Otium a Sirmione

All’interno del Museo archeologico delle Grotte di Catullo a Sirmione è visitabile la mostra Otium di Arianna Arcara.

Le fotografie in mostra, visibili fino al 26 maggio 2024, nascono all’interno del progetto Tredici fotografi per tredici musei: un percorso di esplorazione e interpretazione dei tredici musei statali lombardi affidato ad altrettanti giovani artisti italiani, grazie alla committenza pubblica della Direzione regionale Musei Lombardia diretta da Emanuela Daffra e in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo.

I progetti hanno dato voce ai visitatori, al personale, agli oggetti, ai paesaggi e offerto chiavi di lettura legate all’oggi, dimostrando ancora una volta che il museo è un luogo di stupore, pensiero, coinvolgimento personale.

La mostra Tre-di-ci. Sguardi sui musei di Lombardia, che si è tenuta a Palazzo Reale a Milano dal 3 marzo al 2 aprile 2023, ha esposto una sintesi di tutti i lavori. La sala centrale del Museo Archeologico ospita ora il lavoro ideato da Arianna Arcara per le Grotte di Catullo.

Il sito delle Grotte di Catullo, con il Museo Archeologico, è uno dei tredici musei statali in territorio lombardo che la Direzione regionale Musei Lombardia tutela e valorizza in un’unica rete dal 2015.

Il nome “Grotte” risale probabilmente al Quattrocento, quando i viaggiatori che si imbattono nelle rovine di questo luogo, coperte da vegetazione, le scambiano per grotte naturali. Si tratta in realtà dei resti di una lussuosa villa romana affacciata sul lago di Garda, costruita in epoca augustea, tra la fine del I secolo a.C. e l’inizio del nuovo secolo.

La villa si espande per circa due ettari fino a protendersi sulla spiaggia del lago. Possiamo immaginare la vita nei secoli dentro e fuori le sue mura attraverso i materiali costruttivi, le suppellettili per la cucina o la cura personale, i ritrovamenti nelle sepolture, conservati nelle vetrine del museo. Costituita da terrazze, portici, belvedere, doveva certamente essere la meta ideale per fuggire dalla città e praticare l’otium, il tempo libero creativo lontano dalle occupazioni della vita politica e dagli affari.

A partire da questa funzione Arianna Arcara si concentra sulla pratica dell’otium contemporaneo. Sulla spiaggia che si estende alle pendici della villa, nota con il nome evocativo di Giamaica, si radunano oggi persone di ogni età e nazionalità. Ciascuno entra in rapporto personale con la natura, il paesaggio e le rovine, interpretando il momento del riposo in modo profondamente diverso dallo svago costruttivo dei romani.

Il lavoro fotografico alterna alcuni ritratti realizzati ai frequentatori della spiaggia a immagini dell’incantevole paesaggio circostante e a frammenti della struttura archeologica, mettendo idealmente in connessione i nuovi frequentatori della villa con la storia delle sue rovine.

Arianna Arcara, Otium – Museo archeologico delle Grotte di Catullo, Sirmione fino al 26 maggio 2024 parte del Progetto “Tredici fotografi per tredici musei”.

Gli artisti di “Tredici fotografi per tredici musei”:

Arianna Arcara, Fabio Barile, Claudio Beorchia, Roberto Boccaccino, Alessandro Calabrese, Marina Caneve, Federico Clavarino, Rachele Maistrello, Caterina Morigi, Flavia Rossi, Alessandro Sambini, Delfino Sisto Legnani, Vaste Programme.

I musei:

Museo del Cenacolo Vinciano, Milano; Cappella Reale Espiatoria, Monza; Certosa e Museo della Certosa, Certosa di Pavia; Parco Archeologico e Antiquarium, Castelseprio; Museo Archeologico Nazionale della Lomellina, Vigevano; Palazzo Besta, Teglio; Parco Nazionale delle Incisioni Rupestri, Capo di Ponte, loc. Naquane; Parco Archeologico Nazionale dei Massi di Cemmo, Capo di ponte; MUPRE – Museo Nazionale della Preistoria della Valle Camonica, Capo di Ponte; Museo Archeologico Nazionale della Valle Camonica, Cividate Camuno; Grotte di Catullo e Museo Archeologico, Sirmione; Villa Romana e Antiquarium, Desenzano del Garda; Castello Scaligero, Sirmione.

S.E.

Museo Franca Ghitti

Nel “Conventone”, edificio settecentesco di Darfo Boario Terme, dal 23 settembre apre al pubblico l’atteso, nuovo Museo interamente dedicato a Franca Ghitti (Erbanno 1932 – Brescia 2012), l’artista che ha trasmesso al mondo, interpretandolo in modo del tutto originale, il linguaggio ereditato dai segni, graffiti, tradizioni della sua Val Camonica, Patrimonio Unesco.

Il nuovo Museo Franca Ghitti, il cui nucleo iniziale avrà sede in un’area dell’ex convento da poco ristrutturata grazie ad un cospicuo contributo regionale a valere su fondi dei Piani Integrati della Cultura (Pic), nasce dalla volontà del Comune di Darfo Boario Terme, della Fondazione “Archivio Franca Ghitti” presieduta dalla professoressa Maria Luisa Ardizzone, New York University, dalla Comunità Montana e dal Consorzio Comuni BIM di Valle Camonica.

Il Museo Franca Ghitti, al di là dell’esposizione di un nucleo fondamentale di lavori dell’artista, si propone di approfondirne e valorizzarne l’opera e sarà dunque anche un centro studi dove verrà conservato l’Archivio di Franca Ghitti, contenente scritti vari e gli inediti “Taccuini” dell’Artista e la sua biblioteca privata.

