Festival del Vittoriale Tener-a-mente 2014. I prossimi spettacoli

Novità nella formula del Festival la proposta “TENER-A-MENTE OLTRE”: una tre-giorni (24, 25, 26 luglio) al Laghetto delle Danze, con tre concerti in solo che si muovono nell’area della musica jazz e improvvisata, proposti da artisti di formazione diversa, con forti contaminazioni dal rock al pop, alla musica contemporanea.

In questo contesto torna al Vittoriale Walter Beltrami, a presentare in anteprima nazionale il suo progetto “Looperville – Solo Guitar Orchestra”, con cui il musicista italiano, ora di stanza a Madrid, sarà in studio di registrazione a metà maggio. Artista e compositore di grande talento, già ospite nel 2010 e nel 2012, in occasione della presentazione dei progetti del suo quintetto “Paroxysmal Postural Vertigo”, l’ultimo dei quali prodotto dall’Auditorium Parco della Musica di Roma. Il giorno successivo sarà la volta di Colin Stetson in un concerto di sax solo (noto al grande pubblico del pop per la sua collaborazione con gli Arcade Fire, e per le sue incursioni in progetti di Tom Waits, Lou Reed, David Byrne…). Chiude la piccola maratona jazz lo svedese Bobo Stetson, pianista ECM tra i più apprezzati.

Il circo-teatro arriva al Festival con il duo belga Okidok e il loro “Slips Inside” (20 luglio), uno spettacolo esilarante in cui Xavier Bouvier e Benoît Devos si lanciano alla ricerca del clown dentro di loro. Costumi essenziali, scenografie minimali, un uso maestrale del corpo e della mimica. Uno spettacolo per tutti, adulti e bambini, inserito eccezionalmente in orario pomeridiano per favorire l’accesso al teatro alle famiglie.

Per la prosa “Il Sangue” (27 luglio), uno spettacolo di e con Pippo Delbono, con Petra Magoni e le musiche di Ilaria Fantin, in cui Delbono canta le emozioni più terrene, carnali e ancestrali, partendo dal mito di Edipo.

Per la prima volta al Vittoriale (29 luglio) anche i The National, una delle formazioni indie rock più importanti e influenti, reduci dalla nomitanion ai Grammy come “Best Alternative Album 2013”.

A chiudere la rassegna (3 agosto), l’atteso “Il Mercante di Venezia” di Giorgio Albertazzi, che arriva al Vittoriale dopo aver ritirato nel 2013 a Pescara il Premio Speciale “Il Vittoriale” dalle mani del Presidente della Fondazione, Giordano Bruno Guerri.

Le prevendite di tutti gli spettacoli del Festival sul sito http://www.anfiteatrodelvittoriale.it e nei tradizionali punti di prevendita sul territorio.

