“Forever love” in Piazza Bra a Verona

È stata inaugurata, nello spazio tra piazza Bra e l’imbocco con via Mazzini, a Verona, l’installazione urbana “Forever Love”, una panchina stilizzata dedicata all’amore. La struttura è stata donata alla città di Verona dall’Atelier Studio Borella di Manzano, in provincia di Udine, che l’ha realizzata a proprie spese. Presenti al taglio del nastro il Sindaco Flavio Tosi, il vicesindaco Vito Giacino e gli assessori comunali all’Arredo urbano Luigi Pisa, al Traffico Enrico Corsi, allo Sport Marco Giorlo e al Decentramento Antonio Lella, e gli artefici ed ideatori dell’opera Stefano e Francesco Borrella. “Ringrazio i fratelli Borrella per il dono fatto alla città – ha detto il Sindaco – sono certo che la panchina dedicata a Giulietta e Romeo saprà attirare un gran numero di turisti. La scelta di collocarla in piazza Bra, di fronte all’Arena –ha aggiunto Tosi – va nella direzione di promuovere ulteriormente il turismo, unendo la storia d’amore shakespeariana con l’anfiteatro più famoso al mondo”.

“Un elemento di arredo urbano che unisce arte, creatività e design – ha spiegato Pisa – destinato a diventare uno dei luoghi più fotografati della città”. La panchina-scultura, a forma di cuore, è realizzata in acciaio corten trattato a cera; la parte in cui si può sedere è invece in legno di iroko trattato ad olio. Il grande cuore è formato dalle lettere G e R, le iniziali di Giulietta e Romeo. Lunga 4,20 metri a alta 2,5, la struttura è collocata all’imbocco di via Mazzini, in piazza Bra, sulla pavimentazione in marmo rosso di Verona tra la grande lastra di bronzo che raffigura la pianta della Verona Romana e la colonna votiva che sostiene l’antica edicola scolpita alla fine Trecento. Un divisorio a forma di cuore impedisce di sdraiarsi sulla panchina, come previsto dalle norme per il decoro urbano in vigore a Verona.

Fausto Pirandello a novembre in mostra ad Agrigento

Dal 23 novembre al 25 febbraio, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento propongono una precisa monografica su “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939 – 1945)”. La mostra, curata da Fabrizio d’Amico e Paola Bonani è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.
A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi personali e artistici oggettivamente tra i più rilevanti dell’artista saranno una sessantina di opere. Una trentina di dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane e siciliane, e altrettante opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.
All’indomani della morte del padre (1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi.
E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.
Questa mostra riconferma come Fausto Pirandello sia stato uno dei maggiori pittori italiani del secolo. Tale viene finalmente riconosciuto ora anche in Europa, e in Francia in particolare, dove ha ricevuto un’ennesima consacrazione nella mostra ‘Les Réalismes’ di Pontus Hulten e Jean Clair.
Fausto Pirandello (1899-1975) emerge come autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione.
La sua figura è stata rivisitata da studi importanti che hanno tra l’altro condotto al recente catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gianferrari) e ad una mostra destinata ai suoi anni di prima maturità dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, si ordina questa mostra sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa di Pirandello in quegli anni; mostra intesa a promuoverne ulteriormente l’opera nella terra natale del padre Luigi – la Sicilia, ed Agrigento in particolare”.

Fausto Pirandello | Il tempo della guerra (1939-1945)
FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento
Piazza San Francesco 1
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20.
Chiusure: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio
Aperture: 8 dicembre e 6 gennaio
Ingresso gratuito
Articolo di  Carmela Grasso

 

Rapporto di Amnesty International sul Kossovo

In un rapporto lanciato alla vigilia del dibattito al Consiglio di sicurezza, Amnesty International ha denunciato che la Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kossovo (Unmik) ha clamorosamente mancato di indagare sul rapimento e sull’uccisione di serbi kossovari nel periodo successivo al conflitto del 1998-99.
‘Il fallimento dell’Unmik nelle indagini su quello che ha costituito un diffuso e sistematico attacco contro la popolazione civile e che potrebbe configurarsi come crimine contro l’umanita’, ha favorito il clima di impunita’ che prevale in Kossovo’ – ha dichiarato Sian Jones, ricercatrice di Amnesty International sul Kossovo.
Non c’e’ prescrizione per i crimini contro l’umanita’. Questi devono essere indagati e le famiglie delle persone rapite e uccise devono essere risarcite. Le Nazioni Unite non possono continuare a venir meno alle loro responsabilita’.
Nel rapporto ‘Kossovo, l’eredita’ dell’Unmik: mancata giustizia e riparazione per i familiari delle persone rapite’, Amnesty International denuncia come l’Unmik non sia riuscita a indagare sulle denunce di rapimenti e uccisioni, nonostante uno degli incarichi affidatole dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fosse proprio la tutela dei diritti umani in Kossovo.
Il rapporto si basa sui risultati iniziali del Gruppo di lavoro sui diritti umani (Hrap) istituito dal’Unmik per ricevere le denunce di coloro che ritengono che i propri diritti siano stati violati dalla stessa Unmik. L’Hrap ha ricevuto circa 150 denunce da parenti di persone scomparse, principalmente serbi kossovari che si presume rapiti da membri dell’Esercito di liberazione del Kossovo (Uck). In ogni denuncia si sostiene che l’Unmik non abbia saputo indagare in modo adeguato.
L’Hrap ha rilevato che in diversi casi l’Unmik non e’ stata in grado di presentare alcuna prova che l’inchiesta fosse stata compiuta, mentre in altri la polizia dell’Unmik sembra aver interrotto le indagini non appena il corpo della vittima era stato consegnato ai parenti. In un caso, la polizia dell’Unmik era persino ignara che due corpi erano gia’ stati ritrovati e restituiti alla famiglia per la sepoltura.
Nonostante le conclusioni e le raccomandazioni dell’Hrap, non sembra che l’Unmik abbia preso ulteriori misure per fornire risarcimento e riparazione.
Anche se il rapporto si focalizza sui rapimenti di serbi del Kossovo, presumibilmente da parte dell’Uck, le ricerche di Amnesty International hanno evidenziato che anche nelle indagini sulle sparizioni forzate di persone di etnia albanese da parte delle forze serbe l’Unmik non ha conseguito risultati migliori.
A partire dal biennio 1999-2000, Amnesty International ha monitorato l’operato dell’Unmik in una serie di casi emblematici di sparizione forzata e rapimento. In cinque casi, che riguardano la sparizione forzata di 27 albanesi, nessun colpevole e’ stato ancora assicurato alla giustizia. In altri 10 casi, relativi al rapimento di 13 serbi e rom, un solo responsabile e’ stato assicurato alla giustizia, ma dalle autorita’ serbe.
Per quasi un decennio dopo il conflitto, la polizia dell’Unmik e i pubblici ministeri non hanno saputo avviare tempestivamente indagini efficaci, indipendenti, imparziali e accurate sulle numerose segnalazioni di sparizioni forzate e rapimenti. Di conseguenza, pochi dei sospettati per crimini di guerra e contro l’umanita’ sono stati assicurati alla giustizia nei tribunali internazionali o nazionali.
‘Gli anni sono passati e il destino della maggioranza dei dispersi su entrambi i fronti del conflitto e’ ancora irrisolto, con le loro famiglie ancora in attesa di giustizia. I casi considerati finora dall’Hrap rivelano come le vittime di violazioni dei diritti umani siano state lasciate nel limbo a causa della mancanza di volonta’ all’interno del sistema delle Nazioni Unite per garantire che ricevessero un risarcimento adeguato e altre forme di riparazione’ – ha commentato Jones.
Le responsabilita’ dell’Unmik in materia di ordine pubblico e giustizia sono cessate il 9 dicembre 2008, quando la Missione dell’Unione europea per lo stato di diritto in Kossovo (Eulex) ha assunto funzioni giudiziarie e di polizia. Questo passaggio di consegne ha incluso la responsabilita’ per l’accertamento e il perseguimento di reati gravi, compresi i crimini di diritto internazionale. L’Eulex ha cosi’ ereditato 1.187 crimini di guerra che l’Unmik aveva omesso di indagare.
‘Mentre ora spetta all’Eulex aprire le indagini su casi di rapimenti e omicidi compiuti nel dopoguerra, l’Unmik deve rendere disponibili fondi sufficienti per assicurare ai parenti degli scomparsi compensi adeguati ed effettivi per i danni morali e per il loro dolore e la sofferenza, in conformita’ con la legge e gli standard internazionali’ – ha sottolineato Jones.
‘Le eredita’ del conflitto in Kossovo devono essere risolte. E per risolverle bisogna scoprire la verita’ sul destino delle persone scomparse di tutte le comunita’ del Kossovo, portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ e fornire riparazione. Solo quando questo accadra’, le ferite del passato potranno rimarginarsi’ – ha concluso Jones.

