“Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento”

Verso Monet. Storia del paesaggio dal Seicento al Novecento”, la grande esposizione in Gran Guardia a Verona e poi in Basilica Palladiana a Vicenza, avrà la sua prima sede nel palazzo della Gran Guardia a Verona dal 26 ottobre 2013 al 9 febbraio 2014, e poi sarà accolta a Vicenza dal 22 febbraio al 4 maggio 2014. È dedicata alla storia del paesaggio in Europa e in America dal Seicento al primo Novecento.

Il progetto a suo tempo comunicato ha avuto un eccezionale, ulteriore arricchimento. Ai capolavori già previsti se ne sono aggiunti altri, di assoluto rilievo. In mostra si potranno così ammirare ben 94 dipinti e 10 preziosi disegni provenienti come sempre da alcuni tra i maggiori musei del mondo, e da alcune collezioni private. A completare i prestiti, una camera oscura del secondo Settecento, che sarà posta al centro della sala dedicata alla veduta veneziana del XVIII secolo.

L’esposizione si sviluppa in cinque sezioni (Il Seicento. Il vero e il falso della natura; Il Settecento. L’età della veduta; Romanticismi e Realismi; L’impressionismo e il paesaggio; Monet e la nuova idea di natura), che descriveranno i momenti fondamentali legati alla narrazione della natura come fatto autonomo e indipendente rispetto all’inserimento delle figure. Insomma, quella sorta di emancipazione dell’immagine quando il paesaggio non è più visto come semplice fondale scenografico, ma campeggia quale divinità assoluta e dominante.
È al 1865, momento centrale dell’esperienza di Monet a Fontainebleau, che data “Il sentiero di Chailly nella foresta di Fontainebleau”, dal museo Ordrupgaard di Copenaghen, capolavoro assoluto del maestro e uno dei nuovi prestiti. Come questa opera perfettamente evidenzia, Monet trapassa dal senso pur nobile della realtà, che a Corot prima di lui giungeva da una tradizione secolare evidenziata in questa mostra, e si spinge con le ninfee finali, ma già con le serie dell’ultimo decennio dell’Ottocento, verso il campo aperto di un paesaggio che non dimenticando appunto la realtà si appoggia quasi totalmente ormai sull’esperienza interiore. Aprendo così ad alcune delle manifestazioni più belle e nuove della natura dipinta nel corso del Novecento. Monet dunque quale paradigma del nuovo paesaggio, il punto di attraversamento tra un prima e un poi. Per questo motivo, la sua presenza coprirà una parte ampia dell’intera esposizione, con venticinque dipinti. Una vera e propria mostra nella mostra.