Marco Guerini

“Ranocchio e lo straniero” sostenuti da Amnesty

Ritorna in libreria, edito dalla Bohem Press con la collaborazione di Amnesty International Italia, “Ranocchio e lo straniero” di Max Velthuijs, una storia d’attualita’ assordante che racconta la realta’ dei nostri giorni, senza reticenze, per far riflettere e sconfiggere l’indifferenza, i pregiudizi, le superstizioni e la paura del diverso. Perche’, come dice Ranocchio, “siamo tutti diversi” e ognuno di noi ha bisogno dell’altro.Amnesty International Italia ha scelto di accompagnare “Ranocchio e lo straniero” perche’ le sue storie celebrano l’amicizia e il dialogo, mostrando come una comunita’ basata sul rispetto reciproco, la solidarieta’ e la tolleranza riesce a far fronte a ogni evento, previsto o imprevisto come l’arrivo di uno sconosciuto o la scoperta delle diversita’.“Un giorno, comparve uno straniero che si accampo’ al margine del bosco. Che tipo e’? Cosa cerca qui da noi? Quello e’ uno sporco lurido ratto… Con i ratti, bisogna stare in guardia, sono tutti ladri!” Inizia cosi’ la storia di Ratto, che dovra’ subire molte angherie e tante umiliazioni prima di vincere i pregiudizi degli altri e conquistare la loro amicizia.Cosi’ come i tanti piccoli e grandi difensori dei diritti umani in tutto il mondo, il protagonista di questa avventura pensa in autonomia, non si fa influenzare e spaventare dalle apprensioni e dai pregiudizi degli altri abitanti della valle e da solo decide di farsi una propria idea sullo straniero, cogliendo quello che di buono puo’ offrire. Per comprendere l’importanza di impegnarsi, fin da piccoli, contro gli stereotipi e le ingiustizie e agire concretamente per difendere i diritti umani. Max Velthuijs, nato a L’Aja, nel 1923, fin da bambino ama dipingere e colorare le storie che inventa. Dopo la seconda guerra mondiale torna a L’Aja, dove comincia a disegnare manifesti politici, francobolli, poster, e lavora a film d’animazione, pubblicita’ e spot televisivi. Diventera’ uno dei piu’ famosi illustratori per bambini dei Paesi Bassi e poi del mondo, e ricevera’ molti premi e numerosi riconoscimenti.Nel 1989 Max Velthuijs da’ vita alla figura di Ranocchio con il libro “Ranocchio e’ innamorato”, iniziando cosi’ la sua collaborazione con la casa editrice inglese Andersen Press con cui pubblichera’, negli anni successivi, altre 11 avventure di Ranocchio e dei suoi amici, ottenendo un successo internazionale.L’ispirazione per le storie di Ranocchio va cercata nella prima infanzia di Max: cresciuto in una famiglia pacifista con genitori aperti a nuove filosofie, ha trovato in questo clima i principali motivi delle sue storie: la tolleranza, l’importanza della comunicazione, la pace e la fratellanza.Nel 2004 ha ricevuto il premio Hans Christian Andersen, apice della sua lunga carriera artistica.

Amnesty International Italia

Divina Bellezza. Il Pavimento del Duomo di Siena

 

Pavimento duomo di Siena

La magnifica Cattedrale di Siena, a partire dal prossimo 18 agosto, corso il Palio dell’Assunta, fino al 27 ottobre, “scopre” il suo Pavimento a commesso marmoreo straordinario, unico, non solo per la tecnica utilizzata, ma anche per il messaggio delle figurazioni, un invito costante alla Sapienza. Abitualmente, il prezioso tappeto di marmo è protetto dal calpestio dei visitatori e dei numerosi fedeli.

Si tratta del pavimento “più bello…, grande e magnifico”, che mai fosse stato fatto, secondo la nota definizione del Vasari, fra i più noti scrittori d’arte. È il risultato di un complesso programma iconografico realizzato attraverso i secoli, a partire dal Trecento fino all’Ottocento. La tecnica adoperata durante i secoli passati è quella del graffito e del commesso con marmi di provenienza locale come il broccatello giallo, il grigio della Montagnola, il verde di Crevole, ecc.

I cartoni preparatori per le cinquantasei tarsie furono disegnati da importanti artisti, quasi tutti “senesi”, fra cui il Sassetta, Domenico di Bartolo, Matteo di Giovanni, Domenico Beccafumi, oltre che da un pittore “forestiero” come l’umbro Pinturicchio, autore, nel 1505, del celebre riquadro con il Monte della Sapienza, raffigurazione simbolica della via verso la Virtù come raggiungimento della serenità interiore.

I visitatori potranno inoltre “deambulare” intorno al coro e all’abside ove si conservano le tarsie lignee di Fra Giovanni da Verona, eseguite con una tecnica simile a quella del commesso, con legni di diversi colori, raffiguranti vedute urbane, paesaggi e nature morte.

Il percorso completo OpaSiPass permette, oltre alla visita del Pavimento in cattedrale, quella al Museo dell’Opera ove si potranno ammirare, nella Sala delle Statue, i mosaici con i simboli delle città alleate di Siena e le tarsie originali di Antonio Federighi con le Sette età dell’Uomo. Nella Sala dei Cartoni, il cui ingresso fiancheggia la magnifica Maestà di Duccio, è visibile la celebre pianta del Pavimento del Duomo delineata da Giovanni Paciarelli nel 1884, che permette di avere un quadro d’insieme delle figurazioni e dell’itinerario che, dall’ingresso, conduce fino all’altar maggiore. Il percorso integrato prevede anche l’accesso alla cosiddetta “Cripta”, sotto il Pavimento del Duomo e al Battistero.