Articolo di Amnesty International Italia

“Il Viaggio” sarà il tema della Settima edizione de “I colori del Sacro”

Illustratori di tutto il mondo, moltissimi da paesi “nuovi” finora non rappresentati, sono al lavoro per creare le meraviglie illustrate che saranno protagoniste della settimana edizione de I colori del Sacro, l’ormai popolare mostra di illustrazioni e illustratori che, a cadenza biennale, espongono a Padova, al Museo Diocesano, le loro tavole intorno a un soggetto di volta in volta definito.

Per l’edizione 2014 de I colori del Sacro (dal 18 gennaio al 2 giugno 2014) il tema è tra i più affascinanti: il Viaggio.

Viaggio inteso nel modo più ampio: in letteratura il Viaggio è l’avventura di Ulisse, è l’esilio di Dante, è la meraviglia di Alice, è il fascino d’Oriente negli occhi di Marco Polo, è l’epopea di Gilgamesh alla ricerca dell’immortalità, è il mito babilonese di Etana di Kish, è la lettura fantastica di Don Chisciotte, è l’avventura cavalleresca, è il diario dei Bildungsreisen dei poeti e degli scrittori romantici. È anche , per chi crede, lo scoprire la terra delle Scritture, è ricercare il fondamento della storia dell’islam, è il pellegrinaggio alla Terra Santa, è il cammino di Santiago, è la “salita” alla Città Santa, è la visita a Roma, sede del trono di Pietro, è il sibbab, il viaggio a Gerusalemme, dovere per tutti gli Ebrei, è il quinto dovere di ogni musulmano, è il pellegrinaggio a La Mecca, è la visita alla Ka’aba del fedele islamico, è il sentiero dell’illuminazione del Buddismo, è la strada verso Shiva sul monte Kailas, è il pellegrinaggio al fiume Gange, è l’andare ai Shakta pitha, i “troni della dea Sati”, è la marcia del monaco indiano, è il passo lento del viandante in Tibet. Per tutti è attesa e speranza, desiderio ed irrequietezza, ricerca e scoperta, è il coraggio della sfida e la paura dell’ignoto, è scoperta del nuovo e stupore del diverso, è mistero, è fantasia, è nostalgia e abbandono, è avventura e adattamento, crescita e divertimento, conquista e cambiamento, è passaggio, trapasso, è superamento di confini, è fuga, è un percorso interiore, un sogno, la meta finale, è un ciao, un addio, è partire, lasciare, è trovare, è un’andata, è un ritorno, è un’andata e un ritorno, è vedere con gli occhi e vedere col cuore, è voglia di imparare, è crescere, è…

Andrea Nante, direttore del Museo Diocesano e curatore della Rassegna, annuncia una mostra che per qualità di partecipanti sarà sicuramente la più alta nella storia più che decennale de I colori del Sacro. Il tema evidentemente è di quelli che affascinano e che stimolano alla creatività più libera.
“Abbiamo sollecitato illustrazioni che esplicitino il tema approfondendo sia quegli aspetti legati al desiderio di conoscenza e di scoperta che da sempre caratterizza gli spostamenti verso terre e popoli lontani, sia tutti i risvolti più di tipo psicologico, emotivo e spirituale che accompagnano le fasi del viaggio e che accomunano il sentire di chi parte, per qualsiasi meta, fosse anche un partire simbolico”, annota Andrea Nante.

Le opere potranno illustrare come, fin dall’inizio della storia, l’uomo si sia spostato, cercando terre fertili, nuovi orizzonti, abbia vagato, viaggiato, scoperto; anche le tre grandi religioni monoteiste hanno tutte radici nella storia di popolazioni nomadi e le divinità si sono spesso rivelate a popoli in cammino o a singoli pellegrini.

L’edizione 2014 della rassegna vuole quindi raccontare il viaggio come esperienza di vita tout court, ripercorrendo la storia, i testi sacri e i racconti pagani e mitologici, i riti e le tradizioni, nel tentativo di rivelare la dimensione emotiva e spirituale di ogni partenza e di ogni ritorno.

