Carlo Saraceni, un Veneziano tra Roma e l’Europa

La mostra, frutto di anni di lavoro, ideata da Rossella Vodret ed è curata da Maria Giulia Aurigemma con un comitato scientifico internazionale, costituito da studiosi dei principali musei e istituzioni mondiali, presieduto da Maurizio Calvesi, è la prima mostra monografica antologica sul veneziano Carlo Saraceni, attivo a Roma dal 1598 al 1619, quando torna a Venezia dove morirà nel giugno 1620.

La vasta produzione artistica del pittore, dalle grandi pale ai piccoli raffinati rami, si lega ai nomi dei principali committenti religiosi ed aristocratici del suo tempo, nonché ad importanti episodi artistici, ad esempio la decorazione ad affresco della Sala Regia al Quirinale, offrendo uno spaccato della cultura figurativa primosecentesca romana. La mostra intende mettere a fuoco sia l’evoluzione stilistica del pittore, il caravaggismo declinato in modo personale, i profondi paesaggi,  sia il vivace contesto in cui operò e di cui fu protagonista di fama e successo internazionale, indagando alcuni notevoli aspetti della sua cultura artistica.

Con alcuni quadri mai esposti prima e con i numerosi restauri compiuti negli ultimi anni e in gran parte finalizzati alla mostra, si mette in luce la straordinaria qualità dello stile di colui che a Roma veniva chiamato tout court il Veneziano.

Roma, Palazzo di Venezia

Dal 29 novembre 2013 al 2 marzo 2014, dalle 9.00 alle 19.00. Chiuso il lunedì.

Catalogo De Luca Editori d’Arte.

Articolo di Barbara Izzo e Arianna Diana

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra

Dal 23 novembre prossimo al 23 febbraio 2014 le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento ospitano la mostra “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)”. La mostra, curata da Fabrizio D’Amico e Paola Bonani, è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.

A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi più rilevanti della ricerca dell’artista saranno circa sessanta opere. Agli oltre trenta dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane, milanesi e siciliane, fra i quali alcuni del tutto inediti, s’affianca ad Agrigento una larga scelta di opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), anch’esse per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.

A introdurre questo periodo dell’operosità di Pirandello, saranno inoltre esposti alcuni esempi della precedente stagione, spesa dal pittore fra Roma e Parigi: dalla Scena campestre del 1926 alla Donna con bambino del 1929 al misterioso Testa di bambola, fra gli altri.

All’indomani della morte del padre (occorsa nel dicembre del 1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal Surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi, ove il pittore terrà anche la sua prima personale. E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.

Fausto Pirandello (1899-1975) è autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione. La sua figura, dopo la frequente e rilevante attività espositiva (alla Biennale di Venezia, in particolare, e alla Quadriennale di Roma) che ne ha contrassegnato tutta l’esistenza, e dopo il tempestivo riconoscimento dell’ampia antologica che, subito dopo la morte, gli ha destinato la Galleria Nazionale d’Arte Moderna (1976), è stata rivisitata da importanti studi recenti che hanno tra l’altro condotto alla pubblicazione del catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gian Ferrari, 2009) e ad una mostra incentrata sugli anni della sua prima maturità allestita dalla Galleria Nazionale di Roma (2010).

Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento promuovono questa rara mostra incentrata in special modo sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa, e spesso segnata dal dolore, di Pirandello in quegli anni.

Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939-1945)

fino al 23 febbraio 2014

A cura di Fabrizio D’Amico e Paola Bonani

FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento, Piazza San Francesco 1.

Catalogo Silvana Editoriale, con testi di Paola Bonani, Fabrizio D’Amico, Flavia Matitti.

Organizzazione Associazione Amici della Pittura Siciliana dell’Ottocento.
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20. Aperto l’8 dicembre.

Chiuso: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio.

Ingresso gratuito.

Articolo di Studio Esseci

Bernardo Siciliano a Palazzo Te

Considerato uno dei massimi esponenti della figurazione, Bernardo Siciliano è arrivato con le sue opere a Palazzo Te, a Mantova, per una mostra organizzata dal Centro Internazionale di Arte e Cultura e da Italiana. Rimasto per ora, a seguito dei danni subiti per il terremoto da altri luoghi cittadini, uno dei pochi spazi espositivi usufruibili da Mantova fino ad almeno la primavera prossima, Palazzo Te ha dimostrato negli ultimi tempi, come affermato anche dal presidente del Centro Angelo Crespi, di sapere coniugare la necessità di gestire la cultura in Italia in modo manageriale, senza attendere contributi a mo’ di offerte benefiche illimitate, con l’esigenza del pubblico di avere mostre più dinamiche. Compito di una esposizione d’arte, infatti, è avvicinare le persone non solo ai grandi del passato, alle mode, alle scuole, ma soprattutto permettere di avere la visione del moderno e del contemporaneo, essendo l’Arte la vera modalità di conoscere il presente appena prima che si realizzi. Compito dell’artista è crogiolare i sentori, le ansie, le gioie, le speranze e le visioni del tempo e dello spazio come altri non sanno fare e capire la contemporaneità attraverso l’arte è poi quello che si faceva anche nei tempi passati, entrando in una chiesa ad ammirare quadri o affreschi dei grandi del momento. Quindi non dev’essere sottolineato come un Centro Internazionale di Arte e Cultura operi in questo senso, perché è suo preciso compito, mentre è buona cosa far capire come la collaborazione tra luoghi deputati all’arte, esperti, studiosi e artisti può portare non solo l’Arte a vivere, ma anche ad esprimersi come mezzo di conoscenza vivo e genuino, fuori dagli schemi imposti da chicchessia.

