Siria, un rapporto di A. I.

Un nuovo rapporto diffuso da Amnesty International documenta crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ commessi nei confronti dei civili palestinesi e siriani residenti a Yarmuk, il campo alla periferia della capitale Damasco sotto assedio da parte delle forze governative.

Il rapporto, intitolato “Vite schiacciate: crimini di guerra contro i civili sotto assedio” e pubblicato alla vigilia del terzo anniversario dell’inizio della crisi siriana, denuncia la morte di quasi 200 persone da quando, nel luglio 2013, l’assedio si e’ fatto piu’ stringente ed e’ stato tagliato l’accesso a cibo e medicinali fondamentali. Secondo le ricerche di Amnesty International, 128 delle vittime sono morte di fame.

“La vita a Yarmuk e’ diventata sempre piu’ insopportabile per persone disperate, affamate e intrappolate in un ciclo di sofferenza da cui non sanno come poter uscire. La popolazione di Yarmuk e’ trattata come una pedina di guerra in un gioco mortale di cui non ha il controllo” – ha dichiarato Philip Luther, direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.
Secondo il rapporto, le forze governative e i loro alleati hanno ripetutamente compiuto attacchi, compresi raid aerei e pesanti bombardamenti, contro edifici civili tra cui scuole, ospedali e una moschea. Alcuni degli obiettivi degli attacchi erano stati adattati a rifugi per profughi interni provenienti da altre zone di conflitto. Sono stati presi di mira anche medici e operatori sanitari.
“Lanciare attacchi indiscriminati contro le aree civili, provocando morti e feriti, e’ un crimine di guerra. Colpire ripetutamente una zona densamente popolata, da cui i civili non hanno modo di fuggire, dimostra un’attitudine spietata e un vile disprezzo per i principi piu’ elementari del diritto internazionale umanitario” – ha affermato Luther.

Almeno il 60 per cento di coloro che si trovano ancora a Yarmuk soffre di malnutrizione. Gli abitanti hanno detto ad Amnesty International che non mangiano frutta o verdura da mesi. I prezzi sono saliti alle stelle e un chilo di riso puo’ costare anche piu’ di 70 euro.

“Le forze siriane stanno commettendo crimini di guerra usando la fame dei civili come arma di guerra. I terrificanti racconti delle famiglie che si sono ritrovate costrette a mangiare gatti e cani e di civili attaccati dai cecchini mentre cercavano cibo fuori dal campo, sono diventati familiari in questa storia dell’orrore che si e’ materializzata a Yarmuk” – ha sottolineato Luther.

Il campo e’ senza fornitura di energia elettrica dall’aprile 2013.

Nonostante la fornitura a intermittenza di razioni alimentari da parte dell’agenzia delle Nazioni Unite Unrwa tra gennaio e febbraio 2014, gli aiuti arrivati sono del tutto inadeguati a sopperire alle necessita’ di base. Gli operatori umanitari li hanno definiti “una goccia nell’oceano”. La ripresa dei bombardamenti negli ultimi giorni ha significato ancora una volta l’interruzione delle forniture. “Il numero dei morti aumenta e la situazione e’ disperata. E’ atroce pensare che in molti casi si sarebbero potute salvare vite umane se fossero state disponibili cure mediche adeguate”- ha commentato Luther.

Amnesty International ha avuto notizia di donne morte durante la gravidanza. Anche i bambini e gli anziani sono stati colpiti in modo particolarmente grave: 18 tra bambini e neonati sono morti. Tra le complicazioni riferite, quelle dovute all’ingerimento di cibo non commestibile, di piante velenose e di carne di cane.

La maggior parte degli ospedali ha dovuto chiudere e quelli aperti sono privi persino dei medicinali di prima necessita’. In alcuni casi, secondo quanto raccontato ad Amnesty International dai residenti del campo, i gruppi armati di opposizione hanno rubato i medicinali e le ambulanze.

Gli stessi operatori sanitari sono stati presi di mira. Almeno 12 di essi sono stati arrestati durante l’assedio, nella maggior parte dei casi ai posti di blocco. Sei risultano “scomparsi” dopo essere stati fermati dalle forze governative. Si ritiene che almeno un medico sia morto sotto tortura.

“Prendere di mira i medici e gli operatori sanitari che stanno cercando di prestare cure agli ammalati e ai feriti e’ un crimine di guerra. Tutte le parti devono cessare di attaccare il personale medico e gli operatori umanitari” – ha sottolineato Luther.

A Yarmuk sono state arrestate almeno 150 persone, oltre 80 delle quali si ritiene siano ancora in stato di detenzione. Amnesty International chiede l’immediato e incondizionato rilascio di tutti coloro che sono stati arrestati solo a causa della loro opinione o identita’ politica.

“L’assedio di Yarmuk e’ una punizione collettiva nei confronti della popolazione civile. Il governo siriano deve immediatamente porre fine all’assedio e consentire alle agenzie umanitarie di entrare nel campo per assistere, senza essere ostacolate, la popolazione civile” – ha proseguito Luther.
Il mese scorso, il Consiglio di sicurezza aveva adottato una risoluzione che chiedeva a tutte le parti in conflitto di porre fine all’assedio dei centri abitati, di consentire l’accesso senza ostacoli delle agenzie umanitarie e di porre fine alle violazioni dei diritti umani e del diritto internazionale umanitario. La risoluzione non ha ancora portato a un significativo miglioramento nella situazione delle popolazioni assediate.

“L’assedio di Yarmuk e’ il piu’ mortale di una serie di blocchi armati imposti dalle forze armate governative e dai gruppi armati di opposizione nei confronti di 250.000 civili in tutta la Siria. Questi assedi stanno causando incommensurabili sofferenze umane e devono cessare immediatamente” – ha concluso Luther.

Amnesty International continua a chiedere che chiunque sia sospettato di aver commesso od ordinato crimini di guerra o crimini contro l’umanita’ sia sottoposto alla giustizia, anche attraverso il deferimento della situazione in Siria al procuratore della Corte penale internazionale. Secondo lo statuto di Roma della Corte, determinati atti – tra cui l’omicidio, la tortura e la sparizione forzata – costituiscono un crimine contro l’umanita’ se condotti contro la popolazione civile come parte di un attacco sistematico e su larga scala.

