cambiato atteggiamento a partire dal 2 giugno e che finora non ha consentito l’ingresso nella zona alle organizzazioni per i diritti umani e di assistenza umanitaria, compreso l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr).
“Negando all’Unhcr di incontrare i rifugiati, le autorità marocchine stanno venendo meno ai loro obblighi internazionali. Si tratta di rifugiati fuggiti dal bagno di sangue e dai bombardamenti della Siria cui il governo del Marocco deve garantire il diritto di chiedere asilo”, ha dichiarato Heba Morayef, direttrice delle ricerche sull’Africa del Nord di Amnesty International.
Il 30 maggio l’Unhcr ha espresso preoccupazione per “le condizioni in rapido deterioramento di questo gruppo di vulnerabili rifugiati siriani”, chiedendo ai governi del Marocco e dell’Algeria di garantirgli un percorso sicuro.
Il governo marocchino ha finora smentito che i rifugiati siriani si trovino nel suo territorio. Amnesty International ha esaminato mappe e immagini satellitari e, anche grazie alle coordinate Gps, ha potuto accertare che i 25 rifugiati siriani si trovano effettivamente all’interno del Marocco.
L’Unhcr non opera in quella zona e può solo registrare i richiedenti asilo in un ufficio di Rabat, la capitale marocchina. I rifugiati che si trovano in Marocco possono registrarsi presso un piccolo numero di partner locali in altre zone del paese ma nessuno di loro si trova nell’area di confine.
Due dei 25 rifugiati siriani soffrono di pressione alta e uno ha problemi ai reni ma le autorità marocchine non hanno fornito loro alcuna cura medica né hanno consentito l’accesso ai medici delle organizzazioni per i diritti umani che hanno provato a raggiungerli. I rifugiati dormono in rifugi improvvisati che non li preservano da temperature che arrivano anche s 45 gradi e dalla minaccia di attacchi dei serpenti.
Il gruppo si era inizialmente mosso dal Libano verso il Sudan, poi si era diretto in Libia e in seguito in Algeria con l’intenzione di entrare in Marocco. Dopo un primo tentativo, fallito, di raggiungere Figuig, il 17 aprile erano stati respinti nella zona cuscinetto. Il 22 aprile le autorità marocchine hanno accusato l’Algeria di aver costretto un gruppo di rifugiati siriani a entrare in Marocco. Il giorno dopo le autorità algerine hanno accusato quelle marocchine di aver respinto il gruppo in territorio marocchino.
Il 5 giugno, 10 dei 25 rifugiati siriani sono riusciti ad arrivare a Figuig ma sono stati bloccati e costretti a tornare nella zona cuscinetto.
“Invece di rimandare i rifugiati siriani nella zona cuscinetto, blindata e desertica, in condizioni sempre peggiori, le autorità marocchine dovrebbero fornire assistenza umanitaria d’urgenza e permettere alle agenzie di soccorso umanitario di raggiungerli per rendersi conto delle loro necessità. Non può esservi alcuna giustificazione per negare ai rifugiati l’accesso al cibo e all’acqua”, ha sottolineato Morayef.
Il 2 giugno le autorità algerine hanno annunciato che avrebbero accolto i rifugiati siriani per motivi umanitari, consentito all’Unhcr di fornire assistenza e facilitato i ricongiungimenti familiari di coloro che hanno parenti legalmente residenti in paesi europei. I 25 rifugiati siriani preferirebbero tuttavia registrarsi in Marocco, dato che quattro di loro hanno parenti in questo paese e vorrebbero trasferirvisi. Gli altri 21 desiderano ottenere il ricongiungimento familiare in Svezia, Belgio e Germania dove hanno stretti legami di parentela.
Il 5 giugno una delegazione algerina comprendente rappresentanti della Mezzaluna algerina, di Unhcr Algeria e di autorità locali ha raggiunto la zona cuscinetto nei pressi di Beni Ounif per cercare di fornire assistenza umanitaria. Queste persone sono rimaste sul lato algerino del confine e hanno invitato i rifugiati ad attraversare il confine, promettendo loro che avrebbero potuto registrarsi in Algeria. I rifugiati hanno deciso di rimanere nella zona cuscinetto dal lato marocchino della frontiera.
Amnesty International ha sollecitato le autorità marocchine a non mettere in pericolo la vita dei 25 rifugiati lasciandoli nella zona cuscinetto in condizioni durissime e senza assistenza umanitaria. Il governo del Marocco dovrebbe farli entrare nel suo territorio e consentire loro di esercitare il diritto a chiedere asilo presso l’ufficio dell’Unhcr in Marocco.

