GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia

Il PAC Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano presenta “GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia”, una collettiva che riunisce opere di artisti italiani delle ultime generazioni, volte a esplorare le relazioni di linguaggio e contesto tra due diversi mondi. La mostra è la più ampia panoramica dedicata finora in Italia ad uno dei temi centrali dell’arte contemporanea.

Promossa e prodotta dal Comune di Milano – Cultura, PAC e CIVITA, GLITCH inaugura in occasione della 10a Giornata del Contemporaneo indetta da AMACI, Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani, di cui il Padiglione milanese è socio fondatore.

“Il PAC sta accompagnando i suoi visitatori lungo un viaggio alla scoperta di una realtà che incide profondamente sul nostro quotidiano e sulla nostra emozione, contribuendo a formare la nostra sensibilità e, in fondo, la nostra cultura di uomini contemporanei – ha dichiarato l’Assessore alla Cultura Filippo Del Corno –. Dopo aver condotto i visitatori in un percorso affascinante che si snodava tra crimine e arte con The crime is almost perfect, ecco ora una mostra che ci introduce in un mondo immaginario situato all’esatta intersezione tra tecnologia e arte, grazie al linguaggio più attuale in assoluto: quello dell’immagine in movimento. Un ‘luogo’ tutto italiano dove Milano si trova perfettamente a suo agio, essendo la capitale della creatività italiana e, al tempo stesso, dell’industria e dell’innovazione tecnologica”.

La mostra partecipa a Milano Cuore d’Europa, il palinsesto culturale multidisciplinare dell’Assessorato alla Cultura del Comune di Milano dedicato all’identità europea della nostra città anche attraverso le figure e i movimenti che, con la propria storia e la propria produzione artistica, hanno contribuito a costruirne la cittadinanza europea e la dimensione culturale.

Commissionata dal nuovo Comitato Scientifico del PAC – alla sua seconda mostra – e curata da Davide Giannella, GLITCH presenta una selezione di opere tra film, installazioni, fotografia e performance, realizzate da artisti italiani negli ultimi quindici anni, dal 2000 al 2015, con pochissime eccezioni che suggeriscono antecedenti e contrappunti.

Il titolo della mostra si rifà al linguaggio dell’elettronica e del digitale: il glitch è una distorsione, un’interferenza non prevista all’interno di una riproduzione audio o video, un’onda breve e improvvisa che dura un istante e poi si stabilizza. Un momento inatteso che può diventare rivelatore, come possono esserlo le opere in mostra: tracce di un territorio i cui confini sono in costante via di definizione, tesi e sfumati tra diversi sistemi critici, di produzione, distribuzione e fruizione.

Filo conduttore è l’idea di storytelling, di rifrazione tra narrativa lineare e non lineare, verità e finzione, ma anche di ricerca attorno all’atto di guardare e di montare storie: elementi fondanti del cinema e trame dell’arte recente, ma soprattutto strumenti nella creazione di miti e immaginari attraverso differenti linguaggi.

Il passaggio definitivo al digitale ha portato allo snellimento degli strumenti e all’assottigliamento dei costi nella produzione e distribuzione di immagini in movimento. Quelle che sino a pochi anni fa erano, per qualità formale e costi, produzioni esclusive dell’industria cinematografica, sono oggi alla portata di un sempre più ampio numero di autori. L’episodio dell’ 11 Settembre 2001 ha decretato in maniera definitiva quanto la creazione e rielaborazione di immagini sia dominio di tutti e come i racconti, per quanto frammentati, siano generatori di immaginari prima ancora che testimonianze di realtà, rendendo il reale fittizio e materializzando finzioni.

A questo si è aggiunta nel 2003 la nascita di youtube.com: sempre più artisti visivi – anche in Italia – si sono avvicinati alla sperimentazione nell’ambito delle immagini in movimento, superando o discostandosi della videoarte per avvicinarsi al linguaggio più narrativo del cinema e all’immediatezza di internet. Il risultato è l’allargamento di quell’area di confine in continua evoluzione, l’interstizio tra territori attigui, ma ancora distinti, chiamato Art Cinema.

GLITCH si sviluppa su tre livelli principali, tre aree che si muovono intorno all’idea di opera filmica.

Il primo livello, quello cinematografico, trasforma il PAC in un multisala: 64 film d’artista sono stati suddivisi in due programmi, che verranno proiettati a giorni alterni all’interno di tre mini-cinema realizzati ad hoc per la mostra. Le opere, raccolte in serie e per temi, avranno soprattutto carattere narrativo: produzioni di artisti che lavorano nella cornice dell’arte contemporanea o meta-film, appartenenti all’ampia categoria del cinema sperimentale.

Il secondo livello, quello delle installazioni, contiene opere che instaurano relazioni con il linguaggio e l’immaginario cinematografico e funzionano come declinazioni, traduzioni o presupposti dei lavori filmici.

Il terzo livello, quello performativo, proporrà performance come dispositivi dal vivo di immagini in movimento, presentando progetti che sfondano la dimensione dello schermo, oppure creano relazioni multimediali o ancora analizzano e sottolineano, reinterpretandoli, elementi specifici del cinema.

Per garantire al pubblico la visione di tutte le opere video sarà possibile acquistare, in alternativa ai consueti ticket di ingresso giornalieri, un abbonamento alla mostra che consente un accesso illimitato alle proiezioni e agli eventi collaterali.

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

L’allestimento dei mini cinema sarà realizzato con materiale Alcantara prodotto in due speciali versioni.

Seguendo una precisa volontà di collaborare con altri progetti e istituzioni attive sul territorio, in occasione della mostra il PAC collabora con Careof DOCVA, che presenta all’interno del proprio spazio espositivo in via Procaccini Diamanti: una mostra di approfondimento che ripercorre la filmografia e la produzione degli artisti italiani selezionati per Glitch, attraverso i preziosi materiali conservati nell’archivio video.

Come di consueto, il PAC ha in programma una serie di attività per avvicinare il pubblico alle opere in mostra. Ogni giovedì alle 19.00 e la domenica alle 18.00 sono previste visite guidate gratuite per tutti i visitatori. La mostra sarà inoltre accompagnata da un public program di approfondimento con proiezioni dedicate a monografie d’autore, talk e selezioni di carattere tematico.

Davide Giannella (1980) è curatore indipendente. La sua ricerca è incentrata principalmente sulle relazioni tra il sistema dell’arte e i differenti ambiti dell’orizzonte culturale contemporaneo. Ha lavorato parimenti per istituzioni pubbliche come la Triennale di Milano (Junkbuilding, 2008, collettiva) e il Museo Marino Marini di Firenze (Glaucocamaleo, 2014, Luca Trevisani) e per gallerie private e spazi indipendenti come Ramiken Cruicible (New York; Surfing With Satoshi, 2013, Alterazioni Video) e Le Dictateur (Milano; UV-Ultraviolento, 2012, collettiva). Per il Milano Film Festival cura dal 2010 verniXage, rassegna dedicata al territorio liminale dell’Art Cinema, lavorando con artisti nazionali e internazionali. Attraverso queste esperienze ha elaborato una figura che fonde la pratica curatoriale con quella di produttore esecutivo sui set cinematografici, occupandosi dei contenuti, della produzione e della distribuzione su più piani delle opere filmiche. È stato coordinatore del corso in Arti Patrimoni e Mercati dell’Università IULM c/o Triennale di Milano (2009-13).