Con questo obiettivo, in concomitanza con l’apertura dei nuovi spazi museali, il 23 e 24 settembre viene organizzata una doppia  giornata di studi a cura di Elena Pontiggia e Fausto Lorenzi, cui parteciperanno importanti critici e studiosi tra cui Ara Merjian, storico dell’arte, New York University; William Klien, storico dell’arte, New York University; Micol Forti, direttrice della Collezione d’Arte Contemporanea dei Musei Vaticani; il filosofo e scrittore Alessandro Carrera,  University of Houston; Marco Meneguzzo, storico dell’arte, Accademia di Brera; Elena Pontiggia, storica dell’arte, Politecnico di Milano, autrice della più completa monografia su Franca Ghitti; Cecilia De Carli, storica dell’arte, Università Cattolica, Milano, e Arianna Baldoni, curatrice del catalogo generale dell’artista.

“Ad essere inaugurata il 23 settembre è una importante “anteprima” di quello che andrà configurandosi come il completo Museo Franca Ghitti, anticipa Maria Luisa Ardizzone. Un’ampia anteprima che, via via, sarà implementata ma che già saprà fornire al visitatore un’idea precisa di tutta la variegata produzione dell’artista. Si inizia con un’antologia delle Vicinie, che entusiasmarono Giulio Carlo Argan, autore nel 1980 di un fondamentale saggio su Franca Ghitti. Il ciclo delle Vicinie (“scatole magiche”, composte da una struttura geometrica di legno in cui abitano figure evocative e simboliche) si ispira alle comunità contadine della Val Camonica e di altre parti d’Italia, di cui parla anche Dante, che dall’epoca delle invasioni barbariche all’epoca napoleonica erano legate da vincoli di solidarietà.

Le Vicinie nascono dai ricordi d’infanzia dell’artista, cioè la grande segheria paterna, la memoria delle madie e delle santelle – le edicole sacre – che vedeva nelle case, nei paesi e nei sentieri della Val Camonica, e interpretano quelle memorie riallacciandosi all’idea, preannunciata già dalle prime avanguardie, di una scultura che ospita lo spazio e che inserisce figure e forme in una sorta di scatola, in modo che il vuoto diventi parte integrante dell’opera.

Ci saranno poi esempi di tutto il percorso dell’artista: i Tondi, strutture circolari ispirate agli esiti della scultura-pittura geometrica contemporanea, ma anche alla forma dei fondi di botti e barili che l’artista vedeva in Franciacorta; i Boschi in ferro e in legno, le Mappe e le Meridiane, i Libri chiusiMemoria del ferro, tutti cicli di opere in cui Ghitti evoca uno spazio-tempo archetipo in forme libere, come deposito di segni, sospeso tra installazione concettuale e reminiscenze del passato tra cui il romanico lombardo. Nelle Meridiane, in particolare, l’artista dispone per terra in ampi cerchi concentrici una serie di sfridi, cioè di scarti del metallo, che ama recuperare nelle sue opere. Sono orologi solari che non stanno sulla parete ma sul terreno. Non mancheranno Alberi-Libro, cioè sculture verticali in legno lavorate con liste, tacche e intagli ritmici (il liber ricavato sotto la corteccia si fa custodia del sapere della comunità) che confluiranno nel Bosco, parete di elementi modulari che scandisce il tempo della storia e delle provviste, ma anche il recinto attorno a cui camminare e in cui aggirarsi per interrogare come in un archivio domestico le forme dell’esistenza e della comunità degli uomini. Ai piedi del Bosco il Tondo delle offerte con una imbandigione di coppelle o tazze di siviera che nelle antiche fucine servivano per versare il metallo fuso nelle forme e qui si caricano di un senso di sacralità. E ci sarà un richiamo ai Cancelli d’Europa, stratificazione di linee di tensione, assemblaggi di lame e sfridi in ferro che evocano porte e pareti-soglia, sbarramenti inquieti che fronteggiano e turbano lo spazio. I temi sono quelli dei confini, dei transiti e degli incroci, ma anche delle barriere, sui confini di un’Europa di migrazioni, esili, integrazioni, chiusure.

“Continuo a intervenire selezionando e riorganizzando [gli scarti] in grandi cerchi di terra nera, ricostruendo il loro luogo naturale e cioè la fucina” dichiara Ghitti. E aggiunge: “Il mio lavoro in scultura tenta di trasformare uno spazio geometrico in uno spazio storico, reinventando il ‘luogo della scultura’ come deposito e archivio del territorio.”

Ci saranno infine le Pagine chiodate, che l’artista ha presentato per la prima volta alla OK Harris Gallery di New York, diretta da Ivan Karp, già direttore della galleria di Leo Castelli, il leggendario mercante dei maestri della Pop Art. Sono libri composti da fogli trafitti da una lunga sequenza di chiodi, che mescolano gli elementi delle antiche Crocifissioni con la creazione di moderni libri di artista. “Un libro di chiodi/una porta chiodata/ e al di là/ ciò che vorremmo essere,/ciò che non siamo in grado di essere” scrive il poeta Sandro Boccardi in una poesia dedicata a Franca.  Altri Alfabeti è il titolo che Ghitti inventa negli ultimi anni della sua vita per definire l’universo cui ha dato forma attingendo a una sua tensione visionaria e fondendo istinto e calcolo, rigore geometrico-matematico e ispirazione, senso della materia e dei luoghi, della storia.

“Nel nuovo Museo – anticipa Elena Pontiggia – le opere dell’artista saranno accorpate, all’interno del percorso cronologico, secondo nuclei tematici, per dar conto il più possibile della vicenda espressiva di un’artista che non si è mai ripetuta ma ha sempre inventato soggetti nuovi, con inesauribile forza creativa”.