Contemporaneamente, per chi volesse vedere il Pavimento anche dall’alto con la visita guidata, è possibile prenotare l’itinerario Opa Si pass Plus che, oltre all’accesso a tutti i siti museali del Complesso, permette la salita verso la Porta del Cielo. Continua infatti l’apertura straordinaria del magnifico percorso dei sottotetti della Cattedrale, in cui per secoli nessuno è potuto accedere, ad eccezione delle maestranze e degli addetti ai lavori. L’itinerario verso il ‘cielo’ della Cattedrale comincia da una scala a chiocciola inserita dentro una delle torri terminanti con guglie che fiancheggiano la magnifica facciata del Duomo.

Il nuovo “catalogo” relativo alla scopertura del Pavimento della Cattedrale, alla Porta del Cielo, dal titolo Virginis Templum (Siena, Cattedrale, Cripta, Battistero), pubblicato in cinque lingue, guiderà il visitatore all’interno del Complesso monumentale del Duomo. Il libro di Marilena Caciorgna contiene al suo interno un agile “percorso pavimento” graficamente segnato dai motivi ornamentali marmorei bianchi e verde scuro, una “guida” nella “guida”. Anche la pianta del Paciarelli, in maniera stilizzata, è rappresentata insieme alle altre che corredano il libro, quale utile strumento per il visitatore.

Tra i servizi offerti saranno inoltre disponibili visite guidate in cui professionisti del settore, in varie lingue, condurranno i visitatori alla scoperta di questo straordinario capolavoro.

La manifestazione, fortemente voluta dall’Opera della Metropolitana, è organizzata da Opera Gruppo Civita.

Cattedrale di Siena

18 agosto – 27 ottobre 2014

Orari di apertura

Dal lunedì al sabato 10:30 – 19:30

Domenica 9:30 – 18:00

Biglietti

Opa Si Pass all inclusive ticket €12,00

Cattedrale, Pavimento e Libreria Piccolomini

Intero € 7,00

Riduzione scuole € 3,00

Riduzione gruppi più di 15 pax € 5,00

Diritti di prenotazione € 1,00

Porta del Cielo più Pavimento e Libreria Piccolomini

Biglietti individuali € 25,00

Tariffa gruppi (intera fascia e/o 17 Pax) € 400,00

Opa Si Pass Plus (Porta del Cielo + Opa Si Pass all inclusive) € 30,00

Barbara Izzo e Arianna Diana

 

La viola, strumento poco conosciuto. Intervista a Danilo Rossi

La viola è uno strumento poco conosciuto al grande pubblico, ma per il quale sono stati scritti brani famosi, nonché colonne sonore.

In questa intervista, ci viene presentata da Danilo Rossi, prima viola del Teatro alla Scala che affronta argomenti di ampio respiro, dando adito ad alcune interessanti riflessioni e di sicuro interesse per il neofita.

Maestro Rossi, com’è nata la passione per il suo strumento?

La passione per la viola è nata ascoltando la stupenda colonna sonora del film “Marco Polo”, composta dal Maestro Ennio Morricone, interpretata da un grande violista che poi è stato anche uno dei miei Maestri, Dino Asciolla.

Può descriverci l’evolversi dei suoi studi?

A sei anni ho iniziato a studiare il violino con un bravo Maestro, nella mia città, Forlì. Questi, non faceva molta attività, ma era stato allievo di Materassi a Bologna, grande didatta e violinista. Quindi l’impronta era già ottima. Successivamente sono stato indirizzato allo studio della viola. In un primo tempo non la presi bene e per tre anni ho studiato entrambi gli strumenti. A quattordici anni ho frequentato la scuola di Fiesole per studiare con Piero Farulli. Il Maestro, però, mi consigliò di studiare la tecnica e mi indirizzò ad un suo allievo, Fabrizio Merlini. Ho ottenuto il diploma a diciannove anni, seguito da ambedue. Fin dai diciassette anni frequentavo anche le lezioni del Maestro Asciolla. Ho seguito anche Bashmet che ha affinato ulteriormente la mia musicalità.

