L’Egitto a Verona

Per la mostra che accompagna la riapertura del Museo dopo i lavori di riqualificazione, si è scelto di presentare al pubblico i materiali relativi al mondo egizio, già esposti nel Museo solo nel 1999-2000. La scelta di un argomento di sicuro interesse è volta a favorire la ripresa della notevole attività didattica che contraddistingueva il Museo prima della chiusura nel 2013 ed è collegata al progetto EgittoVeneto, promosso dalla Regione del Veneto con le Università di Padova e Venezia.

Gli oggetti egizi o ispirati all’Egitto sono entrati al Museo nell’ambito di diverse collezioni, prevalentemente dedicate al mondo classico; sono quindi in numero limitato (un centinaio circa) e privi di provenienza puntuale, ma consentono di sviluppare tematiche interessanti.

La mostra, a cura di Margherita Bolla, è suddivisa in sezioni. Nella prima, Il culto e la magia, si entra nel ricchissimo universo dei culti egizi, già percepiti come esotici da Greci e Romani soprattutto per la tendenza ad adorare alcune divinità sotto forme animali. Minuscoli bronzetti rappresentano un dio-ariete e il bue Apis; altri, cavi come quello della dea-gatta Bastet, servivano a contenere mummie o parti di mummie di animali, che i devoti e i pellegrini acquistavano per deporle nei santuari. Molte statuine in bronzo raffigurano Osiride, dio che – insieme con Iside – rivestì un ruolo importante nella religione dell’Egitto.

La vita oltre la morte presenta materiali tipici delle sepolture, come gli ushabty – figurine in materie prime diverse – che rappresentavano i “servitori” sostituti del morto, pronti a rispondere a Osiride, quando avrebbe chiamato il defunto al lavoro nei propri campi. Alcune parti di mummie, in prestito dal Museo di Storia Naturale di Verona, documentano il complesso trattamento di imbalsamazione che gli Egizi riservavano ai morti, per garantire loro l’”eternità” del corpo. Infine una tavola in pietra raffigura le offerte che i familiari portavano alla tomba, fra le quali non potevano mancare pane e birra.

La sezione Le civiltà africane e Roma è divisa in due parti: con Egitto e Roma si illustra il grande favore che il culto di Iside, con il marito Serapide (già Osiride) e il figlio Arpocrate (Horus), ottenne nell’Impero sia in ambito domestico, come attestano alcuni bronzetti, sia nei santuari dove operavano sacerdoti vestiti in modo peculiare. Uno di essi è rappresentato da una testa in marmo, copia di una nota scultura conservata a Roma. Nella parte dedicata a Africa e Roma si documenta  l’interesse che il mondo africano, con i suoi curiosi animali – come l’elefante o il rinoceronte – o i suoi esotici abitanti, suscitò nella civiltà romana, dove la provincia Africa era raffigurata con copricapo a testa di elefante e con una zanna dello stesso animale sul braccio. Questa sezione della mostra può essere integrata con la visione, al piano superiore del Museo, dei materiali dal santuario delle divinità egizie a Verona.

Proseguendo la mostra, gli oggetti del Museo ispirati in vario modo al mondo egizio illustrano l’Egittomania, la forte attrazione che questa antica e complessa civiltà ha esercitato negli ultimi

secoli sulla cultura europea, non solo fra gli studiosi, fino ad arrivare nell’Ottocento a divertenti produzioni seriali in porcellana.

L’ultima sezione, Un veronese in Egitto (realizzata in collaborazione con l’Università di Padova, Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte, sito nel palazzo del Liviano), è dedicata a Carlo Anti, importante archeologo nato nel 1889 a Villafranca (dove gli sono intitolati un liceo e una via). Prima di diventare professore e poi rettore dell’Università di Padova, studiò materiali romani del Museo Archeologico di Verona, lucerne in particolare (esposte alcune, con soggetto “africano”).

Negli anni Trenta diresse la Missione archeologica italiana a Tebtynis, l’attuale Umm el Breigât nel Fayum, a 170 km a sudovest del Cairo, un esteso villaggio nato attorno al 1800 a.C. e abitato fino al XII secolo d.C., che ha fornito una grande quantità di papiri, oggetto di studio in Italia e all’estero. All’attività di Anti in Egitto (proseguita in particolare dall’IFAO, Institut Français d’Archéologie Orientale, con l’Università di Milano) è dedicato il video che conclude la mostra, che contiene anche un filmato degli anni Trenta, dagli archivi dell’Istituto Luce (Roma).

 

L’EGITTO A VERONA

Museo Archeologico al Teatro Romano, Regaste Redentore, 2 – Verona

tel. +39 045 8062611 – museoarcheologico@comune.verona.it; http://www.museoarcheologicoverona.it

Orari

lunedì 13,30 – 19,30

da martedì a domenica 8,30 – 19,30

la biglietteria chiude alle ore 18.45

 

Biglietti

biglietto intero euro 4,50

biglietto ridotto euro 3,00:

biglietto ridotto scuole euro 1,00:

ingresso gratuito:

Dal 28 maggio al 30 giugno 2016 per festeggiare la riapertura del Museo tariffa unica euro 1,00

 

Visite guidate e segreteria didattica

dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 13 e dalle 14 alle 16

tel. +39 045 8036353 – fax +39 045 597140

 

Musei d’Arte Monumenti Museo di Castelvecchio

Roberto Bolis

Jan Fabre. Spiritual Guards

Fig.1-mostra lotto-caravaggioSi rinnova l’appuntamento annuale con la grande arte al Forte Belvedere di Firenze. Dopo le mostre internazionali di Giuseppe Penone e Antony Gormley, i bastioni dell’antica fortezza medicea ospiteranno le opere di Jan Fabre, uno degli artisti più innovativi e rilevanti del panorama contemporaneo. Artista totale, Fabre (Anversa, 1958) sprigiona la sua immaginazione nei diversi linguaggi della scultura, del disegno e dell’installazione, della performance e del teatro.