La seconda mostra nella programmazione guidata dal nuovo Comitato Scientifico del PAC continua a esplorare le interazioni tra arti visive e altri linguaggi, filo conduttore delle mostre della kunsthalle milanese per il biennio 2014 -16.

La prima, Il delitto quasi perfetto (Luglio-Settembre 2014), immaginata e allestita come la scena di un crimine, ha messo in rapporto le opere di artisti internazionali delle ultime generazioni che hanno colto come spunti creativi il noir, il gotico e il giallo: generi letterari, cinematografici e televisivi. Glitch trasforma invece il PAC in un multisala e in una fantasmagoria sul cinema, per esplorare il territorio di confine tra arte, film e immaginazione, con l’ambizione di diventare anche punto di partenza per una ricerca continua sulle produzioni e sui modi di diffusione di lavori che, anche in Italia, alimentano uno dei luoghi più densi dell’attuale scena artistica internazionale.

Obiettivo del Comitato Scientifico del PAC è infatti quello di amplificare il ruolo storico del Padiglione come osservatorio sulle nuove tendenze nelle arti e nelle culture contemporanee, con un’enfasi particolare sul rapporto tra arti visive e altri campi della creatività e del pensiero.

A Milano, dai movimenti d’avanguardia del primo ’900 in avanti, i confini tra arti visive e altri linguaggi – architettura, arti performative, design, editoria, letteratura, moda, musica, poesia, pubblicità – sono sempre stati ridefiniti e scientemente messi in discussione – da Marinetti a Munari a Cattelan. Un’attitudine che è anche il risultato della disponibilità di Milano ad accogliere culture altre e della persistenza della sua stessa cultura, che considera e pratica da sempre il pensare e il fare come parti di uno stesso processo: imparar facendo.

Milano e il PAC sono per questo autorevoli punti di riferimento dei movimenti che stanno cambiando l’ambiente artistico globale. Le relazioni tra passato e presente, individuale e collettivo, alto e basso, artistico e industriale, originale e copia, sud-nord, est-ovest si stanno riconfigurando radicalmente, in maniera spesso ambigua e contradditoria, seguendo traiettorie nuove e inaspettate. L’arte contemporanea è luogo d’osservazione privilegiato di queste mutazioni.

Il Comitato Scientifico del PAC – sotto la direzione di Domenico Piraina, Direttore del Polo Mostre e Musei Scientifici – è attivo da gennaio 2014 e composto da Defne Ayas (Direttrice del Witte de With – Center for Contemporary Art, Rotterdam), Ilaria Bonacossa (Direttrice del Museo di Villa Croce, Genova), Davide Quadrio (Direttore di Arthub Asia, Shanghai), Diego Sileo (Conservatore del PAC, Milano) e da Massimo Torrigiani (curatore ed editore, Milano), che ne coordina le attività.

GLITCH. Interferenze tra arte e cinema in Italia

PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano, fino al 6 gennaio 2015.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

Giacometti e l’arcaico

Il Museo MAN di Nuoro annuncia la mostra “Giacometti e l’arcaico”. Curata da Pietro Bellasi e Chiara Gatti, la mostra, ricca di una settantina di pezzi, svelerà al pubblico il grande fascino che la statuaria d’epoca antica, egizia ed etrusca, greca, sumera o africana, esercitò agli occhi del maestro del Novecento celebre per le sue figure in cammino, le donne immote e silenziose come idoli del passato.

“Tutta l’arte del passato, di tutte le epoche, di tutte le civiltà, apparve davanti a me. Tutto era simultaneo, come se lo spazio avesse preso il posto del tempo”. Da questa confessione straordinaria nasce l’idea di restituire ai capolavori di Alberto Giacometti (1901-1966) la loro dimensione d’eternità, avvicinando alle sue sculture sottili e longilinee, scavate nella materia come reperti archeologici, una selezione preziosa di reperti reali, usciti dai migliori musei italiani d’arte antica.

I prestiti importanti delle opere di Giacometti, concessi dalle maggiori collezioni svizzere oltre che dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, saranno accostati per la prima volta alle opere arcaiche del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, del Museo Civico Archeologico di Bologna, del Museo Civico di Palazzo Farnese a Piacenza e del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Il maestro e i suoi antenati animeranno un percorso sviluppato per temi e iconografie, basato su un gioco di rimandi, di sguardi incrociati fra i capolavori dell’artista e i suoi modelli arcaici sottratti al tempo e ricollocati nello spazio assoluto, della contemporaneità.

Dagli studi condotti negli anni sui punti di contatto fra l’opera di Giacometti e la statuaria d’epoca antica – dall’arte egizia a quella sumera, dai manufatti dell’età del bronzo all’arte greca fino alla scultura africana – è emersa infatti la possibilità di costruire una mappa delle iconografie del passato e delle culture più amate dall’artista, prese a modello per la sua riflessione contemporanea, tesa alla ricerca di forme espressive ancestrali, capaci di rappresentare l’uomo moderno in una visione eterna, in un recupero delle origini e della nostra storia.

Un viaggio affascinante nel tempo (e nello spazio), dimostrerà allora come la sua Femme qui marche, eseguita fra il 1932 e il 1936, riproponga gli stessi canoni di stilizzazione del corpo, la frontalità, la ieraticità, il passo breve avanzato della gamba sinistra, concetto puro di movimento, ispirato all’iconografia egizia.

Nell’ambito dell’art nègre, le Insegne Dogon o le Figure Mumuye della Nigeria con il ventre piatto e allungato, sono testimonianze di immagini dello spirito, forma visibile di un invisibile che l’uomo porta dentro di sé, e che Giacometti studiò a fondo per sue sculture dalle teste minute e il busto fortemente allungato. Le celebri figure di origine etrusca, come gli Aruspici dai corpi “a lama” del Museo di Villa Giulia a Roma, scoperti dall’artista durante il primo viaggio in Italia fra 1920 e 1921, sembrano tornare idealmente nelle forme immote dello scultore con le quali condividono linearismo, compostezza e armonia. Allo stesso modo il dialogo con i bronzetti nuragici – che segnano un legame con il territorio sardo può essere spiegato attraverso le parole dello storico dell’arte Giuseppe Marchiori dedicate proprio al sapore antropologico della ricerca di Giacometti e alle forme dei suoi corpi “esili come guerrieri nuragici, senza lance e scudi, oppure simili all’idolo volterrano, agli uomini della notte”. Procedendo per confronti, ecco infine certe piccole Kore di bronzo, con le loro fogge compatte, le braccia stese lungo i fianchi, ricordare la delicatezza delle opere più esili di Giacometti, quelle figure alte pochi centimetri, come l’immagine di Silvio debout; mentre taluni ritratti di Diego o di Annette seduta sono accostabili agli oranti di cultura egizia, alle statue templari o alle prefiche inginocchiate, con la classica posa delle mani aperte, poggiate sulle ginocchia piegate.