Pellegrini antichi e nuovi, conquistatori d’imperi, ricercatori di fortuna, fino ai marciatori delle metropoli e ai viaggiatori dello spazio, ansiosi di imprimere un’orma sul suolo di qualche deserto planetario, siamo tutti in viaggio, in cammino, verso orizzonti lontani o mete vicine. L’uomo sin dall’inizio dei tempi nasconde nel cuore un profondo anelito a uscire da sé, raggiungere un oltre, inseguire un sogno, un desiderio, viaggiare verso l’altro, il diverso.
C’è qualcosa che accomuna tutti coloro che scelgono di viaggiare e che fanno del viaggio non solo il loro sogno, ma anche la loro realtà? Cosa accade in una personalità quando lascia le proprie sicurezze per partire alla ricerca del nuovo? Quali emozioni accompagnano il viaggio? E soprattutto: che senso ha viaggiare?

Per millenni l’uomo ha solo camminato: per migrare, per cercare pascoli, per fuggire, per commerciare, per andare in pellegrinaggio. Ancora oggi le donne africane si alzano prima dell’alba per andare, a piedi, con taniche e otri sulla testa, ai pozzi dell’acqua. Ancor oggi disperati africani, asiatici, latino-americani lasciano le loro terre per raggiungere, anche a piedi, il ricco Occidente o per fuggire dalla guerra: un andare di miserabili, ricchi solo di sogni e speranze.

Viaggiare è un fatto privato, intimo, solitario, oppure un’esperienza corale, di gruppo.
Il viaggio agisce sulla psiche umana in modo diverso per ogni sua fase: preparazione, transito, arrivo e ricordo creano emozioni, pensieri e comportamenti diversi.

Si viaggia per imparare ad amare o per essere amati, per lenire un dolore o per dare sfogo alla rabbia, per fede o perché non si ha più nulla in cui credere. Si viaggia per aiutare il prossimo o per farsi aiutare, perché si è amici o per fare nuove amicizie. Si viaggia per incontrare qualcuno o per abbandonare qualcun’altro, per non saper attendere o perché abbiamo atteso troppo, per indagare nel profondo della nostra anima o per fuggire da se stessi….

Articolo de il Museo Diocesano di Padova

Una mostra sul Liberty prossimamente a Forlì

La magnifica rivoluzione floreale

Per molti il Liberty è semplicemente un insieme di decorazioni in stile floreale che, all’inizio dello scorso secolo, hanno abbellito facciate di case e mobili, oggetti e, naturalmente, quadri e sculture. Che sia stato questo ma anche molto, molto di più, lo metterà in evidenza la grande esposizione che la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì sta programmando ai Musei San Domenico a partire dal primo febbraio del prossimo anno.

Mostre sul Liberty, e sul primissimo scorcio del Novecento, in Italia se ne sono viste molte. Ma oggettivamente nessuna del livello e dell’importanza, oltre che imponenza, di questa.

L’obiettivo di chi ci sta lavorando (il Comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci, la curatela della mostra è di Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca, Alessandra Tiddia, la direzione generale di Gianfranco Brunelli) è decisamente ambizioso: offrire per la prima volta al pubblico italiano ed internazionale non una mostra qualsiasi ma la “grande mostra” sul Liberty. Indagandolo in modo non solo ampio ma senza restrizione di schemi: dalla ricerca dei modelli lontani, nel Rinascimento e in Botticelli in primis, ma anche inserendo il Liberty nei grandi movimenti europei del momento ed in particolare la Secessione viennese.

A consentire una mostra di tale ampiezza e bellezza, oltre che alla capacità del committente e dei curatori, concorre l’ampiezza degli spazi del San Domenico. Qui si può agevolmente dipanare il racconto di ciò che il Liberty abbia significato in pittura e in scultura, nelle arti decorative, dalle vetrate ai ferri battuti, ai mobili, agli oggetti d’arredo, ai tessuti ed ai gioielli. Evidenziando certi temi e alcune soluzioni formali, sarà possibile tracciare una linea comune tra i dipinti di Previati, Nomellini, Baccarini, Kienerk, Grubicy de Dragon, Segantini, Pellizza da Volpedo, Longoni, Sartorio, De Carolis, Laurenti, Marussig, Zecchin, Chini, Casorati, Balla, Bucci, Boccioni, Dudreville, Innocenti, Bocchi, Viani e le sculture di Bistolfi, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Rubino, Andreotti, Wildt, Martini, le vetrate e i ferri battuti di Mazzucotelli e Bellotto, le ceramiche di Galileo Chini, i manifesti di Dudovich, Terzi, Hohenstein, sottolineando, attraverso un apposito apparato grafico, i rapporti con la letteratura, tra D’Annunzio, Pascoli e Gozzano. Ma anche con la musica di Puccini, Mascagni e Ponchielli. Sarà dunque possibile sottolineare i molti punti di incontro, come nella ricorrente metamorfosi tra la figura umana, il mondo animale e quello vegetale, tra Liberty e Simbolismo. I confronti europei non potranno prescindere da autori come Klimt, Adler, Moser, Tiffany, Klinger, Boecklin, Van Stuck, Morris. Tutti presenti in mostra con opere attentamente selezionate.

La mostra, com’è cifra consolidata delle esposizioni promosse dalla Fondazione forlivese, è “glocal”, nel senso che dà conto, estesamente, del Liberty in Italia e delle sue connessioni internazionali ma, al medesimo tempo, collega questo movimento al territorio. Così l’importanza che il Liberty ha avuto in terra forlivese e emiliano-romagnola è evidenziata in mostra ma da essa si proietta all’esterno, “sul campo”. La mostra è infatti il punto di partenza per un affascinante itinerario che non si limita a Forlì e Faenza, ma si estende all’intera regione.

Di particolare importanza la collaborazione con grandi musei nazionali, tra i quali la Galleria d’Arte Moderna di Genova, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Civica Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Wolfsoniana-Fondazione Regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova.

LIBERTY. Uno stile per l’Italia moderna

Forlì, Musei San Domenico, Piazza Guido da Montefeltro; 1 febbraio – 15 giugno 2014

Articolo di Studio Esseci

Diafane passioni. Avori barocchi al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti

Dalla metà del Cinquecento, per circa due secoli, la scultura in avorio fu apprezzata e ricercata dalle corti europee come una delle massime e più sofisticate forme di espressione artistica.

I più importanti scultori del periodo barocco, sia in Italia che nei paesi transalpini e addirittura nelle colonie portoghesi e spagnole, si cimentarono in questa tecnica raffinatissima e difficile, che univa alla perizia dell’artefice la preziosità della materia prima.

In tutta Europa, imperatori e granduchi, papi e principi, altissimi prelati e ricchi banchieri si contendevano l’opera degli scultori in avorio, e spesso formavano collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari figurativi veri e propri ai tour de force torniti. Questi ultimi univano al piacere del capriccio visivo il rigore scientifico del calcolo matematico.