Ecco quindi che approda a Mantova Siciliano. Di lui si è detto che dipinge paesaggi urbani newyorkesi che però sono italiani, che abita a New York da diciassette anni ma è italiano, che la sua arte si spiega per via del nonno architetto. Tuttavia io osservavo proprio lui, Bernardo Siciliano, al tavolo dei relatori della presentazione della mostra ed ho visto un artista. Nell’era della globalizzazione, anche culturale e non solo e non più solo economica, l’artista ha proprio il ruolo di sintetizzare le anime. E oggi molto viene sintetizzato grazie al paesaggio, sul quale e con il quale si stagliano le persone. Sostiene Siciliano, infatti, che un quadro lo si debba vedere non da vicino, nella spasmodica ricerca del pittore di conoscere le tela, ma lo si deve guardare da lontano, dalla stessa distanza dell’osservatore in mostra o in galleria. Capire, quindi, che cosa vede il fruitore in una tela e dargli non quello che vuole, bensì quella sintesi di idee, concetti, vita che l’Arte ha tramutato in un talento. Non mi soffermerei sulle spiegazioni asettiche: tutti noi abbiamo una famiglia d’origine, un nonno, una serie di cromosomi capaci di renderci sintesi biologica di innovazioni e freni al procedere dell’umanità verso il futuro della vita, ma è l’utilizzo che ciascuno di noi fa del suo vissuto, più o meno ancestrale, a spiegare se stessi. Per se stessi. Bernardo Siciliano si spiega con le sue opere, ma soprattutto con il suo viso: attento, cordiale, preso dal contattare la madre, dal non dimenticarsi delle persone che ha attorno, nel presente, mentre sono nella sua mostra e mentre, quindi vive, non già quando è da solo con le sue ricerche. Dalle sue opere emerge, infatti, la ricerca attraverso lo studio ed ho apprezzato moltissimo il suo modo aperto e semplice di spiegare il titolo della mostra: The tennis player. Non c’è niente che racconti il tennis, esposto a Palazzo Te, ma c’è il tennista, in una serie di immagini che diventano il suo autoritratto. Il ritratto di un bambino che giocava a tennis e suonava il pianoforte e che, nel continuo provare e riprovare un colpo, dritto o rovescio, cercava la precisione. Bernardo sostiene di non essere un bravo tennista. Tanto che ha scelto il suo partner a tennis per chiedergli di posare per un’opera che poi è diventata una crocifissione, “modo per vendicarmi del fatto che con lui perdo sempre”, dice. Eppure non è vero che non è un bravo giocatore: dal tennis Bernardo ha imparato la precisione, ma anche lo studio e l’importanza dell’aria, della forza, della precisione del gesto. Così come dalle scale al pianoforte ha imparato l’estraneazione verso altri lidi, verso forme di riproduzione del gesto, del tocco che sono poi le pennellate. Si sente, nelle sue parole, la passione e l’attenzione per quei pochi colpi di pennello che sanno diventare sorriso, per la forza umana che diventa tela, arte, volto, tetto di una casa o svettante grattacielo. Allora non importa se siamo a New York o sul Pirellone di Milano: tutto si crogiola e si stempera in tele grandi, dove l’immagine delle persone acquisisce il ruolo del protagonista del muro sul quale il quadro è appeso.

Ho osservato con molta attenzione i lavori esposti a Palazzo Te, precisamente alle Fruttiere fino al prossimo gennaio, e anche davanti a precisissimi studi non ho visto la tecnica come freno, riparo, alibi per l’artista. Mi spiego: non ho visto lo sfoderare la ricerca e la preparazione tecnica in Storia dell’Arte (e non all’Accademia come sottolinea il Nostro) come uno schermo per nascondere emozioni, paure, modalità false di essere artista. Invece ho visto proprio nella precisione la libertà sia di Siciliano che dell’osservatore. E ho trovato questo italiano newyorkese quanto mai in linea con il tempo attuale che necessita di spazio, di libertà, di colore, di passione, ma non casuali. C’è bisogno di metro, di misura per tutto, di rigore di linee che non presupponga imposizione, dogma, sterilità, limitazione della libertà: proprio il segno preciso, ricercato, si fa spiegazione, si fa sguardo, addirittura lode (ai volti familiari), preghiera/crocifissione al Tempo e allo Spazio, alla necessità di essere per dare agli altri. Penso che Bernardo Siciliano in questo sia un vero esempio di arte contemporanea. Il segno che dimostra l’impatto delle sue tele sul pubblico è dato da “Chelsea 2012/2013”, in cui un’automobile e dei tombini sono i protagonisti di un percorso, la nostra strada. La figura umana presente nel quadro è in movimento, ma anche tratteggiata senza contorni definiti, forse un vecchio, forse la parte di noi barbone inseguita dal lusso, dalla fretta o anche stop alla velocità: l’auto è dietro, ferma, forse parcheggiata, forse no. Non c’è giudizio, ma nemmeno indicazione. L’artista non ci dice che via prendere, che cosa scegliere. Non ci prende per mano per spiegarci la vita, l’arte dell’oggi. Ci mette davanti a quadri che sono delle fotografie di noi. E una volta che ci vediamo sta a noi stabilire se quello che abbiamo dinanzi ci piace, ci soddisfa, è da cambiare.

Siciliano ci propone una via dicendoci: io ho trovato il mio Io nella precisione, nello studio, nella ricerca. C’è molto da capire in questo, molto su cui riflettere. Però la riflessione è lontana da quella dei tempi andati: è profonda, intima, inconscia quel tanto che basta. È il ritrovare il gusto per la comunicazione vera, ma nessuno si meraviglierebbe di vedere su tela un uccellino, senza curarsi se verrà poi o meno quotato in borsa.

Da non perdere.

Articolo di Alessia Biasiolo

 

Mattia Corvino e Firenze. Arte e umanesimo alla corte del re di Ungheria

Il 10 ottobre 2013, nell’anno della cultura italiana in Ungheria e ungherese in Italia, si è aperta al Museo di San Marco una mostra  incentrata sulla figura di Mattia Corvino, re d’Ungheria dal 1458 al 1490, e, sulla trama di rapporti che legarono quel re all’Umanesimo e a Firenze, alla sua cultura e alla sua arte. E’ inevitabile che ciò comporti uno sguardo parallelo su Lorenzo il Magnifico, che  di quella cultura e di quell’arte fiorentina fu assertore e propagatore, oltre che mecenate, e della storia fiorentina di quegli anni fu protagonista. “Nei rispettivi scenari di città, palazzi, cenacoli di intellettuali, grandeggiano i due protagonisti Lorenzo de’ Medici detto il Magnifico e re Mattia Corvino, uniti non solo e non tanto da relazioni diplomatiche quanto dalla comune personale passione per il sapere antico e moderno racchiuso nei libri, a loro volta custoditi in biblioteche insigni anche per la loro bellezza” (Cristina Acidini).