Amnesty International Italia

 

Attivista arrestato in Russia alla vigilia di Soci

Con l’approssimarsi dell’inizio dei Giochi olimpici invernali di Soci, la persecuzione nei confronti degli attivisti della societa’ civile si intensifica. Lo ha dichiarato Amnesty International dopo l’arresto di Evgeny Vitishko, per aver imprecato mentre si trovava alla fermata di un autobus a Tuapse, nei dintorni della citta’ olimpica.
Vitishko e’ stato accusato di ‘atti minori di teppismo’, reato per il quale e’ prevista la detenzione amministrativa per 15 giorni.
‘Il nome di Vitishko e’ diventato il sinonimo della persecuzione degli attivisti della societa’ civile russa nel periodo precedente lo svolgimento dei Giochi olimpici di Soci. Lui e i suoi amici stanno cercando di rendere noti i danni arrecati all’ambiente dalla preparazione delle Olimpiadi e per questo vengono puniti. Con l’accusa odierna le autorita’ provano a tappargli la bocca. Siamo preoccupati per quanto potra’ accadere a Olimpiadi terminate, quando il mondo non guardera’ piu’ a Soci’ – ha dichiarato Denis Krivosheev, vicedirettore del Programma Europa e Asia Centrale di Amnesty International.
Vitishko e i suoi amici sono molto attivi nel denunciare la deforestazione, le costruzioni e le recinzioni illegali nella foresta protetta dell’area di Soci. Una prima condanna, nel 2012, e’ stata sospesa. Lo scorso dicembre, il tribunale di Tuapse lo ha condannato a tre anni per aver violato il divieto di essere presente in luoghi pubblici collegato alla sospensione della pena. Il processo d’appello dovrebbe svolgersi il 22 febbraio, ma sul sito del tribunale non si trova piu’ alcuna informazione.
Amnesty International aveva gia’ espresso la sua preoccupazione per il processo iniquo terminato con la condanna a tre anni. I sostenitori di Vitishko temono ora che egli possa essere tenuto agli arresti per il reato amministrativo di ‘atti minori di teppismo’ per poi essere inviato in una colonia penale a scontare la condanna a tre anni.

Amnesty International Italia

Crimini di guerra e contro l’umanità nella Repubblica Centrafricana

Amnesty International ha presentato le conclusioni preliminari di una missione di ricerca durata due settimane e ha dichiarato che nella Repubblica Centrafricana sono in corso crimini di guerra e contro l’umanita’. L’organizzazione per i diritti umani chiede il rapido dispiegamento di una robusta forza di peacekeeping, dotata di un chiaro mandato relativo alla protezione dei civili e di risorse sufficienti per poterlo eseguire in modo efficace.

‘Le nostre ricerche sul campo nella Repubblica Centrafricana delle ultime due settimane non lasciano dubbi sul fatto che tutte le parti in conflitto stanno commettendo crimini di guerra e contro l’umanita’’ – ha dichiarato Christian Mukosa, esperto di Amnesty International sul paese. ‘Questi crimini comprendono esecuzioni extragiudiziali, mutilazioni, distruzione intenzionale di edifici religiosi come le moschee e lo sfollamento forzato di un massiccio numero di persone’ – ha spiegato Mukosa.

La delegazione di Amnesty International, composta da tre persone, ha potuto documentare violazioni e abusi commessi a partire dal 5 dicembre, quando la violenza ha fatto esordio nella capitale Bangui con un attacco all’alba delle milizie anti-balaka. In alcune zone della capitale, le milizie anti-balaka sono andate di porta in porta fino a uccidere circa 60 musulmani. Le forze del governo di fatto, conosciute come ex-Seleka, hanno eseguito rappresaglie di dimensioni ancora maggiori contro i cristiani, uccidendo circa 1000 uomini in due giorni – tra cui un piccolo numero di donne e bambini – e razziando sistematicamente le abitazioni civili. Nei giorni successivi, le violazioni dei diritti umani sono proseguite con un’intensita’ sconvolgente.

Nonostante la presenza di militari francesi e africani dovrebbe garantire la protezione dei civili, questi sono uccisi selvaggiamente ogni giorno. Le vittime dall’8 dicembre sono state almeno 90, alcune uccise a colpi d’arma da fuoco, altre da facinorosi armate di machete e altre ancora a colpi di pietra.

La completa assenza di giustizia e di meccanismi che chiamino gli autori a rispondere di questi crimini ha dato luogo a una crescente spirale di uccisioni per rappresaglia e ha acuito l’odio e la diffidenza tra le comunita’. In totale, 614.000 persone hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. Da Bangui sono fuggiti 189.000 abitanti, un quarto della popolazione della capitale.

‘La continua violenza, la massiccia distruzione dei beni e lo sfollamento forzato della popolazione di Bangui stanno alimentando profondi sentimenti di rabbia, ostilita’ e diffidenza’ – ha sottolineato Mukosa. ‘Non vi sara’ alcuna prospettiva della fine del ciclo di violenza fino a quando le milizie non saranno disarmate e le migliaia di civili a rischio non saranno concretamente
ed efficacemente protette. I quartieri residenziali devono essere resi sicuri per primi, in modo che gli abitanti possano fare rientro nelle loro case e riprendere la vita normale’.

Ogni processo di disarmo dev’essere accompagnato da efficaci misure di protezione fisica, soprattutto nei centri nevralgici della capitale, i quartieri PK5, Miskine e Combattant. Amnesty International ha ricevuto notizie di attacchi di rappresaglia contro persone che erano state disarmate.

Uno degli aspetti piu’ preoccupanti dell’attuale situazione e’ la sovrapposizione tra gruppi armati organizzati e gruppi di facinorosi civili. In molti casi, e’ stato difficile identificare i responsabili delle uccisioni sebbene sia evidente che molti civili, a livello locale, incitino a compiere rappresaglie e, in alcuni casi, vi prendano direttamente parte.

Tanto la comunita’ cristiana quanto quella musulmana hanno maturato un profondo sentimento di rabbia e disperazione. Molte persone hanno mostrato ai ricercatori di Amnesty International foto e video di massacri ripresi coi loro telefoni cellulari.

Amnesty International ritiene necessario l’invio urgente di altre truppe internazionali per garantire la sicurezza a Bangui e in altre zone della Repubblica Centrafricana.