La grande mostra Jan Fabre. Spiritual Guards, promossa dal Comune di Firenze, si svilupperà tra Forte Belvedere, Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria. Si tratta di una delle più complesse e articolate mostre in spazi pubblici italiani realizzata dall’artista e regista teatrale fiammingo. Per la prima volta in assoluto un artista vivente si cimenterà contemporaneamente in tre luoghi di eccezionale valore storico e artistico.  Saranno esposti un centinaio di lavori realizzati da Fabre tra il 1978 e il 2016: sculture in bronzo, installazioni di gusci di scarabei, lavori in cera e film che documentano le sue performance. Fabre presenterà anche due opere inedite, pensate appositamente per questa occasione.

Fig.27-mostra lotto-caravaggioGià l’anteprima è stato un evento di straordinario impatto visivo e dai forti connotati simbolici. La mattina del 15 aprile, infatti, ben due sculture in bronzo di Fabre sono entrate a far par parte – temporaneamente – di quel museo a cielo aperto che è Piazza Signoria. Una di queste, Searching for Utopia, di eccezionali dimensioni, dialoga con il monumento equestre di Cosimo I, capolavoro rinascimentale del Giambologna; mentre la seconda, The man who measures the clouds (American version, 18 years older), si innalza sull’Arengario, o Ringhiera, di Palazzo Vecchio, tra le copie del David di Michelangelo e della Giuditta di Donatello. In entrambe le opere si riconosce l’autoritratto dell’artista, nella doppia veste di cavaliere e guardiano, come tramite tra terra e cielo, tra forze naturali e dello spirito. Ad una storia dell’arte che si è messa anche a disposizione del potere politico ed economico – come quella di Piazza Signoria con i suoi giganti di marmo (David, Ercole, Nettuno) e con le sue rappresentazioni bibliche, mitologiche o del genius loci (Giuditta, Perseo, Marzocco) – Jan Fabre oppone un’arte che vuole rappresentare e incarnare il potere dell’immaginazione, la missione dell’artista come “spiritual guard”. E lo fa in una piazza che dal Rinascimento in poi è stata pensata e usata come agorà e palcoscenico figurativo, che da allora è diventata luogo paradigmatico del rapporto tra arte e spazio pubblico, e dove è stata configurata in modo esemplare la funzione simbolica-spettacolare del monumento moderno.  In Palazzo Vecchio, una serie di sculture dialogano con gli affreschi e i manufatti conservati in alcune sale del percorso museale del palazzo, in particolare quelle del Quartiere di Eleonora, assieme alla Sala dell’Udienza e alla Sala dei Gigli. Tra le opere esposte anche un grande mappamondo (2.50 m di diametro) rivestito interamente di scarabei dal carapace cangiante, la cui forma e dimensione dialoga perfettamente con il celebre globo conservato nella Sala delle Mappe geografiche, opera cinquecentesca di Ignazio Danti.

Fig.33-mostra lotto-caravaggio

La mostra al Forte Belvedere, tra i bastioni e la palazzina, presenta circa sessanta opere in bronzo e cera, oltre a una serie di film incentrati su alcune storiche performance dell’artista. Le curatrici Melania Rossi e Joanna De Vos, insieme al direttore artistico del progetto Sergio Risaliti, hanno scelto il Forte Belvedere come nucleo tematico dell’esposizione Jan Fabre. Spiritual Guards, per le sue caratteristiche spaziali e storiche. Una fortificazione che nel tempo è servita per difendere Firenze dalle minacce esterne, ma anche per proteggere la famiglia dei Medici in tempi di rivolte cittadine. Un luogo di difesa dall’esterno e dall’interno quindi, che suggerisce un percorso attraverso la vita, le ambizioni e le angosce dei potenti signori medicei e che allude a opposte percezioni e sensazioni umane come quelle di controllo e abbandono, ma anche a bisogni e desideri contrapposti come quelli di protezione armata e di slancio spirituale, così profondi e radicati da condizionare le forme architettoniche e la configurazione dello spazio naturale. Soprattutto qui al Forte Belvedere dove è evidente la necessità di fortificarsi nella consapevolezza di restare pur sempre indifesi.

A comunicare queste ambivalenze che, oltre la storia, costituiscono tutta l’esperienza e la vitalità umana, sono due schieramenti scultorei formati da sette scarabei bronzei posizionati nei punti di vedetta del Forte e da una serie di autoritratti dell’artista a figura intera – tutti di un bagliore dorato che riflette il paesaggio circostante come un alone spirituale – che popolano gli angoli dei bastioni all’esterno della palazzina, circondando la villa Medicea.

Gli scarabei sono angeli di metamorfosi, guardiani-custodi, simboleggiano nelle antiche religioni e nella tradizione pittorica italiana e fiamminga della vanitas il passaggio tra la dimensione terrena e la vita eterna con il loro continuo movimento. Allo stesso tempo possiedono una bellissima corazza che mette in luce drammaticamente la vulnerabilità di quel corpo “regale”. E così anche Jan Fabre, che si definisce, vive e si esprime come cavaliere della disperazione e guerriero della bellezza, si spoglia e si veste delle sue armi dispiegando nel luogo più alto di Firenze il suo esercito vestito di armature lucenti e cangianti. Una legione che è qui chiamata a raccontare la devozione per la vita, a difendere quella fragile pura bellezza che l’arte è in grado di generare, contro un nemico invisibile che arriva da dentro e da fuori contemporaneamente, sempre pronto a colpire e offendere.