L’idea di realizzare a Firenze una simile esposizione è stata concepita dal Soprintendente, Cristina Acidini, dopo la visione delle mostre realizzate a Budapest nel 2008 per il 550simo anniversario dell’ inizio del regno di Mattia Corvino in Ungheria, dal Museo Storico di Budapest e da altre istituzioni, che hanno aperto nuove e stimolanti prospettive di conoscenza sulle relazioni intercorse tra l’Ungheria e l’Italia già a partire dal Trecento e sulla diffusione dell’Umanesimo in terra ungherese.

La mostra si è concretizzata in un progetto espositivo, elaborato congiuntamente da studiosi ungheresi e fiorentini: Péter Farbaky, storico dell’arte e vicedirettore del Museo Storico di Budapest, Dániel Pócs, storico dell’arte dell’ Istituto di Storia dell’Arte dell’Accademia delle Scienze, Enikő Spekner  storico e András Végh archeologo – storico, entrambi del Museo Storico di Budapest, Magnolia Scudieri, direttore del Museo di San Marco, e Lia Brunori.

La scelta di San Marco come sede non è casuale, dato il ruolo ricoperto nello sviluppo della cultura umanistica dalla Biblioteca del convento domenicano, nel cui ambiente monumentale la mostra è stata allestita. Costruita per volere di Cosimo de’ Medici nel 1444 e arricchita della straordinaria raccolta di testi appartenuti all’umanista Niccolò Niccoli, essa  fu la prima biblioteca „ pubblica” del Rinascimento, dove, in epoca laurenziana, si incontravano personaggi come Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Agnolo Poliziano. Tra questi, sono da annoverare anche coloro che direttamente, o indirettamente, entrarono in contatto con Mattia Corvino o con il suo ambiente.

La mostra si è posta, quindi, l’obiettivo di delineare, un panorama sulla capacità di penetrazione e di diffusione della cultura fiorentina in territorio ungherese, tramite gli umanisti e gli artisti, e sul suo utilizzo per costruire una rappresentazione celebrativa del re ungherese, che voleva raggiungere una posizione egemonica in Europa e porsi agli occhi degli altri potenti come il principale difensore della Cristianità contro il pericolo ottomano.

Pertanto, dopo aver tratteggiato l’ambiente culturale in cui si colloca la vicenda biografica e la formazione culturale di Mattia Corvino, la mostra cerca di ricostruire, attraverso l’esposizione di opere di artisti fiorentini appartenute o donate al re ungherese e di artisti ungheresi influenzati dai fiorentini,  i contatti di quest’ultimo con Firenze. Tali contatti, avvenuti per lo più tramite i suoi emissari e consiglieri, risulteranno determinanti per le scelte culturali e artistiche che portarono al rinnovamento “rinascimentale” della corte ungherese.  Esso interessò sia l’architettura che la decorazione scultorea del Palazzo di Buda e della residenza estiva di Visegrád, testimoniato in mostra da reperti scultorei “all’antica”, di grande importanza sul piano documentario, anche se frammentari,  recuperati in scavi recenti.

Il fascino esercitato dall’arte fiorentina e dal gusto mediceo e gli stretti rapporti che legarono Buda a Firenze e Mattia a Lorenzo trovano la più evidente manifestazione nell’esposizione del prezioso Drappo del trono di re Mattia Corvino,  uscito dalla bottega di Antonio del Pollaiolo. Il manufatto riassume in sé l’amore per i motivi classicheggianti allora in voga a Firenze, la presentazione di tipologie compositive elaborate dai maggiori artisti fiorentini del tempo e la straordinaria abilità nell’arte tessile raggiunta dalle manifatture locali.

La mostra è dunque occasione anche per sottolineare come Firenze, nella seconda metà del Quattrocento, attraverso i suoi artisti, fosse capace di divulgare presso sedi prestigiose come la corte ungherese un’immagine di città all’avanguardia sul piano culturale e manifatturiero. Immagine, assai proficua anche sul piano economico, che Lorenzo il Magnifico contribuì molto a creare e a diffondere, stimolando e arricchendo con le opere della sua collezione le conoscenze dell’Antichità negli artisti della sua cerchia e inviando molti di loro presso altri mecenati.

Una particolare attenzione viene riservata, in mostra, agli effetti che l’influenza dell’Umanesimo produsse nella ritrattistica ufficiale del re, che unisce moderni intenti realistici a tipologie “all’antica”, con risultati evidentemente a lui graditi. L’esemplare di maggior fascino si trova  nella miniatura-ritratto contenuta in un volumetto encomiastico (Biblioteca Guarnacci, Volterra) dedicato a Mattia dal milanese Giovanni Francesco Marliano, realizzato a Milano nel 1487, in occasione delle nozze, in seguito annullate, del figlio naturale di Mattia Corvino,  Giovanni, con Bianca Maria Sforza.  Il bellissimo ritratto di Mattia, eseguito con ogni probabilità da Ambrogio de Predis, sembra rivelare la qualità di un’invenzione di Leonardo.

L’apprezzamento dell’arte rinascimentale alla corte di Buda ricevette certamente stimolo anche dalla presenza di Beatrice d’Aragona, che Mattia sposò nel 1476, le cui sembianze ci sono presentate in mostra dal mirabile busto-ritratto di Francesco Laurana (Frick Collection, New York).

La mostra offre anche la visione congiunta di due splendidi piatti di maiolica (Londra, Victoria and Albert Museum e New York, Metropolitan Museum) dono di nozze della famiglia Aragona per Beatrice e Mattia.

Nel percorso ideale di ricostruzione dei parallelismi esistenti tra Lorenzo e Mattia, la mostra ha focalizzato l’attenzione sulla predilezione per “lo Studiolo” – luogo dei tesori e luogo di nutrimento dell’anima – sul favore per il “mito di Ercole” in funzione autocelebrativa, sulla creazione di una biblioteca adeguata al rango, indispensabile strumento di conoscenza, ma anche di qualificazione e di legittimazione dinastica.

In questa sezione della mostra trovano così spazio preziosi codici, provenienti dalla dispersa biblioteca corviniana, fatti copiare e miniare dal re a Firenze negli ultimi anni del nono decennio del Quattrocento, una parte dei quali, rimasta incompiuta alla sua morte nel 1490, entrò poi in possesso dei Medici. Tra questi sono esposti due volumi della Bibbia monumentale di Mattia illustrata nel 1489-1490 dai  maggiori miniatori fiorentini dell’epoca: Attavante e Gherardo e Monte di Giovanni. La miniatura della Bibbia, oltre ad essere un capolavoro d’arte costituisce la più esplicita rappresentazione celebrativa in forma simbolica di Mattia, e del suo potere, e del rapporto con Firenze, Lorenzo e la cerchia di umanisti.