L’Italia giocava un ruolo chiave per la più grande fioritura della scultura in avorio tra il Cinque e il Settecento: la seconda dopo quella gotica, che aveva avuto il suo centro a Parigi. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa attraverso le grandi città portuali, Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della preziosa ed esotica materia, ricercata particolarmente per la sua qualità mimetica di raffigurare l’incarnato umano. L’ammirazione per l’avorio nell’Italia del Sei e Settecento favorì inoltre il collezionismo di avori africani e indiani, oltre a quelli tardoantichi e medievali. Proprio a Firenze fra il  XVII e XVIII secolo si formarono le prime collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.

Con Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) a Firenze, ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di avori in Europa, che continuò ad arricchirsi fino al tramonto della dinastia, raggiungendo numerose centinaia di esemplari. Per quantità, per qualità ed importanza dal punto di vista storico artistico, la raccolta medicea raggiunse livelli pari solo a quelli della corte imperiale di Vienna e di quella principescahe di Dresda e di Monaco.

Coppe e rilievi, composizioni mitologiche e scene di genere, santi e ritratti di principesse, scarabattole e torri tornite: ogni aspetto dell’arte figurativa e astratta è riflesso nell’arte eburnea raccolta a Firenze.

La maggior parte degli avori dei Medici si trovano ora nel Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, e costituiscono una delle grandi attrazioni nelle sale del pianterreno, dove il visitatore entra in un mondo magico di forme diafane, dalla grazia fiabesca.

Gli avori barocchi, nella loro importanza artistica internazionale, non sono mai stati oggetto né in Italia né all’estero di una grande esposizione, e questa rappresenta la prima occasione per rimediare a questa lacuna. Occasione che non è un caso venga colta a Firenze, al Museo degli Argenti, dove si trova la più estesa e formidabile raccolta storica di avori, composta da opere dei maggiori scultori in questa tecnica. Nella mostra “al nucleo fiorentino si aggiungono temporaneamente figure, vasi e oggetti oggi conservati nelle principali raccolte europee e americane, evocativi dell’abilità suprema che fu raggiunta specialmente in area germanica e mitteleuropea nell’età barocca, mettendo all’opera non solo gli artisti di corte – come il ‘nostro’ abilissimo Sengher – ma addirittura sovrani sperimentali e di talento, come lo Zar Pietro il Grande” (Cristina Acidini).

Una mostra di quasi centocinquanta pezzi, che unisce i tesori fiorentini a pregevoli esemplari provenienti dai più importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private, dà vita a un nuovo e spettacolare capitolo della storia dell’arte: un capitolo mai studiato prima, soprattutto nel suo aspetto “internazionale”, così peculiare del collezionismo mediceo.

La mostra si articola in varie sezioni che percorrono l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel a Balthasar Permoser.

La prima sezione è dedicata al momento della riscoperta dell’avorio come materia prima, e al collezionismo di avori in Italia – da due ‘olifanti’ congolesi (presenti nelle collezioni medicee dal Ciqnuecento) alle opere medievali, tra cui il Dittico appartenuto alla collezione di Lorenzo il Magnifico, che di recente è stato identificato all’Ermitage di San Pietroburgo e ritorna per la prima volta a Firenze, dopo più di cinquecento anni.

In questa sezione vengono presentati anche alcuni capolavori dei primi centri di produzione della scultura in avorio del Cinquecento:  Venezia con opere di Francesco Terrilli e Roma dove i fiamminghi Niccolò Pippi e Jacob Cornelisz Cobaert furono attivi allo fine del secolo.

La sezione Geometria virtuosa. Gli avori torniti raccoglie particolari e spettacolari esempi della competizione tra i più importanti tornitori tedeschi nel creare in avorio le figure più complicate, piccoli miracoli di virtuosismo tecnico che univano simbologia a numerologia, geometria e filosofia. “Poliedri e sfere, scatole cinesi, variazioni sui cinque solidi della geometria greca sormontati da una guglia sottilissima e spiraliforme” (Marco Riccomini).

L’inventore di questo tipo di oggetto da gabinetto delle curiosità – e allo stesso tempo all’altezza della ricerca matematica e ingegneristica dell’epoca – fu, alla fine del Cinquecento, proprio l’ italiano Giovanni Ambrogio Maggiore al servizio delle corti tedesche. Ben 18 i pezzi di questo genere esposti, appartenenti al Museo degli Argenti e pervenuti grazie al principe Mattias de’ Medici come parte del bottino catturato durante la Guerra dei Trent’anni: tra le altre, opere di Marcus Heiden e del suo allievo Johan Eisenberg, i migliori tornitori di avorio dell’età barocca.

La terza sezione, Artisti ultramontani in Italia. I protagonisti dell’avorio barocco espone tra gli altri capolavori di Leonard Kern e  Georg Petel i due grandi scultori attivi nella prima metà del Seicento nel sud della Germania. Le loro opere mostrano sensibili affinità con la cultura figurativa barocca italiana e testimoniano dei viaggi dei due artisti a Roma, Napoli, Genova e in Toscana, rivelando in particolare un debito con il linguaggio figurativo di Peter Paul Rubens.

Si riuniscono inoltre per la prima volta opere di Justus Glesker – che nel Seicento era celebrato come uno dei migliori scultori del secolo – provenienti da musei nazionali e dall’Estero (Victoria and Albert Museum, Londra; Galleria Estense, Modena; Ermitage, San Pietroburgo; Bayerisches Nationalmuseum, Monaco di Baviera). Questa sezione esplora inoltre Genova come centro della scultura in avorio: il caposcuola Domenico Bissoni introdusse un’espressività estrema e un naturalismo inaudito nella raffigurazione della sofferenza e della morte, che incontrava particolarmente il gusto del territorio spagnolo, dove venivano spedite gran parte delle opere della scuola genovese. Anche il fiammingo François van Bossuit, forse il primo artista a cui sia stato dedicato un catalogo ragionato illustrato, è presente in mostra con opere di soggetto sacro e profano.

La quarta sezione, La fioritura dell’avorio tardobarocco al di là delle Alpi, unisce, tra l’altro, opere di Christoph Daniel Schenck (che formò il suo stile energico su modello di Francesco Mochi), e che tra l’altro offre l’opportunità di paragonare opere in diversi materiali, avorio e legno, di formato piccolo e grande. L’austriaco Balthasar Griessmann, attivo a Salzburg, e Ignaz Elhafen, attivo prima per la corte imperiale di Vienna e poi per il conte palatino Johann Wilhelm e sua moglie Anna Maria Luisa de’ Medici, svilupparono metodi innovativi e personali per utilizzare le incisioni – soprattutto italiane – come modelli per le opere.