La mostra, con un’altra innovazione dell’ultima ora, grazie alla disponibilità della Pinacoteca nazionale di Bologna, trascorrerà dalle esperienze introduttive di Annibale Carracci e Domenichino, tra fine XVI e inizio XVII secolo, con due quadri importanti prestati dall’istituzione bolognese, fino a quelle, dai primi due derivate e fondamentali, di Lorrain, Poussin e Salvator Rosa (altro nuovo inserimento, con due grandi tele che per la prima volta giungono in Italia dal Ringling Museum of Art di Sarasota, in Florida) nel XVII secolo. Per documentare il passaggio dal falso al vero della natura, per andare poi nell’Olanda sempre seicentesca di Van Ruisdael, Seghers, Van Goyen, Cuyp e Hobbema tra gli altri, quando la verità del vedere fonda il paesaggio moderno. E una decina di disegni, ulteriore, recentissima addizione, da Lorrain a Rembrandt, da Koninck a Van Ruisdael, segneranno l’importanza di questa tecnica nell’esplorazione diretta della natura. Grazie alla generosità immediata di due tra i musei che posseggono alcune tra le migliori collezioni di disegni al mondo, il Boijmans Museum di Rotterdam e lo Szépmuveszéti Museum di Budapest. Il primo porterà i suoi fogli a Verona e il secondo li porterà a Vicenza, per preservare il tempo massimo di esposizione di carte così preziose e delicate, che saranno inserite in una grande vetrina opportunamente climatizzata e illuminata.
Vi sarà poi l’incontro con alcuni artisti che sono stati pietre miliari per la nuova immagine del paesaggio. Come diranno bene talune vicende successive, nel Settecento e ancora nell’Ottocento. Per il Settecento si è scelta, altra novità dell’ultima ora, grazie alla pronta generosità di Banca Intesa che lo custodisce in collezione, prima la sosta su Van Wittel nei suoi anni romani con una meravigliosa veduta di piazza del Popolo del 1719, per la nascita del concetto appunto di veduta, e poi un suggestivo, e importante, affondo veneziano tra Canaletto, Bellotto e Guardi. A sintetizzare invece la meravigliosa età della veduta veneziana, con una quindicina di opere, alcune provenienti da musei americani e per questo esposte raramente o mai in Italia. Per entrare poi nel XIX secolo, con le figure imprescindibili di Turner, Constable e Friedrich, coloro che ridisegnano l’idea della natura entro il nuovo spirito romantico. I vari realismi porteranno quindi la mostra tra la Francia di Barbizon, la Scandinavia, l’Est Europa e l’America della Hudson River School. Fino a che giunge appunto Monet a rovesciare, utilizzando dapprima gli elementi proprio del realismo, il concetto di paesaggio dipinto. E lasciandosi affiancare dai compagni impressionisti e post impressionisti, da Renoir a Sisley, da Pissarro a Caillebotte, da Degas a Manet. Per giungere alle esperienze fondamentali di Van Gogh, Gauguin e Cézanne. Anche di Van Gogh e Cézanne due nuovi capolavori in mostra, con prestiti confermati negli ultimi giorni dallo Stedelijk Museum di Amsterdam: il magnifico “Orti a Montmartre” di Van Gogh, il più grande quadro da lui mai dipinto, e una versione delle Sainte-Victoire di Cézanne. Tutti presenti, questi e altri autori, con nuclei di opere selezionate, a cominciare dalle sette di Vincent van Gogh, grazie alla usuale, preziosa collaborazione del Van Gogh Museum di Amsterdam e del Kröller-Müller Museum di Otterlo. Per dire solo di due dei musei prestatori, oltre a quelli già citati, e che poi vanno dalla National Gallery di Washington al Museum of Fine Arts di Boston, dal Philadelphia Museum of Art al National Museum of Wales di Cardiff, dal Wadsworth Atheneum di Hartford, alla Hamburger Kunsthalle di Amburgo, solo per dire di alcuni tra i tanti.

Articolo di S. E.

A Verona il Grande Teatro

Autori di grande rilievo, attori e registi di alto livello, capolavori di sicuro richiamo del Novecento e opere drammaturgiche dei giorni nostri: la stagione 2013/14 del Grande Teatro – pluridecennale rassegna di prosa organizzata dal Comune di Verona in collaborazione col Teatro Stabile di Verona, con Unicredit come main partner e con il contributo della Provincia di Verona – si preannuncia particolarmente interessante. Anche quest’anno sono otto gli spettacoli in scena al Teatro Nuovo con sei recite ciascuno, dal martedì al sabato alle 20.45 e la domenica alle 16, per un totale di quarantotto rappresentazioni. Il Grande Teatro 2013-14 inizierà martedì 5 novembre e si concluderà domenica 26 marzo.

La formula è quella consolidata negli anni e anche questa edizione – la ventottesima – si arricchisce di nuovi elementi fermo restando il criterio che sta alla base della rassegna: proporre al pubblico un ventaglio, ampio e di qualità, della drammaturgia classica quanto del teatro del secolo scorso e del nuovo millennio. Il tutto con messinscene che si avvalgono degli attori più amati e stimati da pubblico e critica a livello nazionale e dei migliori registi italiani.