L’Unione africana ha promesso l’invio di un massimo di 6000 uomini che andranno a far parte della nuova forza di peacekeeping a partire dal 19 dicembre.
Questo dispiegamento e’ particolarmente urgente ma i dettagli non sono stati ancora resi noti.

Amnesty International chiede inoltre alle Nazioni Unite di accelerare i tempi per istituire una commissione d’inchiesta sui crimini di guerra, i crimini contro l’umanita’ e le altre gravi violazioni dei diritti umani in corso nella Repubblica Centrafricana.

‘E’ importante stabilire le responsabilita’ dei crimini commessi da ogni parte in conflitto e assicurare la fine di decenni di quell’impunita’ che ha dominato il paese’ – ha commentato Mukosa.

Amnesty International ha ricevuto informazioni attendibili secondo le quali capi delle milizie implicate nella violenza sono direttamente coinvolti negli attacchi e dovrebbero essere portati di fronte alla giustizia.

‘La comunita’ internazionale ha un importante ruolo da giocare nella Repubblica Centrafricana: deve garantire che le forze di peacekeeping siano dispiegate in tutta fretta e dotate delle risorse necessarie per impedire un bagno di sangue persino peggiore’ – ha concluso Mukosa.

Amnesty International pubblichera’ un piu’ esaustivo rapporto all’inizio del 2014, mentre Human Rights Watch pubblica oggi un separato rapporto sull’escalation della violenza settaria e delle atrocita’ nella provincia di Ouham, nel nord della Repubblica Centrafricana.

Articolo di Amnesty International Italia

Cinque anni fa la promessa di Obama di chiudere Guantanamo

Cinque anni dopo che il presidente Barack Obama firmo’ l’ordine esecutivo per chiudere Guantánamo, Amnesty International ha dichiarato che il fatto che la struttura continui a restare aperta e’ un evidente esempio dei doppi standard adottati dagli Usa nel campo dei diritti umani.
‘L’ordine esecutivo firmato il 22 gennaio 2009, che disponeva la chiusura di Guantánamo entro un anno, fu una delle prime decisioni assunte dal presidente Obama dopo la sua entrata in carica’ – ha ricordato Erika Guevara Rosas, direttrice del programma Americhe di Amnesty International. ‘Cinque anni dopo, quella promessa e’ diventata un fallimento nel campo dei diritti umani che rischia di perseguitare il ricordo del presidente Obama, come gia’ e’ successo al suo predecessore’.
A 12 anni di distanza dai primi arrivi restano a Guantánamo oltre 150 detenuti, la maggior parte dei quali senza accusa ne’ processo.
Una manciata di detenuti sta affrontando il processo nell’ambito del sistema delle commissioni militari, che non rispetta gli standard internazionali sul giusto processo. Dei quasi 800 detenuti di Guantánamo, meno dell’uno per cento e’ stato condannato dalle commissioni militari e nella maggior parte dei casi a seguito di un patteggiamento.
Gli Usa si aspettano da altri paesi cio’ che essi rifiutano di fare: accogliere i detenuti rilasciati che non possono essere rimpatriati. A seguito di tale rifiuto, anche coloro che hanno ottenuto una sentenza di rilascio continuano a rimanere a Guantánamo. Il trasferimento, nel dicembre 2013, di tre cinesi di etnia uigura in Slovacchia e’ avvenuto dopo che erano trascorsi piu’ di cinque anni dalla sentenza che aveva giudicato illegale la loro detenzione.
Piu’ di 70 detenuti, in maggior parte cittadini dello Yemen, sono stati autorizzati al trasferimento ma l’amministrazione Usa si e’ appellata alla situazione di sicurezza nel loro paese e ad altre considerazioni per ritardare la loro uscita da Guantánamo.
‘I detenuti di Guantánamo rimangono in un limbo, le loro vite sospese da anni. Molti di essi hanno subito gravi violazioni dei diritti umani, tra cui la sparizione forzata e la tortura, ma l’accesso a un rimedio giudiziario e’ stato sistematicamente bloccato e l’accertamento delle responsabilita’ e’ stato minimo’ – ha sottolineato Guevara Rosas.
‘Anno dopo anno, mentre tenevano aperto Guantánamo, gli Usa hanno continuato a proclamare il loro impegni per gli standard internazionali sui diritti umani. Se qualsiasi altro paese fosse stato responsabile del vuoto di diritti umani rappresentato da Guantánamo, avrebbe certamente attirato la condanna degli Usa. Da molto tempo e’ necessario che gli Usa pongano fine a questi doppi standard’ – ha proseguito Guevara Rosas.
Amnesty International chiede alle autorita’ statunitensi di assicurare indagini indipendenti e imparziali su tutte le denunce credibili di violazioni dei diritti umani commesse a Guantánamo e in altri centri di detenzione. Le conclusioni di queste indagini dovrebbero essere rese pubbliche e chiunque venisse giudicato responsabile di crimini di diritto internazionale dovrebbe essere portato di fronte alla giustizia, a prescindere dal suo attuale o passato rango.
Secondo Amnesty International, la segretezza sulle violazioni dei diritti umani commesse dall’esercito e dai servizi segreti degli Usa deve terminare.
‘L’impunita’ per crimini di diritto internazionale come la tortura e le sparizioni forzate commessi contro i detenuti, a Guantánamo e altrove, costituisce una grave ingiustizia che pone gli Usa in forte violazione dei loro obblighi internazionali’ – ha concluso Guevara Rosas.
Amnesty International chiede infine che tutte le vittime delle violazioni dei diritti umani commesse dagli Usa – compresi i detenuti e gli ex detenuti di Guantánamo – abbiano un effettivo accesso a significativi rimedi giudiziari.