Giacometti e l’arcaico

dal 24 ottobre al 25 gennaio, MAN, Nuoro

S.E.

Di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento

Oltre 100 opere di artisti siciliani o stabilmente attivi in Sicilia sul tema del paesaggio che rappresenta, nel corso dell’Ottocento, uno dei motivi fondamentali attraverso cui viene elaborata una rappresentazione specificamente identitaria dell’isola.

La mostra dal titolo «Di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento», promossa dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, ospitata dalla Fondazione Sicilia e organizzata da Civita Sicilia, è aperta al pubblico a Palermo negli spazi espositivi di Villa Zito.

L’importante rassegna, curata da Sergio Troisi e Paolo Nifosì, sottolinea l’impegno della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo per la valorizzazione della cultura siciliana e delle sue espressioni artistiche più alte.

Sebbene nella tradizione artistica isolana il genere paesaggistico sia assente o del tutto minoritario sino a buona parte del XVIII secolo, la letteratura di viaggio del Grand Tour e la ricca produzione di stampe a corredo avevano già individuato un repertorio di luoghi e fissato una iconografia ampiamente diffusi presso il pubblico colto europeo. Questa visione, nel corso dell’Ottocento, verrà assimilata dai pittori isolani, che la immetteranno in una nuova sensibilità moderna, tra Romanticismo e Positivismo, in accordo con le tendenze del gusto nazionale e internazionale del tempo.

La mostra copre un arco temporale ampio, che va dalla costituzione del Regno delle Due Sicilie sino all’epilogo della Prima Guerra Mondiale, riconoscendo in questa vicenda artistica dei caratteri relativamente omogenei. Un secolo quindi, durante il quale gli artisti siciliani, partendo inizialmente dai topoi figurativi della cultura neoclassica e del primo Romanticismo, mettono progressivamente a fuoco una modalità immaginativa del paesaggio che, pur nel legame profondo con i modi della pittura europea, ė tuttavia satura della percezione consapevole della natura e della storia siciliane, cosi come avveniva contemporaneamente in altri ambiti, primo tra tutti quello storiografico. Alla costruzione ideologica e valoriale del paesaggio siciliano concorrono infatti diverse voci, anche contraddittorie: l’esaltazione di una coscienza nazionale di stampo romantico; il fitto scambio linguistico con la geografia artistica nazionale e internazionale, anche grazie al moderno sistema di mostre che mette in rete, soprattutto dopo l’Unità, Roma, Firenze, Napoli, Torino, Milano ma anche Parigi, Vienna e Monaco; l’attività degli ateliers fotografici; la grande stagione della letteratura siciliana di Verga, Capuana, De Roberto e, infine, Pirandello.

“La mostra «Di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento” è un progetto imponente su cui stiamo lavorando da molto tempo, ed è unica nel suo genere, in quanto per la prima volta vengono riuniti in una sola mostra pittori esclusivamente siciliani o stabilmente attivi in Sicilia, che raffigurano la loro terra affrancandosi progressivamente dalle influenze romantiche del Grand Tour, per abbracciare una rappresentazione più verista e attenta sia alla natura che alla storia di quest’isola – sottolinea il Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo – Si tratta di un excursus artistico di alto valore che, privilegiando la pittura vedutista e la sua evoluzione tra i primi dell’Ottocento e la Grande Guerra, offre al visitatore l’essenza della Sicilia del XIX secolo, attraverso i suoi paesaggi a volte aspri, a volte struggenti, attraverso i profili della maggiori città (tra cui la mia Palermo) e dei loro dintorni, attraverso la raffigurazione delle principali attività dell’uomo, dalla pesca all’agricoltura, fino al lavoro nelle miniere. Essa completa il percorso dedicato quest’anno dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, già Fondazione Roma-Mediterraneo, all’arte in Sicilia, iniziato a luglio scorso con l’importante rassegna sui pittori siciliani del Novecento presso l’ex Stabilimento Florio delle Tonnare a Favignana”.

L’esposizione si articola in sei aree tematiche che presentano i luoghi che la pittura ottocentesca siciliana predilige, con particolare attenzione al paesaggio costiero e a quello interno. Ad esse, si affiancano una sezione dedicata ai disegni con un corpus proveniente dalla Galleria Regionale di Palazzo Abatellis e una dedicata alla fotografia con opere della Fondazione Alinari e di collezioni private.

Tra le opere in mostra, la grande tela di Francesco Lojacono Dall’Ospizio marino, in prestito dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna, e Conca d’oro di Ettore De Maria Bergler, proveniente dalla veneziana Galleria d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro. Rappresentati inoltre quasi tutti gli autori importanti della pittura ottocentesca siciliana, con opere provenienti sia da collezioni pubbliche che private: Giuseppe Patania, Tommaso Riolo, Francesco Zerilli, Giuseppe Sciuti, Antonino Leto, Michele Catti. Il catalogo della mostra è edito da Silvana Editoriale.

“Di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento”, fino al 9 gennaio 2015

Palermo, Villa Zito via Libertà 52 – Palermo

Orari di apertura: martedì – domenica ore 10 – 13, 16-20. Lunedì chiuso. Ingresso gratuito.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

 