Testimonianza in mostra ce ne darà il confronto diretto tra la grande incisione di Pietro Aquila del Ratto delle Sabine di Petro da Cortona e le varie versioni eburnee in rilievo oltre che lo spettacolare boccale di Elhafen proveniente dalla collezione del margravio di Baden, che dopo la sua vendita nel Canada ora per la prima volta è tornato in Europa.

La quinta e ultima sezione, L’apice del tardobarocco in Italia, ha come nucleo principale l’opera del grande Balthasar Permoser attivo a Roma dal 1675 e a Firenze al più tardi dal 1682. Anche per il Permoser l’esperienza italiana fu di fondamentale importanza: infatti fu colui che condusse lo stile enfatico di gusto tardobarocco, formato sulle opere di Bernini e Foggini, al di là delle Alpi, dove alla corte di Augusto il Forte re della Sassonia e della Polonia, diresse il cantiere più grande e influente che l’Europa settentrionale  e centrale avesse mai visto.

Claude Beissonat, invece, di stanza a Napoli, inviò la maggior parte delle sue opere a committenti spagnoli. La sezione conclude con il personaggio di Johannes Sporer, scultore tedesco, che durante il suo viaggio di studio si innamorò di una bella romana e pertanto si stabilì nella Città Eterna dove scolpì copie dall’antico e figure di soggetti mitologici e anticheggianti sia in bosso che in avorio, varcando la soglia del primo neoclassicismo.

La mostra, presso il Museo degli Argenti di Plazzo Pitti a Firenze fino al prossimo 3 novembre, ideata e curata da Eike D. Schmidt e diretta da Maria Sframeli, come il catalogo edito da Sillabe, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico  e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Articolo de La Redazione

 

 

 