Il percorso espositivo si chiude con uno sguardo sul “dopo Mattia”. Lo stanno a documentare due dipinti e un oggetto simbolo. Il primo dipinto è il bel ritratto, di scuola nordica, che raffigura Giovanni Corvino, l’erede a cui Mattia tentò invano di attribuire la legittimazione necessaria per succedergli, anche attraverso uno strategico matrimonio. L’altro è il ritratto di Bianca Maria Sforza, la sposa prescelta per le nozze che sfumarono per motivi politici, dipinto da Ambrogio de Predis (Washington, National Gallery).

L’oggetto simbolico è lo Stocco benedetto (Budapest, Nemzeti Múzeum) che il papa Giulio II donò nel 1509 a Vladislao II, successore di Mattia, volendo identificarlo nel ruolo di difensore della Cristianità, come già altri papi avevano fatto prima con Mattia.

In conclusione, attraverso opere di varia tipologia – pittura, scultura, ceramica, miniatura – provenienti da vari musei e biblioteche d’Europa e d’Oltreoceano, la mostra vuole dimostrare come l’umanesimo ungherese affondi le sue radici in Italia, e come, in ambito artistico, sia stata determinante la diffusione dello  stile rinascimentale fiorentino.

Un’eredità culturale rimasta fino ad oggi alla base della cultura ungherese.

La mostra – promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo di San Marco, Firenze Musei e l’ Ente Cassa di Risparmio di Firenze  – è stata ideata da Cristina Acidini e, come il catalogo edito da Giunti,  curata da Péter Farbaky, Dániel Pócs, András Végh, Enikö Spekner, Magnolia Scudieri e Lia Brunori.

Enel sostiene “Un anno ad arte 2013”,  e quindi questa mostra che ne fa parte, confermando l’attenzione per la valorizzazione culturale e artistica del patrimonio culturale e artistico della città di Firenze. Enel opera sul territorio fiorentino per coniugare l’innovazione tecnologica con la tradizione della cultura fiorentina e italiana, di cui questa iniziativa è espressione di grande spessore.

Biblioteca Monumentale, Museo di San Marco, Firenze

Fino al 6 gennaio 2014

Articolo de La Redazione

Robert Capa a Villa Manin

Fino al 19 gennaio 2014, Villa Manin di Passariano di Codroipo, in Friuli Venezia Giulia, ospiterà una grande retrospettiva dedicata al celebre fotografo Robert Capa (1913-1954), considerato il padre del fotogiornalismo moderno. L’evento è un’esclusiva europea, in quanto è l’unica retrospettiva organizzata in concomitanza del centenario della nascita di Capa, caduto il 22 ottobre.

La mostra, voluta dalla Regione autonoma Friuli Venezia Giulia e organizzata dall’Azienda Speciale Villa Manin con catalogo Silvana Editoriale, è curata da Marco Minuz e si distingue dalle altre dedicate a Robert Capa perché, grazie alla collaborazione dell’agenzia Magnum Photos di Parigi e dell’International Center of Photography di New York, con le sue 180 fotografie, oltre a garantire un percorso antologico completo, permetterà di conoscere ed approfondire un aspetto poco noto del lavoro di Capa, quello di cineasta e di fotografo di scena.

Sono presenti in mostra tutte le principali esperienze che caratterizzano il lavoro del fotografo ungherese, naturalizzato statunitense: gli anni parigini, la Guerra civile spagnola, quella fra Cina e Giappone, la Seconda guerra mondiale con lo sbarco in Normandia, la Russia del secondo dopoguerra, la nascita dello stato di Israele e, infine, il conflitto in Indocina, dove Capa morirà prematuramente nel 1954. Un panorama completo che è accompagnato, durante tutto il periodo della mostra, da incontri con studiosi, fotografi e registi che presenteranno i libri e i documentari più recenti dedicati alla vita e all’opera di Robert Capa.

Ma la vera sorpresa è una ricca sezione di fotografie dedicate al mondo del cinema. Robert Capa, fin dal 1936, ha modo di cimentarsi dietro la macchina da presa. In quell’anno, infatti, mentre si trova in Spagna per documentare la Guerra civile, gira assieme al cameraman russo Roman Karmen alcune sequenze per il film di montaggio “Spagna 36” diretto da Jean Paul Le Chanois e prodotto da Luis Bunuel. Attività testimoniata anche dalla celebre fotografia, che sarà presente in mostra, realizzata da Gerda Taro, in cui Capa ha in mano una macchina da presa 16 mm. L’anno successivo Capa girerà alcune sequenze per il cinegiornale americano“March of Time.

Nel 1938 è impegnato in Cina, come assistente del regista Joris Ivens, per realizzare il documentario “I 400 milioni”, sulla guerra cino – giapponese. Ma è l’incontro con l’attrice Ingrid Bergman, nel giugno del 1945 a Parigi, ad avvicinare ancor di più Capa al mondo del cinema. Fra i due nasce infatti un’intensa storia d’amore che dura due anni. Questa relazione permette a Capa di realizzare nel 1946 alcune foto sul set del film “Notorious” (1946) di Alfred Hitchcock, che aveva come protagonista la Bergman. Nel 1948 è fotografo di scena del film “Arco di trionfo” (Arch of triumph, 1948) di Lewis Milestones, che vede ancora la presenza dell’attrice svedese. Nel 1947 realizzerà in Turchia un documentario, purtroppo andato perduto, per la serie March of Time. Nel 1948 Capa è in Italia sul set del film di Giuseppe De Santis “Riso amaro” (1949), dove ha una storia d’amore con Doris Dowling, una delle attrici che affiancavano Silvana Mangano. Nel 1950 è in Israele dove realizza, per conto dell’Unites Jewish Appeal (UIA), il documentario di 26 minuti “The journey”, dedicato ai sopravvissuti della shoah che, emigrati in Israele, divengono cittadini israeliani. Grazie alla collaborazione con lo Steven Spielberg Jewish Film Archive e con la Cineteca del Friuli, lo straordinario documento sarà integralmente proiettato in mostra, assieme ad altri filmati d’epoca, permettendo così la conoscenza di questo importante e pressoché sconosciuto lavoro. Il rapporto con il cinema prosegue nel 1952 a Roma con il film “La carrozza d’oro” di Jean Renoir con Anna Magnani. Nello stesso anno Capa è sul set del film “Moulin rouge”, diretto dall’amico John Huston, e nel 1953 fotografa sia “Il tesoro dell’africa” (Beat the devil, del 1953), interpretato da Humphrey Bogart e Gina Lollobrigida con la collaborazione di Truman Capote, sia “La contessa scalza” (The barefoot contessa) con una magnifica Ava Gardner.