Pintoricchio. La Pala dell’Assunta di San Gimignano e gli anni senesi

PintoricchioÈ aperta al pubblico nella Pinacoteca civica di San Gimignano, una mostra dedicata al pittore umbro Bernardino di Betto, detto il Pintoricchio, promossa dal Comune, dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Siena e Grosseto in collaborazione con l’Arcidiocesi di Siena, Colle di val d’Elsa e Montalcino, la Fondazione Musei senesi e Siena Capitale Europea della Cultura 2019 – città candidata. Il comitato scientifico, che ha curato l’esposizione dal titolo Pintoricchio. La Pala dell’Assunta di San Gimignano e gli anni senesi, è costituito da Cristina Acidini, Soprintendente per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Mario Scalini, Soprintendente i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici per le province di Siena e Grosseto e Claudia La Malfa, docente dell’Università telematica internazionale Uninettuno. La mostra è organizzata da Opera, società del Gruppo Civita, che dal 1° gennaio 2014 gestisce per l’Amministrazione Comunale i servizi di accoglienza e valorizzazione dei Musei civici di San Gimignano. Con questa iniziativa prende avvio un più ampio progetto che, con cadenza annuale, intende proporre un approfondimento critico e storico intorno ai capolavori e ai maestri presenti nelle collezioni civiche. Come questa che ora si apre su Pintoricchio e quella che è in preparazione per il 2015 su Filippino Lippi e i suoi meravigliosi tondi, ogni mostra sarà costruita con prestiti importanti, anche se numericamente limitati per le esigenze dello spazio espositivo, scelti per raccontare una vicenda artistica che ha lasciato una testimonianza di grande rilievo nel patrimonio storico e artistico di San Gimignano. La mostra su Pintoricchio inaugura quindi una serie di esposizioni, fortemente volute dal sindaco Giacomo Bassi e dall’assessore alla cultura Carolina Taddei, il cui coordinamento è affidato a Valerio Bartoloni, dirigente del settore servizi alla cultura del Comune. Tutta l’Amministrazione intende in tal modo valorizzare e promuovere i Musei civici della città che ambisce ad affermarsi sempre più come polo di riferimento culturale, non solo nel panorama locale, ma anche internazionale, in vista della candidatura di Siena a Capitale Europea della Cultura 2019. Come rileva Cristina Acidini nel catalogo della mostra, edito da Giunti Arte Mostre e Musei, «se fra le altre insigni opere d’arte rinascimentale il Museo Civico di San Gimignano può esporre l’ultima grande pala di Bernardino Betti detto il Pintoricchio, con la Madonna in gloria tra i santi Gregorio Magno e Benedetto (1510-1512), ciò dipende strettamente dalla convergenza per certi aspetti eccezionale dei percorsi di storie diverse – nella storia civile e nello sviluppo economico, così come nella religione e nella cultura secolare –, una convergenza che fece fiorire la stagione artistica rinascimentale in Firenze e in Siena, includendo in essa San Gimignano, che dalle due città era ed è geograficamente equidistante». Don Andrea Bechi, responsabile dei Beni culturali per l’Arcidiocesi di Siena, Colle di val d’Elsa e Montalcino, ci offre una lettura del significato più profondo della pala dell’Assunta: «L’immagine dipinta da Pintoricchio trasmette un convinto invito al carisma monastico, quale possibilità di anticipare la condizione celeste già durante l’esistenza terrena. In effetti la Madonna, vera e propria Regina degli angeli, irrompe nel paesaggio e si staglia maestosa all’interno di una mandorla, assisa sulle nubi del cielo e circondata da creature angeliche, due delle quali addirittura si abbassano al ruolo di sgabello per i piedi della Vergine. La città, invece, con i suoi traffici, rimane lontana, sparisce sullo sfondo, oscurata dalla grande sagoma della Vergine in mandorla, e perde di qualsiasi interesse al cospetto della sua imponente e dolce persona». La pala che raffigura ai lati della Madonna in gloria i santi Gregorio Magno e Benedetto, fu dipinta tra l’ottobre 1510 e il febbraio 1512 per il monastero olivetano di Santa Maria Assunta a Barbiano, a pochi chilometri da San Gimignano e rappresenta l’ultima opera documentata dell’artista che morì l’11 dicembre 1513 in Siena, ove è sepolto, nella chiesa di San Vincenzo in Camollia. L’ultima stagione di attività del pittore è documentata in mostra anche da altre opere provenienti dalla Pinacoteca Nazionale di Siena quali la Madonna col Bambino e san Giovannino, la Sacra Famiglia e san Giovannino e la Natività, quest’ultima attribuita alla sua bottega. Sarà inoltre in mostra la Madonna col Bambino e san Giovannino proveniente dal Museo Diocesano di Città di Castello, a rappresentare l’ambiente umbro nel quale Pintoricchio si era formato prima di recarsi a Roma e dove aveva continuato a operare prima di essere chiamato a Siena. “Pintoricchio. La Pala dell’Assunta di San Gimignano e gli anni senesi”, fino al 6 gennaio 2015 San Gimignano – Piazza Duomo. Pinacoteca di Palazzo Comunale Orari Fino al 31 ottobre: tutti i giorni 9:30 – 19:30 1 novembre – 6 gennaio: tutti i giorni 11:00 – 17:30 (25 dicembre chiuso; 1 gennaio: 12.30 -17.30) Ultimo ingresso mezz’ora prima l’orario di chiusura della mostra Ingresso alla Pinacoteca Civica, valido anche per la visita della mostra, del Palazzo Comunale, della Torre Grossa, del Museo Archeologico, della Spezieria di santa Fina e della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”: € 7,50 Intero; € 6,50 ridotto: minori dai 6 ai 17 anni, maggiori di 65 anni, gruppi di almeno 20 persone (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito), gruppi di alunni di scuole pubbliche in visita didattica (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito) Ingresso gratuito: minori di 6 anni, residenti a San Gimignano, soggetti diversamente abili che necessitino di accompagnamento e relativi accompagnatori, guide turistiche, titolari tessere I.C.O.M. Agevolazione Gruppi: Sconto del 50% sul check in autobus per i gruppi che avranno prenotato il biglietto d’ingresso alla mostra ed ai Musei Civici di San Gimignano.