Amnesty International Italia

In India reintrodotto il reato di omosessualità

Una sentenza della Corte suprema dell’India, che ha reso i rapporti fra adulti dello stesso sesso consenzienti un reato, rappresenta una giornata nera per la libertà in India, ha dichiarato Amnesty International India.
‘Questa decisione è un duro colpo ai diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla dignità’’, ha affermato G Ananthapadmanabhan, chief executive di Amnesty International India. ‘E’ difficile non sentirsi delusi da questa sentenza, che ha portato l’India indietro di parecchi anni nel suo impegno per proteggere i diritti fondamentali’.
La Corte suprema ha ribaltato una sentenza storica dell’Alta corte di Delhi nel 2009, che aveva depenalizzato i rapporti fra adulti dello stesso sesso consenzienti. La Corte suprema ha affermato che la sezione 377 – che criminalizza il ‘rapporto carnale contro l’ordine della natura’ – era costituzionalmente valida e ha dichiarato che il governo potrebbe adottare misure legislative per abrogare la legge.
L’Alta corte di Delhi aveva stabilito nel 2009 che la messa al bando delle relazioni omosessuali tra adulti consenzienti era discriminatoria e violava i diritti all’uguaglianza, alla privacy e alla dignità stabiliti nella costituzione indiana.
Il caso è stato inizialmente proposto dalla Fondazione Naz, un’organizzazione indiana per i diritti sessuali. A seguito della sentenza dell’Alta corte di Delhi nel 2009, un gruppo di enti privati, inclusi i gruppi religiosi, si è appellato contro la decisione presso la Corte suprema.
Il governo centrale dell’India non si è appellato. Il procuratore generale ha detto alla Corte suprema nel marzo 2012: ‘Il governo indiano non trova alcun errore nella sentenza dell’Alta corte e ne accetta la correttezza’.
Confutando affermazioni che l’omosessualità fosse ‘non indiana’, il procuratore generale ha affermato: ‘L’introduzione della sezione 377 non era un riflesso dei valori e delle tradizioni indiane esistenti, piuttosto e’ stato imposto alla società indiana dai colonizzatori a causa dei loro valori morali’.
Durante una revisione della situazione dei diritti umani in India al Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite nel 2012, il governo indiano ha citato la decisione dell’Alta corte di Delhi per indicare il suo progresso in materia di diritti umani.
‘Il governo dell’India ha detto che e’ a favore della depenalizzazione dell’omosessualità. Ora è il momento di agire sulla sua parola. Il parlamento deve immediatamente approvare una legislazione per ripristinare i diritti e le libertà che sono stati negati oggi’, ha concluso G Ananthapadmanabhan.
L’Alta corte di Delhi nel 2009 aveva stabilito che la criminalizzazione dell’omosessualità aveva forzato ‘una parte consistente della società … a vivere la loro vita all’ombra di molestie, sfruttamento, umiliazione, trattamento crudele e degradante per mano del meccanismo di applicazione della legge’.

Il Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani – l’organismo di esperti che sovrintende all’attuazione del Patto internazionale sui diritti civili e politici – ha affermato che le leggi utilizzate per criminalizzare le relazioni omosessuali private tra adulti consenzienti violano i diritti alla privacy e alla non discriminazione.
Amnesty International India chiede inoltre al parlamento indiano di approvare leggi specifiche per criminalizzare la violenza sessuale contro gli uomini e le persone transgender.