Amnesty International Italia

 

Amnesty International lancia la nuova campagna globale “Coraggio”

Leader di comunità, avvocati, giornalisti e altre persone che difendono i diritti umani stanno subendo un livello senza precedenti di persecuzioni, intimidazioni e violenze. Lo ha dichiarato Amnesty International, lanciando una nuova campagna globale che chiede la fine dell’ondata di attacchi contro persone che con coraggio si battono contro l’ingiustizia. “Oggi stiamo assistendo a un assalto frontale a tutto tondo da parte di governi, gruppi armati, aziende e altri potenti attori al diritto di difendere i diritti umani. Coloro che difendono i diritti umani subiscono le conseguenze di questo attacco globale”, ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.  “Da Putin a Xi fino ad al-Sisi, i leader di ogni parte del mondo si stanno dedicando sempre di più a smantellare le fondamenta necessarie per una società libera, equa e uguale. Togliendo loro il diritto di protestare, ponendoli sotto sorveglianza, prendendoli di mira con intimidazioni, minacce e aggressioni fisiche, i governi stanno togliendo le scorte di ossigeno a coloro che difendono i nostri diritti”, ha aggiunto Shetty.

In un nuovo documento intitolato “Difensori e difensore dei diritti umani sotto attacco. Sempre meno spazio per la società civile”, che accompagna il lancio della campagna “Coraggio”, Amnesty International elenca i pericoli senza precedenti cui vanno incontro coloro che difendono i diritti umani, la cui missione si fa sempre più mortale: secondo l’organizzazione non governativa Front Line Defenders, da 156 uccisioni nel 2015 si è passati a 281 nel 2016.  “Leader autoritari intenti a ridurre in frantumi i diritti umani vorrebbero farci credere che stanno agendo nel nostro interesse, ma non è così. Sono coloro che difendono i nostri diritti umani a battersi per noi e vengono perseguitati proprio per questo motivo. Nel 2017 le misure via via adottate dai governi hanno portato la persecuzione di coloro che difendono i diritti umani a un punto di crisi”, ha aggiunto Shetty.

Sempre più strumenti a disposizione per la repressione di chi difende i diritti umani. La combinazione tra sorveglianza di massa, nuove tecnologie, abuso delle leggi e repressione delle proteste pacifiche ha dato luogo a un livello senza precedenti di pericolo per coloro che difendono i diritti umani. Tra le tendenze in crescita, c’è il massiccio uso delle nuove tecnologie e della sorveglianza mirata, anche online, per minacciare e zittire chi difende i diritti umani.  Attivisti del Bahrein in esilio sono stati monitorati dal loro governo attraverso software-spia, mentre governi di ogni parte del mondo stanno ordinando ai fornitori di mettere a disposizione le chiavi d’accesso alla crittografia e di decriptare comunicazioni private, senza preoccuparsi delle conseguenze. Nel Regno Unito la polizia ha posto sotto sorveglianza dei giornalisti per riuscire a identificare le loro fonti. In stati come il Messico e la Russia, le reti dei troll stanno producendo un crescente numero di campagne di disinformazione con l’obiettivo di screditare e stigmatizzare coloro che difendono i diritti umani, come ad esempio i giornalisti.  Queste nuove tendenze vanno ad aggiungersi al già pericoloso armamentario di strumenti tradizionali di repressione come le uccisioni, le sparizioni forzate, la soppressione del diritto di manifestazione pacifica e l’abuso delle norme penali, civili e amministrative allo scopo di perseguitare coloro che difendono i diritti umani.