All’interno del primo piano della palazzina, in questa occasione riaperta al pubblico dopo molti anni, il percorso continuerà con sculture in cera e con proiezioni di film delle performance, in continuità e dialogo con le opere esterne e con il magnifico paesaggio fiorentino.

La spettacolare integrazione bronzea in Piazza della Signoria e le opere realizzate con gusci di scarabei in mostra a Palazzo Vecchio si misureranno con il tessuto urbano e con uno dei più visitati palazzi storici della città, costituendo perfetto completamento visivo e concettuale alla mostra. Impresa e motto della mostra è giustappunto Spiritual Guards, da interpretare come incitamento a vivere una vita eroica, sia bellicosa che disarmata a difesa dell’immaginazione e della bellezza.

Dobbiamo qui ricordare che Jan Fabre nel corso della sua lunga carriera – iniziata negli anni ’70 – ha già avuto diversi contatti con Firenze, partecipando a molte collettive e presentando qui alcune sue produzioni teatrali. Nel 2012 due suoi busti in bronzo della serie Chapters, in cui si autoritrae con impressionanti corna e orecchie d’asino, sono entrati a far parte delle collezioni degli Uffizi. Nel 2015 l’artista ha ricevuto il Premio Michelangelo per la scultura in occasione della seconda edizione della Settimana Michelangiolesca.

Izzo, Diana

(fotografie fornite dalle autrici dell’articolo)

 

Lo splendore di Venezia a Brescia

Dopo il successo riscosso con “Il cibo nell’Arte dal Seicento a Warhol”, Palazzo Martinengo di Brescia ospita la più importante mostra sul vedutismo veneziano del ‘700 e ‘800 mai organizzata in Italia. Si tratta di un’esposizione di caratura internazionale, ricca di capolavori provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere, che vuole celebrare la città italiana che più di ogni altra è stata, ed è ancora oggi, un mito intramontabile nell’immaginario collettivo: Venezia.

Crogiolo di arte e cultura, religioni e commerci, monumenti storici e scorci mozzafiato, la Serenissima ha sedotto con il suo fascino ammaliante generazioni di viaggiatori, mercanti, letterati e soprattutto pittori che hanno fissato sulla tela con la magia del pennello piazze, chiese e canali, luci, riflessi e le mutevoli atmosfere di questo “luogo incantato fuori dal tempo sospeso tra distese di acqua e di cielo”.

Nel corso dei secoli Venezia è stata così spesso immortalata sia da artisti italiani che stranieri da determinare la nascita del vedutismo, nuovo filone iconografico particolarmente apprezzato dai colti e ricchi viaggiatori del Grand Tour desiderosi di tornare in patria con una fedele istantanea delle incantevoli bellezze ammirate nel Bel Paese.

Per raccontare al pubblico la genesi e lo sviluppo della gloriosa stagione del vedutismo veneziano, Palazzo Martinengo accoglie in esclusiva una selezione di oltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo. Accuratamente selezionati da un comitato scientifico internazionale presieduto dal curatore Davide Dotti, i dipinti dimostrano che la fortuna del vedutismo non si esaurì con la fine della Repubblica di Venezia, ma proseguì anche durante l’intero corso dell’Ottocento.

Sala dopo sala il visitatore vivrà un affascinante viaggio alla scoperta degli scorci più suggestivi della Città dei Dogi – da Piazza San Marco a Punta della Dogana, da Palazzo Ducale al Ponte di Rialto fino allo spettacolare Canal Grande percorso dalle gondole – seguendo il filo di un racconto che si dipana lungo due secoli di Storia dell’Arte, attraversando le differenti correnti pittoriche succedutesi nel corso del tempo, dal barocco al rococò, dal romanticismo fino agli echi dell’impressionismo.

Le luminose vedute ideate dai pittori, popolate da spigliate macchiette in costumi d’epoca e dai personaggi della Commedia dell’Arte, diventano sovente cornici alle famose feste veneziane del Redentore, della Regata Storica, della Sensa e del coloratissimo Carnevale animato dalle tradizionali maschere.

La mostra, che si articola secondo un avvincente itinerario cronologico, è suddivisa in dieci sezioni tematiche impreziosite dalla presenza di una raffinata selezione di vetri di murano creati dall’artista Maria Grazia Rosin, tra cui l’installazione “Gelatine Lux” esposta alla 53º Biennale d’Arte di Venezia. Conclude il percorso espositivo la sala “Venezia teatro della vita”, dove sono protagonisti dipinti con scene di vita quotidiana ambientate in campi e campielli, tra le calli e i canali della città.

L’esposizione di Palazzo Martinengo è un evento unico e imperdibile in grado di regalare emozioni indimenticabili, svelando l’anima più autentica della Serenissima, colta con formidabile sensibilità estetica dai più grandi maestri del vedutismo. Perché Venezia continui ad essere un mito, un sogno, vanto e orgoglio della nostra Italia terra delle meraviglie!

 

  1. D.

 

La linea d’ombra di Roberto Rampinelli a Vicenza

18 Roberto Rampinelli,La foglia, 2014, colori ad acqua su tavola, cm 17x27

Presso l’Associazione TheArtsBox di Vicenza, fino al 22 maggio, è aperta la mostra “La Linea d’ombra” di Roberto Rampinelli, artista bergamasco classe 1948, fra i maggiori interpreti contemporanei dello Still Life, tendenza diffusa in Nord Europa ma poco affermata in Italia.