Con i suddetti insegnanti, sono riuscito a completare i miei studi strumentali.

Preferisce suonare in orchestra, in duo o da solista?

A me piace suonare, dove, come, con chi non importa.

C’è un brano che lei interpreta con particolare trasporto?

Ogni brano che affronto ha il mio massimo trasporto. Tra tutti sento particolarmente vicina la Sonata per viola e pianoforte di Šostakovič e il Trio di Brahms con violoncello e pianoforte.

Può parlarci di un autore che sta studiando in modo particolare in questo momento?

Sto lavorando ai due concerti classici per viola e orchestra di Hoffmeister e Stamitz, studiati per una vita. Ora che ho realizzato il cd e dvd di questi brani, e li sto portando in tour con l’Orchestra del Conservatorio di Lugano, li ho approfonditi come mai prima avevo fatto. Sono tutti e due molto importanti per la tecnica e la pulizia che li caratterizzano.

Cosa pensa dei duetti per violino e viola di Mozart?

Sono due capolavori di stile, tecnica e fantasia.

Quali sono i teatri che la soddisfano maggiormente dal punto di vista acustico?

I nostri teatri sono stupendi. Non aiutano, ma hanno un sapore unico. Anche quelli più piccoli. Sottolineerei, tra gli altri, il Teatro Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli e naturalmente il Teatro alla Scala; non dimenticherei anche il Regio di Torino

Crede che Beethoven possa essere un buon tramite per coloro che ancora non sono educati alla musica?

Certamente, ma non è il solo. Verdi, Rossini, Mozart, Mahler, i grandi compositori possono essere tutti importanti per la divulgazione della musica. Basta saperli presentare bene e proporli in modo corretto.

Interpretando quale compositore lei ha ottenuto le maggiori soddisfazioni?

Con tutti. Ovviamente alcuni compositori mi sono più consoni. Forse quelli che citavo prima.

Ricorda un’occasione in cui ha avuto particolare successo?

Ne ricordo diverse, fra le altre ricordo la mia prima esecuzione del Concerto di Bartok alla Scala con la Filarmonica e Riccardo Muti, la sinfonia concertante di Mozart alla Sala Grande del Conservatorio con la Filarmonica di Mosca, Schwanendreher alla Fenice di Venezia, Aroldo in Italia di Berlioz, interpretata al Regio di Torino, diretta da Noseda.

A suo avviso come percepisce il pubblico la musica contemporanea?

Dipende da che musica è. Se bella o brutta, la differenza sta tutta lì.

Dove va, secondo lei, la musica in questo nuovo Millennio?

Va dove la vogliamo mandare. Se vogliamo renderla di tutti, dobbiamo andare verso tutti, parlo degli esecutori, dei compositori, dei direttori artistici, eccetera. Se la vogliamo far morire, invece, la gestiamo come fanno tanti, che propongono scelte assurde in modo da far divenire il proprio essere musicista come una attività di élite.

Può parlarci delle sue prossime produzioni discografiche?

Sto lavorando all’incisione dei duetti per violino e viola di Mozart, alla Passacaglia di Haendel e ai Madrigali di Nartinu: tutto violino e viola con Marco Rizzi. Poter suonare violino e viola è bellissimo, due solisti che si incontrano senza intermediari. Fantastico!

Intervista di Bruno Bertucci

 

 

 

 

 

“C’è una pallottola per te” in Pakistan

Una notizia che dovrebbe portare ad una petizione di tutti i giornalisti, in tutto il mondo.