“L’obiettivo che il Comune di Darfo Boario Terme e la Fondazione “Archivio Franca Ghitti” si propongono – afferma il Sindaco di Darfo Boario Terme, Dario Colossi – è di giungere al completamento del percorso museale entro il 2025. Sarà un museo vivo, che offrirà momenti di incontro, di riflessione, con l’intervento di artisti, scrittori, intellettuali, chiamati a parlare anche di arte contemporanea e delle questioni più rilevanti del momento.”

Per la direzione del museo, da parte del Comune di Darfo Boario Terme, è prevista l’individuazione di una figura qualificata che dia rilievo internazionale allo stesso, come internazionale è stata l’arte di Franca Ghitti, che si è sempre ispirata alla sua Val Camonica, ma al tempo stesso all’Africa (dove ha vissuto e lavorato due anni), a New York (dove ha esposto più volte), all’Europa di Kokoschka (con cui ha studiato a Salisburgo) e di Brancusi.

Info: www.fondazionearchiviofrancaghitti.com

S.E.

Divenire mosaico

Aperta fino al prossimo 23 luglio la mostra “Divenire mosaico” al Palazzo Rasponi dalle Teste di Ravenna (da martedì a domenica dalle 18 alle 21.30, ingresso libero).

La VIII edizione della Biennale di Mosaico Contemporaneo di Ravenna vive una originale anticipazione con una mostra dedicata a due tra i più interessanti artisti della loro generazione: Takako Hirai e Sergio Policicchio. Due artisti provenienti da aree del mondo molto lontane e diverse, Giappone e Argentina, che nella città di Ravenna si formano, si incontrano, e sviluppano linguaggi originali attraverso cui interpretare il mosaico contemporaneo. Due percorsi espositivi paralleli e in dialogo tra loro: quello di Policicchio che trova sostanza e confronto con le architetture di Palazzo Rasponi dalle Teste, quello di Hirai che presenta un intreccio che affonda nei temi della natura con diverse opere inedite e realizzate nell’ultimo periodo. A completare questo intervento artistico negli spazi dello storico Palazzo ravennate, sarà presentato un inedito video realizzato a quattro mani da Hirai e Policicchio; un dialogo di immagini, appunti e pensieri di venti anni di “fare mosaico”.

La mostra Divenire mosaico, oltre a offrire uno sguardo in anteprima sulla prossima Biennale di Mosaico Contemporaneo, inaugura una nuova progettualità in campo espositivo che anche per i prossimi anni porterà a Palazzo Rasponi in questo periodo mostre dedicate alle nuove generazioni di mosaicisti e mosaiciste di formazione ravennate.

Sempre nelle sale di Palazzo Rasponi dalle Teste, sarà visibile Una dedica a Ravenna, inedito progetto espositivo di Rupert Van Wyk, pittore ed illustratore con diverse pubblicazioni dedicate in particolare al mondo dell’infanzia. Van Wyk è nato in Gran Bretagna nel 1971, da famiglia sudafricana, ma da tempo è attivo e residente a Ravenna.

Takako Hirai nasce a Kumamoto in Giappone nel 1975.

Dal 1995 al 1999 frequenta la Facoltà d’Arte della Hiroshima City University, dove si laurea in pittura. Dal 1999 al 2002 è attiva nell’ambito di un progetto di ‘Artisti in Residence’ nella città di Yoshiwa, Hiroshima.

Nel 2003 inizia a studiare la tecnica musiva a Ravenna, dove dal 2005 lavora e vive stabilmente. Espone in Italia, Francia, Israele, Giappone e Taiwan.

Nel 2013 la sua opera Vene viene selezionata per la mostra GAeM-Giovani Artisti E Mosaico presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna dove tuttora è presente nelle collezioni permanenti.

L’opera vince il Premio Orsoni ed entra a far parte della collezione permanente del museo.
Dopo varie collettive, nel maggio del 2017, la prima mostra personale Il Senso Segreto della Natura. Takako Hirai’ viene realizzata al MAR.

Sergio Policicchio nasce a Buenos Aires nel 1985, si diploma nel 2013 presso l’Accademia di Belle Arti di Ravenna dove vive e lavora. Nel 2011 è finalista al premio GAeM. Espone durante il Festival Internazionale del Mosaico (2010, 2011). Tra gli altri lavori: In tensione verso (2011, installazione), Erma (2011, installazione), La quiescenza (2012), Accademie eventuali (2012), Fuoco bianco (2013), Mundus, paesaggio sonoro (2013). Ha partecipato a numerose iniziative espositive in Europa e in America del nord e del sud, e come performer per diversi progetti di compagnie teatrali.

MAR (anche per l’immagine di Rupert Van Wyk)

I Mosaici Contemporanei del MAR

Il 12 maggio scorso ha riaperto al pubblico la Collezione di Mosaici Contemporanei del MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, uno dei più importanti patrimoni artistici della città dopo i lavori propedeutici al riallestimento. Ravenna si presenta sempre di più al pubblico come Città del mosaico confermando la propria vocazione artistica incentrata sulla produzione contemporanea ma sempre idealmente collegata all’antica tradizione di epoca bizantina, in un costante dialogo.

Unica al mondo, la collezione allestita in tutti gli spazi espositivi del piano terra del museo, compreso il quadriportico, ripercorre lo sviluppo che la tecnica del mosaico ha avuto a partire dalle esperienze maturate a Ravenna, a livello nazionale e internazionale, dal secondo decennio del Novecento ad oggi e comprende più di 90 opere. I lavori di riallestimento sono stati realizzati grazie al prezioso sostegno della Regione Emilia-Romagna, del Programma POR FESR Emilia-Romagna 2014/2020 – Asse 6 – Azioni 2.3.1. “Città Attrattive e Partecipate” e al Rotary Club di Ravenna.