Anteprima della rassegna internazionale di poesia e musica “Poetry Vicenza 2016” ideata e diretta da Marco Fazzini con il supporto del Comune di Vicenza e delle Gallerie d’Italia – Palazzo Leoni Montanari, la personale di Roberto Rampinelli, curata dallo stesso Marco Fazzini, presenta 30 opere fra paesaggi e nature morte di piccole e medie dimensioni, tutte realizzate con colori ad acqua su tavola, che dialogano con gli scritti di otto poeti: Ryszard Krynicki (Polonia), Ana Luisa Amaral (Portogallo), Douglas Reid Skinner (Sud Africa), Douglas Dunn (Scozia), Julio Llamazares e David Jou (Spagna), Marco Fazzini e Valerio Magrelli (Italia).

Per Roberto Rampinelli, esteticamente ispirato da Piero Della Francesca e dalla pittura quattrocentesca italiana, ma anche dalla lirica di De Chirico, Carrà, Morandi, senza dimenticare Kiefer, l’incontro con “Poetry Vicenza 2016” è dunque solo in parte casuale, perché la poesia è una delle matrici che ha sempre accompagnato l’artista nello sviluppo dei suoi dipinti.

Ricerca, senso del rigore, simmetrie, solitudini, trasparenze, silenzio: queste le linee dell’arte di Rampinelli, che vive e lavora tra Milano, Urbino e Amer in Catalogna.

Conchiglie, tulipani, garofani, foglie di ginkgo, brocche, scodelle, scatole, mestoli: questi invece i soggetti dei minuziosi dipinti di Roberto Rampinelli che espone a Vicenza, oltre a paesaggi brulli e senza piante, dove anche la presenza dell’uomo è quasi del tutto scomparsa.

In quella che è una perizia tecnica che sfiora spesso il virtuosismo, l’artista parte dall’elemento reale per sbocciare in una dimensione simbolica, dove la pittura rimane sospesa.

E la “linea d’ombra” è l’esile “spaccatura” che permette la leggibilità dell’opera di Rampinelli da parte dell’osservatore nel momento in cui decide di cogliere la consistenza linguistica degli oggetti rappresentati, decisione fondamentale per chiarire la dimensione poetica della sua pittura: “Tutto è reale nella sua pittura, ma nulla rimanda al realismo, alla concretezza di elementi rinvenibili nella fisicità del quotidiano” scrive Giuseppe Ardrizzo nel testo in catalogo.

 

ROBERTO RAMPINELLI

LA LINEA D’OMBRA

THEARTSBOX

Contrà San Paolo 23, Vicenza

Fino al 22 maggio 2016

Ingresso libero

 

Orari di apertura:

Sabato 10.30-12.30 / 17.30-19.30, Domenica: 17.30-19.30

 

Stefano De Angelis

 

Sheroes: la mostra di Amnesty sulle spose bambine alla Triennale di Milano

A Milano dal 3 all’8 maggio nell’ambito della prima edizione del Festival dei Diritti Umani, Amnesty International Italia esporrà presso la Triennale di Milano la mostra fotografica “Sheroes” sulle spose bambine in Burkina Faso, con scatti di Leila Alaoui, la fotografa franco-marocchina rimasta uccisa negli attacchi del 15 gennaio 2016 a Ouagadougou. L’inaugurazione della mostra si terrà martedì 3 maggio alle ore 19.00 presso il Salone d’Onore della Triennale di Milano (Palazzo della Triennale, viale Alemagna, 6) nel giorno di inaugurazione del Festival e alla presenza di Danilo De Biasio, direttore esecutivo del Festival dei Diritti Umani e di Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia. Saranno inoltre presenti i genitori di Leila Alaoui. La mostra fotografica, il cui titolo è una contrazione di “she” e “heroes”, presenta immagini positive di donne e ragazze provenienti da una varietà di ambienti e situazioni (ospiti e lavoratrici di case-rifugio, ginecologhe, responsabili di associazioni femminili, leader di comunità), storie di coraggio, determinazione, impegno, cambiamento positivo. Le “sheroes” sono le nostre eroine: le ragazze che hanno subito e hanno superato la violenza, lo stupro, il matrimonio precoce e forzato, l’esilio, il disagio; ma anche le donne che stanno con loro difendendo, proteggendo, nutrendo, abilitando, ispirando. Alla realizzazione hanno contribuito anche i fotografi Sophie Garcia e Nick Loomis. Ci sono due storie in questa mostra: la storia di coloro che sono sopravvissuti al terrore e alla brutalità e la storia di coloro che non ce l’hanno fatta. La prima storia che apre la mostra è quella delle nostre “sheroes”. É una storia di speranza e di luce. La seconda storia è quella di coloro a cui Amnesty International si è rivolta per raccogliere i ritratti delle nostre eroine. La fotografa Leila Alaoui e l’autista Mahamadi Ouedraogo non sono sopravvissuti ai terribili attacchi del gennaio 2016 che hanno privato Ouagadougou, il resto del Burkina Faso e altre città in tutto il mondo di tante persone care. La loro perdita è stata devastante. Ma anche in una tragedia come questa, c’è una storia di speranza e di luce. Questa è la storia che chiude la mostra. Attraverso questa mostra fotografica, Amnesty International rende onore a tutti coloro che vi sono ritratti, a Leila Alaoui e a Mahamadi Ouedraogo e ai molti altri come loro nel mondo. E invita tutti a partecipare a questo omaggio. Nel recente rapporto intitolato “Costrette e impedite: i matrimoni forzati e gli ostacoli alla contraccezione in Burkina Faso”, Amnesty International ha denunciato che i matrimoni forzati e precoci stanno derubando migliaia di bambine del Burkina Faso – anche di soli 13 anni – della loro infanzia e che gli elevati costi dei contraccettivi e ulteriori barriere impediscono loro di decidere se e quando avere figli. Il rapporto contiene anche storie di donne e bambine minacciate o picchiate per aver cercato di prendere decisioni autonome sul matrimonio e la gravidanza. Nel 2014 e nel 2015 i ricercatori di Amnesty International hanno intervistato 379 donne e bambine, documentando i molteplici ostacoli che impediscono l’accesso ai servizi medici di contraccezione. La legislazione nazionale prevede che le ragazze debbano avere almeno 17 anni prima di sposarsi ma nella regione settentrionale del Sahel più della metà (il 51,3 per cento) delle bambine tra i 15 e i 17 anni risulta già sposata. L’allestimento presso la Triennale di Milano costituirà la prima tappa del tour della mostra fotografica in Italia. Amnesty International sarà inoltre presente durante il Festival dei Diritti Umani con punti informativi, momenti di presentazione delle proprie attività e laboratori di Educazione ai diritti umani. Per firmare l’appello: http://appelli.amnesty.it/burkina-faso-matrimoni-forzati/