Il cartellone 2013/14 abbina capolavori dell’Ottocento e del Novecento (come Hedda Gabler di Henrik Ibsen, Le voci di dentro di Eduardo De Filippo ed Erano tutti miei figli di Arthur Miller che appartengono a un filone drammatico) a commedie comiche e brillanti come I ragazzi irresistibili di Neil Simon e Servo per due che il cinquantasettenne drammaturgo inglese Richard Bean ha rielaborato dal Servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Restando in ambito contemporaneo due testi in programma si preannunciano di sicuro e forte impatto per le tematiche che trattano: Prima del silenzio del regista e drammaturgo Giuseppe Patroni Griffi (scomparso nel 2005) che nel fare un raffronto tra generazioni traccia il bilancio che un uomo maturo fa della sua vita, e La torre d’avorio del settantanovenne sudafricano Ronald Harwood, testo che affronta il tema della libertà di un artista durante il nazismo. E infine la poetica Ballata di uomini e cani, tributo di Marco Paolini allo scrittore Jack London e al “senso del limite” che la montagna ci impone.

Di particolare rilievo i protagonisti di questa edizione che vede il debutto di due attori di grande talento come Luca Zingaretti (a Verona per L’altro teatro e per l’Estate Teatrale Veronese, mai per il Grande Teatro) e Pierfrancesco Favino. La stagione 2013-14 segna invece il ritorno di artisti molto amati dal pubblico: Marco Paolini, Toni Servillo (attore-regista che, sia a teatro che al cinema, è ormai apprezzato a livello internazionale), Leo Gullotta (che due anni fa riscosse grande successo per la sua memorabile interpretazione del Piacere dell’onestà di Pirandello), Eros Pagni di cui ricordiamo il toccante Aspettando Godot del 2011 in coppia con Ugo Pagliai e Tullio Solenghi che fu Ruzante nella scorsa edizione. Completano il quadro artisti di consolidata esperienza teatrale come Massimo de Francovich, Manuela Mandracchia, Mariano Rigillo, Luciano Roman e Anna Teresa Rossini.

A inaugurare il Grande Teatro il 5 novembre (con repliche fino al 10) sarà Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, commedia che, rappresentata per la prima volta nel 1948, affronta il tema dell’ambiguità realtà-sogno. Protagonista e regista è Toni Servillo che torna a De Filippo di cui aveva già messo in scena, una decina di anni fa, con grande successo anche a livello internazionale, Sabato, domenica e lunedì. Al suo fianco, per la prima volta in teatro, il fratello Peppe Servillo, voce degli Avion Travel. Alberto Saporito (Toni Servillo) è convinto che i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, abbiano ucciso l’amico Aniello Amitrano di cui da giorno all’altro non si hanno più notizie. Li denuncia ma, quando cerca prove dell’omicidio, si accorge che in realtà non è successo nulla e che il delitto lui lo ha solo immaginato. Decide allora di ritrattare. Ma è troppo tardi perché la sua denuncia ha messo in moto un meccanismo che non si può più fermare. Lo spettacolo è una produzione di Teatri Uniti, Piccolo Teatro di Milano e Teatro di Roma.

L’attrice Manuela Mandracchia è la protagonista, affiancata da Luciano Roman, del secondo spettacolo, Hedda Gabler di Henrik Ibsen, in programma dal 26 novembre al 1° dicembre nell’allestimento del Rossetti Teatro Stabile di Trieste e della compagnia Enfi Teatro per la regia di Antonio Calenda. Considerata una delle opere maggiori del grande autore norvegese, Hedda Gabler descrive le ossessioni e le nevrosi di una donna che non riesce a vivere serenamente la propria femminilità e a realizzare le proprie aspirazioni.

Dopo la morte del padre, il generale Gabler che le aveva permesso di vivere nell’agio, Hedda si trova costretta a sposare Tesman, mediocre intellettuale piccolo borghese. Neppure la scoperta d’essere incinta la scuote dalla noia e dall’insoddisfazione. La situazione precipita quando riappare l’antico amore di Hedda, l’intellettuale geniale e dissoluto LØvborg, amato dalla giovane Thea. Una sera, LØvborg, ubriaco, smarrisce un suo importante manoscritto. L’evento darà a Hedda la possibilità di mettere in atto una strategia dagli esiti letali.