Il percorso espositivo è articolato in tre sezioni: Mosaici Moderni Mostra 1959, Mosaico & Design e Declinazioni Contemporanee.

Il progetto di riallestimento è stato realizzato dallo Studio MACRO Macchine Narrative di Lucca insieme alla direzione del MAR e al comitato scientifico composto da: Cristina Ambrosini, Daniele Astrologo, Maria Rita Bentini, Roberto Cantagalli, Maria Cristina Carile, Fabio De Chirico, Emanuela Fiori, Giovanni Scapini, Luisa Tori, ed è pensato con la volontà di offrire al visitatore un’esperienza unica accompagnato da video multimediali a supporto della visita.

Il percorso si apre con le opere realizzate in occasione della Mostra dei Mosaici Moderni inaugurata nel 1959, momento cardine del rinnovamento dell’arte musiva. Questa sezione rappresenta il nucleo centrale della collezione e su cui si è andata sviluppando l’intera raccolta. Il progetto nasce in seno al Gruppo Mosaicisti dell’Accademia di Ravenna e di seguito viene organizzato e promosso da Giuseppe Bovini che intense porre la tecnica musiva al servizio dell’arte contemporanea, e finanziato dal Rotary Club, dalla Camera di Commercio di Ravenna, dall’Azienda Autonoma di Soggiorno e Turismo e dall’Ente Provinciale del Turismo.

Ad alcuni dei principali protagonisti della scena artistica fu chiesto di eseguire i bozzetti preparatori di opere destinate ad essere realizzate in mosaico.

Per la quasi totalità delle opere di questo piano di rilancio del mosaico sono presenti in collezione il cartone preparatorio e l’opera musiva, permettendo un affascinante confronto tra due forme di una stessa idea artistica. Il progetto prevedeva la collaborazione fra i mosaicisti ravennati e venti rinomati artisti, individuati dal comitato artistico, ai quali fu richiesto l’invio di un disegno preparatorio, il cosiddetto “cartone”, finalizzato alla realizzazione di un’opera in mosaico.

Gli artisti furono scelti dal comitato artistico che vedeva coinvolti gli storici dell’arte Giulio Carlo Argan e Palma Bucarelli: Afro, Birolli, Cagli, Campigli, Capogrossi, Cassinari, Chagall, Corpora, Deluigi, Gentilini, Guttuso, Mathieu, Mirko, Moreni, Paulucci, Reggiani, Saetti, Sandqvist, Santomaso e Vedova che, a partire dal 1951, vennero contattati da Bovini stesso. Anche Henri Matisse aderì con entusiasmo all’iniziativa ma non riuscì a perfezionare il progetto perché scomparve nel 1954.

L’intento del progetto del 1959 non era creare una mostra di quadri a mosaico ma dimostrare l’attualità del mosaico sollecitando una stretta collaborazione fra artisti in grado di riproporre l’antica distinzione fra i pictores imaginarii, coloro che progettavano il disegno, e i pictores musivarii che avevano invece il compito di eseguirne la realizzazione a mosaico.

La mostra del 1959, oltre all’applicazione del mosaico in favore dell’espressività artistica moderna, fu di importanza capitale per l’evoluzione dell’idea stessa di mosaico perché innescò fenomeni e approcci volti all’emancipazione dalla “traduzione” in opera musiva di disegni preparatori considerando il mosaico come opera autonoma, sottoposta soltanto al proprio potenziale espressivo intrinseco. I mosaici di questa sezione sono di proprietà della Provincia di Ravenna, della Camera di commercio di Ferrara e Ravenna e del Rotary Club Ravenna, che nel 2007 le hanno concesse in comodato al MAR.

La seconda sezione dell’allestimento propone il tema del Mosaico & Design: le opere esposte al MAR sono state progettate dallo Studio Alchimia di Milano (1976-1992), fondato dai fratelli Adriana e Alessandro Guerriero, attorno al quale gravita un gruppo di progettisti, architetti e artisti che hanno fatto la storia del design italiano. 

L’attuale allestimento ripropone l’esperienza artistica dello Studio Alchimia che poneva l’accento sul ritorno a un artigianato colto e nobile come si può ammirare nelle opere il Ritratto di Mendini, la Testa di Guerriero e il Mobile aulico. La realizzazione del progetto fu affidata all’Associazione Mosaicisti di Ravenna, ma all’impresa collaborarono anche la Cooperativa Mosaicisti di Ravenna e lo Studio Signorini.

Il percorso espositivo prosegue con l’ultima sezione Declinazioni Contemporanee che documenta come dagli anni Settanta si sviluppa una nuova fase di ricerca in cui alcuni mosaicisti si emancipano definitivamente dal ruolo di esecutori. Il cuore pulsante di questa ricerca è proprio Ravenna.

Sulle radici culturali dei fasti e degli splendori della Capitale dell’Impero bizantino si definisce sempre più l’esigenza di voler tracciare una nuova strada per sperimentare nuove connessioni. Gli artisti iniziano a creare opere musive senza schemi prefissati, superando il confronto con il passato e con la consapevolezza di agire nel solco di una straordinaria eredità culturale.

Il mosaico non è più realizzato solo con tessere ma si compone anche attraverso tecniche pittoriche e scultoree, con il frequente utilizzo di materiali originali ed eterogenei. In quest’ottica si inseriscono le collaborazioni con artisti internazionali come Valerio Adami, Michelangelo Antonioni, Balthus, Giosetta Fioroni, Piero Gilardi, Luigi Ontani, Mimmo Paladino e le sperimentazioni dei mosaicisti ravennati. Le interpretazioni musive esposte al MAR sono frutto di sedimentazioni culturali diverse, il mosaico si affranca dalla sua caratterizzazione più tradizionale per interpretare pienamente la contemporaneità e racconta un’evoluzione non solo stilistica ma anche concettuale che non può prescindere dalla trasformazione del ruolo del mosaicista-artista.