Amnesty International mette in rilievo che nel 2016 coloro che difendono i diritti umani:

* in almeno 22 paesi sono stati uccisi per aver chiesto pacificamente il rispetto dei diritti umani;

* in 63 paesi sono stati al centro di campagne diffamatorie; 

* in 68 paesi sono stati fermati o portati in carcere per le loro attività pacifiche e

* in 94 paesi hanno subito minacce o aggressioni.

“Quando non li minacciano o non li perseguitano direttamente, i governi di ogni tendenza politica cercano di creare un ambiente ostile verso i difensori dei diritti umani, attraverso una retorica demonizzante che li etichetta come terroristi o agenti stranieri. Ciò non potrebbe essere più lontano dal vero”, ha commentato Shetty. “Ora la domanda da farci è questa: vogliamo rimanere a guardare e lasciare che chi ha il potere continui ad accanirsi contro chi difende i diritti umani, ossia proprio contro coloro che sono spesso l’ultimo baluardo per una società libera ed equa? O vogliamo reagire e metterci di traverso?”, ha chiesto Shetty.

La risposta è nella nuova campagna globale di Amnesty International per proteggere coloro che hanno coraggio. Dato il livello senza precedenti di pericolo che coloro che difendono i diritti umani stanno affrontando, la campagna “Coraggio” chiede agli stati di riconoscere la legittimità del lavoro di coloro che si battono per la dignità e l’uguaglianza dei diritti di ogni persona e di assicurare la loro libertà e la loro sicurezza.

Amnesty International chiede inoltre che tutti gli stati diano seguito agli impegni assunti con l’adozione, nel 1998, della Dichiarazione delle Nazioni Unite sui difensori e sulle difensore dei diritti umani. Questo testo richiede agli stati di riconoscere l’importanza del ruolo e del contributo di coloro che difendono i diritti umani e di adottare misure efficaci per la loro protezione.

La campagna globale di Amnesty International metterà in luce le vicende di persone in imminente pericolo a causa delle loro attività in favore dei diritti umani e premerà sui governi e su altri decisori affinché siano rafforzati i sistemi legali.  Amnesty International continuerà a indagare sugli attacchi contro coloro che difendono i diritti umani e lavorerà insieme alle comunità e alle campagne locali per mobilitare le persone a passare all’azione.  “Da Frederick Douglass a Emily Pankhurst, da Rosa Parks a B.R. Ambedkar fino a Nelson Mandela, la storia è piena delle gesta di persone comuni che hanno rifiutato di accettare lo status quo e si sono battute per ciò che era giusto. Lo spirito di quel coraggio è vivo ancora oggi. Da Malala Yousafzai a Chelsea Manning, ci sono persone che si prendono enormi rischi per noi”, ha sottolineato Shetty. “Senza il loro coraggio il mondo è meno equo, meno giusto e meno uguale. Ecco perché oggi chiediamo a tutti, e non solo ai leader mondiali, di stare dalla parte di chi difende i diritti umani e di proteggere le persone coraggiose”, ha concluso Shetty.  Il documento “Difensori e difensore dei diritti umani sotto attacco. Sempre meno spazio per la società civile” è online all’indirizzo: https://d21zrvtkxtd6ae.cloudfront.net/public/uploads/2016/10/16105010/difensori-diritti-umani-briefing.pdf

Per maggiori informazioni sulla campagna “Coraggio”:

https://www.amnesty.it/campagne/coraggio/

Amnesty International Italia

Chelsea Manning finalmente libera

Il rilascio, lungamente dovuto, di Chelsea Manning da una prigione militare degli Usa pone finalmente termine alla punizione che le era stata inflitta per aver reso pubbliche informazioni riservate, riguardanti anche possibili crimini di guerra commessi dalle forze armate statunitensi.
Lo ha dichiarato Amnesty International, sottolineando che è arrivato il giorno per cui migliaia di attivisti dell’organizzazione negli Usa e nel mondo si sono tanto battuti, sin dall’inizio del suo crudele calvario.
“Il trattamento inflitto a Chelsea Manning è reso particolarmente insopportabile dal fatto che nessuno è stato chiamato a rispondere dei presunti crimini che lei ha portato alla luce. Oggi celebriamo la sua libertà, ma continueremo a chiedere un’indagine indipendente sulle possibili violazioni dei diritti umani da lei denunciate e l’adozione di misure protettive in modo che altri come lei non siano sottoposti a quel trattamento agghiacciante”, ha dichiarato Margaret Huang, direttrice generale di Amnesty International Usa.
Amnesty International aveva avviato la campagna per il rilascio di Chelsea Manning sin dal 2013, quando era stata condannata a 35 anni di carcere, un periodo di tempo più lungo di quello riservato ai militari condannati per omicidio, stupro e crimini di guerra.
In più, Chelsea Manning era stata tenuta per 11 mesi in detenzione preventiva, in condizioni giudicate dal Relatore speciale Onu sulla tortura un trattamento crudele, inumano e degradante. Era poi stata posta in isolamento per aver tentato il suicidio e le erano state negate le cure appropriate relative alla sua transizione di genere.
Nel 2014, durante la campagna “Write for Rights” di Amnesty International, erano state svolte quasi 250.000 azioni per chiedere il suo rilascio.
All’epoca, Chelsea Manning aveva inviato ad Amnesty International questo messaggio:

“Io sostengo la vostra azione per proteggere le persone ogni volta che la giustizia, la libertà, la verità e la dignità vengono negate. A mio avviso la trasparenza nel governo è un prerequisito fondamentale per assicurare e proteggere la libertà e la dignità di tutte le persone”.

Dopo quattro anni di campagne da parte di Amnesty International e di altre organizzazioni, poco prima di lasciare la Casa bianca l’ex presidente Obama aveva commutato la condanna.
Questa settimana Amnesty International ha lanciato la nuova campagna globale “Coraggio”, dalla parte di quei coraggiosi attivisti e whistleblower che spesso nel mondo finiscono in grave pericolo per aver sfidato le violazioni dei diritti umani.
“Il vendicativo trattamento inflitto dalle autorità statunitensi a Chelsea Manning dopo che aveva denunciato possibili violazioni da parte delle forze armate è un triste segno del limite cui coloro che hanno il potere possono spingersi per impedire ad altri di parlare”, ha commentato Huang.

“Il rilascio di Chelsea Manning mostra una volta di più che il potere delle persone può trionfare sull’ingiustizia: un messaggio che deve ispirare i tanti coraggiosi difensori dei diritti umani nel mondo che sono al centro della nuova campagna globale di Amnesty International”, ha concluso Huang.

Amnesty International Italia

 

Arresto del direttore dell’edizione online di Cumhuriyet. Altro giorno nero per il giornalismo in Turchia

A seguito dell’arresto di Oguz Güven, direttore dell’edizione online del noto quotidiano turco Cumhuriyet, Andrew Gardner, ricercatore di Amnesty International sulla Turchia, ha rilasciato la seguente dichiarazione: “Da quando, dopo il tentato colpo di stato del luglio scorso, si è intensificato il giro di vite nei confronti della stampa, le autorità turche non hanno smesso un attimo di dare la caccia a Cumhuriyet, oggi uno dei pochi quotidiani d’opposizione ancora aperti. Sono già 12 i giornalisti di Cumhuriyet in carcere in attesa del processo e l’arresto diOguz Güven è un’ulteriore dimostrazione dell’intenzione delle autorità turche di eliminare definitivamente il giornalismo indipendente”.