Amnesty International Italia

A Mantova, un secolo di Monuments Men

È una mostra idealmente dedicata al Direttore del sito archeologico di Palmira Khaled Asaad, quella che si potrà ammirare al Museo Nazionale Archeologico di Mantova fino al 5 giugno, con il titolo “Salvare la Memoria”. Ma anche al non meno prezioso, e spesso anonimo, esercito di “Monuments Men” che ovunque nel mondo si vota al recupero di un patrimonio di arte che è storia di tutti. Un patrimonio violentato da guerre, come quella in Siria appunto, ma anche da terremoti, alluvioni e da tutti quegli eventi che, ferocemente e improvvisamente, si sovrappongono al fisiologico effetto del tempo su ciò che è testimonianza del nostro passato. Una grande storia raccontata, nei tre piani dell’Archeologico di Mantova, da immagini originali, documenti, filmati, reperti (simbolicamente preziosi quelli provenienti da Palmira), testimonianze dirette. Un laboratorio, aperto al pubblico, mostrerà dei restauratori all’opera su testimonianze di una villa distrutta dal terremoto del 2012 nel mantovano. Protagonisti di vicende di salvaguardia e difesa del patrimonio artistico mondiale incontreranno il pubblico nel corso di incontri calendarizzati nel periodo della mostra. Il progetto “Salvare la Memoria” è un’iniziativa del Polo Museale della Lombardia, a cui si affiancano il Comune di Mantova, l’ISCR, l’ICCROM, l’Università degli Studi di Milano, l’Università IULM, Monuments Men Foundation, Palazzo Ducale- Mantova, Diocesi di Mantova, Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale. Ad affiancare Elena Maria Menotti e Sandrina Bandera, che ne sono curatrici, è un ampio e qualificatissimo Comitato Scientifico. A contrapporsi alla violenza della distruzione c’è la forza della restituzione. Come racconta questa affascinante mostra e come ricorda, non a caso, il suo sottotitolo. Non caso ad accoglierla è Mantova, città devastata dal terremoto del 2012. Quell’evento causò, tra l’altro, il crollo del cupolino della Basilica di Santa Barbara e produsse seri danni ad uno dei luoghi simbolo della città, la Camera degli Sposi in Palazzo Ducale, rendendolo a lungo non visitabile. E con quello di Mantova, altri terremoti, dal Friuli ad Assisi, a Bam, L’Aquila, sino al Nepal. Come dimenticare poi l’alluvione del 1966 a Firenze e l’esercito degli “Angeli del fango”? O, su altro fronte, l’attentato all’Accademia dei Georgofili? Le distruzioni scientemente provocate dagli uomini non si sono rivelate meno catastrofiche di quelle naturali. Distruzioni ereditate da guerre del passato recuperate molto tempo dopo, come è accaduto per Vilnius dove le distruzioni perpetrate dalle truppe di Pietro il Grande, sono state sanate solo dopo il 1989. Rievocando la Prima Guerra Mondiale, l’attenzione è proposta su Mantova, Milano, il Veneto. Ancora Mantova, nella Seconda Guerra Mondiale, insieme a Milano – con focus sulla sala delle Cariatidi a Palazzo Reale, e su Cenacolo, Brera e Poldi Pezzoli – , le figure e l’azione di Pasquale Rotondi e di Modigliani e Pacchioni per la messa in sicurezza delle grandi opere d’arte italiane. Ma anche le vicende dell’obelisco di Axum, con le immagini della traslazione a Roma dall’Etiopia e della sua restituzione. A questa sezione della grande mostra ha collaborato, tra gli altri, la Monuments Men Foundation di Dallas. Tra i troppi conflitti recenti, la mostra propone quelli in Kosovo e in Afghanistan, evidenziando gli interventi di restauro dell’ISCR e la ricostruzione del ponte di Mostar. Le cronache quotidiane documentano le distruzioni in Iraq e Siria. Le immagini delle distruzioni di Palmira hanno colpito l’opinione pubblica mondiale. Da ricordare che in quell’area archeologica era attivo il progetto “Pal.M.A.I.S.” dell’Università degli Studi di Milano, così come ed Ebla l’Italia era presente con una propria missione archeologica. Per scelta delle curatrici, in questa sezione le immagini saranno esclusivamente “positive”: proporranno le attività di ricerca archeologica svolta. Nessuna immagine di distruzione, ma un puro segnale grafico a simboleggiare la temporanea, forzata interruzione di un percorso di ricerca, recupero e valorizzazione. La grandezza di Palmira sarà testimoniata da reperti originali concessi dai Musei Vaticani. La mostra, inoltre, suggerirà di approfondire la grande storia della Mezzaluna Fertile visitando la Collezione Mesopotamica custodita in Palazzo Te. L’attenzione del visitatore viene attratta anche su altri fenomeni presenti durante i conflitti, quali gli scavi clandestini, evidenziando i casi di Apamea, Umma e Zabalam, con l’utilizzo di foto satellitari. Mentre scorrono le immagini della “Giornata Unesco di lutto per la distruzione dei beni culturali”, la mostra porta l’attenzione sul farsi strada di una nuova consapevolezza. Citando come esempio la salvaguardia dei monumenti anche nel caso di grandi opere di ingegneria: emblematico è stato l’innalzamento dei templi di Abu Simbel per consentire l’invaso della diga di Assuan. Questa è una mostra che vuole ostinarsi a guardare avanti, a valorizzare il bello dell’uomo: ed ecco l’attenzione sui “blue shields”, il Comitato Internazionale dello Scudo Blu (ICBS) fondato nel 1996, “per lavorare per proteggere il patrimonio culturale mondiale minacciato da guerre e disastri naturali”. E sull’attività davvero fondamentale del Comando Carabinieri Tutela Patrimonio Culturale, soprattutto in Iraq, i nostri “Caschi blu della cultura”. Una mostra per non smarrire la memoria e condividere con i nostri cari, con le famiglie, con gli amici, con i compagni di classe significative e potenti immagini da non dimenticare e un patrimonio di cui essere fieri.