Amnesty International Italia

Qatar. Nuovo rapporto di Amnesty International

In un nuovo rapporto, Amnesty International ha rivelato come il settore delle costruzioni in Qatar sia dominato da abusi e i lavoratori, impiegati in progetti multimilionari, subiscano gravi forme di sfruttamento.
Nel contesto dell’imminente costruzione degli stadi che ospiteranno i Mondiali Fifa del 2022, il rapporto di Amnesty International descrive la complessita’ delle catene d’appalto e denuncia diffusi e regolari abusi nei confronti dei lavoratori migranti, in alcuni casi vere e proprie forme di lavoro forzato.
‘Non si puo’ assolutamente scusare che in uno dei paesi piu’ ricchi del mondo cosi’ tanti lavoratori migranti siano sfruttati senza pieta’, privati del salario e abbandonati al loro destino’ – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.
‘Le imprese di costruzione e le stesse autorita’ del Qatar stanno venendo meno al loro dovere nei confronti dei lavoratori migranti. I datori di lavoro mostrano un impressionante disprezzo per i loro diritti umani basilari e molti approfittano del clima permissivo, nonche’ della scarsa applicazione delle tutele, per sfruttare i lavoratori del settore delle costruzioni’ – ha aggiunto Shetty.
I migranti impiegati nel settore delle costruzioni in Qatar lavorano spesso per piccole e medie imprese che prendono subappalti dalle grandi compagnie, le quali talvolta non riescono a garantire che i lavoratori non vengano sfruttati.
‘Le imprese devono assicurare che i migranti impiegati nei progetti di costruzione non siano sottoposti ad abusi. Dovrebbero intervenire prima e non limitarsi ad agire quanto gli abusi vengono portati alla loro attenzione. Chiudere un occhio su qualunque forma di sfruttamento e’ imperdonabile, soprattutto quando in questo modo si distruggono i mezzi di sussistenza e la vita stessa delle persone’ – ha proseguito Shetty.
Il rapporto, basato su interviste a lavoratori, datori di lavoro e rappresentanti del governo, descrive un’ampia serie di abusi nei confronti dei lavoratori migranti, tra cui il mancato pagamento dei salari, condizioni durissime e pericolose di lavoro e situazioni alloggiative sconcertanti. I ricercatori di Amnesty International hanno anche incontrato decine di lavoratori intrappolati in Qatar senza via d’uscita, poiche’ i loro datori di lavoro gli stavano impedendo da mesi di lasciare il paese.
‘I riflettori del mondo resteranno puntati sul Qatar da qui ai Mondiali Fifa del 2022, offrendo al governo un’opportunita’ unica per mostrare al mondo che prende sul serio i suoi impegni in materia di diritti umani e puo’ costituire un modello per il resto della regione’ – ha rimarcato Shetty.
Il rapporto di Amnesty International fa luce sull’inadeguatezza della legislazione a tutela dei lavoratori migranti, peraltro aggirata regolarmente da molti datori di lavoro. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto dunque il rafforzamento delle norme vigenti e la fine del sistema dello ‘sponsor’, che impedisce ai lavoratori migranti di lasciare il paese o di cambiare impiego senza il permesso del loro datore di lavoro.
Il rapporto di Amnesty International, inoltre, mette in evidenza le prassi seguite dalle imprese di costruzione, alcune delle quali considerano normale violare gli standard a tutela dei lavoratori. La discriminazione nei confronti dei lavoratori migranti – la maggior parte dei quali proviene dall’Asia meridionale e sudorientale – e’ un fenomeno comune. I ricercatori di Amnesty International hanno udito il direttore di un’impresa di costruzione chiamare i suoi lavoratori ‘gli animali’.
Le ricerche di Amnesty International hanno rivelato come alcuni dei lavoratori che avevano subito abusi erano stati assunti da imprese che avevano preso subappalti da compagnie globali come Qatar Petroleum, Hyundai E&C e OHL Construction.
L’organizzazione per i diritti umani ha contattato diverse grandi imprese per segnalare i casi che aveva documentato. Molte hanno espresso seria preoccupazione e alcune hanno detto di aver a loro volta compiuto indagini. Una ha affermato di aver deciso di migliorare il sistema di ispezioni sul lavoro.
Le risultanze del rapporto di Amnesty International alimentano i timori che nella costruzione dei principali impianti, compresi quelli che potrebbero essere di cruciale importanza nello svolgimento dei Mondiali Fifa del 2022, i lavoratori potranno essere sottoposti a sfruttamento.
In un caso, i lavoratori di un’impresa che fornisce materiali fondamentali per un progetto legato alla costruzione di quello che sara’ il quartier generale della Fifa, hanno subito gravi abusi. ‘Venivamo trattati come bestie’, hanno affermato i lavoratori nepalesi assunti dall’impresa, costretti a lavorare fino a 12 ore al giorno, sette giorni su sette, anche durante i torridi mesi estivi.
Amnesty International ha chiesto alla Fifa di agire con urgenza, insieme alle autorita’ del Qatar e agli organizzatori dei Mondiali del 2022, per impedire questi abusi.
‘Le nostre ricerche hanno evidenziato un allarmante livello di sfruttamento nel settore delle costruzioni in Qatar. La Fifa ha il dovere di dire forte e chiaro che non tollerera’ abusi nei progetti di costruzione relativi ai Mondiali di calcio’ – ha ribadito Shetty. ‘Il Qatar sta ricorrendo in misura ragguardevole ai lavoratori migranti per sostenere il boom delle costruzioni e la popolazione del paese aumenta di 20 unita’ all’ora. Molti migranti arrivano in Qatar pieni di speranze, che vengono sbriciolate poco dopo l’arrivo. Non c’e’ tempo da perdere, il governo deve intervenire subito per fermare questi abusi’.
Il rapporto di Amnesty International sottolinea casi di sfruttamento che costituiscono lavoro forzato. Alcuni lavoratori hanno dichiarato di vivere nella costante paura di perdere tutto, di essere minacciati di multe, di espulsione o di decurtazione del salario se non si presentano al lavoro, anche quando non vengono pagati.
Di fronte a debiti crescenti e impossibilitati a sostenere economicamente le famiglie a casa, molti lavoratori migranti maturano gravi disturbi psicologici e in alcuni casi arrivano sull’orlo del suicidio. ‘Dimmi, ti prego: c’e’ un modo per uscire fuori da qui? Stiamo diventando completamente matti!’ – ha detto ad Amnesty International un lavoratore nepalese che non veniva pagato da sette mesi e al quale da tre mesi veniva impedito di lasciare il Qatar.
Il rapporto di Amnesty International documenta ancora casi di lavoratori ricattati dai datori di lavoro. I ricercatori dell’organizzazione per i diritti umani hanno visto coi loro occhi 11 uomini firmare documenti di fronte a funzionari del governo in cui dichiaravano il falso – ovvero, di aver ricevuto il salario – per riavere indietro i passaporti e poter cosi’ lasciare il Qatar.
Molti lavoratori si sono lamentati delle cattive condizioni di salute e a proposito degli standard di sicurezza, denunciando in alcuni casi la mancata fornitura dei caschi protettivi. Un rappresentante del principale ospedale della capitale Doha ha dichiarato nel corso dell’anno che, nel 2012, oltre 1000 persone erano state ricoverate nel reparto traumatologico dopo essere cadute dalle impalcature. Il 10 per cento dei ricoverati era diventato disabile e il tasso di mortalita’ era definito ‘significativo’.
I ricercatori di Amnesty International hanno anche trovato lavoratori migranti in alloggi squallidi e sovraffollati, senza aria condizionata, circondati da rifiuti e da fosse biologiche scoperte. Alcuni campi erano privi di corrente elettrica e molti uomini vivevano senza acqua potabile.
Amnesty International ha chiesto al governo del Qatar di cogliere l’opportunita’ di assumere la leadership regionale nel campo della protezione dei diritti dei lavoratori migranti.
‘Se non verranno adottati provvedimenti immediati e di ampia portata, centinaia di migliaia di lavoratori migranti che verranno assunti nei prossimi anni correranno un rischio elevato di subire abusi’ – ha concluso Shetty.
Durante due visite in Qatar, nell’ottobre 2012 e nel marzo 2013, Amnesty International ha intervistato circa 210 lavoratori migranti del settore delle costruzioni, 101 dei quali individualmente. L’organizzazione ha avuto contatti – mediante incontri, conversazioni telefoniche e scambio di corrispondenza – con 22 imprese di costruzione. Vi sono stati inoltre almeno 14 incontri con rappresentanti del governo del Qatar, compresi i ministeri degli Affari esteri, dell’Interno e del Lavoro.

Articolo di Amnesty International Italia
 

Write for Rights, la raccolta firme di Amnesty International

Fino al 22 dicembre si svolgerà anche in Italia Write for Rights, la maratona globale di raccolta firme promossa ogni anno da Amnesty International in favore di persone sottoposte a violazioni dei diritti umani e alla quale prendono parte centinaia di migliaia di soci e simpatizzanti nel mondo.
Nell’edizione 2012 di Write for Rights sono state raccolte e inviate un milione e mezzo di lettere da ogni parte del mondo a sostegno di prigionieri di coscienza e di attivisti per i diritti umani. Grazie a tale pressione, il governo della Repubblica popolare cinese ha concesso alla famiglia di Ghao Zhisheng, avvocato per i diritti umani condannato a tre anni di reclusione per ‘incitamento alla sovversione’, di fargli visita in carcere; il vicepresidente del Guatemala si e’ impegnato pubblicamente ad aprire un’inchiesta sullo stupro e l’omicidio della 15enne Maria Isabel Franco, avvenuto nel 2001.
Write for Rights 2011 aveva ottenuto la scarcerazione di Jabbar Savalan, attivista politico dell’Azerbaigian.