Secondo un rapporto di Amnesty International, dal titolo “C’e’ una pallottola per te”, i giornalisti del Pakistan vivono sotto la costante minaccia di omicidi, intimidazioni e atti di violenza da parte di servizi segreti, partiti politici e gruppi armati come i talebani. Le autorita’ non fanno praticamente nulla per fermare le violazioni dei diritti umani contro gli operatori dell’informazione e per portare i responsabili di fronte alla giustizia. Dal ritorno a un sistema democratico, nel 2008, Amnesty International ha registrato 34 casi di giornalisti assassinati a causa del loro lavoro; solo in un caso gli autori sono stati identificati e sottoposti a processi. Ma questo e’ solo il dato piu’ brutale. Nello stesso periodo, molti altri giornalisti sono stati minacciati, intimiditi, sequestrati, torturati o sono scampati a tentativi di omicidio. “La comunita’ dei giornalisti del Pakistan e’ a tutti gli effetti sotto assedio. Soprattutto coloro che si occupano di sicurezza o di diritti umani vengono presi di mira da tutte le parti, nel tentativo di ridurli al silenzio” – ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International. “Le costanti minacce li pongono in una situazione impossibile, in cui ogni storia che raccontano li espone alla violenza da una parte o dall’altra”. Il rapporto odierno di Amnesty International si basa su un’ampia ricerca sul campo su oltre 70 casi e su interviste con piu’ di 100 operatori dell’informazione. Numerosi giornalisti intervistati da Amnesty International hanno segnalato intimidazioni o attacchi da parte di soggetti ritenuti legati alla temuta direzione dei servizi segreti militari (Isi). Alcuni di essi hanno accettato di raccontare la loro storia sotto falso nome, mentre altre storie sono state omesse dal rapporto nel timore che neanche uno pseudonimo li avrebbe tenuti al riparo da minacce alla loro vita. L’Isi e’ stata implicata in numerosi rapimenti, torture e uccisioni di giornalisti, ma nessun agente in servizio e’ stato mai chiamato a risponderne. Cio’ ha consentito ai servizi segreti di agire al di la’ della legge. Le violazioni dei diritti umani ad opera dell’Isi seguono un modello ricorrente, che inizia con telefonate minatorie e prosegue con sequestri, torture e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, l’uccisione dell’ostaggio. I giornalisti subiscono attacchi anche da parte di attori non statali. L’agguerrita competizione per trovare spazio sugli organi d’informazione comporta che potenti esponenti politici esercitino forti pressioni per avere una copertura stampa favorevole. A Karachi, i sostenitori del Movimento muttahida qaumi e del gruppo religioso Ahle Sunnat Wal Jamaat sono accusati di atti d’intimidazione e anche omicidi nei confronti di giornalisti. Nelle zone di conflitto del nordest del Pakistan come nella regione del Balucistan, i talebani, il gruppo armato lashkar-e-jhangvi e i gruppi armati baluci minacciano apertamente di morte i giornalisti e li attaccano quando denunciano i loro abusi o non promuovono la loro ideologia. Anche nel Punjab, i giornalisti vanno incontro a minacce da parte dei talebani e dei gruppi collegati a lashkar e-jhangvi. Nonostante questa ondata di violenza e attacchi, le autorita’ pakistane hanno ampiamente mancato di assicurare alla giustizia i responsabili. Nella stragrande maggioranza dei casi su cui Amnesty International ha svolto ricerche, raramente le autorita’ hanno svolto indagini adeguate sulle minacce e gli attacchi o portato i responsabili in un’aula di tribunale. Solo in una manciata di casi di alto profilo e quando l’oltraggio dell’opinione pubblica non ha reso possibile agire diversamente, le autorita’ hanno svolto indagini piu’ approfondite. “Il governo ha promesso di migliorare questa terribile situazione, anche attraverso l’istituzione di un procuratore incaricato delle indagini sugli attacchi contro i giornalisti, ma di concreto e’ stato fatto poco” – ha commentato Griffiths. “Una misura determinante sarebbe quella d’indagare sulle agenzie militari e d’intelligence assicurando cosi’ i procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili. Coloro che prendono di mira i giornalisti saprebbero in questo modo di non poter piu’ agire impunemente” – ha aggiunto Griffiths. I proprietari dei mezzi d’informazione a loro volta dovrebbero assicurare formazione adeguata, sostegno e assistenza ai giornalisti, per meglio valutare e affrontare i rischi collegati al loro lavoro. “Senza questi provvedimenti urgenti, gli operatori dell’informazione del Pakistan rischiano di essere ridotti al silenzio. Questo clima di paura ha gia’ avuto un effetto raggelante sulla liberta’ d’espressione e sul piu’ ampio tentativo di denunciare le violazioni dei diritti umani nel paese” – ha concluso Griffiths.