Queste collaborazioni con il mondo di “Hollywood coincidono con la fine della guerra e con la nascita dell’Agenzia fotografica Magnum nel 1947, fondata da Capa assieme ad Henri Cartier-Bresson, David Seymour e George Rodgers.

La mostra verrà arricchita da un’ulteriore sezione di ritratti di Robert Capa, realizzati da grandi fotografi come Henry Cartier-Bresson e Gerda Taro; immagini che riprendono il fotografo in alcuni momenti del suo lavoro di fotoreporter e della sua vita privata.

L’iniziativa beneficia della sponsorizzazione tecnica di Graphistudio e Sim2 Multimedia.
Robert Capa, La realtà di fronte, a cura di Marco Minuz

Villa Manin, Passariano di Codroipo, fino al 19 gennaio 2014

Orari di apertura:

dal martedì al venerdì: 9-13; 15-18

sabato, domenica e festivi: 10-19

31 dicembre: 9-13

chiuso lunedì, 24 e 25 dicembre e 1° gennaio 2014

Articolo di S.E.

Louise Nevelson

Conclusasi con grande successo il 21 luglio a Roma, la mostra dedicata a Louise Nevelson approda negli spazi espositivi della Fondazione Puglisi Cosentino a Catania, fino al 19 gennaio 2014.

La retrospettiva, a cura di Bruno Corà, annovera oltre 70 opere della scultrice americana di origine russa Louise Berliawsky Nevelson (Pereyaslav-Kiev, 1899; New York, 1988), e narra il contributo che l’artista ha dato allo sviluppo della nozione plastica: nella scultura del secolo scorso la sua opera occupa un posto di particolare rilievo, collocandosi tra quelle esperienze che, dopo le avanguardie storiche del Futurismo e del Dada, hanno fatto uso assiduo del recupero dell’oggetto e del frammento con intenti compositivi. La pratica dell’impiego di materiali e oggetti nell’opera d’arte, portata a qualità linguistica significante da Picasso, Duchamp, Schwitters e altri scultori, nonché l’assemblage – spesso presente anche nell’elaborazione della scultura africana – esercitano una sensibile influenza sin dagli esordi dell’attività della giovane artista, che emigra con la famiglia negli U.S.A nel 1905, stabilendosi a Rockland nel Maine.

Nel 1986 la collettiva Qu’est-ce que la Sculpture Moderne?, presso il Centre Georges Pompidou a Parigi, consacra Louise Nevelson tra i più grandi scultori della sua epoca. L’artista seguita a lavorare sino alla sua scomparsa, sopravvenuta a New York il 17 aprile del 1988, mentre le sue opere vengono acquisite da noti musei e collezionisti privati negli Stati Uniti e nel mondo. E’ dunque evidente come la Nevelson, insieme a Louise Bourgeois, abbia segnato in maniera imprescindibile l’arte americana del XX Secolo.

Il percorso di mostra racconta l’attività della Nevelson, che prende avvio dagli anni Trenta, con disegni e terrecotte, consolidandosi poi attraverso le successive sculture: gli assemblage in legno dipinto degli anni ’50, alcuni capolavori degli anni ’60 e ’70 e significative opere della maturità degli anni ’80, provenienti da importanti collezioni nazionali e internazionali di istituzioni quali la Fondazione Marconi e la Louise Nevelson Foundation, il Louisiana Museum of Modern Art di Humlebaekin in Danimarca, il Centre national des arts plastiques in Francia e la Pace Gallery di New York.

Il percorso è arricchito da foto originali e riproduzioni di importanti fotografi, come Pedro E. Guerrero e Robert Mapplethorpe, che ritraggono l’artista nel suo studio.

Con la mostra dedicata a Louise Nevelson la Fondazione Roma-Mediterraneo conferma il proprio impegno per la diffusione della cultura internazionale e, in particolare, della conoscenza della personalità e del tratto figurativo di esponenti femminili che hanno apportato un contributo significativo all’arte contemporanea.

“Un evento raro e prezioso” sottolinea il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma – Mediterraneo “che, oltre a confermare l’attenzione della Fondazione all’arte e alla cultura di altri Paesi, ribadisce il legame da sempre esistente tra l’America e l’Italia, già celebrato dalla mostra itinerante sulla grande emigrazione italiana “Partono i bastimenti”, snodatasi tra Napoli e Cosenza. Una mostra che si propone di indagare le “radici” della storia artistica contemporanea e di diffonderne la conoscenza al di fuori dei contesti usuali, nell’auspicio che il linguaggio universale dell’Arte – anche quella apparentemente più distante dalla nostra cultura – possa divenire un fattore di dialogo, di confronto, di avvicinamento e di osmosi tra i popoli”.

Il catalogo, edito da Skira, accanto alle immagini delle opere, include il saggio critico del curatore Bruno Corà e alcuni testi storico-critici di Thierry Dufrêne, Thomas Deecke, Aldo Iori e una conversazione con Giorgio Marconi, Presidente della Fondazione Marconi, che ha diffuso in Italia l’opera della Nevelson.

Louise Nevelson

Fondazione Puglisi fino al 19 gennaio 2014.

Orario 10:00 – 13:00 / 16:00 – 20:00

Chiuso il lunedì – 25 dicembre 2013 – 1 gennaio 2014

Ingresso gratuito

Articolo di Raffaella Salato

 

Ultimi giorni per il sogno di Lyu Ji a Venezia

Dura un po’ più di una sola notte d’estate il Sogno della Principessa Lyu Ji al Florian di Venezia. Fino al 30 settembre gli storici arredi della Sala Cinese del più antico e famoso Caffè veneziano saranno arricchiti dalla sua meravigliosa presenza.
Al posto delle esotiche e sensuali figure femminili dipinte dal Pascutti ci sarà solo Lei, evocata da una immagine doppia, anzi siamese. E tutto intorno, dal pavimento al soffitto, tavolini, divanetti e sedie comprese, una pioggia di simboli, il regno di una Principessa da sogno: fiori, libri, pergamene, strumenti musicali, carte di un regno di terra e di acque, insieme all’occorrente per rendere ancora più affascinate una bellezza che è già assoluta perfezione.