Amnesty International Italia attraverso il messaggio ‘Cosa faresti per salvare un amico’ chiedera’ alle persone di attivarsi online e nelle piazze per questi cinque casi:

Jabeur Mejri (Tunisia), condannato a sette anni e mezzo di carcere per aver pubblicato su Facebook contenuti giudicati ‘offensivi per l’Islam e i musulmani’;
Ihar Tsikchanyuk (Bielorussia), attivista per i diritti umani delle persone gay, lesbiche, bisessuali, transgender e intersessuate, perseguitato, minacciato e picchiato dalla polizia;

Eskinder Nega (Etiopia), giornalista condannato a 18 anni di carcere per ‘terrorismo’, solo per aver criticato il governo in articoli e discorsi pubblici;

Yorm Bopha (Cambogia), un’attivista per il diritto all’alloggio che ha trascorso oltre un anno in carcere per aver preso le difese di una comunita’ sgomberata con la forza; posta in liberta’ provvisoria il 22 novembre, e’ in attesa di una nuova udienza;

Miriam López (Messico), falsamente implicata in reati di droga, torturata e violentata nel 2011 dai militari e ancora in attesa di giustizia.

Testimoni di Write for Rights 2013 saranno due importanti attivisti per i diritti umani: Andrei Mironov (Russia), giornalista e fondatore dell’associazione Memorial. Nel 1985 fu condannato a quattro anni di detenzione e tre di esilio interno per propaganda sovversiva antisovietica. Si batte per denunciare le violazioni dei diritti umani commesse in Cecenia dall’esercito e dai servizi segreti russi. Sarà in Italia fino al 9 dicembre.

Norma Cruz (Guatemala), fondatrice dell’Organizzazione non governativa Fondazione delle sopravvissute di Citta’ del Guatemala. Da anni subisce costanti minacce di morte a causa del suo lavoro in difesa delle donne che hanno subito violenza. Sarà in Italia dal 10 al 20 dicembre. A Milano, il 10 dicembre – in occasione del 65esimo anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani – Amnesty International Italia terrà il concerto ‘Liberi di cantare’. Sul palco, a partire dalle 22, si alterneranno artisti impegnati nella difesa dei diritti umani, come Jamal Ali, cantante dell’Azerbaigian, arrestato e torturato per aver contestato la famiglia del presidente e aver denunciato la corruzione e la mancanza di libertà nel suo paese, e Zanko El arabe blanco, il rapper italo-siriano impegnato contro la discriminazione. Insieme a loro si esibiranno Il Genio, Mondo Marcio e il collettivo Barrio Nacional. Media partner della serata e’ Radio Popolare.

Gli appelli di Write for Rights possono essere firmati su http://www.firmaperunamico.it.

Articolo di Amnesty International Italia

Libertà soffocata in Russia

Amnesty International ha denunciato come la ‘legge sugli agenti stranieri’, entrata in vigore il 21 novembre 2012, stia soffocando le Organizzazioni non governative (Ong) in Russia.
‘Oltre un migliaio di Ong ha subito ispezioni e decine hanno ricevuto ammonimenti. Parecchi tra i piu’ importanti gruppi per i diritti umani sono stati multati e alcuni sono stati costretti a chiudere’ – ha affermato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International.
La ‘legge sugli agenti stranieri’, al centro di un reticolo di leggi repressive adottato dal ritorno alla presidenza di Vladimir Putin, obbliga le Ong che ricevono fondi dall’estero e svolgono quelle che vengono vagamente definite ‘attivita’ politiche’ a registrarsi come ‘organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero’.
Questa normativa ha avuto un profondo impatto sulle Ong che si occupano di diritti civili, politici, sociali ed economici, nonche’ di questioni ambientali e di discriminazione anche nei confronti delle persone lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate (Lgbti).
Con l’approssimarsi dei Giochi olimpici invernali di Sochi, i soci e i sostenitori di Amnesty International stanno svolgendo una campagna per mettere in luce la sempre piu’ deplorevole situazione dei diritti umani in Russia.
‘La ‘legge sugli agenti stranieri’ e’ stata concepita per stigmatizzare e screditare le Ong che si occupano di diritti umani, monitoraggio elettorale e altre questioni sensibili. Fornisce un pretesto perfetto per multare e chiudere gruppi che esprimono critiche e tagliera’ fonti di finanziamento spesso di vitale importanza’ – ha proseguito Dalhuisen.
Le Ong russe hanno pubblicamente e all’unanimita’ rifiutato di essere etichettate come ‘agenti stranieri’. L’ispezione senza preavviso di circa 1000 organizzazioni tra la primavera e l’autunno del 2013 e’ stata ampiamente propagandata dai mezzi d’informazione allineati alle autorita’ di Mosca.
Le ‘ispezioni’ sono state seguite da procedimenti amministrativi e penali nei confronti di parecchie Ong e dei loro dirigenti e si prevede che ne seguiranno ancora molti altri.
Dopo aver provato invano a contestare in tribunale la ‘legge sugli agenti stranieri’, il gruppo di monitoraggio elettorale Golos (Voce) ha deciso di sciogliersi dopo aver ricevuto pesanti multe ed essere stato costretto a sospendere le attivita’ per parecchi mesi.
Il Centro Kostroma per il sostegno alle pubbliche iniziative ha subito la stessa sorte e ha chiuso per l’impossibilita’ di pagare le pesanti multe ricevute.
Il film festival Lgbti Bok o Bok (Fianco a fianco) ha pagato una multa e ha chiuso. Ha ufficialmente cessato di esistere prima di vincere il ricorso in appello e ora non puo’ piu’ ottenere il rimborso della multa.
Solo questa settimana cinque Ong di Mosca (Memorial, Verdetto pubblico, il movimento Per i diritti umani, Jurix e Golos) sono comparse in giudizio e le udienze sono state rinviate. Numerose altre Ong in tutta la Russia sono sotto processo.
In sintesi, da quanto la ‘legge sugli agenti stranieri’ e’ entrata in vigore:
– almeno 10 Ong sono state portate in tribunale per non essersi registrate come ‘organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero’;
– almeno altre cinque Ong sono finite sotto processo dopo le ‘ispezioni’ per presunte violazioni amministrative come la mancata presentazione di documenti richiesti;
– almeno 10 dirigenti di Ong hanno ricevuto l’ordine di rispettare gli obblighi della ‘legge sugli agenti stranieri’;
– almeno 37 Ong hanno ricevuto l’ammonimento ufficiale che se continueranno a ricevere fondi dall’estero e a svolgere azioni arbitrariamente definite ‘attivita’ politiche’ (tra cui la pubblicazione di materiale sui diritti umani in Russia e il rifiuto di registrarsi come ‘organizzazioni che svolgono la funzione di un agente straniero’, violeranno la legge.
Molti dirigenti delle Ong russe hanno raccontato ad Amnesty International la loro frustrazione nei confronti della ‘legge sugli agenti stranieri’. Il gruppo per i diritti umani Alleanza delle donne del Don, che fornisce sostegno alla popolazione locale su aspetti della vita quotidiana come il lavoro, la famiglia, l’alloggio e la pensione, dovra’ presentarsi in tribunale la prossima settimana per non essersi registrato come ‘organizzazione che svolge la funzione di un agente straniero’.
‘Non abbiamo niente di cui vergognarci o di cui sentirci colpevoli. Siamo orgogliose del nostro lavoro. La chiusura della nostra organizzazione colpira’ tanta gente’ – ha dichiarato Valentina Cherevatenko, dirigente dell’Alleanza.
Lev Ponomaryov, responsabile del movimento Per i diritti umani, ha dichiarato ad Amnesty International: ‘Se ci faranno chiudere, ne risentiranno migliaia di persone in tutta la Russia. Se altre Ong chiuderanno, ne risentiranno decine di migliaia di persone. L’intera societa’ civile sara’ condannata’.
‘La ‘legge sugli agenti stranieri’ viola gli obblighi nazionali e internazionali della Russia di garantire il diritto alla liberta’ di associazione, manifestazione ed espressione. Dev’essere immediatamente abolita’ – ha concluso Dalhuisen.
Articolo di Amnesty International Italia