Salvatore La Spina

Una stagione informale

Il Museo Archeologico Regionale di Aosta ospita, fino al 26 ottobre 2014, l’attesissima prima di una delle più ampie collezioni private di arte informale. La collezione che nasce dalla volontà e dalla passione di Gian Piero Reverberi e che oggi la famiglia Reverberi custodisce e incrementa. Gian Piero Reverberi è musicista, arrangiatore e produttore. A lui sono legati molti dei maggiori successi di cantautori italiani, e non solo, come Gino Paoli, Luigi Tenco, Fabrizio De Andrè, New Trolls, Le Orme, Lucio Battisti, Ornella Vanoni, Lucio Dalla, Paul Anka, Patty Pravo e Sergio Endrigo. Nel 1979 fonda il gruppo Rondò Veneziano che raggiunge l’apice del successo vendendo 20 milioni di copie in tutta Europa, con le sue originali musiche baroccheggianti. Accanto alla passione professionale per la musica, Reverberi ha coltivato infatti un’altra travolgente passione, quella per l’arte: tutte e due vissute da attento spettatore del suo tempo, con la capacità di cogliere le novità che emergevano sulla scena mondiale. Per iniziativa dell’Assessorato Istruzione e Cultura della Regione Autonoma Valle d’Aosta, questa magnifica Collezione, sino ad ora concessa solo all’ammirazione degli amici, fa la sua prima uscita pubblica, in occasione della quale Beatrice Buscaroli e Bruno Bandini, che ne sono i curatori, hanno selezionato circa 90 opere tra le oltre 300 raccolte dal musicista negli ultimi 30 anni. La Collezione Reverberi si è costituita infatti nell’arco di circa tre decenni, privilegiando una particolare stagione: quella della pittura informale. Un catalogo ricco, che da un lato esalta la centralità dell’investigazione europea, e dall’altro dedica ampio spazio a quella declinazione dell’informale caratterizzata dalla dissoluzione della figura (come è testimoniato dall’esperienza CoBrA) e da originali evoluzioni di esperienze concettuali (come nei casi di Novelli o di Bendini). La “Stagione Informale” della Collezione Reverberi presenta quindi opere di Fautrier, Afro, Perilli, Santomaso, Marfaing, Appel, Jorn, Dorazio, Olivieri, Bargoni, Bendini, Lindstrom, Shiraga, Manzoni, Schumacher, Nitsch, grazie alle quali riesce ad offrire uno spaccato di altissimo livello italiano ed europeo. Le opere in mostra presentano una precisa testimonianza dell’arte del dopoguerra, contrassegnata dalla consapevolezza della natura effimera e priva di certezze del presente: essa si traduce in una frustrazione della visione, frutto di un primato che viene riconosciuto al gesto espressivo, alle dinamiche del segno e della materia. Rivoluzione del gesto e poetica del colore e della materia sembrano i veicoli originali cui affidare la creazione artistica, specie attraverso il mezzo della pittura. Automatismi psichici di matrice surrealista ed attenzione per le varianti delle filosofie dell’esistenza vanno a comporre quel singolare e composito organismo artistico e culturale che solitamente viene definito Informale. Le vie dell’Informale sono molteplici, così come molteplici sono le consapevolezze che gli artisti vengono manifestando. Quella che appare più solida e destinata a durare nel corso del tempo è una innegabile attenzione nei confronti della pratica della pittura, per quanto non più contenibile nei confini di una forma, nei limiti di una composizione che sembra costringere gli spazi di libertà della creazione. In una parola, si tratta di una pittura per la quale come scrisse nel 1946 Francis Ponge presentando una mostra di Jean Fautrier “la bellezza ritorna”. Ma si tratta di una bellezza tra virgolette, che può sì ritornare, ma a condizione di sconvolgere i canoni espressivi che l’hanno preceduta. Non si rinuncia alla narrazione, piuttosto l’immagine si traduce in luogo in cui la libertà creativa dell’artista prende corpo attraverso una conversione dall’ignoto e dall’indicibile, intesi sia come lascito di una storia sempre più frammentata e disumanizzata, sia come groviglio dell’inconscio. “UNA STAGIONE INFORMALE. Capolavori europei della Collezione Reverberi”, Aosta, Museo Archeologico Regionale, Piazza Roncas 12 fino al 26 ottobre 2014.

S. Vagneur
 

 

“The Valley tales” a Sondrio

La Galleria Gruppo Credito Valtellinese dedica una mostra personale al fotografo Alberto Bianchi e per molti sarà una autentica rivelazione. “Alberto Bianchi. The Valley tales” è allestita fino al 5 settembre a Sondrio, in doppia sede: alla Galleria del Credito Valtellinese e al MVSA, in Palazzo Sassi de’ Lavizzari. “Alberto Bianchi” affermano Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, che della mostra sono i curatori, “è artista di culto per chi ama la segreta potenza della montagna catturata, attraverso dettagli e riflessi, dalla scabra perfezione del bianco e nero, magistralmente usato”. Il richiamo, non a caso, è al fotografo-paesaggista americano Ansel Adams per gusto e tecnica. Non certo per soggetto, poiché la scelta di Bianchi è quella di strappare immagini alla sua (è nato e vive a Morbegno) Valtellina. Percorsa e ripercorsa quotidianamente, oggi con in mano una Nikon D700 e prima con una vecchia Hasselbald, per fermare attimi, per trasformare fluidi in lame di luce. Soprattutto per trasporre emozioni: “Felicità”, afferma Bianchi, “è anche saper gioire immersi nella natura, al suono del vento, al mormorio dell’acqua che scorre inesorabilmente a valle e alla onnipresente benedizione della luce…”. “Con la fotografia in bianco nero”, ha affermato, “mi sforzo di catturare e di fissare su negativo le sensazioni che in quel preciso momento provo osservando un soggetto, uno scorcio panoramico o un particolare della natura”. “Da non trascurare” aggiunge “è la possibilità offerta dal bianconero di seguire personalmente tutte le fasi del procedimento sino alla stampa finale e di sfruttarle per comunicare la propria visione, le proprie emozioni”. Un bianco e nero che mutua anche il colore. “Un fotografo esperto in bianco e nero” ha infatti dichiarato Bianchi, “conosce anche l’importanza del colore”. E proprio questa conoscenza che lo porta ad utilizzare i filtri giusti in ripresa per ottenere la voluta differenziazione dei grigi e la scala tonale più estesa possibile. Emozioni e tecnica raffinata, quindi, per scarnificare la sua terra ricavandone immagini che scavano l’anima perché racconti di una precisa realtà e allo stesso tempo archetipi universali. Siano immagini di ruscelli e cascate, di pietre, stecchi o nuvole, fiumi, gli alberi e le nebbie della bassa Valtellina. Queste immagini che gli hanno portato riconoscimenti internazionali: per ben tre volte infatti, nel 2007, 2008 e 2010, sono state pubblicate su Black &White Special Issue, ovvero il numero speciale dedicato al Portfolio Contest Awards di B&W. La mostra che il Credito Valtellinese riunisce, per la prima volta, il meglio del meglio di Bianchi, una selezione molto attenta di un archivio che rappresenta una vita di ricerca. La selezione delle immagini l’ha seguita l’autore stesso con i curatori. Un catalogo con un saggio di Roberto Mutti completa il progetto espositivo e decreta la nascita pubblica di un vero artista.

“Alberto Bianchi. The Valley tales”, Galleria Credito Valtellinese, Piazza Quadrivio, 8 Sondrio. MVSA, Palazzo Sassi de Lavizzari, Via M. Quadrio, 27 Sondrio. Fino al 5 settembre. Ingresso libero.

S.E.

 

 

Jacopo Ligozzi “pittore universalissimo”

“Se c’è un artista del Rinascimento maturo che merita la qualifica di “universale”, o che almeno ha fatto di tutto per meritarla, è Jacopo Ligozzi, al quale vien finalmente dedicata una mostra monografica che ne presenta – oltre alle splendide e icastiche tavole naturalistiche, per le quali è maggiormente noto – l’attività di pittore, di illustratore e di fornitore di modelli per arti decorative” (Cristina Acidini). Queste le parole con cui la Soprintendente apre la sua presentazione al catalogo della mostra monografica – la quinta esposizione Di Firenze 2014. Un anno ad Arte – che la Galleria Palatina in collaborazione con il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffiziha voluto dedicare al pittore Jacopo Ligozzi.

Oltre un centinaio di opere in mostra con prestigiosi prestiti internazionali dal Metropolitan Museum di New York, dal British Museum di Londra, dall’Albertina di Vienna oltre che dal Musée du Louvre.