La collezione documenta come gli ultimi decenni hanno portato i mosaicisti a progettare e a realizzare sempre più frequentemente opere di propria concezione per confrontarsi direttamente con le tematiche, gli strumenti, i materiali e le sfide dei nostri tempi, liberi di seguire gli stili e proporre le soluzioni più personali e diverse, dal figurativo all’Astrattismo, dalla Pop art all’Arte Povera fino al citazionismo insito nel Postmoderno.

Ravenna accoglie tutto questo, vive di queste esperienze volte a valorizzare e promuovere la città dal punto di vista culturale e turistico, tramite manifestazioni come la Biennale di mosaico contemporaneo e il concorso GAeM Giovani Artisti e Mosaico da cui, negli anni, sono emersi artisti aperti alle più diverse soluzioni linguistiche, a contaminazioni e intrecci inattesi e che custodiscono, in ogni caso, la memoria dell’antico.

Grazie a questi eventi e alle donazioni la collezione si arricchisce ogni anno di numerose opere che rendono questa raccolta aperta alle più recenti novità, senza confini e dal carattere internazionale completando l’esperienza conoscitiva del mosaico ravennate, con una straordinaria panoramica sulle espressioni del contemporaneo dagli anni ‘50 fino ai nostri giorni.

L’allestimento è correlato anche da apparati video che documentano come la città, nel tempo, viene impreziosita da moltissime opere pubbliche che ne decorano il tessuto urbano: dai giardini alle rotonde, alle fontane, ai parchi. L’esempio più importante di arte pubblica a Ravenna è senza dubbio il Parco della Pace, inaugurato nel 1988, dove la tecnica musiva è impiegata in tutte le sue forme e declinazioni. L’idea di creare un luogo di celebrazione della pace fra i popoli venne proposta nel 1982 dall’Associazione Internazionale Mosaicisti Contemporanei (AIMC) dal mosaicista belga Claude Rahir.

Il riallestimento è anche occasione per una lettura complessiva della storia del mosaico ravennate del Novecento, per questo è stato costruito un percorso che guarda alle radici classiche del mosaico contemporaneo e ad un dialogo tra l’antico e il moderno di grande interesse. I visitatori del MAR potranno accedere gratuitamente al museo TAMO MOSAICO, all’interno dell’antica chiesa di San Nicolò a Ravenna, dedicato all’arte del mosaico, che ospita, oltre a pregevoli testimonianze di mosaici antichi e tardoantichi la sezione Mosaici tra Inferno e Paradiso, 21 opere musive a tema dantesco realizzate da grandi artisti del ‘900 italiano, collezione quest’ultima che si pone certamente in continuità con il patrimonio esposto nella nuova sezione musiva del MAR.

Un’importante novità riguarda anche il pubblico under 26 che tutti i mercoledì potrà visitare il MAR gratuitamente, un’iniziativa importante volta ad avvicinare le giovani generazioni al museo.

Mosaici Contemporanei

Ingresso: intero € 6; ridotto € 5

Orari: da martedì a sabato 9.00-18.00; domenica e festivi 14.00 – 18.00

MAR (anche per le fotografie)

Mario De Biasi – Naturalis Historia

Come un’ideale appendice alle Vite parallele di Plutarco, la mostra fotografica “Mario De Biasi – Naturalis Historia”, in programma al Broletto di Como fino al 23 luglio 2023 (Da lunedì a domenica dalle 10.00 alle 13.00 e dalle 14.00 alle 19.00; è previsto unbiglietto d’ingresso) e curata da Eugenio Bitetti e Massimiliano Mondelli, rintraccia il legame di carattere, inclinazione e disposizione verso il mondo che avvicina Plinio il Vecchio e Mario De Biasi, e lo fa attraverso l’opera di quest’ultimo, vissuto a duemila anni di distanza dal primo.

Mario De Biasi, Fiore di tiarè, Polinesia, 1982, stampa vintage ai sali di argento

Organizzata da Accademia Pliniana con il contributo di Fondazione Cariplo e Fondazione Alessandro Volta, in collaborazione con l’Archivio De Biasi e Galleria 70 di Milano, patrocinata dal Comune di Como e dal Comitato per le Celebrazioni del Bimillenario Pliniano, la mostra “Mario De Biasi – Naturalis Historia” presenta 74 fotografie in bianco e nero, tutte in edizione vintage e realizzate tra gli anni ’50 e i primi anni ’80.

Mario De Biasi, Foglia di loto, Castellazzo di Bollate, anni ’60, stampa vintage ai sali di argento

L’esposizione, fra gli eventi più rilevanti delle Celebrazioni pliniane del 2023-2024 e che si svolge in occasione dei 100 anni dalla nascita del grande fotografo bellunese, denota l’impareggiabile capacità di interpretare il reale e l’infallibile istinto per la composizione che per più di trent’anni hanno fatto di De Biasi uno dei massimi protagonisti della fotografia europea. La descrizione del mondo per mezzo di geometrie minute e ritmiche proporzioni vale, per forza di afflato, quella tentata con la parola scritta, duemila anni fa, da Plinio il Vecchio. Queste sorprendenti e al tempo stesso naturalissime correspondances saranno il tema centrale della mostra.

Mario De Biasi, Slitta con renne, Siberia, 1964, stampa vintage ai sali di argento

Scrittore l’uno, fotoreporter l’altro, i due uomini hanno nutrito lo stesso amore per la conoscenza, la stessa oceanica curiosità per gli aspetti sensibili del mondo, la stessa commovente aspirazione a comprendere e narrare, attraverso le bellezze rispettive della parola e dell’immagine, il più possibile l’inesausta complessità e meraviglia della natura.