Amnesty International Italia

Un’Opera per il Castello 2014

Da lunedì 14 luglio 2014 sarà on line il bando della quarta edizione del Concorso nazionale Un’Opera per il Castello, dedicato ai giovani artisti, per selezionare un progetto artistico ideato per Castel Sant’Elmo di Napoli.

Il tema di quest’anno è dedicato alla comunicazione: “Lo spazio della comunicazione. Connessioni e condivisione”.

Castel Sant’Elmo rivolge un invito agli artisti a presentare un’opera o un progetto in cui centrale è il tema dell’arte come comunicazione, connessione e condivisione di idee, di riflessioni, di stati d’animo. Stabilire una relazione tra i fruitori, la creazione artistica e il Castello è la sfida che viene rivolta quest’anno ai partecipanti. L’arte è da sempre veicolo di conoscenza e di emozioni e il Castello per la sua storia passata e per la sua posizione predominate rispetto al centro urbano, ma allo stesso tempo visibile da ogni parte della città, può rivelarsi il luogo quanto mai adatto per accogliere azioni, gesti, segni che invitino il pubblico a partecipare, a connettersi e a condividere il progetto artistico.

Opera per castelloLa partecipazione, libera e gratuita, si perfeziona con l’iscrizione e l’invio del materiale online al sito web del concorso: http://www.polonapoli-projects.beniculturali.it , entro il 14 novembre 2014.

Possono partecipare gli artisti di nazionalità italiana o straniera che operano stabilmente sul territorio italiano, di età compresa tra i 21 anni e i 36 anni -singolarmente o in gruppo- che possono aver svolto la loro formazione presso istituti italiani e stranieri ed esposto preferibilmente in una galleria, centro culturale, fondazione, istituzione museale pubblica o privata verificabile e riconosciuta come tale.

I progetti dovranno essere inediti, il vincitore riceverà un premio di 10mila euro, comprensivo della realizzazione dell’opera\progetto.

Il concorso promosso dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio storico, artistico, etnoantropologico e per il Polo museale della città di Napoli e della Reggia di Caserta è stato reso possibile grazie alla collaborazione e il sostegno del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo – Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte contemporanee- Servizio V, nell’ambito del Piano Arte Contemporanea.

Il concorso Un’Opera per il Castello si inserisce nella politica di valorizzazione e divulgazione dell’arte contemporanea che la Soprintendenza del Polo Museale svolge da anni nei musei napoletani.

In particolare, Castel Sant’Elmo ha avuto un ruolo fondamentale per la diffusione della conoscenza del linguaggio artistico contemporaneo attraverso la realizzazione di numerosi eventi espositivi e manifestazioni, divenendo luogo di ricerche e sperimentazioni e sede di numerose opere realizzate site specific .

La vocazione al contemporaneo si è consolidata con l’apertura, nel marzo del 2010, della sezione museale Novecento a Napoli (1910 -1980) per un museo in progress, dedicata agli accadimenti storico-artistici nella città e alla costante relazione di questi con lo svolgersi dei movimenti e delle poetiche di riferimento nazionale, dal Futurismo al 1980, quando la città è al centro del panorama artistico internazionale. Nel futuro del museo, che si definisce non a caso in progress, è prevista non solo l’acquisizione di nuove opere d’arte e l’ampliamento dei suoi confini cronologici e tematici, ma anche un confronto continuo sia con la storia del Novecento che con il vasto e variegato panorama delle esperienze creative attuali.