Nato a Verona nel 1549 circa e discendente da una famiglia di ricamatori d’origine milanese, figlio del pittore Giovanni Ermanno, Ligozzi svolse una iniziale attività a Trento, Verona e Venezia, spostandosi poi a Firenze dove nel 1575 è documentata la sua presenza presso la corte granducale di Francesco I e dove rimase stabilmente fino alla morte, nel 1627, impiantandovi una solida bottega.

La lunga e complessa vicenda artistica di questo pittore è stata indagata dagli importanti studi di Mina Bacci (1963) e più recentemente dagli interventi dedicati a settori specifici della sua attività da Alessandro Cecchi (1997), da Lucia Tongiorgi Tomasi (1993) e da Lucilla Conigliello (1990) che ha curato anche una mostra dedicata alla sua produzione aretina (1992) e una rassegna incentrata sui disegni conservati nella collezione del Departement des Arts Graphiques du Louvre (2005).

I risultati delle ricerche finora condotte, cui si lega la cospicua serie di referti documentari che consentono di ricostruire ad annum la vita di Jacopo, e soprattutto la presenza del nucleo maggiore di opere sue nelle collezioni di Palazzo Pitti e nel Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi, spiega la necessità di questa mostra che intende illustrare per la prima volta in modo organico l’arco di attività del pittore, mettendo in evidenza i diversi ambiti nei quali si trovò ad operare e la sua poliedrica e versatile fisionomia all’interno del panorama fiorentino.

Per tale ragione si è ritenuto opportuno articolare l’esposizione in sezioni tematiche. La prima dedicata ai primi tempi di attività presso la corte medicea, dalla quale Jacopo si fece apprezzare fin dal suo arrivo come disegnatore di naturalia, attraverso la raffinata produzione di disegni acquerellati o lumeggiati in oro, illustrati in mostra da una scelta di fogli provenienti dal nucleo del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi.

Medesima fortuna godette successivamente come ritrattista: in mostra in particolare il bel ritratto femminile di Virginia de’ Medici oggi agli Uffizi, e lo splendido Ritratto di Margherita Gonzaga del Museo Nacional di Lisbona. L’artista fu anche sapiente regista di insiemi decorativi come nel caso delle pitture, oggi perdute, che ornavano lo zoccolo e le finestre della Tribuna degli Uffizi, ordinategli da Francesco I nel 1584, e di quelli, perduti anch’essi, della grotta di Teti nella villa di Pratolino. Non dobbiamo dimenticare che Jacopo fu anche pittore di storia, in occasione dell’allestimento dei grandi dipinti su lavagna sulle pareti del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio o ancora per gli apparati in occasione delle nozze di Ferdinando I e Cristina di Lorena documentati in mostra dallo studio preparatorio conservato oggi al British Museum di Londra. Accanto a queste imprese, Ligozzi si distinse infine come sapiente e delicatissimo progettista di abiti e ricami per tessuti, nonché di manufatti in pietre dure: a testimoniarlo in mostra disegni per ricami, nonché i piani in commesso marmoreo eseguiti su suo disegno dall’Opificio mediceo, conservati rispettivamente in Galleria Palatina, al Museo degli Argenti, al Museo dell’Opificio delle Pietre Dure e alla Galleria degli Uffizi.

Particolare attenzione è stata dedicata al tema delle ‘allegorie morali’ che Jacopo affrontò in molte occasioni, e che costituiscono uno dei punti di maggiore interesse e di approfondimento della sua produzione; sarà significativa in tal senso la presenza di opere quali l’Allegoria della Redenzione di Madrid, l’Allegoria dell’Amore che difende la Virtù contro l’Ignoranza e il Pregiudizio commissionata probabilmente da Francesco I (collezione Baroni, Londra), o ancora l’Avarizia (Metropolitan Museum, New York). L’artista, profondamente religioso, dedicò inoltre grande attenzione ai temi della ‘Vanitas'(caducità della vita del mondo) raffigurando soggetti di straordinaria originalità e impatto emotivo: impressionanti i due ritratti di ignari giovani (collezione privata) che raffigurano sul verso due orride nature morte con i loro crani in decomposizione.

La seconda sezione della mostra prende in esame la produzione religiosa, alla quale il pittore si dedicò fin dagli anni del servizio presso la corte medicea e che intensificò sempre più, dopo la sua caduta in disgrazia, negli anni Novanta. Le grandi pale d’altare eseguite per chiese fiorentine, dalla SS. Annunziata, a Santa Maria Novella, Ognissanti e Santa Croce, nonché per le chiese dell’Aretino, per Lucca e San Gimignano, testimoniano la sua originale adesione alle istanze di pittura devota e riformata che improntavano la cultura figurativa fiorentina tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo: in mostra il San Girolamo sorretto dall’angelo proveniente dalla chiesa di San Giovannino degli Scolopi, il Martirio dei Quattro Santi Coronati di Ravenna, il San Giacinto in adorazione della Vergine col Bambino da Palazzo Mansi (Lucca).

Oltre alla presenza di varie immagini naturalistiche nella sede di Palazzo Pitti, un ristretto gruppo di disegni botanici è contemporaneamente esposto nella Sala Detti del Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi.

Tale sezione è stata intesa come parte integrante della esposizione che, nella sua completa articolazione a Palazzo Pitti, si è proposta di documentare in modo ampio le molteplici sfaccettature dell’artista poliedrico, “pittore universalissimo” secondo la felice definizione che ne dette lo storiografo contemporaneo Filippo Baldinucci.

La mostra, a cura di Alessandro Cecchi, Lucilla Conigliello e Marzia Faietti con la collaborazione di Anna Bisceglia e Giorgio Marini, come il catalogo edito da Sillabe, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti, il Gabinetto Disegni e Stampe della Galleria degli Uffizi con Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Galleria Palatina di Palazzo Pitti, Firenze. Fino al 28 settembre 2014.