Mario De Biasi, Anatre Porto di Helsinki,1969, stampa vintage ai sali di argento

Quasi sovrapponibile al monumentale indice della Naturalis Historia è lo smisurato repertorio svolto da De Biasi nel corso del lavoro di trent’anni a capo dei servizi fotografici di Epoca (1953-1983): popolazioni, paesi, istituzioni politiche, scienza, medicina e tecnologia, persino astronomia, nei laboratori della NASA prima della missione Apollo 11, e poi al ritorno degli astronauti. E, ovviamente, natura, intesa come campo d’indagine privilegiato per la comprensione e la conoscenza del mondo. Su tale aspetto, in cui l’impegno professionale si fonde con la personale passione, si focalizza la mostra “Mario De Biasi – Naturalis Historia”: foto di strutture naturali, fossero esse piante, minerali o animali, raccolte per sé o per lavoro nel corso dei mille viaggi attorno al mondo da fotoreporter. Geometrie riposte nelle nervature di una foglia come nella successione delle onde dell’oceano o nei fiumi di lava durante l’eruzione dell’Etna, a duemila anni da quella del Vesuvio di Plinio.

Il Comitato Nazionale per le Celebrazioni del Bimillenario della nascita di Plinio il Vecchio, al quale partecipano alcune fra le maggiori autorità culturali italiane, è stato istituito con decreto ministeriale n. 87 del 20 febbraio 2023 dal Ministero della Cultura della Repubblica italiana con il compito di programmare, promuovere e curare lo svolgimento delle singole manifestazioni.

Le Celebrazioni pliniane 2023-2024, che prevedono un ricchissimo programma di iniziative (programma completo al sito http://www.plinio23.it), sono appoggiate dalle più rilevanti associazioni culturali della Città e del territorio, fra cui il Teatro Sociale di Como con AsLiCo e la Società Palchettisti, Villa Carlotta, Parolario, il Museo della Seta, l’Associazione Villa del Grumello.

De Angelis (anche per le fotografie)

Now is Your Time to Shine

L’opera Now is your time to shine, di Alessandro Calabrese, che resterà visibile fino al 31 agosto 2023 presso il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina in Piazza Ducale, 20 a Vigevano (PV), nasce all’interno del progetto Tredici fotografi per tredici musei: un percorso di esplorazione e interpretazione dei tredici musei statali lombardi affidato ad altrettanti giovani artisti italiani, grazie alla committenza pubblica della Direzione regionale Musei Lombardia diretta da Emanuela Daffra e in collaborazione con il Museo di Fotografia Contemporanea di Milano-Cinisello Balsamo.

Nel suo progetto per il Museo Archeologico Nazionale della Lomellina Alessandro Calabrese si concentra sui depositi del museo, dove sono collocati i reperti non esposti, conservati all’interno di recipienti di uso quotidiano utilizzati dalla direttrice storica, Rosanina Invernizzi: vaschette da gelato, vasetti di crema, scatole di fazzoletti…

Come spiega Alessandro Calabrese “una volta venuto a sapere che all’interno dei contenitori del magazzino del museo si trovano delle scatole in plastica di vari prodotti di consumo, con al loro interno i reperti più piccoli, ho deciso di farne dei calchi in gesso come se fossero dei nuovi e futuri ritrovamenti destinati a fare parte della collezione”.

Dalla fascinazione dell’artista per questi ambienti e gli inattesi contenitori, dunque, nasce un viaggio verso il futuro, osservato però con l’occhio dell’archeologo – attento alle tracce del passato. I contenitori vengono studiati, catalogati e fotografati. Di alcuni vengono realizzati anche calchi in gesso. Calchi e fotografie sono quindi esposti come reperti del presente, offerti agli occhi del visitatore perché li osservi con uno sguardo nuovo, immaginandone significati e funzioni. Accompagna le opere un diario di lavoro, in cui sono raccolte le varie fasi di studio, annotate le scoperte e le curiosità.

È il museo che celebra e mette in scena l’atto stesso del conservare e nel farlo riflette su sé stesso e sul proprio ruolo, in un gioco di sguardi e riflessi a cui è invitato a partecipare anche il visitatore.

L’opera di Alessandro Calabrese – aggiunge Stefania Bossi, direttrice del Museo Archeologico Nazionale della Lomellina – è l’occasione per raccontare il ruolo fondamentale svolto dai depositi per gli istituti museali in genere e, più specificatamente, per la storia del nostro museo. Rendere sempre più accessibile questo luogo nevralgico è uno degli obiettivi che vogliamo raggiungere nei prossimi mesi. Biblioteche di oggetti, enciclopedie materiali, i depositi sono punti di partenza per lo studio e la ricerca, ovvero per le attività fondamentali e propedeutiche al buon funzionamento di un museo”.

Sempre nella giornata di sabato 13 maggio, alle ore 11.00, si terrà all’interno del Museo il laboratorio Archeologi del futuro rivolto a bambini e ragazzi dai 7 anni di età.

Ispirato dall’opera Now is your time to shine di Alessandro Calabrese, il laboratorio ci proietta nel futuro per poi volgere lo sguardo all’indietro, sul nostro presente. Come archeologi del XXX° secolo, i partecipanti saranno invitati a osservare alcuni oggetti di uso comune come li incontrassero per la prima volta e, applicando in maniera giocosa gli strumenti dell’indagine archeologica, ne immagineranno nuovi usi e nuovi scopi.

Quindi, insieme allo staff del Museo, studieranno come esporli e raccontare ai visitatori i risultati del proprio lavoro di osservazione.

S.E.