Orari: martedì, giovedì e sabato dalle ore 14 alle ore 19 mercoledì, venerdì e domenica dalle ore 8.30 alle ore 13.30

Manuela Rossi

Lo splendore di Venezia a Brescia

Dopo il successo riscosso con “Il cibo nell’Arte dal Seicento a Warhol”, Palazzo Martinengo ospita la più importante mostra sul vedutismo veneziano del ‘700 e ‘800 mai organizzata in Italia. Si tratta di un’esposizione di caratura internazionale, ricca di capolavori provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere, che vuole celebrare la città italiana che più di ogni altra è stata, ed è ancora oggi, un mito intramontabile nell’immaginario collettivo: Venezia.

Crogiolo di arte e cultura, religioni e commerci, monumenti storici e scorci mozzafiato, la Serenissima ha sedotto con il suo fascino ammaliante generazioni di viaggiatori, mercanti, letterati e soprattutto pittori che hanno fissato sulla tela con la magia del pennello piazze, chiese e canali, luci, riflessi e le mutevoli atmosfere di questo “luogo incantato fuori dal tempo sospeso tra distese di acqua e di cielo”.

Nel corso dei secoli Venezia è stata così spesso immortalata sia da artisti italiani che stranieri da determinare la nascita del vedutismo, nuovo filone iconografico particolarmente apprezzato dai colti e ricchi viaggiatori del Grand Tour desiderosi di tornare in patria con una fedele istantanea delle incantevoli bellezze ammirate nel Bel Paese.

Per raccontare al pubblico la genesi e lo sviluppo della gloriosa stagione del vedutismo veneziano, Palazzo Martinengo accoglie in esclusiva una selezione di oltre cento capolavori di Canaletto, Bellotto, Guardi e dei più importanti vedutisti del XVIII e XIX secolo. Accuratamente selezionati da un comitato scientifico internazionale presieduto dal curatore Davide Dotti, i dipinti dimostrano che la fortuna del vedutismo non si esaurì con la fine della Repubblica di Venezia, ma proseguì anche durante l’intero corso dell’Ottocento.

Sala dopo sala il visitatore vivrà un affascinante viaggio alla scoperta degli scorci più suggestivi della Città dei Dogi – da Piazza San Marco a Punta della Dogana, da Palazzo Ducale al Ponte di Rialto fino allo spettacolare Canal Grande percorso dalle gondole – seguendo il filo di un racconto che si dipana lungo due secoli di Storia dell’Arte, attraversando le differenti correnti pittoriche succedutesi nel corso del tempo, dal barocco al rococò, dal romanticismo fino agli echi dell’impressionismo.

Le luminose vedute ideate dai pittori, popolate da spigliate macchiette in costumi d’epoca e dai personaggi della Commedia dell’Arte, diventano sovente cornici alle famose feste veneziane del Redentore, della Regata Storica, della Sensa e del coloratissimo Carnevale animato dalle tradizionali maschere.

La mostra, che si articola secondo un avvincente itinerario cronologico, è suddivisa in dieci sezioni tematiche impreziosite dalla presenza di una raffinata selezione di vetri di murano creati dall’artista Maria Grazia Rosin, tra cui l’installazione “Gelatine Lux” esposta alla 53º Biennale d’Arte di Venezia. Conclude il percorso espositivo la sala “Venezia teatro della vita”, dove sono protagonisti dipinti con scene di vita quotidiana ambientate in campi e campielli, tra le calli e i canali della città.