Dal 10 al 15 dicembre Leo Gullotta interpreta Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi, autore e regista napoletano celebre soprattutto per la commedia (e successivo film) Metti, una sera a cena. Scritto nel 1979 per l’attore Romolo Valli, Prima del silenzio traccia il bilancio esistenziale di un intellettuale che ha alle spalle un’onorata carriera di poeta e di traduttore di Eliott. In scena, insieme a lui, un giovane che non ha varcato la soglia dei vent’anni. Non hanno niente in comune, fisicamente sono come devono essere un adolescente e un uomo maturo. Eppure qualcosa li unisce. Al punto che al suo giovane interlocutore l’uomo maturo affiderà le sue memorie dalle quali emergono le figure – la moglie, il figlio, un cameriere – che nella sua vita hanno lasciato un segno. Produce lo spettacolo il Teatro Eliseo, la regia è di Fabio Grossi.

Il 2014 si apre all’insegna di Ronald Harwood drammaturgo (famoso soprattutto per Servo di scena) e sceneggiatore che nel 2003 ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Il pianista di Roman Polanski. Di Harwood dal 14 al 19 gennaio va in scena La torre d’avorio con Luca Zingaretti, il popolarissimo commissario Montalbano televisivo, nella duplice veste di protagonista e regista affiancato da un altro interprete di spessore qual è Massimo de Francovich. La torre d’avorio è ambientata a Berlino nel 1946, al termine della Seconda Guerra Mondiale quando iniziano i processi a rappresentanti e sostenitori del regime nazista. Un ufficiale dell’esercito americano, il maggiore Steve Arnold (Zingaretti), deve indagare su un famoso direttore d’orchestra, Wilhelm Furtwängler. Questi, pur non avendo mai sostenuto il nazismo, ha però continuato la sua attività in patria, convinto che arte e cultura debbano essere mantenute vive per contrastare le atrocità della politica. Ma fino a che punto – è l’interrogativo dello spettacolo prodotto da Zocotoco – l’arte può considerarsi libera dai condizionamenti del potere?

Tutt’altro registro dal 4 al 9 febbraio con il Teatro Stabile di Genova che propone I ragazzi irresistibili di Neil Simon. Tullio Solenghi ed Eros Pagni, diretti da Marco Sciaccaluga, vestono i panni di due anziani attori comici di vaudeville che, dopo aver passato assieme quarant’anni sul palcoscenico, si sono separati e ritirati dal mondo dello spettacolo. La coppia artistica, per iniziativa del nipote di uno dei due, potrebbe però ricomporsi e rispolverare il vecchio repertorio. Prima che il progetto vada in porto ci sono ovviamente mille ostacoli da superare. La vicenda, particolarmente comica, ha avuto anche due celebri versioni cinematografiche: la prima è I ragazzi irresistibili (The Sunshine Boys, 1975) di Herbert Ross con Walter Matthau e George Burns, film che si aggiudicò un premio Oscar e ben quattro Golden Globe. La seconda (con lo stesso titolo) è un film tv del 1995 con la regia di John Erman e con Peter Falk (il “tenente Colombo”) nel ruolo che era stato di Matthau e Woody Allen in quello della “spalla” interpretato da Burns nel 1975.

La rivisitazione di una celeberrimo capolavoro di Carlo Goldoni sta alla base della commedia Servo per due che Richard Bean ha tratto dal Servitore di due padroni. Protagonista di Servo per due (una produzione Gli Ipocriti – Associazione R.E.P.) in programma dall’11 al 16 febbraio, è uno degli attori italiani più apprezzati del momento, Pierfrancesco Favino che cura anche la regia assieme a Paolo Sassanelli. Accanto a lui gli attori del Gruppo Danny Rose. La vicenda, ambientata a Rimini negli anni Trenta, ruota attorno al personaggio di Pippo, moderno Arlecchino, rimasto senza lavoro e quindi senza soldi. Dopo vari tentativi falliti, ormai disperato, accetta di lavorare per due diversi padroni in modo da poter avere un doppio stipendio. Ma le cose non sono così semplici soprattutto perché Pippo s’imbatte in due malfattori.