In lontananza. Opere di Claudio Borghi

La Direzione regionale Musei Lombardia ha dedicato il 2023 al grande scrittore Italo Calvino, per celebrare il centenario della nascita. Scrittore dai mille sentieri, assiduo visitatore di mostre, appassionato d’arte e di musei, questo autore ha sempre unito con grande sapienza le parole alle immagini, evocandole, raccontandole, inventandole.

Questa la chiave di lettura per comprendere la scelta di ospitare nella Cappella Espiatoria una mostra di Claudio Borghi, per la scoperta affinità tra le sue opere e la poetica dello scrittore italiano.

Quando si cammina per strade poco battute, si fissa l’orizzonte nel tentativo di cogliere in distanza sagome di un paesaggio noto, di qualcosa che ci renda famigliare il percorso. E’ questo che accomuna il fare arte di Claudio Borghi e le descrizioni de “Le città invisibili” di Italo Calvino: uno scorgere in lontananza per poi mettere a fuoco avvicinandosi gradualmente.

Uno con la scultura, l’altro con la scrittura, forniscono elementi descrittivi, ma non troppo, che possano concedere di immergersi nelle atmosfere da loro create: boschi e alberi, città e persone. Ad ogni nuovo incontro qualcosa cambia, sono un po’ diversi e non solo per l’effetto del tempo che passa. Ed entrambi trovano posto in un luogo nato per cristallizzare l’attimo, per fermare il suo trascorrere, per ricordare: la Cappella Espiatoria.

Le presenze delle sculture e lo spirito delle città invisibili aleggiano lungo un percorso ideale che dall’ingresso porta alla cappella, poi al giardino e infine alla cripta. Opere che creano un dialogo tra interno ed esterno del monumento, tra storia e contemporaneità, coinvolgendo gli elementi naturali e gli artifici dell’uomo. Immagini appena sussurrate in bilico tra realtà e fantasia: “Le città come i sogni sono costruite di desideri e paure, anche se il filo del loro discorso è segreto, le loro regole assurde, le prospettive ingannevoli, e ogni cosa ne nasconde un’altra”, scrive Calvino. “Perché l’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose”.

Claudio Borghi è nato a Barlassina nel 1954. Si è diplomato al Liceo e all’Accademia di Brera. La sua prima esposizione è del 1978 alla Galleria elle Ore di Giovanni Fumagalli e Giuliana Pacini, in concomitanza della Biennale di Scultura del Comune di Arese alla Villa Medici-Burba di RHO quale rappresentativa degli studenti di Brera. Ha partecipato a mostre collettive a carattere nazionale e internazionale, tra cui “Asti Scultura,” curata da Mario De Micheli, XXIX^, XXX^, XXXI^ edizione della Biennale di Milano. Da allora ha tenuto regolarmente mostre personali alla Galleria delle Ore e, successivamente, alla Galleria Spaziotemporaneo di Milano. Sue opere fanno parte di importanti collezioni italiane e straniere. Ha realizzato la grande scultura/teatro per la piazza del comune di Barlassina accompagnata dal volume monografico “…dalle cinque alle sette” editi da Silvana Editoriale d’Arte il con testi di Maddalena Mazzocut-mis, Simona Bartolena e Anna Comino (2014), il volume Il silenzio delle cose a cura di Luca Pietro Nicoletti (2018) e L’intorno delle cose, a cura di Lorenzo Fiorucci, Editoriale Umbra ed. Recentemente ha allestito una mostra personale presso le segrete di Palazzo Ducale a Gubbio curata, da Lorenzo Fiorucci e inaugurato il monumento Angolo di bosco per l’associazione ASECSI a S. Vito al Tagliamento (Friuli V.G.). Nel novembre 2021 ha pubblicato nella collana Morfologie di Mimesis editore il volume: In lontananza. Passaggi per una scultura non sospetta.

Cappella Espiatoria, via Matteo da Campione 7 a, Monza, fino al 14 settembre 2023

Orari di apertura: mar-mer-gio-dom 9-13.30 / ven-sab 9-18.30

S.E.

Le foto di Agnese Garrone e Dominique Laugé

La Galleria 70 di Milano (Via Pietro Calvi 2) presenta dal 18 maggio al 30 settembre, ad ingresso libero, la mostra “Stand E 015” con le opere fotografiche di Agnese Garrone e di Dominique Laugé, recentemente presentate a MIA Photofair 2023 riscuotendo un notevole successo da parte del pubblico.

Le 28 fotografie in bianco e nero esposte alla Galleria 70, quattordici per ogni autore, mostrano il senso di profonda corrispondenza e assonanza che unisce i due artisti.

Le opere di Dominique Laugé, vero maestro del paesaggio, e della giovane Agnese Garrone, sono associate in una sequenza che, a dispetto della reciproca diversità dei temi trattati e dell’impostazione, fluisce in un inatteso accordo poetico, in una linea di continuità che ha il carattere della più naturale armonia.

Agnese Garrone, Café Cherie, Parigi, 2022

La grande classe di Laugé nel ritrarre la natura e il vivido interesse della Garrone per l’umanità che la circonda declinano con diverso linguaggio la medesima qualità di sentimento, che ha in sé qualcosa di nobile e antico; un’affinità che si riscontra nello stesso allestimento delle opere in mostra che mette in relazione i lavori di due artisti diversi per età, esperienza, stile e scelta dei soggetti, ma che si rivelano tuttavia molto vicini nella sensibilità e nella temperie emotiva conferita alle rispettive immagini.

A Milano Dominique Laugé presenta, con l’ordine compositivo dal ritmo posato e solenne che contraddistingue la sua arte e la sua anima, i paesaggi del Canton Vaud in Svizzera e della Provenza in Francia: paesaggi senza mai figure umane, sospesi, introversi, quasi fosse questo l’unico modo per avvicinarsi all’interiorità della vita, dove la luce, morbida e soffusa, gioca un ruolo determinante e viene trattata dall’autore in maniera magica, quasi pittorica.