 

 

 

 

 

“Travellers” ad Acireale

Si potrebbe affermare che la mostra di “Gionata Xerra. Travellers. Esperienze, racconti, immagini, sguardi” che la Galleria del Credito Siciliano di Acireale propone dal 29 luglio all’11 ottobre 2014, sia una esposizione dedicata certo ai viaggiatori, alle loro Esperienze, racconti, immagini, sguardi, ma anche, a in un certo modo, dedicata al fascino misterioso della valigia. Almeno così la descrive in catalogo Fulvio Scaparro che, subito dopo, richiamando Alberto Savinio, ricorda che “chiarire un mistero è indelicato verso il mistero”. E’ una mostra in due installazioni e dodici fotografie di grande formato, che rappresentano busti di uomini, donne e bambini nudi che fuoriescono da valigie, moderni simboli del viaggio e delle migrazioni. Ed ecco il viaggio come metafora per raccontare “le contraddizioni del mondo”. Perché attraverso i ritratti di questi dodici testimoni (come gli Apostoli e le dodici Tribù della Diaspora….), il progetto racconta, senza entrare in uno specifico didascalico, viaggi compiuti in prima persona o “ereditati” dalle narrazioni della famiglia, del popolo, dell’etnia, in alcuni casi ancora dolorosamente presenti. Dodici, tra donne, uomini, bambini: non profughi appena sbarcati, ma persone inserite nella nostra società, approdate ad una condizione di benessere e di stabilità, rivivono il loro remoto viaggio uscendo da altrettante valigie aperte. Come busti viventi, senza indumenti addosso che consentano di identificarli nella loro attualità, ricordano e, a volte, piangono lacrime essenziali. Un pianto espiatorio, nel ruolo di testimoni di un “viaggiare obbligato” che continua reiteratamente a manifestarsi. Oltre alle dodici immagini (Lightbox) 100×100 cm, il progetto comprende due importanti installazioni. La prima installazione è composta da una lunga fila di valigie (circa 40 mt) attaccate tra loro e appese a una parete. Alcune valigie (12, come i testimoni delle foto) avranno sul fronte uno spioncino (quello delle porte d’ingresso) attraverso il quale sarà possibile guardare all’interno delle stesse. Deformata dalla visione fish-eye, tipica dello spioncino, ogni valigia svelerà una storia, visibile su un monitor inserito all’interno, che trasmetterà un video, immagini, testi o semplicemente illuminerà degli oggetti. La seconda installazione propone una sorta di “Scatola Magica” ove lo spettatore assume il ruolo di attore di un viaggio. Una sola valigia appesa a una parete. Guardandoci dentro, si vede l’interno di un corridoio con due valigie appoggiate a terra. Il percorso della mostra porta i visitatori a entrare in quest’ambiente, dove un grande specchio che in realtà è un “vetro spia”, attraverso il quale abbiamo guardato precedentemente, riflette la loro immagine di viaggiatori. Costretti così a un’intima riflessione sul proprio viaggio, ereditato realizzato o possibile. Cosa si ‘impara’ visitando la mostra di Gionata Xerra? Se lo chiede in un saggio del catalogo Remo Bodei. “Che viaggiatori non sono solo i turisti frettolosi che si spostano in cerca di spiagge bianche e di palme o di emozioni dell’esotico, ma anche innumerevoli persone, esistenze individuali vulnerabili, costrette a prendere la valigia e a rischiare per sopravvivere o per trovare una vita migliore. Con intelligenza e forza espressiva, Xerra sembra parlare di altri, ma in realtà – costringendoci a esercizi di immedesimazione – parla di noi, di come avremmo potuto essere e, più in generale, della nostra comune umanità. Del resto, anche se non nello spazio geografico, tutti noi siamo emigranti nel tempo. Ad ogni momento veniamo espulsi dal passato come patria irrecuperabile e sospinti verso un avvenire ignoto, da cui non possiamo tornare indietro. Su questo terreno condiviso, Gionata Xerra ci aiuta a meglio comprendere la cesura più netta e dolorosa dei migranti rispetto al loro paese e alla loro storia personale”. “Gionata Xerra è una figura di artista mediatore, che mette in contatto media ed elementi diversi, costruendo reti di relazioni e di opportunità e infine ottenendo qualcosa di nuovo, con l’uso di una specifica forma d’arte. A differenza di molte installazioni caratterizzate dall’espansione delle immagini fuori dai limiti della scatola televisiva su multischermi, Gionata introduce l’idea di un piccolo contenitore di immagine e storie deformate dalla visione fisheye come quelle dell’elaboratore HAL 9000 di 2001: Odissea nello spazio. L’interattività basata sulla reciprocità tra opera e osservatore, sperimentata in Kaleidoscope, ritorna in Travellers, dove l’autore introduce nuovi parametri percettivi.

Galleria Credito Siciliano, Piazza Duomo, 12 – Acireale Dal29 luglio all’11 ottobre 2014, da mercoledì a domenica 18.00 – 21.30, ingresso libero.

Articolo di S. E.

Puro, semplice e naturale nell’arte a Firenze tra Cinque e Seicento

La seconda mostra di Firenze 2014. Un anno ad arte ospitata e realizzata dalla Galleria degli Uffizi, dal titolo “Puro, semplice e naturale nell’arte a Firenze tra Cinque e Seicento” è, nel rispetto della tradizione di queste rassegne espositive che hanno luogo nei musei statali fiorentini dal 2006, il risultato di un appassionato studio critico – scientifico della pittura fiorentina fra Cinquecento e Seicento, condotto da Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso, docenti universitari presso l’Università per Stranieri di Siena.

La mostra, aperta fino al 2 novembre 2014, intende sovvertire il luogo comune di una cultura fiorentina passatista, rivelando la forza di novità presente anche in quella linea dell’arte cittadina che, tra Quattro e Seicento, restò fedele ai propri modelli, mettendo in luce la “novità della tradizione”.

Giorgio Vasari esaltava la «Maniera moderna» come superamento della tradizione quattrocentesca, ormai arcaica, e collocava Leonardo, Michelangelo e Raffaello al centro di questo periodo di «somma perfezione»; a loro, ma con minor grado di convinzione, egli affiancava Fra’ Bartolomeo e Andrea del Sarto, disegnatori esemplari, meticolosi imitatori della natura, ideatori di opere devote. Vasari, artista della sontuosa corte del duca Cosimo I de’ Medici, era però lontano da quei maestri, sostenitori di una tradizione “pura, semplice e naturale”, e interpreti di una tendenza che a lui appariva superata e senza futuro.

Andrea del Sarto e Fra’ Bartolomeo restarono invece punti di riferimento negli anni della magnificenza medicea, ma soprattutto ridiventarono attuali alla fine del Cinquecento – tanto da soppiantare il “vasarismo” – per rispondere alle esigenze dottrinarie sancite dal Concilio di Trento. Santi di Tito e Jacopo da Empoli si impegnarono allora in un rilancio di quei maestri, animato da nuovo vigore, e l’operazione venne riproposta a metà Seicento, con diverso senso di modernità, da Lorenzo Lippi e Antonio Novelli, come alternativa alla dilagante figurazione barocca.

La mostra, strutturata in cinque sezioni cronologiche, e quattro tematiche – in cui i dipinti e le sculture (72 in tutto) sono allestiti, a titolo esemplificativo, privilegiando valori di coesione stilistica e iconografica entro un’ampia forbice cronologica – presenta una vera e propria rassegna di capolavori, molti dei quali appositamente restaurati per l’occasione. In apertura, l’esposizione accosta le Annunciazioni di Andrea della Robbia, Andrea del Sarto, Santi di Tito e Jacopo da Empoli, offrendo un colpo d’occhio sui tratti di cultura che legano i maestri della «Maniera moderna» e la compagine di artisti operanti a Firenze tra istanze di riforma e primo naturalismo seicentesco.