A creare questa magia è Omar Galliani, artista scelto per l’esposizione “Temporanea – Le realtà possibili del Caffè Florian”, il raffinato appuntamento con un grande interprete dell’arte contemporanea internazionale che il Caffè Florian propone ad ogni cadenza di Biennale.

Un legame, quello tra il Florian e la Biennale, davvero profondo dato che è proprio sui divanetti di questo Caffè che alla fine dell’800 Riccardo Selvatico e i suoi amici maturarono l’idea di organizzare a Venezia un’esposizione d’arte biennale come omaggio al Re Umberto e alla Regina Margherita. Idea che portò, nel 1895, alla prima Esposizione Internazionale d’Arte, divenuta poi famosa nel mondo come La Biennale di Venezia.

L’istallazione dedicata a Lyu Ji è un vero atto d’amore da parte dell’artista. Ecco come lo stesso Galliani descrive questo suo Omaggio alla meravigliosa Principessa d”Oriente: “nell’ultima notte delle nove rose bianche i tuoi capelli d’ebano si sono intrecciati alle mie cento matite che ho consumato sulle quattro pareti e un soffitto nella sala ad oriente dell’ unica città d’acqua d’occidente.
Il tuo volto si specchia tra cristalli e stucchi di un tempo che galleggia su stesso nell’attesa del the verde del pomeriggio o nell’ultimo calice di cristallo della notte.

Nel riflesso dei tuoi occhi si specchiano gli oggetti di una geografia senza nome, alle latitudini si accendono e sovrappongono i riti dell’ ospitalità tra il tuo soffitto dei sogni e la tua cosmesi nascosta.

Su piccoli tavoli di marmo ho inciso il tuo nome dove i calici di mille cristalli hanno baciato le tue labbra di porpora pallida treccia d’oriente.

La mia matita ha cercato nella notte dei tuoi sogni il contorno del tuo profilo dimora d’eleganza e fragranza tra oriente e occidente il Florian custodirà il tuo respiro. muta bellezza senza nome”.

In Lyu Ji Omar Galliani focalizza i suoi ricorrenti personaggi femminili e, insieme, la sua passione per l’Oriente. L’istallazione al Florian è un sublime, intenso omaggio alla femminilità, alla magia di uno sguardo dagli occhi color della notte, all’immagine reale e a quella evocata, potremmo dire all’aura, di ogni donna. Un atto d’amore sensualissimo, pregnante e insieme etereo di ogni uomo innamorato per la sua donna. E insieme un omaggio all’Oriente e alla Cina, territorio dove l’artista è da anni protagonista con mostre nei grandi musei dei diversi Paesi.

Niente meglio di Venezia e dell’unico Caffè che negli anni di Casanova e Goldoni ammetteva anche le donne, per dar conto di questo profondo innamoramento, del legame tra l’artista e il femminino, tra l’uomo e quel meraviglioso, eterno mistero che è la donna. Ogni donna, “muta bellezza senza nome”, al di là dell’anagrafe, archetipo di un sentimento assoluto. Per lo meno finché dura il sogno.

La magica stanza “disegnata” avrà come destino il viaggio in quanto si sposterà poi negli altri Florian del mondo. Lyu Ji continuerà il suo viaggio quale ambasciatrice tra oriente e occidente.

In posizione privilegiata sotto i portici delle Procuratie Nuove in Piazza San Marco a Venezia, il Caffè Florian fu aperto il 29 dicembre 1720 da Floriano Francesconi con il nome di “Alla Venezia Trionfante”, ma ben presto la clientela prese l’abitudine di chiamarlo “Florian”. Da allora il locale rappresenta un ritrovo per artisti, intellettuali, politici e personaggi illustri nonché punto di incontro di svariate realtà.

Articolo di Stefania Bertelli

 

Norman McLaren. Animazioni

Animazioni” è il titolo della prima rassegna dedicata in Italia a Norman McLaren (Stirling 1914 – Montréal 1987), pioniere dell’animazione sperimentale e autore di culto della cinematografia d’avanguardia. Curata da Lorenzo Giusti, direttore del Museo MAN ed Elena Volpato, responsabile della Collezione di Film e Video d’Artista della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la rassegna presenta 14 tra le più importanti opere animate del regista scozzese, naturalizzato canadese, realizzate tra il 1940 e il 1983.

McLaren inizia la sua carriera a soli diciannove anni realizzando Seven Till Five (1933), un cortometraggio in cui descrive un giorno di vita in una scuola d’arte. Le tecniche dell’animazione fanno la loro comparsa due anni dopo con Camera Makes Whopee! (1935) che, presentato in Scozia, nell’ambito di un festival amatoriale, viene notato da John Grierson, padre del documentarismo britannico. Dopo la guerra civile spagnola del 1936, a cui partecipa come cineoperatore, McLaren realizza quattro film, tra cui Love on the wing, con immagini disegnate direttamente sulla pellicola. Trasferitosi a New York nel 1939, continua a sperimentare la pittura diretta su celluloide finché nel 1941 approda al National Film Board of Canada, grazie al cui supporto realizzerà opere fondamentali per lo sviluppo della cinematografia d’animazione, sperimentando innumerevoli tecniche, dalla pittura su celluloide all’animazione di carte ritagliate, dal disegno animato alla pixillation (con l’inserimento di attori veri in sequenze animate), dallo stop motion alle tecniche digitale.