L’esposizione di Palazzo Martinengo è un evento unico e imperdibile in grado di regalare emozioni indimenticabili, svelando l’anima più autentica della Serenissima, colta con formidabile sensibilità estetica dai più grandi maestri del vedutismo. Perché Venezia continui ad essere un mito, un sogno, vanto e orgoglio della nostra Italia terra delle meraviglie!

 

Anna Defrancesco

 

“Arte. Antichità. Argenti. Le collezioni di Giovanni Züst nei musei di Rancate, Basilea e San Gallo”

La mostra riunisce per la prima volta le collezioni d’arte che Giovanni Züst (Basilea, 1887 – Rancate, 1976), figura complessa di imprenditore filantropo, donò a enti pubblici svizzeri: il Cantone Ticino (1966), che avrebbe quindi aperto la Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate, il Cantone di Basilea-Città (1959), che ricevette così l’impulso per la creazione dell’Antikenmuseum di Basilea, la città di San Gallo (1967). Il percorso espositivo si snoda tra rare e preziose antichità etrusche, greche e romane, strepitosi argenti dei secoli XVI-XVIII e dipinti di Serodine, Petrini e dei protagonisti dell’Ottocento ticinese (Rinaldi, Luigi Rossi, Ernesto Fontana, Galbusera), accompagnando il visitatore alla scoperta del gusto vario e raffinato di Giovanni Züst. La rassegna vuole quindi fare il punto sulla sua figura, presentando le numerose e interessanti novità emerse dalle ricerche svolte in questa occasione e facendo per la prima volta dopo la sua morte dialogare i prestigiosi oggetti d’arte che egli raccoglieva nella bella villa di Rancate, sua residenza per oltre quarant’anni. L’intento ultimo ma non meno importante è quello di rendere omaggio a questo vero e proprio filantropo che con i suoi gesti generosi ha contribuito a modificare, arricchendolo, il panorama artistico e culturale svizzero. Il percorso espositivo è corredato da numerosi filmati e fotografie d’epoca recentemente riscoperti. In mostra anche due poesie di Alberto Nessi dedicate alla Pinacoteca Züst e ai dipinti che conserva. “La figura di Giovanni Züst è più di un paradigma per la realtà ticinese. Cittadino confederato doc (madre bernese, padre appenzellese, ma di fatto lui basilese) si stabilì nel Ticino iniziando a lavorare in una casa di spedizioni. La classica attività legata al nostro essere terra di frontiera. E sulle linee di frontiera – geografiche, culturali e cognitive – Züst costruì il proprio profilo: di amante dell’arte e di raffinato collezionista. Oggi, insieme ai quarant’anni dalla morte di Giovanni Züst, celebriamo i cinquant’anni della donazione al Cantone Ticino di una parte importante della sua collezione: quella di quadri ticinesi e lombardi dipinti tra il Seicento e l’Ottocento. Con altri due atti simili Züst donò negli anni sessanta alla città di Basilea centinaia di oggetti d’arte etrusca e greca e a San Gallo una collezione di argenti. Tutte e tre le sedi museali beneficiarie dei suoi lasciti sono state coinvolte in un importante progetto triennale di ricerca sulla sua figura, finanziato dall’Aiuto federale per la salvaguardia e promozione della lingua e cultura italiana, su iniziativa e con il coordinamento del Dipartimento dell’educazione, della cultura e dello sport”, (dalla presentazione di Manuele Bertoli, Consigliere di Stato Dipartimento dell’educazione della cultura e dello sport).
Arte. Antichità. Argenti Le collezioni di Giovanni Züst nei musei di Rancate, Basilea e San Gallo, Pinacoteca cantonale Giovanni Züst, Rancate (Mendrisio), Canton Ticino, Svizzera Fino al 28 agosto 2016
S.E.

“BIRRA. Costume d’Italia negli scatti della Fiera Campionaria di Milano”