BOOKHOUSE. La forma del libro al MARCA

All’ingresso, una Torre di Babele con 8 mila volumi e sulla facciata una cascata di letteratura che scende dalla finestra. Poco più in là una libreria esplosa e una camera da letto formata con copertine e segnalibri. Sono solo alcune delle sorprendenti e imprevedibili installazioni che caratterizzano Bookhouse. La Forma del Libro, la grande mostra del MARCA di Catanzaro che prosegue con grande successo sino al 5 ottobre prossimo. Considerata uno degli eventi clou dell’estate, la rassegna propone una visione del libro totalmente inedita attraverso l’interpretazione di 50 artisti. Il libro, nell’ambito dell’arte contemporanea, non è mai stato così attuale e la mostra del MARCA rappresenta il più esaustivo omaggio a questo magico strumento che da oltre mezzo secolo mantiene fondamentalmente inalterata la sua fisionomia.
Il libro, del resto, così come gli archivi e le biblioteche, sono al centro del dibattito artistico contemporaneo: l’edizione 2012 di Documenta ha dedicato una parte considerevole delle opere a questo soggetto e la Biennale veneziana di quest’anno s’intitola Palazzo Enciclopedico.
Bookhouse. La Forma del Libro è organizzata dalla Provincia di Catanzaro con il contributo della Regione Calabria e rientra nel progetto POR Calabria FESR 2007/2013. Ideata e curata dal direttore artistico del MARCA Alberto Fiz, comprende 50 protagonisti tra i più significativi della scena artistica nazionale e internazionale che si confrontano sulla forma taumaturgica del libro, un oggetto così perfetto che Umberto Eco l’ha paragonato alla ruota.
“Il significato del libro risiede nella sua forma pensante”, afferma Alberto Fiz. “Se fosse semplicemente un contenitore di testi o di immagini, sarebbe già stato spazzato via. Mantiene, invece, il proprio ruolo primario in quanto è un oggetto sensibile, in grado di creare un rapporto simbiotico con il lettore e, nello stesso tempo, ha la capacità di organizzare il pensiero. Un messaggio, quello proposto dal libro, partecipativo e polisemico che fissa il provvisorio in permanente e dove l’unità fisica presuppone l’unità di senso.”
Anche Wanda Ferro, Commissario Straordinario della Provincia di Catanzaro, sottolinea il grado sperimentale e innovativo della mostra proposta al MARCA: “Bookhouse. La Forma del Libro è un progetto che affronta una problematica centrale della nostra società e lo fa attraverso la voce autorevole di un eccezionale gruppo di artisti in un contesto che coinvolge i più importanti linguaggi contemporanei, dalla pop art all’arte povera passando attraverso la transavanguardia, le videoinstallazioni e le tecnologie più innovative. Le loro opere, prive di qualsiasi retorica, dimostrano la forza rigenerativa del libro, nonché la sua vitalità. Per il MARCA si tratta di una sfida affascinante per una rassegna destinata ad avere un’eco oltre i confini nazionali “
Di fronte ad un sistema dove prevalgono oggetti inerti, spesso desunti dalla società del consumo, il libro è di per sé un oggetto modulare, di carattere relazionale la cui semplice presenza evoca il contenuto. La grande mostra si sviluppa sui tre piani del museo dialogando anche con la collezione di arte antica.
E’ la prima volta, nell’ambito di un’istituzione pubblica italiana che il libro, inteso come spazio fisico di ricerca, così come dimensione segnica e proiezione della memoria collettiva, diventa il protagonista di una rassegna trasversale di tale complessità che spazia da Claes Oldenburg a Michelangelo Pistoletto; da Anselm Kiefer a Pier Paolo Calzolari; da William Kentridge a Irma Blank; da Pierre Alechinsky a Jiri Kolar; da Jannis Kounellis a Candida Höfer; da Giulio Paolini a Dennis Oppenheim; da Mimmo Paladino a Airan Kang; da Enzo Cucchi a Emilio Isgrò, da Vincenzo Agnetti a Rashid Rana, da Michael Rakowitz a Ceal Floyer. Non manca, poi, una serie di spettacolari lavori site-specific realizzati per l’occasione come Idiom, l’installazione di 8 mila libri alta quattro metri dell’artista slovacco Matej Krén dove un gioco di specchi crea una spirale infinita di volumi in un labirinto di colori e forme profondamente intimista. Sull’esterno del museo, poi, viene collocata la cascata di libri ideata dall’artista spagnola Alicia Martín che coinvolge lo spettatore in un’esperienza fisica ed emozionale. Questi due lavori di così forte impatto sono stati resi possibile grazie alla collaborazione dell’editore Rubbettino che ha messo a disposizione, per questa impresa, oltre 10 mila volumi provenienti dai propri depositi.
In una mostra così trasversale e variegata, non manca nemmeno un libro danzante collocato in una soluzione di 800 litri d’acqua del coreano Kibong Rhee e una camera da letto interamente sviluppata intorno ai libri, alle copertine e ai segnalibri, specificatamente ideata dallo svizzero Peter Wüthrich come ironica ipotesi ambientale. Va osservata dal basso in alto, invece, Hanging Book, l’installazione dell’americano Richard Wentworth che, per l’occasione, rielabora il proprio progetto realizzato nel 2009 per la Biennale di Venezia.
Da Documenta 13, arriva, poi, il libro in pietra di Michael Rakowitz che vuole essere una riflessione, non priva di speranza, sugli orrori della storia.
La mostra del MARCA si svincola dall’ipotesi del libro d’artista, sebbene, in taluni casi, non manchino logiche convergenze per orientarsi verso un’estensione dell’opera d’arte dove il libro diventa esso stesso scultura, installazione o ambiente ed è inteso come la parte che contiene il tutto, una metonimia intorno alla quale si sviluppa il significato dell’opera d’arte.
Se nel 1970 Germano Celant, nel suo celebre saggio Book as Artwork, aveva definito il libro come medium autosignificante, in questo caso lo stesso impone la propria ragione all’opera d’arte che s’interroga sulla permanenza dei segni in una prospettiva dove il contenuto e il contenitore sono per certi versi assimilabili. Il viaggio intorno al libro coinvolge biblioteche e archivi passando dal cavallo-libreria di Mimmo Paladino che contiene i volumi dell’Ulysses di James Joyce illustrati dallo stesso Paladino, all’immagine fotografica di Candida Höfer dedicata alla Biblioteca Nazionale di Napoli dove si relazionano storia e architettura. In questo ambito, spicca From The Entropic Library la straordinaria scultura di Claes Oldenburg e Coosje Van Bruggen di nove metri di lunghezza proveniente dal museo di Saint-Etienne. Si tratta di un’opera del 1989 dove il grande maestro della pop art americana fa esplodere una libreria interrogandosi sul caos linguistico e culturale. Una biblioteca della memoria è quella proposta da Anselm Kiefer con un’installazione dove i libri in piombo entrano in relazione con l’enigmatico poliedro che compare nell’opera di Albrecht Dürer. Se per Michelangelo Pistoletto il libro è l’estensione dello spazio, per Pier Paolo Calzolari rappresenta un elemento sospeso in continua metamorfosi. L’immagine fisica del libro compare nelle opere di Enzo Cucchi e Giulio Paolini, mentre Jannis Kounellis si sofferma sulla dimensione primaria del segno.
Nell’universo digitale, il libro richiede una rinnovata attenzione in quanto si tratta di uno strumento materiale con un immenso potere evocativo e in mostra compare il libro-scultura; il libro scrigno della memoria; il libro come codice senza parole; il libro-ombra; il libro come pluralità di libri; il libro come spazio immateriale, il libro bianco.
Il compito di raccontare le sperimentazioni tecnologiche del Terzo Millennio è affidato allo ZKM di Karlsruhe, il Centro di Arte e Media più importante a livello internazionale diretto da Peter Weibel che affronta la sfida imposta da un sistema dove il libro non è più un corpo solido ma liquido in progressivo movimento.
Le suggestioni e le problematiche imposte dalla mostra, del resto, sono moltissime e comprendono la scultura-dentiera di Dennis Oppenhiem, la biblioteca di fumo di Claudio Parmiggiani, il Cristo cancellatore, una fondamentale opera in 38 libri di Emilio Isgrò realizzata nel 1968, un anno prima di un altro lavoro determinante, il Libro dimenticato a memoria di Vincenzo Agnetti. Il viaggio prosegue con il misterioso video del russo Dmitry Prigov The Evangelist o con un altro video, quello di Gary Hill Big Legs Don’t Cry che già nel 1985 ipotizzava la presenza sensoriale del libro. Ma altre suggestioni giungono dalla poltrona-libro di Art & Language dalle microsculture in carta di Sabrina Mezzaqui, dalla raccolta di libri su Vincent Van Gogh di Stefano Arienti, dall’inquietante video di Paolo Canevari che fa bruciare a fuoco lento Mein Kampf o dalle accumulazioni di Gianfranco Baruchello. Nuovi interrogativi giungono dal libro che attende di essere scritto ipotizzato da Gregorio Botta, dalle riscritture di Irma Blank; dal libro bruciato di Robert Rauschenberg o dalla onirica proiezione della Lettura proposta da Jean-François Guiton.
Il percorso comprende anche le false architetture di Clegg & Guttmann, i disegni del libro cancellato che caratterizzano il video di William Kentridge Anti-Mercator, per proseguire con il paesaggio-libro di Ceal Floyer o con le sedimentazioni archeologiche di Maddalena Ambrosio; con i quadri elettronici di Davide Coltro, con la biblioteca sommersa di Per Barclay o con il libro in tessuto di Maria Lai, l’artista novantatreenne scomparsa nei giorni scorsi.
Una straordinaria e provocatoria biblioteca di immagini, dunque, che permette di realizzare un viaggio nell’arte contemporanea dove il libro viene completamente riscritto.
In un progetto di così ampia portata sono state molte le collaborazioni con istituzioni pubbliche e private italiane e straniere tra cui quella con il Musée d’Art Moderne di Saint-Etienne Metropole, lo Zentrum für Kunst und Medientechnologie, l’Archvio Agnetti, l’associazione Zerynthia-Ram radioartemobile e la Dena Foundation.
La mostra è accompagnata da un libro in italiano e inglese edito da Silvana Editoriale con testi di Achille Bonito Oliva, Alberto Fiz, Lorand Hegyi, Lea Vergine e Peter Weibel. Accanto al saggio inedito di Emilio Isgrò e all’intervista di Mimmo Paladino con Marco Vallora, il volume è arricchito dalle testimonianze degli artisti che raccontano il loro rapporto con il libro.

Gli artisti presenti in mostra sono:
Vincenzo Agnetti, Pierre Alechinsky, Maddalena Ambrosio, Stefano Arienti, Art & Language, Per Barclay, Gianfranco Baruchello, Irma Blank, Gregorio Botta, Pier Paolo Calzolari, Paolo Canevari, Clegg & Guttmann, Davide Coltro, Enzo Cucchi, Ceal Floyer, Maria Friberg, Jean-François Guiton, Gary Hill, Candida Höfer, Emilio Isgrò , Airan Kang, On Kawara, William Kentridge, Anselm Kiefer, Jirí Kolár, Jannis Kounellis, Matej Krén, Anouk Kruithof, Maria Lai, Alicia Martín, Sabrina Mezzaqui, Claes Oldenburg & Coosje Van Bruggen, Dennis Oppenheim, Mimmo Paladino, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Michelangelo Pistoletto, Dmitry Alexandrovich Prigov, Michael Rakowitz, Rashid Rana, Robert Rauschenberg, Kibong Rhee, Gerhild Rother, Lisa Schmitz, Richard Wentworth, Peter Wüthrich

Bookhouse. La Forma del Libro
Catanzaro, MARCA, Via Alessandro Turco 63
fino al 5 ottobre 2013
da martedì a domenica 9,30-13; 16-20,30; chiuso il lunedì.
Articolo di Studio ESSECI

ALTRI SENSI al MAN

Altri sensi” è il titolo della mostra personale di Laura Pugno al Museo MAN, a cura di Lorenzo Giusti, in programma dal prossimo 13 settembre.