Secondo il suo avvocato, Oguz Güven è stato arrestato a causa di un titolo sulla morte di un procuratore della provincia di Denizli. “Le notizie secondo cuiOguz Güven sarebbe stato arrestato sulla base di un semplice titolo, riflette la nuova terrificante realtà di un paese in cui si può finire in carcere anche per una parola fuori posto. Il suo arresto segna un altro giorno nero per il giornalismo in Turchia, paese che dallo scorso anno vanta il triste primato di essere il carcere più grande al mondo per gli operatori dell’informazione”. Oguz Güven è ancora trattenuto in una stazione di polizia e non è chiaro se sarà interrogato riguardo ad altre questioni. L’appello per fermare la repressione dei media in Turchia è online all’indirizzo: https://www.amnesty.it/appelli/turchia-giornalismo-indipendente-attacco/

Amnesty International Italia

Il Brasile all’esame delle Nazioni Unite

Alla vigilia dell’esame della situazione dei diritti umani in Brasile da parte del Consiglio Onu dei diritti umani, previsto a Ginevra oggi, 5 maggio, Amnesty International ha denunciato che le autorità brasiliane stanno sempre più chiudendo gli occhi di fronte al peggioramento della crisi dei diritti umani che loro stesse hanno provocato. Dall’ultimo Esame periodico universale delle Nazioni Unite, risalente al 2012, a Rio de Janeiro le uccisioni da parte della polizia sono costantemente aumentate – nei primi due mesi del 2017 sono state 182, quasi il doppio rispetto a cinque anni fa – così come altre violazioni dei diritti umani in tutto il paese. “Dal 2012 il Brasile non ha preso misure sufficienti per affrontare lo scioccante livello di violazioni dei diritti umani, comprese le uccisioni da parte della polizia, che causano centinaia di vittime ogni anno”, ha dichiarato Jurema Werneck, direttrice generale di Amnesty International Brasile.

“È stato fatto davvero molto poco per ridurre il numero delle uccisioni, controllare l’uso della forza da parte della polizia o garantire i diritti delle popolazioni native sanciti dalla Costituzione. Gli stati membri dell’Onu devono dire in modo chiaro al Brasile che tutto questo deve cambiare”, ha aggiunto Werneck. “Oggi stiamo assistendo alla strumentalizzazione della profonda crisi politica, etica e finanziaria che avvolge il Brasile per violare diritti consolidati da lungo tempo”, ha sottolineato Werneck. Secondo fonti ufficiali, nei primi due mesi del 2017 solo a Rio de Janeiro almeno 182 persone sono state uccise durante operazioni di polizia nelle favelas, con un aumento del 78 per cento rispetto allo stesso periodo del 2016.

Nel 2016 in città sono state registrate 920 uccisioni da parte della polizia. Nel 2012 erano state 419. Il Brasile vanta un livello assai alto di omicidi, circa 60.000 nel 2015. La maggior parte delle vittime erano giovani neri. Le forze di polizia sono responsabili di una significativa percentuale di questi omicidi, molti dei quali possono essere considerati esecuzioni extragiudiziali ovvero un crimine di diritto internazionale. Nel 2015 nella sola città di Rio del Janeiro le forze di polizia sono state responsabili di un’uccisione su cinque, a San Paolo di una su quattro. Nonostante il fatto che oltre il 70 per cento degli omicidi in Brasile avviene mediante l’uso di armi da fuoco, il Congresso sta purtroppo discutendo una proposta di legge che ridurrebbe le limitazioni al possesso di armi da fuoco in vigore dal 2004. La violenza è aumentata negli ultimi anni anche nelle zone rurali del paese, soprattutto nel contesto delle dispute sulla terra che vedono vittime le comunità contadine e native. Nel 2016 la Commissione pastorale della terra ha registrato 61 uccisioni, 200 minacce di morte e 74 tentati omicidi relativi alle dispute sulla terra e sulle risorse naturali. Si è trattato del secondo anno più violento in un quarto di secolo, dopo il 2013 in cui furono registrate 73 uccisioni. Finora nel 2017 le uccisioni sono state 19. Nel rapporto sottoposto alle Nazioni Unite in occasione dell’Esame periodico universale del Brasile, Amnesty International ha espresso gravi preoccupazioni in materia di diritti dei popoli nativi, maltrattamenti e torture, condizioni delle carceri, libertà d’espressione e repressione delle proteste pacifiche.