5“Ventisette anni dedicati a rendere l’Antica Birreria Wührer un gioiello per la città di Brescia, sia dal punto di vista dell’offerta di birre di altissimo livello, sia dal punto di vista della cura del locale. Quando con i miei soci ho acquisito la Birreria, ho sentito subito di avere coronato un sogno: avere un patrimonio storico-culturale unico in Italia e forse al mondo. Ho sentito anche la responsabilità di quanto andavo a gestire, non soltanto dal punto di vista commerciale. Il mio impegno personale, e quello della Società 5 Stelle che rappresento, a mantenere la Birreria in arredi, oggettistica, cura degli aspetti legali all’eleganza del servizio fedele a quanto avevamo ereditato, era una commozione e una sfida. Negli anni, mi permetto di dire che l’Antica Birreria è diventata ancora più bella. L’impatto storico, in arredi e dipinti murali, non mette soggezione al cliente e diventa un valore aggiunto, creando quell’aspetto curato di una casa in cui si torna sempre volentieri, con amici, da soli, con la famiglia. Questo impegno indefesso e non sempre semplice, mi ha permesso di approfondire la storia di Brescia dal punto di vista della gente che trascorre serenamente qualche ora in Birreria. Sorseggiare una buona birra è un momento di relax e dedicato a se stessi che diventa patrimonio di tutti proprio perché permette un punto fermo dal quale ripartire, ciascuno per la propria strada. Abbiamo vissuto anni spensierati ed anni più difficili, abbiamo urlato di gioia o di rabbia davanti agli schermi che proiettano le partite di calcio, abbiamo trascorso insieme compleanni, anniversari (anche della gestione della Società 5 Stelle che abbiamo festeggiato con tutti i nostri clienti), sfilate, gare canore. E siamo spesso stati immortalati in fotografie che ci ricorderanno ai posteri e che ricorderanno il nostro impegno a “fare bene” il nostro lavoro. Ecco allora che la stessa vita siamo andati a scoprirla negli anni addietro, prendendo a pretesto EXPO, e ci ritroviamo sempre uguali e molto diversi. Proprio come l’Antica Birreria che gestisco. Sempre uguale, come un punto di riferimento che non cambia la sua connotazione storica. Sempre diversa nel sapersi rapportare con le nuove generazioni mantenendo i valori che ci contraddistinguono; insegnando ai giovani a bere consapevolmente, conoscendo le caratteristiche dei prodotti di alto livello che serviamo; insegnando ad amare la storia che abbiamo ereditato. Lo scorso mese di febbraio tutto questo, e lo dico con grande emozione, ha ricevuto il riconoscimento prestigiosissimo di Regione Lombardia. Abbiamo le carte in regola, quindi, per affermare di essere gioiello storico, ma ringraziamo anche chi, nelle Amministrazioni, non si dimostra indifferente davanti a tanto impegno e amore per il bello della nostra regione e della nostra Italia. Il mio ringraziamento va a tutti coloro, a vario livello, che hanno reso possibile raggiungere questo obiettivo: ai miei soci e alla mia famiglia che mi hanno sostenuto; al personale che ha contribuito al progetto societario; ai vari artigiani e tecnici che hanno saputo adeguatamente realizzare progetti societari di ammodernamento; ai clienti che non hanno smesso di dimostrarci la propria preferenza; ad Alessia Biasiolo, già autrice del volume societario “Ieri e Oggi. Brescia e la sua Birra”, per la cura della pratica regionale e della mostra, che mi auguro sia apprezzata come già altre iniziative di rilievo culturale messe in atto dalla Società 5 Stelle”. Il Presidente della Società 5 Stelle, Leo Ruocco

“BIRRA. Costume d’Italia negli scatti della Fiera Campionaria di Milano”. Antica Birreria Wuhrer, Viale della Bornata 46, Brescia, Sala Michelangelo. Ingresso libero

No War! Mostra fotografica di Letterio Pomara a Palermo

053rd. Convento de San Rafael delle Monache Dominicane

È un reportage strettamente analogico di cinquantuno immagini in bianco-nero e in grande formato.

Si parla di Spagna e più precisamente della battaglia di Belchite – cittadina ad una cinquantina di chilometri da Saragozza (capoluogo dell’Aragona) che nel 1937 fu teatro di una cruenta battaglia, ancor oggi ricordata per la sua ferocia, tra i nazionalisti di Franco e i repubblicani. La cittadina fu rasa al suolo, abbandonata dai pochi superstiti sopravvissuti alla carneficina e le sue rovine furono lasciate lì, dove giacciono ancor oggi, per volere di Franco. Un vero e proprio museo degli orrori, a cielo aperto.

È un reportage libero e obiettivo che Pomara ha voluto privo di committenza per non dar luogo a eventuali strumentalizzazioni. Un reportage di forte impatto emotivo, forse a tratti duro, ma di sicuro equilibrato e fuori da canoni e inquadrature obbligate. Senza nulla togliere e nulla aggiungere. Nato e realizzato così com’è e privo di mirata manipolazione. Un reportage di una fotografia classica e perché no, storica.

La mostra è promossa dal Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, con il Patrocinio dell’Instituto Cervantes e in collaborazione con Emergency Gruppo di Palermo, Centro Culturale Biotos e Azienda Vitivinicola Dei Principi Di Spadafora.

Palermo, Palazzo Ziino, Via Dante 53, dal lunedì al sabato dalle 9,30 alle 18,30, fino al 26 giugno. Ingresso libero.

LETTERIO POMARA

Fotoreporter professionista freelance. Reportage fotogiornalistici a sfondo sociale, antropologico e ambientale, i temi della sua fotografia. Ha anche ritratto grandi personaggi della cultura, della scienza, della politica, dello sport, dello spettacolo e della moda, tracciandone fotograficamente i loro aspetti meno pubblici.

Da sempre alterna al lavoro professionale un percorso artistico personale e di ricerca. Anche se per motivi editoriali fotografa a colori, è votato alla convenzionale fotografia in bianco/nero e alla soddisfazione delle sue esigenze estetiche. Per questo quasi sempre, le sue mostre sono in bianco/nero.

Artista poliedrico, Pomara, ha al suo attivo innumerevoli mostre e pubblicazioni. Sue monografie aziendali sono state utilizzate per importanti campagne pubblicitarie nazionali ed estere, nonché per prestigiosi cataloghi. Ha scritto e pubblicato nel 2006, con le Edizioni San Paolo-Paoline, il libro di narrativa “Santiago. La fuerza del Camino”, ancor oggi distribuito nelle librerie nazionali.

Più volte hanno scritto di lui e/o recensito le sue mostre quotidiani nazionali sia italiani che esteri. Sue foto e servizi sono pubblicati da: Il Venerdì di RepubblicaSette/Corriere della Sera – L’Espresso – Le Monde Magazine -FrankfurterAllgemeine-ElPaís- El Levante – El Periodico -The SundayTimes-Art &Graphic Journal-ArtdasKunstmagazin -GeografickýMagazínKoktejl – Globus -Harper’sBazaar- DailyTelegraph- Vogue España -Time/Life -The NewYorkTime Magazine.

Per tutti i Paesi, Italia esclusa, le sue fotografie sono distribuite in esclusiva dall’Agenzia fotogiornalistica SIPAPRESS di Parigi.