La ricerca di Laura Pugno (Trivero, 1975) ha come principale terreno di indagine il paesaggio, inteso non come elemento naturale, come immagine fissa di una porzione più o meno estesa di realtà, ma come costruzione sociale, come sovrastruttura ideologica e culturale. La mostra, insieme a un’ampia selezione di lavori realizzati nel corso degli ultimi cinque anni, presenta una nuova serie di opere realizzate in Sardegna e dedicate alla regione interna del Supramonte. Una scelta che, nel rimarcare l’inattendibilità di ogni idea prestabilita di paesaggio – ed in particolare, nello specifico della Sardegna, di un’idea costruita perlopiù attorno a una parte stereotipata dei suoi elementi naturali (il mare, il sole, le trasparenze) e sociali (la tranquillità, il benessere, il divertimento) – riafferma la necessità di punti di vista molteplici per perseguire una visione articolata del mondo, più vicina alle complesse dinamiche relazionali che lo governano. A caratterizzare i nuovi lavori è l’utilizzo della tecnica dell’abrasione su stampa fotografica, sperimentata dall’artista a partire dalla serie Esitando (2011), nella quale il paesaggio delle regioni montane piemontesi è svelato nella sua entità di sistema, come soggetto unitario “che presenta confini propri che lo separano dall’ambiente circostante”.

In queste opere, così come nel gruppo intitolato Quel che Annibale non vide (2012) – una serie di cinque cancellazioni rivolte non soltanto all’allentamento dei legami integrativi del paesaggio, ma, più direttamente, alla liberazione di singole parti – ad emergere è il tentativo di rendere evidente l’integrazione dei diversi elementi – sia fisici sia culturali – che compongono il paesaggio, attraverso un procedimento di parziale annullamento degli elementi stessi. Una presa di distanza da una visione tradizionalmente intesa che, in opere più recenti, si accompagna alla evocazione di una possibilità percettiva del paesaggio di tipo tattile. Così in Didascalie n. 5 (2013) e in Taccuini di viaggio (2013), presentati al pubblico per la prima volta in questa occasione, l’uso esteso del braille evoca una visione che, al di là dell’occhio, può coinvolgere altri sensi.

Ancora in mostra, insieme ai dipinti della serie KWh (2008) – a testimonianza delle origini pittoriche del lavoro di Laura Pugno – e ai collage del gruppo Percorrenze (2010) – nei quali l’idea di paesaggio è portata a una sintesi radicale di linee e colori – anche il progetto Paesaggio di spalle, un’istallazione di disegni su plexiglass realizzati voltando le spalle alla porzione di panorama ritratta sulla lastra.

Completano la mostra due lavori in video, a camera fissa, di recente realizzazione: Sillogismo (2013), dove naturale e innaturale si fondono in un’unica visione integrata, e Meccanismi di difesa (2012), nel quale lo scorrere veloce delle ombre sul costone di una montagna rende percepibile l’inattendibilità del punto di vista singolo.

Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano e inglese) pubblicato da NERO con testi di Cecilia Canziani, Gian Antonio Gilli e Lorenzo Giusti.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro – tel +39.0784.252110

Orari: 10:00 – 13:00/15:00 – 19:00 (Lunedì chiuso)

Articolo di Studio ESSECI

“Come una rondine, come una quercia”, il nuovo libro di Giampaolo Rol

Particolarmente adatto ai tempi correnti, il nuovo lavoro dell’avvocato Giampaolo Rol nelle vesti di scrittore che gli calzano a pennello. Lontano dal legal thriller d’esordio “Il mercante di destini”, ma dall’inconfondibile stile che scava nel personaggio che crea e lo rende a tutto tondo al lettore, parte in causa di una storia nella quale viene inserito e non della quale è puro spettatore.

Stavolta, sempre nella New York così lontana e così familiare, troviamo uno scontro tra due anime che sono gemelle, anche se una ne è del tutto ignara. Da un lato un bellissimo, affascinante e stravagante violinista che ricorda da vicino Niccolò Paganini; dall’altro una bellissima procuratrice legale in carriera, figlia di perfetta famiglia che perfettamente l’ha fidanzata al miglior rampollo della piazza.

I due si incontrano al parco e, all’improvviso, la donna si rende conto che la sua vita non è più così semplice, lineare, scontata, ma che quel tale l’ha stregata, l’ha trascinata in un duello per il quale pensava di avere armi affilate, invece si è ritrovata spoglia di significati.

Vivian impara da quello strano individuo che aveva girato il mondo soltanto portandosi appresso il suo violino, che il suo orizzonte non era papà Jack e il tribunale, Martin da sposare e le amiche con cui spettegolare ogni tanto, ma era un’altra cosa e lei non lo conosceva affatto. Il mondo era a sua portata di mano, ma non voleva prenderlo: preferiva restare ingabbiata nel ruolo imposto da altri, nella storia già scritta di una donna che piano piano non riconosceva più. Le certezze svanite fino a lasciare la strada tracciata per restare alla deriva di se stessa, secondo i canoni sociali, ma libera di decidere di guardare crescere una quercia, invece che vivere in prigione.

La società bolla queste persone come strane, vittime della depressione più cupa e incapaci di uscirne, eppure Rol ci accompagna a rivedere noi stessi nel più profondo della nostra anima, per porci domande che forse nessuno ci avrebbe posto mai.

Saremmo capaci di vivere senza i nostri scudi? Saremmo capaci di resistere alla tormenta come una quercia e di scegliere dove vivere come una rondine, oppure diventeremmo matti all’idea di perdere quello che abbiamo? Ci preoccupiamo più di perdere quello che abbiamo che quello che siamo, ma i compromessi rischiano di ritorcesi a noi contro.