Nella Firenze del primo Cinquecento il registro di nobile chiarezza ispirato al pensiero di Fra’ Girolamo Savonarola era un linguaggio condiviso dagli artisti a lui vicini, come Lorenzo di Credi e Fra’ Bartolomeo, Ridolfo del Ghirlandaio e i Della Robbia. Alcuni di loro facevano capo alla “Scuola di San Marco”, punto di riferimento della comunità degli artisti che proponevano immagini di una religiosità essenziale e austera, comprensibile anche ai semplici e agli illetterati. Con loro e con Andrea del Sarto, maestro insuperabile del disegno dal naturale, si fondarono quei princìpi della “fiorentinità” che resteranno validi per oltre un secolo e mezzo: uno stile fatto di parole usuali, ordinate secondo una chiara sintassi, che modella con plastica evidenza figure e cose. Come si leggerà nel catalogo edito da Giunti e curato, come la mostra, da Alessandra Giannotti e Claudio Pizzorusso, questi valori si rispecchiano anche nel dibattito sulla lingua e nella spiritualità popolare.

I maestri (Andrea della Robbia e Andrea del Sarto, Fra’ Bartolomeo e Andrea Sansovino), eredi del Quattrocento, sono al tempo stesso fondatori di un’ “ordinata maniera” moderna, radicatasi con Franciabigio, Bugiardini, Sogliani. Superate le generazioni di Bronzino e Alessandro Allori, custodi di una vena naturalistica attenta alla verità ottica delle cose, si approda al “Seicento contromano”, dove sono riuniti artisti che hanno rilevato quest’identità “purista” fiorentina, traendone impulso per tracciare una linea “diversa” dal caravaggismo e dal barocco: da Santi di Tito a Jacopo da Empoli, da Ottavio Vannini (finalmente visibile a Firenze un suo capolavoro del Musée des Beaux-Arts di Nantes) a Lorenzo Lippi, grande interprete di un moderno naturalismo.

Dopo una sala dedicata al disegno dal vero, che spazia da Andrea del Sarto e Pontormo alla metà del Seicento, gli stessi artisti si ripresentano accostati per temi: “pitture di casa”, di affetti intimi, col bel Fra’ Bartolomeo del County Museum di Los Angeles; “pitture di cose”, dove si ergono a protagonisti gli oggetti domestici (da segnalare il magnifico Franciabigio dalle Collezioni Reali inglesi); la “tradizione del sacro”, che chiude la mostra con uno spettacolare trittico di busti del Redentore, di Torrigiani (riscoperto in Gran Bretagna), di Caccini (un miracoloso recupero conservativo) e di Novelli (dal Metropolitan di New York).

La mostra è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria degli Uffizi, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Barbara Izzo

Mikhail Roginsky. Oltre la porta rossa a Venezia

Quella che si potrà ammirare da oggi 7 giugno al 22 settembre all’Università Ca’ Foscari sarà la prima mostra italiana di Mikhail Roginsky, il cosiddetto “padre della pop art russa”.

La mostra “Mikhail Roginsky. Oltre la Porta rossa” è organizzata dalla Fondazione Mikhail Roginsky in collaborazione con il Centro Studi sulle Arti della Russia CSAR dell’Ateneo veneziano e con il sostegno della Fondazione IN ARTIBUS, nell’ambito della 14esima Mostra Internazionale di Architettura – la Biennale di Venezia.

L’esposizione prende avvio da un’opera precedente alla stagione parigina. Con quella “Porta rossa” (1965) che appartiene al periodo sovietico dell’artista e che di lui è certamente una delle creazioni più famose ma anche una delle più ermetiche. La “porta” è idealmente quella che l’artista scavalca, abbandonando il cliché di artista politicizzato, dedito a concezioni complesse, per approdare appunto ai nuovi ambiti della pittura.

Spesso considerata dai critici come un oggetto del ready made, la “Porta” preconizza invece proprio il suo passaggio alla pittura: l’artista stesso sottolineava lo stretto legame di quest’opera con la pittura da cavalletto. Con “La porta rossa” Roginsky dichiara la volontà di superare ogni convenzionalità del linguaggio artistico dominante. L’opera rappresentò, nell’Unione Sovietica postbellica, uno dei primi tentativi di de-costruzione della bidimensionalità della superficie pittorica. Qui si trovano le premesse del suo manifesto antiestetismo, l’avversione dell’artista per la stessa parola “arte”, da lui intesa come un complesso di cose create artificialmente, avvizzite dal secolare uso o oberate dal peso di una ipocrita ideologia.

I curatori della mostra propongono di lasciare fuori dalla porta il cumulo delle erronee definizioni, di destituire gli stereotipi che hanno snaturato la percezione dell’opera, tornando alle sue origini. La mostra si snoda come un racconto del complesso iter evolutivo dell’artista, per questo il motivo conduttore costitutivo è il viaggio come metafora del cammino creativo. Si tratta di un viaggio privo di uno schema consequenziale, deputato a semplificare la comprensione dell’opera di Roginsky. L’artista è presentato in tutta la sua ampiezza creativa e l’unità del quadro generale non si basa sull’elemento cronologico, ma sul materiale visivo della mostra.

Dallo spazio con le nature morte semiastratte sugli scaffali, che superano la figuratività, lo spettatore passa verso una natura morta minimalista rappresentata da semplici “ritratti” di oggetti semplici, incrollabili nella loro plastica certezza. Dalla sala con i grandi lavori acrilici su carta, che simulano l’imperturbabilità della pittura “alta” e interpretano in modo ironico i suoi generi principali, lo spettatore entra nell’alterato, suggestivo mondo dell’espressionista, che tenta di dare voce urlata, per mezzo dell’arte, al tormentato processo di perdita dell’armonia. Il tutto lungo 8 sezioni in cui le 120 opere sono presentate insieme ad un ampio corredo di immagini fotografiche e video (molti inediti). A documentare un percorso che prende avvio dal momento in cui l’artista fa nuovamente ricorso all’abc della pittura, ricercando i colori puri e mischiati, le correlazioni tra i volumi, il ritmo compositivo. Per approdare alla fase conclusiva della su ricerca e della sua stessa esistenza. Quando i frequenti rientri in patria stimolano un nuovo cambiamento nella sua pittura. La Mosca sovietica e post sovietica acquisisce lo stesso valore di fatto artistico che ebbe Parigi per gli Impressionisti o la profonda America per Edward Hopper. La Mosca di Mikhail Roginsky, un mondo ispirato dalla sua memoria e immaginazione, spinge lo spettatore alla «riconoscibilità» di luoghi, situazioni e personaggi concreti. Stimolando chi guarda a percepire le tele bidimensionali come un corrispettivo della realtà.

S.E.