 

Nuovo rapporto di Amnesty International sulla Bielorussia

In un nuovo rapporto sulla Bielorussia pubblicato da Amnesty International, intitolato ‘Cio’ che non e’ permesso e’ vietato’, Amnesty International ha denunciato la soppressione della societa’ civile bielorussa da parte di un governo repressivo che non tollera alcuna forma di critica.

Il rapporto di Amnesty International mostra come le autorita’ di Minsk neghino regolarmente i diritti alla liberta’ d’espressione, associazione e riunione, impedendo di parlare in pubblico, organizzare iniziative o fondare organismi della societa’ civile. Chi prende parte a manifestazioni viene spesso multato o persino messo in prigione.

‘Negli ultimi 20 anni, il governo della Bielorussia ha sempre piu’ soffocato ogni aspetto della societa’ civile, privando le persone dell’opportunita’ di esprimere le loro opinioni, di contribuire al dibattito pubblico e di agire come un contrappeso alle autorita’’ – ha dichiarato Heather McGill, ricercatrice di Amnesty International sulla Bielorussia.

Il rapporto di Amnesty International analizza la legislazione in materia di associazioni e di manifestazioni pacifiche e documenta violazioni nei confronti di difensori dei diritti umani, sindacalisti, ambientalisti e persone lesbiche, gay, bisessuali e transgender.

Coloro che intendono registrare organizzazioni indipendenti di qualunque genere devono affrontare una legislazione restrittiva, che i pubblici ufficiali applicano in modo da restringere ulteriormente gli spazi per la liberta’ d’associazione. Gli attivisti che operano senza registrazione vanno incontro a processi per aver agito a nome di un soggetto non riconosciuto.

A causa dei rigorosi requisiti richiesti, nessun partito politico e’ stato registrato a partire dal 2000. Gli iscritti ai sindacati indipendenti vanno incontro a discriminazioni sul posto di lavoro.

Ales Bialiatski, prigioniero di coscienza, presidente del Centro Viasna per i diritti umani, un’organizzazione cui e’ stato ritirato il riconoscimento nel 2003, sta scontando una condanna a quattro anni e mezzo di carcere, emessa nel 2011, per aver ricevuto donazioni per il suo lavoro sui diritti umani sui suoi conti bancari aperti in Polonia e Lituania dopo che gli era stato impedito di aprire un conto nelle banche bielorusse.

Aleh Stakhaevich, un autista di una cava di granito situata nella Bielorussia

sudoccidentale, e’ stato eletto presidente di un sindacato indipendente costituito nel dicembre 2011. Secondo quanto previsto dalle leggi in materia, gli iscritti hanno informato il datore di lavoro e hanno chiesto il permesso di avere una sede legale. L’azienda ha rifiutato e ha iniziato a perseguitare i potenziali nuovi iscritti. Stakhaevich e’ stato accusato di guida imprudente ed e’ stato licenziato. Ad oggi, quattro membri del sindacato indipendente sono stati licenziati e altri sono stati intimiditi fino al punto da lasciarlo per paura di perdere il lavoro.

Quando, nel 2003, i soci di Amnesty International cercarono di registrarsi come organizzazione internazionale, venne detto loro che c’erano problemi con l’uso del simbolo della candela col filo spinato. Quando ci riprovarono nel 2005, stavolta come fondazione locale, gli venne risposto che la registrazione sarebbe stata concessa se avessero condiviso preventivamente con le autorita’ tutte le iniziative in programma. Poiche’ cio’ avrebbe minato l’indipendenza dell’organizzazione, decisero di rinunciare.

Nel corso degli anni, Amnesty International ha documentato numerosi casi in cui partecipanti a manifestazioni non autorizzate sono stati arrestati, imprigionati e a volte picchiati dagli agenti di polizia.

Durante le ‘proteste silenziose’ settimanali del 2011, in cui gruppi di persone in tutto il paese camminavano senza dire nulla, applaudendo o attivando simultaneamente la suoneria dei cellulari, molte persone sono state picchiate, condannate a multe o a periodi di detenzione amministrativa.

La piu’ grande manifestazione nella storia recente del paese, convocata al centro della capitale Minsk a seguito delle elezioni presidenziali del dicembre 2010, e’ stata soppressa con una violenza senza precedenti. La polizia ha arrestato oltre 700 persone e molte altre, compresi semplici passanti, sono state picchiate e ferite. Quattro prigionieri di coscienza – Mykalau Statkevich, Pavel Sevyarynets, Eduard Lobau e Zmitser Dashkevich – sono in carcere da allora.
La Legge sulle azioni di massa viola il diritto umani fondamentale di prendere parte a una manifestazione.