E adesso, che il mondo della finanza e delle banche non ci incanta più; che il sentiero tracciato è tracciato per poco tempo (mesi, anni) e non è più da posto fisso di lavoro e quindi in società, dobbiamo allenarci ad essere sempre più capaci di guardare al mondo e alla realtà con occhi liberi e non con gli occhi del sistema, che all’occorrenza ci fagocita e ci distrugge.

Il messaggio implicito di Rol è pregnante e incita a far presto. Tutti noi dobbiamo trovare o ritrovare noi stessi, oppure dobbiamo rassicurarci, leggendo “Come una rondine, come una quercia”, che è possibile creare la vita a nostra misura e non a tessera di un puzzle voluto da altri, perché soltanto così non solo non tradiremmo noi stessi, ma saremmo capaci di innovare il mondo del quale siamo protagonisti, non pedine.

Soltanto essendo sicuri di questo si può comprendere il vero valore di uno scrittore destinato a darci ancora molti spunti e molte soddisfazioni.

Da leggere.

Giampaolo Rol: “Come una rondine, come una quercia”, E-pubblica.com

Articolo di Alessia Biasiolo

 

Il mercante di destini

Il mercante di destini

Un’ottima opera prima quella proposta da Giampaolo Rol, di professione avvocato con la passione per la letteratura. Ne esce un legal thriller con tutte le carte in regola. Un uomo molto ricco senza eredi, un’eredità da spartire con i classici parenti avvoltoi, vecchie storie di famiglia sopite, ma non troppo, negli animi; verità non conosciute e falsità sbandierate, tocchi di noir al punto giusto, morti e malavita, pagine di lirismo. Una buona penna, che speriamo ci riservi soddisfazioni anche in futuro.
Andando con ordine, l’autore persegue il filo logico degli eventi, ma non mancano i flashback che chiariscono la trama al lettore quel tanto che basta per affascinarlo alla ricerca di una storia che mantiene sempre alto il suo tono poetico, malgrado la crudezza dei destini in gioco. Andrew, cacciato dalla famiglia che si ergeva a sacrosanto giudice, è un uomo che si è fatto da sé, quel self made man che gli americani amano molto e il nostro Rol dimostra di conoscere bene non soltanto il mondo forense, ma anche il clima transoceanico di cui il romanzo respira in modo organico e ben impostato. Non ci sono sbavature di sorta, dal cimitero dove il protagonista uscente andrà sepolto, alla caratterizzazione dei personaggi: l’amico notaio fidatissimo e intoccabile, l’addetto del cimitero, ovviamente nero e ovviamente più sveglio del previsto, la cognata malmenata dal marito che ritrova la sua dignità, i malavitosi dipinti nella giustezza del loro essere boss del mondo sommerso.
I colpi di scena sono intrinseci alla storia, non leggiamo clima da suspance gialla, ma manteniamo un tono uniforme, in cui gli accadimenti si dipanano con una ovvietà e semplicità assolutamente naturali, proprio come se si raccontasse una storia di quotidiana follia dietro centottantadue milioni di dollari. Un po’ la febbre da jackpot che abbiamo respirato tutti poco tempo fa, grazie ad un famoso gioco.
La farcitura non manca di pinze, dalla storia di sesso alla proposta di vendersi per soldi, ma come vuole il genere tutto sta nella misura della trama e il nostro thriller prosegue sui canoni giusti. Il morto ha pensato bene di lasciare i suoi soldi ai parenti ma non in modo che se li godano: l’eredità è stata monetizzata con parsimonia e precisione, tramutando tutti i beni immobili in soldi (certificati al portatore) esigibili da chiunque fosse in grado di trovarli.
I parenti del defunto, poco compianto ma odiato per la sua fortuna, si agitano in una sorta di palcoscenico spettrale che ricalca quello sul quale hanno costretto a vivere Andrew per tutta la vita. Cacciato dalla famiglia perché accusato di avere sperperato i soldi paterni in speculazioni poco fortunate, il povero fu costretto ad una vita miserrima con quel se stesso coperto da accuse infamanti e un sacco di botte. Sappiamo, però, che la fortuna aiuta gli audaci e il famigerato Andrew diventa, bontà sua, un falco di Wall Street, mago delle compravendite, ricchissimo temuto e invidiato. Capace di farsi una profonda cultura letteraria, umana e geografica, Andrew non dimenticherà mai di non avere la sua famiglia d’origine e nemmeno una propria, riconoscendo nell’amato cane Till il vero fedele compagno.
Così, morendo, riesce a dimostrare che nessuno lo conosceva per chi veramente era e il merito del romanzo è quello di sapere tratteggiare tra le righe proprio una caratura inedita e sognata. Chi sa leggere Aristotele e la Bibbia, l’animo della gente e le carte topografiche con la stessa destrezza e riesce a intrecciare una trama spaventosa nella quale, dopo morto, fare giocare come marionette proprio coloro che l’avevano condannato al suo inferno terreno.
Come tutti i grandi, Andrew era capace di metterci del suo, pur riconoscendo la piccolezza delle cose che danno il senso del grande essere, e così ecco che il lettore si trova ad aprire il sarcofago di una famiglia già morta, ben prima di scoprire la perfidia testamentaria del caro estinto.
I fratelli si rivelano mezzi mafiosi, o patiti del tavolo verde capaci solo di realizzarsi pestando la moglie docente di sociologia all’università, con figli che vivono di sponda una vita insulsa, senza cultura e senza finezza che non sia pensare di dovere ereditare un sacco di soldi.
E la fortuna è lì, dice Andrew, a portata di mano, basta sapersela prendere, come ha fatto lui. Eppure, per trovare tutti quei soldi, c’è chi si fa prestare denaro da uno strozzino per comperare una bara e fare a pezzi un cadavere, pensando si fosse portato il segreto nella tomba, lontana reminiscenza di usanze egizie. Oppure chi si mette a scavare un terreno e sotto una casa, chi si impicca e chi fugge, chi si inoltra nella foresta amazzonica e finisce ucciso dai petroleros e chi trova la pace e il destino in uno scampolo di oceano. C’è chi capisce cos’è il tesoro, infine e chi lo trova veramente, con una logicità che non toglie il fiato al lettore, ma gli regala l’estro fantastico di una storia che piace avere letto e un po’ vissuto. Come le favole, cariche di personaggi e di valori, anche quando fluttuano attorno all’ovvietà del vivere.
Un romanzo da leggere tutto d’un fiato, assaporandolo pagina per pagina, perché permette di evadere il mondo ritrovandolo e di conoscere un nuovo astro della scrittura che è tale, anche se si dovesse fermare all’opera prima.
Da leggere.

Giampaolo Rol: “Il mercante di destini”, Albatros Il Filo, Roma, 2009, pagg. 386; euro 16,00

Articolo di Alessia Biasiolo
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