In mostra al MAN, insieme a lavori come Boogie Doodle (1940), Begone Dull Care (1949) o A Phantasy (1952), anche il celebre cortometraggio Neighbours (1952), che valse a McLaren numerosi riconoscimenti, tra cui l’Oscar al miglior documentario. Il film, nel quale sono utilizzate persone reali per creare effetti animati, descrive la lotta fratricida tra due vicini di casa per accaparrarsi il fiore sbocciato sul confine tra le loro proprietà.
Tra gli altri lavori presentati nella rassegna Blinkity Blank (1955), un cortometraggio con immagini incise direttamente sulla pellicola, racconta il conflitto di un uccello con la sua gabbia, mentre in Chairy Tale (1957), un’animazione di oggetti e persone musicata da Ravi Shankar, il conflitto è tra un uomo e la sua sedia. Ancora in mostra, Le Merle (1958), un corto basato su una vecchia canzone franco-canadese, che narra la storia di un merlo che con l’avanzare dei versi della canzone perde le parti del corpo per ricomporsi continuamente in nuove immagini.

Tra i lavori degli anni Sessanta presentati nella rassegna, Lines-Horizontal (1961) e Mosaic (1965), sono il secondo e terzo di una serie di tre cortometraggi prodotti in collaborazione con Evelin Lambart. New York Lightboard Record (1961) riprende la reazione dei cittadini newyorkesi mentre osservano un annuncio luminoso a Times Square, mentre Pas de Deux (1967) è un video in bianco e nero, con protagonisti i ballerini Margaret Mercier e Vincent Warren, dove l’intreccio di musica e danza ricrea un effetto grafico, quasi stroboscopico, grazie all’utilizzo delle tecniche di slow-motion.
A rappresentare la produzione tarda di McLaren il pluripremiato Synchromy (1971), dove musica e immagini dialogano in perfetta sincronia, sfruttando il potenziale informatico e le nuove tecniche ottiche, e ancora Animated Motion 5 (1978), realizzato in collaborazione con Grant Munro, e Narcissus, cortometraggio musicale del 1983, l’ultimo realizzato per il National Film Board of Canada.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro

Orari: 10:00 – 13:00/15:00 – 19:00 (Lunedì chiuso)

Articolo di S. E.

 

A Perugia in mostra Perugino, Raffaello e Sassoferrato

L’appuntamento è di quelli da non perdere.

Per la città che lo ospita, Perugia, per l’elegante magnificenza del contenitore che lo accoglie, il Nobile Collegio del Cambio, capolavoro del Perugino, e soprattutto per i grandi maestri che questa mostra mette per la prima volta a diretto confronto: Perugino, Raffaello e Sassoferrato.

La mostra rappresenta la prima importante estensione fuori Toscana del progetto “La città degli Uffizi”.

Per Raffaello si tratta di un ritorno a Perugia; ritorno che avverrà attraverso il suo celeberrimo Autoritratto (dipinto tra il 1504 e il 1506), capolavoro ammirato in tutto il mondo, che sarà collocato nella Sala dell’ Udienza del Nobile Collegio, la stessa sala che con il suo maestro Perugino lo vide all’opera, probabilmente come semplice collaboratore, agli esordi della sua sfolgorante carriera.

Insieme al suo Autoritratto giungeranno dagli Uffizi quello del suo maestro, il Perugino appunto, e quello non meno straordinario di un artista posteriore che ai due ispirò il proprio lavoro, ovvero Giovan Battista Salvi detto il Sasoferrato.
Tre capolavori posti vis a vis, a collo­quiare tra loro e con un quarto autoritratto, anch’esso del Perugino, ma stavolta dipinto a fresco sulle pareti del Nobile Collegio, quasi come a firmare con nome e volto un’opera che il maestro riteneva tra le sue migliori.

Ed è in questi gioco di autoritratti che si esemplifica la nuova consapevolezza degli artisti del Rinascimento. Prima d’allora, il pittore si ritraeva tutt’al più “come di contrabbando, in un racconto sacro”: L’Autoritratto del Perugino al Cambio, inserito tra gli uomini famosi, accompagnato da una epigrafe celebrativa, fa irrompere la nuova certezza di ruolo che gli artisti si sono conquistati rispetto ai loro colleghi di altre arti manuali.

Il confronto proposto dalla mostra tra il volto del maturo mastro umbro e l’Autoritratto del giovane Raffaello consente di allargare la riflessione sul tema della bottega del Perugino nella quale transitò, appena sedicenne, anche Raffaello.
Completa la triade il famoso Autoritratto del Sassoferrato che porta ad affrontare l’importante tema della rivisitazione secentesca dei modi espressivi di Perugino e di Raffaello.

Come afferma il professor Mancini, “Proprio per indagare questo, nella contigua Cappella di San Giovanni, sempre parte del Nobile Collegio, vengono riunite sette opere del pittore marchigiano ispirate ai prototipi dei due maestri rinascimentali. Conservate nella basilica di San Pietro a Perugia le sette opere del Sassoferrato danno la misura dell’impegno messo dall’artista nel riproporre i celebri modelli della tradizione figurativa a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Ne è limpido esempio il confronto, proposto in mostra, tra due immagini di San Mauro, l’una del Perugino la seconda del marchigiano. Sassoferrato qui mostra di saper dar vita ad uno stile autonomo nel quale confluiscono gli echi delle levigate eleganze peruginesche e raffaellesche e le innovazioni iconografiche e stilistiche derivate dai dettami del Concilio di Trento”.

La mostra, oltre che riunire opere di straordinaria bellezza e suggestione, è occasione di approfondimento scientifico. Come ben testimonia il catalogo, inserito nella collana “La Città degli Uffizi” che accoglie contributi di Francesco Federico Mancini e di Antonio Natali, curatori dell’esposizione, accanto a saggi e schede di Silvia Blasio, Fabio De Chirico, Cristina Galassi, Roberto Guerrini, Fabio Marcelli, Marta Onali e Francesco Piagnani.

Per informazioni e prenotazioni: Nobile Collegio del Cambio, Corso Vannucci 25, Perugia. tel.075 5728599. Orari di apertura: tutti i giorni: 10.00 – 19.00.

Articolo di S. E.

Filippo de Pisis en voyage

La mostra intende presentare alcuni capolavori del   maestro (circa ottanta tra dipinti e opere su carta), provenienti da musei   nazionali e da collezioni private, che rispecchiano i suoi interessi   principali: i luoghi innanzitutto, i volti e le persone che li abitano, la   natura che li attraversa.