Il rapporto “Brazil: police killings, impunity and attacks on defenders” Amnesty International submission for the UN Universal Periodic Review  – 27th session of the UPR working group, May 2017 è online all’indirizzo:   https://www.amnesty.it/il-brasile-allesame-delle-nazioni-unite-amnesty-international-denuncia-un-picco-di-uccisioni-da-parte-della-polizia-di-rio-de-janeiro/

Amnesty International Italia

Terzo anniversario del rapimento delle studentesse in Nigeria. Lo ricorda Amnesty International

In occasione del terzo anniversario del rapimento delle 276 studentesse della scuola di Chibok, Amnesty International ha sollecitato le autorità della Nigeria a raddoppiare gli sforzi per ottenere il rilascio delle ragazze ancora sotto sequestro e di centinaia di altre che sono state rapite dal gruppo armato Boko haram nel nord-est del paese.

“Boko haram continua a rapire donne, ragazze e ragazzi che vengono spesso sottoposti a terribili violenze, tra cui stupri e pestaggi, e costretti a compiere attentati suicidi. Purtroppo, molti di questi rapimenti vengono ignorati dai mezzi d’informazione e questo fa sì che le famiglie perdano ogni speranza di riabbracciare i loro cari”, ha dichiarato Makmid Kamara, direttore ad interim di Amnesty International Nigeria.

“Boko haram compie questi terribili rapimenti e altri attacchi, alcuni dei quali costituiscono crimini di guerra su scala quasi quotidiana. Occorre fermarli. Oggi ricordiamo le ragazze di Chibok e siamo solidali con le loro famiglie così come le migliaia di altre persone rapite, uccise o rese profughe dal gruppo armato”, ha proseguito Kamara.

Amnesty International continua a partecipare alla campagna #BringBackOurGirls e sollecita il governo nigeriano ad assicurare il massimo impegno per tutte le persone rapite e a fornire adeguato sostegno alle famiglie. Dall’inizio del 2014, Amnesty International ha documentato almeno altri 41 casi di rapimenti di massa da parte di Boko haram. Se da un lato il governo nigeriano sta facendo notevoli sforzi per liberare le 195 ragazze ancora nelle mani del gruppo armato, le vittime di sequestri di massa meno noti non beneficiano di altrettanto sostegno. “Il governo nigeriano sta facendo passi avanti nel recupero di zone precedentemente controllate da Boko haram ma molto di più dev’essere fatto per impedire ulteriori rapimenti e attentati e per fornire sostegno adeguato a tutte le persone liberate o fuggite dalla prigionia”, ha sottolineato Kamara. “La sanguinosa insurrezione di Boko haram e l’offensiva delle forze di sicurezza per fermarla hanno causato la fuga di oltre due milioni di persone nel nord-est della Nigeria e condotto moltissime persone sull’orlo della fame. È fondamentale, per il bene della popolazione nigeriana, che i responsabili di queste atrocità siano portati di fronte alla giustizia”, ha concluso Kamara.

Dal 2009 Boko haram sta portando avanti una violenta campagna di uccisioni, attentati, rapimenti e saccheggi su scala quasi quotidiana contro la popolazione civile del nord-est della Nigeria. Città e villaggi sono stati devastati. Scuole, chiese, moschee e altri edifici pubblici sono stati attaccati e distrutti. Boko haram si sta accanendo contro i civili intrappolati nelle aree sotto il suo controllo e ha interrotto la fornitura di numerosi servizi pubblici, tra cui soprattutto la sanità e l’istruzione.

Le ricerche condotte da Amnesty International dimostrano che Boko haram si è reso responsabile di crimini di guerra e crimini contro l’umanità rimasti impuniti. Nell’aprile 2014 Boko haram ha rapito 276 studentesse della scuola secondaria pubblica di Chibok. Questi rapimenti sono un elemento costante della strategia di Boko haram. Il 14 aprile 2015 Amnesty International ha pubblicato un ampio rapporto in cui ha documentato 38 casi del genere. Dall’aprile 2015 migliaia di donne, uomini, ragazzi e ragazze rapiti da Boko haram sono stati liberati o sono riusciti a fuggire dalla prigionia, ma altre migliaia di civili rimangono tuttora nelle mani del gruppo armato.

Amnesty International Italia