Con differente ispirazione, la giovane Agnese Garrone si mostra animata da un vivo senso di partecipazione e affetto peri propri simili. Le immagini che crea paiono sempre rivolte verso l’esterno, persino quando sono autoritratti, e con uno strano afflato lirico, che rimanendo sotterraneo e implicito percorre tuttavia l’intera scena, danno l’impressione di accarezzare la realtà. Le sue figure, le sue situazioni, appartengono certo all’esistenza quotidiana e formalmente non recano in realtà alcunché di speciale, se non per la circostanza, determinante, di albergare entro sé una pregnanza del tutto singolare, e di ammantarsi di un’aura romanzesca che le rende autentiche quanto la vita.

Orari di apertura: da martedì a sabato 10-13.30 / 16-19. Inaugurazione giovedì 18 maggio ore 18.30

De Angelis (anche per le fotografie)

“Se leggi sei forte!”, a Casa Niccolini una mostra bibliografica

Anche Casa Niccolini partecipa al “Maggio dei libri 2023” con un’esposizione bibliografica dal 2 al 27 maggio 2023 che celebra l’importanza della lettura come strumento di forza e consapevolezza, capace di rendere autenticamente liberi.
In esposizione, e disponibili per il prestito, tanti libri ispirati ai tre filoni proposti dalla campagna nazionale: La forza delle paroleI libri, quelli forti… e Forti con le rime.
I titoli da prendere in prestito possono essere prenotati o scelti al momento.

Ingresso libero e gratuito, negli orari di apertura al pubblico della biblioteca (mar e gio 15.00-19.00 – mer e sab 9.00-13.00). 
Per informazioni: info.niccolini@comune.fe.it; 0532418231.

Alessandro Zangara

Fluo-geometrie

L’arte come espressione ottica, il colore come forma pura d’arte.

La Fondazione Luciana Matalon di Milano in collaborazione con Colonna Arte Contemporanea di Appiano Gentile (CO) presenta fino al 1° aprile 2023 la mostra di Dario Zaffaroni dal titolo “Fluo-Geometrie”.

Artista di spicco del panorama italiano contemporaneo che vive e lavora a Legnano, classe 1943, Dario Zaffaroni ha sempre caratterizzato il suo percorso di ricerca all’insegna della sperimentazione di nuovi linguaggi e mezzi di comunicazione creativa, focalizzandosi sempre più sull’interazione cromatica del fluorescente tra razionalità e sensibilità attraverso l’accostamento e l’intersecazione di nastri cromatici a gradiente fluorescente che danno fenomeni percettivi e cinetici sempre differenti.

Questi suoi interessi sempre più marcati sulla percezione cromatica e cinetica, ove la geometria delle linee e la variazione della superficie crea suggestioni ricettive-ondulatorie negli occhi di chi osserva, nascono negli anni Sessanta dal profondo sodalizio spirituale e artistico con Dadamaino, con la quale firma installazioni artistiche come il progetto Environnement lumino-cinétique sur la place du Chatelet a Parigi su invito del Centre National d’Art Contemporain, e dalla frequentazione di importanti artisti dell’avanguardia milanese quali Colombo, Calderara, Minoli, Scaccabarozzi, Tornquist, Varisco.

Il titolo della mostra “Fluo-geometrie”, che comprende oltre trenta opere degli anni Duemila, indica chiaramente come Zaffaroni sia un artista estremamente eclettico e raffinato, sempre attento all’evoluzione dell’arte contemporanea che lo ha spinto verso metodologie e tecniche esecutive sempre più innovative.

Che si tratti delle prime opere, definite “Cromodinamiche fluorescenti” o “Modularità fluorescenti”, realizzate esclusivamente con carte fluorescenti limitatamente precolorate in 9 tonalità, ritagliate e composte con rigore matematico in forme geometriche, anche tridimensionali, di “Policromie olografiche”, “Polimodularità fluorescenti” o “Geometrie polidinamiche”, dove si ha l’interazione delle carte fluorescenti con altre diversificate, tutte queste opere nascono dal connubio tra sensibilità cromatica, intuito e razionalità, che permettono all’artista di arrivare a combinazioni e accostamenti di colore audaci, artisticamente evoluti e impattanti, orientando la percezione visiva di chi osserva.

La peculiarità dei miei lavori, dettati dal bagliore dei fluorescenti” – sottolinea inoltre lo stesso Zaffaroni – “consiste anche nel voler attrarre lo sguardo dell’osservatore e renderlo partecipe, attraverso il suo movimento, alla ricerca della mutevole cromo-geometria composta”.

In mostra alla Fondazione Luciana Matalon anche alcune opere dei primi cicli “lumino-cinetico” che Zaffaroni mise a punto nel 1969 insieme con Dadamaino, ossia i “Rulli”: giochi visivi in movimento tra colore e forma che li rendono tra i lavori ancora oggi più interessanti, dalle dinamiche percettive particolarmente suggestive.

L’astrattismo geometrico di Dario Zaffaroni in forme ricercate è leitmotiv della propria interpretazione estetica, una forma d’arte in costante evoluzione che rende riconoscibilissime e inequivocabili le sue opere, contraddistinte da uno stile assolutamente unico, dove la cura rigorosa dei dettagli non è assolutamente casuale e amplifica la forza che le irradiazioni luminose hanno sulla psiche e le emozioni delle persone.

La mostra è accompagnata da un catalogo edito da Colonna Arte Contemporanea con testi critici di Dadamaino, Tommaso Trini e Alessandro Paolo Mantovani.

De Angelis