La giuria, che sarà nominata dopo la scadenza dei termini di consegna delle domande, sarà composta da storici dell’arte, professori universitari e dell’Accademia di Belle Arti, galleristi, curatori, esperti del settore e rappresentanti di realtà che interagiscono con le giovani generazioni di artisti, oltre che da un rappresentante della Direzione Generale per il Paesaggio, le Belle Arti, l’Architettura e l’Arte contemporanee.

E’ prevista, inoltre, l’organizzazione di un evento espositivo finale nel quale sarà presentato il lavoro artistico vincitore, con la possibilità di una mostra dei primi dieci progetti selezionati e un catalogo che documenterà le biografie degli artisti finalisti e i loro lavori. L’opera vincitrice verrà acquisita dalla Soprintendenza ed entrerà a far parte della collezione permanente di Castel Sant’Elmo.

Il concorso si avvale del sostegno di Metropolitana di Napoli, Italcoat, Seda e Istituto Banco di Napoli;

Castel Sant’Elmo è uno dei musei associati all’ AMACI – Associazione Musei d’Arte Contemporanea Italiani.

Supporto tecnico- organizzativo di Civita.

In occasione della terza edizione, nel 2013, la giuria ha premiato due progetti vincitori ex aequo che saranno presentati a Castel Sant’Elmo a settembre:

Le Jardin del collettivo franco-italiano composto da Romain Conduzorgues, Baptiste Furic, Jule Messau (associazione Bellastock) Giulia Beretta, Francesca Borrelli, Francesco Cianciulli, Carolina Rossi ; My dreams, they’ll never surrender di Gian Maria Tosatti.

B. I.

 

 

 

“The Valley tales” a Sondrio

La Galleria Gruppo Credito Valtellinese dedica una mostra personale al fotografo Alberto Bianchi e per molti sarà una autentica rivelazione. “Alberto Bianchi. The Valley tales” è allestita fino al 5 settembre a Sondrio, in doppia sede: alla Galleria del Credito Valtellinese e al MVSA, in Palazzo Sassi de’ Lavizzari. “Alberto Bianchi” affermano Cristina Quadrio Curzio e Leo Guerra, che della mostra sono i curatori, “è artista di culto per chi ama la segreta potenza della montagna catturata, attraverso dettagli e riflessi, dalla scabra perfezione del bianco e nero, magistralmente usato”. Il richiamo, non a caso, è al fotografo-paesaggista americano Ansel Adams per gusto e tecnica. Non certo per soggetto, poiché la scelta di Bianchi è quella di strappare immagini alla sua (è nato e vive a Morbegno) Valtellina. Percorsa e ripercorsa quotidianamente, oggi con in mano una Nikon D700 e prima con una vecchia Hasselbald, per fermare attimi, per trasformare fluidi in lame di luce. Soprattutto per trasporre emozioni: “Felicità”, afferma Bianchi, “è anche saper gioire immersi nella natura, al suono del vento, al mormorio dell’acqua che scorre inesorabilmente a valle e alla onnipresente benedizione della luce…”. “Con la fotografia in bianco nero”, ha affermato, “mi sforzo di catturare e di fissare su negativo le sensazioni che in quel preciso momento provo osservando un soggetto, uno scorcio panoramico o un particolare della natura”. “Da non trascurare” aggiunge “è la possibilità offerta dal bianconero di seguire personalmente tutte le fasi del procedimento sino alla stampa finale e di sfruttarle per comunicare la propria visione, le proprie emozioni”. Un bianco e nero che mutua anche il colore. “Un fotografo esperto in bianco e nero” ha infatti dichiarato Bianchi, “conosce anche l’importanza del colore”. E proprio questa conoscenza che lo porta ad utilizzare i filtri giusti in ripresa per ottenere la voluta differenziazione dei grigi e la scala tonale più estesa possibile. Emozioni e tecnica raffinata, quindi, per scarnificare la sua terra ricavandone immagini che scavano l’anima perché racconti di una precisa realtà e allo stesso tempo archetipi universali. Siano immagini di ruscelli e cascate, di pietre, stecchi o nuvole, fiumi, gli alberi e le nebbie della bassa Valtellina. Queste immagini che gli hanno portato riconoscimenti internazionali: per ben tre volte infatti, nel 2007, 2008 e 2010, sono state pubblicate su Black &White Special Issue, ovvero il numero speciale dedicato al Portfolio Contest Awards di B&W. La mostra che il Credito Valtellinese riunisce, per la prima volta, il meglio del meglio di Bianchi, una selezione molto attenta di un archivio che rappresenta una vita di ricerca. La selezione delle immagini l’ha seguita l’autore stesso con i curatori. Un catalogo con un saggio di Roberto Mutti completa il progetto espositivo e decreta la nascita pubblica di un vero artista.