‘Anche la marcia o la protesta di una sola persona e’ considerata una violazione di quella Legge. Si puo’ essere processati per aver preso parte a una marcia solitaria o multati per aver consegnato un omaggio in luogo pubblico’ – ha spiegato McGill.

Manifestanti pacifici vengono spesso condannati al pagamento di una multa o a brevi periodi di detenzione per aver violato la Legge sulle azioni di massa o per infrazioni minori come aver imprecato in un luogo pubblico. Pavel Vinahradau, un esponente del movimento giovanile Zmena (‘Cambiamento’), ha trascorso in carcere 66 giorni tra il 30 dicembre 2011 e il 12 dicembre 2012 per otto separate condanne amministrative per reati quali insulto in luogo pubblico, violazione delle norme sulle riunioni pubbliche e sui picchetti.

‘La Bielorussia deve consentire alla sua popolazione di esprimersi liberamente senza timore di subire repressione. Le autorita’ devono riesaminare tutti i decreti presidenziali e le leggi relative alla registrazione e alle attivita’ delle Organizzazioni non governative e assicurare che i funzionari pubblici rispettivo il diritto alla liberta’ di associazione e di riunione’ – ha concluso McGill.

Articolo di Amnesty International Italia

Bilancio di Amnesty International Italia sui sei mesi di legislatura

Amnesty International Italia ha presentato il suo bilancio sull’attivita’ di governo e parlamento sui diritti umani nei primi sei mesi della XVII Legislatura.
A gennaio, in vista delle elezioni politiche, l’organizzazione aveva lanciato la campagna ‘Ricordati che devi rispondere’, sottoponendo ai leader delle coalizioni in lizza e a tutti i candidati delle circoscrizioni elettorali un’Agenda in 10 punti per i diritti umani in Italia.

Questi erano i 10 punti dell’Agenda: garantire la trasparenza delle forze di polizia e introdurre il reato di tortura; fermare il femminicidio e la violenza contro le donne; proteggere i rifugiati, fermare lo sfruttamento e la criminalizzazione dei migranti e sospendere gli accordi con la Libia sul controllo dell’immigrazione; assicurare condizioni dignitose e rispettose dei diritti umani nelle carceri; combattere l’omofobia e la transfobia e garantire tutti i diritti umani alle persone Lgbti (lesbiche, gay, bisessuali, transgender e intersessuate); fermare la discriminazione, gli sgomberi forzati e la segregazione etnica dei rom; creare un’istituzione nazionale indipendente per la protezione dei diritti umani; imporre alle multinazionali italiane il rispetto dei diritti umani; lottare contro la pena di morte nel mondo e promuovere i diritti umani nei rapporti con gli altri stati; garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’adozione di un trattato internazionale.

L’Agenda e’ stata sottoscritta, integralmente o quasi, da 117 parlamentari e da tutti i leader delle forze politiche che compongono l’attuale governo.

‘La nostra campagna ha contribuito, insieme alle iniziative di altre associazioni ed espressioni della societa’, a portare per la prima volta questioni importanti relative ai diritti umani al centro del dibattito elettorale e poi dell’azione del parlamento e del governo. Di diritti umani si e’ discusso, in questi primi sei mesi, in modo quantitativamente e qualitativamente migliore rispetto al passato. L’analisi del lavoro della XVII Legislatura nei primi sei mesi di attivita’ ci dice che sulla maggior parte dei 10 punti della nostra Agenda e’ stato almeno presentato un disegno di legge, come in materia di tortura e omofobia’ – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia.

‘A questo nuovo dinamismo ha fatto pero’ da contraltare un conservatorismo trasversale che ha riprodotto alcuni antichi vizi, come quelli che da 25 anni ostacolano l’introduzione del reato di tortura nella definizione richiesta dalle Nazioni Unite, se non addirittura veri e propri tabu’, come nel caso degli accordi con la Libia, di cui continuiamo a chiedere la sospensione e che risultano tanto assenti dal dibattito parlamentare quanto ampiamente presenti invece nell’agenda governativa’ – ha aggiunto Marchesi.

‘Di questi sei mesi, sul piano internazionale, oltre al rinnovato impegno per la moratoria sulla pena di morte, dobbiamo ricordare la ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica e l’approvazione alla Camera del disegno di legge di ratifica del Trattato Onu sul commercio di armi. Resta tuttavia una grave macchia il comportamento delle autorita’ italiane nella vicenda della moglie e della figlia di un dissidente del Kazakistan, espulse illegalmente verso il paese di origine nonostante i rischi di persecuzione’ – ha rimarcato Marchesi.

In tema di violenza contro le donne, oltre alla ratifica della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul), ‘e’ positivo che ad agosto sia stato presentato un testo specifico, ma continuiamo a chiedere misure concrete di sostegno alle vittime della violenza, adeguatamente finanziate, e azioni di prevenzione efficaci. La repressione e’ importante ma da sola non risolvera’ il problema’ – ha commentato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia, che ha annunciato il lancio, a novembre, di una campagna di sms solidale contro la violenza sulle donne.
In materia di omofobia e transfobia ‘siamo soddisfatti per il risultato ottenuto a settembre alla Camera dei deputati, attraverso un dibattito di elevato spessore e l’approvazione del disegno di legge che include l’orientamento sessuale e l’identita’ di genere nell’elenco dei motivi discriminatori associati ai reati specifici descritti nell’articolo 1 del decreto legge 122/1993 e che emenda l’art. 3 dello stesso decreto, aggiungendo l’orientamento sessuale e l’identita’ di genere alle circostanze aggravanti. Ci riserviamo tuttavia di capire quali effetti pratici sulla lotta alle discriminazioni potrebbe avere la clausola di salvaguardia introdotta dagli emendamenti relativi alla liberta’ d’espressione. Ci aspettiamo un’analoga riflessione nelle sedi istituzionali in vista del passaggio al Senato’ – ha concluso Giusy D’Alconzo, direttrice delle Campagne e della ricerca di Amnesty International Italia.

Articolo di Amnesty International Italia