Curata da Paolo Campiglio, per iniziativa della   Fondazione Magnani Rocca presieduta da Giancarlo Forestieri, in   collaborazione con l’Associazione per Filippo de Pisis, col coordinamento di   Stefano Roffi, la mostra, dal titolo “Filippo de Pisis en voyage. Roma,   Parigi, Londra, Milano, Venezia”, è visitabile dal 13 settembre all’8   dicembre 2013 nella Villa dei Capolavori di Mamiano di Traversetolo (Parma),   la raffinata dimora, ora sede della Fondazione Magnani Rocca, che fu di Luigi   Magnani, amico e collezionista di de Pisis.
La mostra si avvale del sostegno di Fondazione Cariparma e di Cariparma   Crédit Agricole.

Il carattere cosmopolita dell’artista e il suo   incessante viaggiare per l’Europa degli anni Trenta-Quaranta pone de Pisis in   una luce moderna e attuale, quella di un intellettuale senza frontiere che in   un periodo di rafforzamento delle nazioni e di crisi internazionale sceglie   le principali capitali come sedi più proprie alla personale declinazione   espressiva.

La mostra intende ampliare il discorso avviato con   la storica esposizione curata a suo tempo da Giuliano Briganti e incentrata   sugli anni di Parigi (1925-1939). Gli anni parigini, fecondi di scoperte e   maturazioni pittoriche, sono qui preceduti dagli anni di Roma (1920-1924), in   cui all’artista si rivela la pittura come mezzo più consono; sono   intervallati dai due soggiorni a Londra (1935 e 1938), importanti ai fini   della precisazione del segno e della messa a punto di una personale tavolozza   cromatica; sono seguiti dal periodo di trasferimento a Milano (1940-1943) e   infine preludono alla grande opera di Venezia (1943-1949), il momento più   felice della pittura depisisiana.

I lunghi soggiorni nelle capitali europee e nelle   principali città d’arte italiane sono inframmezzati dalle consuete pause   estive a Cortina d’Ampezzo, dove de Pisis cerca un rapporto autentico con gli   elementi naturali e le persone del luogo. L’artista è viaggiatore   instancabile, fin dalla giovane età: nei panni di botanico naturalista e   collezionista di farfalle egli compie lunghissime peregrinazioni attorno alla   nativa Ferrara, spostandosi sia lungo l’Adriatico che verso l’Appennino   tosco-emiliano.

Ferrara è la Città dalle cento Meraviglie,   una realtà urbana vissuta nel giovanile incanto metafisico e filtrata   prevalentemente attraverso la letteratura, vena dominante nell’artista fino   alla metà degli anni Venti. Tuttavia essa permane nell’immaginario pittorico   depisisiano quasi come un modello, esportato in ogni differente contesto   europeo, in una sorta di aura che permea il suo sguardo sulle cose.

Ogni periodo di soggiorno in una città costituisce   inoltre per de Pisis un’occasione di confronto con il museo – i grandi musei   delle capitali europee – dove egli ritrova i maestri internazionali, da   Chardin a Lorrain alle luci di Corot, rivede la pittura italiana, la scuola   veneta da Giorgione a Tiziano a Tintoretto. Le capitali europee permettono a   de Pisis un’avventura nuova nella città, nel suo pullulare e nell’intrinseca   vitalità dei parchi, degli angoli scelti dal pittore en plein air, in   un rapporto diretto con la varia umanità con cui l’artista viene di volta in   volta in contatto. La lezione impressionista è quindi seguita alla lettera   dal pittore, benché gli angoli e gli scorci prediletti, gli interni delle   chiese, riportino una visione alquanto differente dalle prospettive aeree   ottocentesche.

Nelle vedute urbane del pittore traspare sovente   l’ambiguità, pur nella sontuosa vitalità della pittura, di una vena   malinconica: i tratti veloci e sintetici, la pittura sbavata, la semplicità   scarna di alcune composizioni rivelano quell’esuberante felicità che nasconde   un costante dolore esistenziale.

La mostra si concentra su alcuni capi d’opera relativi   ai periodi di soggiorno in una città europea nei generi del paesaggio urbano,   del ritratto e del nudo maschile, della natura morta, che costituiscono i   principali ambiti di ricerca del pittore, temi fissi in cui egli esprime le   proprie inquietudini e il proprio aristocratico distacco dal mondo.

Del periodo romano (1920-1924) spicca la Natura   morta con le uova (1924) della Collezione Jesi (Pinacoteca di Brera,   Milano) appositamente restaurata per l’occasione, opera “metafisica” che   rivela i contatti del giovane artista con alcuni modelli contemporanei, tra   cui Giorgio Morandi conosciuto a Bologna negli anni dell’Università.

Tra i capolavori della mostra, nel periodo parigino,   sono i paesaggi urbani come il tormentato Quai de la Tournelle (1938)   o il limpido Marinaio francese (1930) un ritratto di giovane dipinto   in quell’atelier denominato scherzosamente il suo “grenier”, che allude   metaforicamente all’instabilità dell’esistenza, tra partenze e approdi reali   o solo immaginati.

Al periodo londinese appartiene il dittico de La   strada di Londra e La casa di Newton (1935), immagini emblematiche   dell’atmosfera abbassata e cupa che l’artista percepiva nel cielo di Londra.

Per la prima volta è inoltre ricostruita, in parte,   la donazione che l’artista fece nel 1941 alla Galleria Nazionale d’arte   Moderna di Roma, un nucleo di dodici dipinti che dovevano rappresentare la   sua arte, con opere emblematiche della ricerca in atto, tra paesaggi urbani,   nature morte e ritratti.

L’esposizione si articola in cinque sezioni principali:

Gli anni di Roma (1920-1924)

Parigi (1925-1939)

Londra (1933, 1935, 1938)

Milano (1940-1943)

Venezia (1943-1949)

La mostra è corredata da un ricco catalogo che,   oltre a riprodurre le opere esposte, è concepito come uno strumento di   analisi storico-artistica sull’opera del pittore alla luce delle fonti   documentarie (edite e inedite) emerse dalla ricerca. Comprende saggi del   curatore, di Elisa Camesasca, di Marilena Pasquali, di Stefano Roffi, di   Andrea Sisti, di Maddalena Tibertelli de Pisis.

FILIPPO DE PISIS EN VOYAGE

Roma, Parigi, Londra, Milano, Venezia

Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani   Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).

Dal 13 settembre all’8 dicembre 2013. Aperto anche   tutti i festivi.

Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la   biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19   (la biglietteria chiude alle 18). Lunedì chiuso.

Articolo di S. E.