Dal 4 al 9 marzo un graditissimo ritorno al Grande Teatro: quello di Marco Paolini con Ballata di uomini e cani di cui lui stesso è autore e regista. Prodotto da Jole Film, lo spettacolo è un dichiarato omaggio a Jack London, scrittore che Paolini ha sempre amato e che ha influenzato fortemente il suo immaginario di ragazzo. London, noto soprattutto per romanzi come Zanna bianca e Il richiamo della foresta, visto con occhi adulti mostra la sua variegata produzione letteraria che va ben oltre l’avventura e sconfina nella fantapolitica e nell’on the road. Un uomo, un cane e le terre del Nord del Canada e dell’Alaska sono i protagonisti di questo spettacolo che racconta il rapporto tra uomo e natura per parlare del “senso del limite” : concetto che in una cultura che ha fatto, e continua a fare, del “no limits” una sorta di slogan dà valore aggiunto ai capolavori di Jack London ambientati nel Grande Nord.
Chiude la stagione un capolavoro di Arthur Miller, Erano tutti miei figli, in scena dal 18 al 23 marzo nell’allestimento del Teatro Stabile di Catania e Doppiaeffe Production. Ne è protagonista Mariano Rigillo affiancato da Anna Teresa Rossini. La regia è di Giuseppe Dipasquale. Il dramma (che rese famoso Arthur Miller nel 1947) è incentrato sulla figura dell’imprenditore Joe Keller (Rigillo) che durante la Seconda Guerra Mondiale non esita a trarre profitto dalle vendita di pezzi di ricambio difettosi destinati ad aerei dell’Aeronautica militare statunitense. Il materiale difettato provocherà la morte di ventuno piloti e il tragico gesto di uno dei figli di Joe Keller. Erano tutti miei figli torna al Teatro Nuovo dove vi era stato rappresentato nel 2007 con protagonista Umberto Orsini.

Come nelle passate edizioni, nei giovedì di spettacolo i protagonisti del Grande Teatro incontreranno il pubblico nel foyer del Nuovo alle ore 17. Gli otto incontri saranno preceduti da altrettanti “inviti alla visione”, otto “aperitivi teatrali” a cura di Simone Azzoni.

Per informazioni: Comune di Verona tel. 045 8077201 e http://www.ilgrandeteatro.comune.verona.it

 Articoli di Enrico Pieruccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fausto Pirandello a novembre in mostra ad Agrigento

Dal 23 novembre al 25 febbraio, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento propongono una precisa monografica su “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939 – 1945)”. La mostra, curata da Fabrizio d’Amico e Paola Bonani è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.
A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi personali e artistici oggettivamente tra i più rilevanti dell’artista saranno una sessantina di opere. Una trentina di dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane e siciliane, e altrettante opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.
All’indomani della morte del padre (1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi.
E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.
Questa mostra riconferma come Fausto Pirandello sia stato uno dei maggiori pittori italiani del secolo. Tale viene finalmente riconosciuto ora anche in Europa, e in Francia in particolare, dove ha ricevuto un’ennesima consacrazione nella mostra ‘Les Réalismes’ di Pontus Hulten e Jean Clair.
Fausto Pirandello (1899-1975) emerge come autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione.
La sua figura è stata rivisitata da studi importanti che hanno tra l’altro condotto al recente catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gianferrari) e ad una mostra destinata ai suoi anni di prima maturità dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, si ordina questa mostra sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa di Pirandello in quegli anni; mostra intesa a promuoverne ulteriormente l’opera nella terra natale del padre Luigi – la Sicilia, ed Agrigento in particolare”.

Fausto Pirandello | Il tempo della guerra (1939-1945)
FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento
Piazza San Francesco 1
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20.
Chiusure: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio
Aperture: 8 dicembre e 6 gennaio
Ingresso gratuito
Articolo di  Carmela Grasso

 

Una mostra sul Liberty prossimamente a Forlì

La magnifica rivoluzione floreale

Per molti il Liberty è semplicemente un insieme di decorazioni in stile floreale che, all’inizio dello scorso secolo, hanno abbellito facciate di case e mobili, oggetti e, naturalmente, quadri e sculture. Che sia stato questo ma anche molto, molto di più, lo metterà in evidenza la grande esposizione che la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì sta programmando ai Musei San Domenico a partire dal primo febbraio del prossimo anno.

Mostre sul Liberty, e sul primissimo scorcio del Novecento, in Italia se ne sono viste molte. Ma oggettivamente nessuna del livello e dell’importanza, oltre che imponenza, di questa.

L’obiettivo di chi ci sta lavorando (il Comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci, la curatela della mostra è di Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca, Alessandra Tiddia, la direzione generale di Gianfranco Brunelli) è decisamente ambizioso: offrire per la prima volta al pubblico italiano ed internazionale non una mostra qualsiasi ma la “grande mostra” sul Liberty. Indagandolo in modo non solo ampio ma senza restrizione di schemi: dalla ricerca dei modelli lontani, nel Rinascimento e in Botticelli in primis, ma anche inserendo il Liberty nei grandi movimenti europei del momento ed in particolare la Secessione viennese.

A consentire una mostra di tale ampiezza e bellezza, oltre che alla capacità del committente e dei curatori, concorre l’ampiezza degli spazi del San Domenico. Qui si può agevolmente dipanare il racconto di ciò che il Liberty abbia significato in pittura e in scultura, nelle arti decorative, dalle vetrate ai ferri battuti, ai mobili, agli oggetti d’arredo, ai tessuti ed ai gioielli. Evidenziando certi temi e alcune soluzioni formali, sarà possibile tracciare una linea comune tra i dipinti di Previati, Nomellini, Baccarini, Kienerk, Grubicy de Dragon, Segantini, Pellizza da Volpedo, Longoni, Sartorio, De Carolis, Laurenti, Marussig, Zecchin, Chini, Casorati, Balla, Bucci, Boccioni, Dudreville, Innocenti, Bocchi, Viani e le sculture di Bistolfi, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Rubino, Andreotti, Wildt, Martini, le vetrate e i ferri battuti di Mazzucotelli e Bellotto, le ceramiche di Galileo Chini, i manifesti di Dudovich, Terzi, Hohenstein, sottolineando, attraverso un apposito apparato grafico, i rapporti con la letteratura, tra D’Annunzio, Pascoli e Gozzano. Ma anche con la musica di Puccini, Mascagni e Ponchielli. Sarà dunque possibile sottolineare i molti punti di incontro, come nella ricorrente metamorfosi tra la figura umana, il mondo animale e quello vegetale, tra Liberty e Simbolismo. I confronti europei non potranno prescindere da autori come Klimt, Adler, Moser, Tiffany, Klinger, Boecklin, Van Stuck, Morris. Tutti presenti in mostra con opere attentamente selezionate.

La mostra, com’è cifra consolidata delle esposizioni promosse dalla Fondazione forlivese, è “glocal”, nel senso che dà conto, estesamente, del Liberty in Italia e delle sue connessioni internazionali ma, al medesimo tempo, collega questo movimento al territorio. Così l’importanza che il Liberty ha avuto in terra forlivese e emiliano-romagnola è evidenziata in mostra ma da essa si proietta all’esterno, “sul campo”. La mostra è infatti il punto di partenza per un affascinante itinerario che non si limita a Forlì e Faenza, ma si estende all’intera regione.

Di particolare importanza la collaborazione con grandi musei nazionali, tra i quali la Galleria d’Arte Moderna di Genova, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Civica Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Wolfsoniana-Fondazione Regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova.

LIBERTY. Uno stile per l’Italia moderna

Forlì, Musei San Domenico, Piazza Guido da Montefeltro; 1 febbraio – 15 giugno 2014

Articolo di Studio Esseci