“Alberto Bianchi. The Valley tales”, Galleria Credito Valtellinese, Piazza Quadrivio, 8 Sondrio. MVSA, Palazzo Sassi de Lavizzari, Via M. Quadrio, 27 Sondrio. Fino al 5 settembre. Ingresso libero.

S.E.

 

 

La rosa di fuoco

 

“La Rosa de Foc” per gli anarchici catalani indicava in codice, all’inizio del Novecento, il nome di Barcellona. Nome che evoca, allo stesso tempo, il fermento che a cavallo del secolo infiammava la vita politica, sociale e culturale della capitale catalana, ma anche i violenti attentati dinamitardi di cui fu teatro la città. A mutare volto e storia di Barcellona era stata, nel 1888, la grande Esposizione Universale che aveva introdotto dirompenti idee di modernità in una capitale ancora decentrata rispetto al cuore avanzato d’Europa. Nuovi modelli di vita, nuovo benessere e nuove visioni creative si accompagnavano all’espansione industriale ed economica della regione. In quegli anni a Barcellona il giorno continuava la notte e i caffè e i ritrovi lungo le Ramblas e nel Barrio Gotico pulsavano di gente e di incontri. I poeti, gli intellettuali, i pittori avevano base a Els Quatre Gats e da qui sciamavano per ogni dove, spesso approdando a Parigi. La crescita culturale ed economica della capitale catalana fu però accompagnata da marcate tensioni sociali che nel luglio del 1909, durante quella che venne chiamata la Settimana tragica, sfociarono in una serie di violente contestazioni e in una cruenta repressione che decretò la fine di questa irripetibile stagione. Di questi anni fecondi e inquieti e della colorata, sanguigna fucina di talenti che li animò dà conto “La rosa di fuoco”, la grande mostra con cui Palazzo dei Diamanti aprirà la stagione espositiva 2015-2016, firmata dalla direttrice dell’istituzione ferrarese, Maria Luisa Pacelli. “La rosa di fuoco. La Barcellona di Picasso e Gaudì”, rispecchia perfettamente la cifra culturale dei Diamanti: mostre accuratamente selezionate, approfondite, particolari, mai banali. Rassegne che presentano in Italia artisti straordinari ma poco frequentati (tra i tanti Reynolds, Chardin, Zurbarán…) o snodi fondamentali della storia dell’arte da prospettive inedite. Anche in questa esposizione, infatti, i grandi protagonisti della storia dell’arte sono presentati da punti di vista meno scontati: è il caso del giovanissimo Picasso che, quantunque alle prime prove, nel giro di qualche anno conquista la scena artistica catalana e parigina, con il tratto graffiante del suo precoce talento. Accanto a nomi celebri, vengono proposti artisti che ai più risultano ignoti, ma sono ugualmente di altissimo livello. Pensiamo a Ramon Casas, Santiago Rusiñol o Isidre Nonell che, a differenza di Picasso, fecero ritorno in patria anziché diventare astri del palcoscenico parigino. Ne nasce una mostra di forti colori e forti emozioni. Si passa, non a caso, dal caleidoscopio delle tavolozze di fine Ottocento, ai colori acidi e brillanti delle effigi della moderna vita notturna, fino alla dominante blu dell’ultima sala della mostra. Poiché Picasso, e con lui altri animi inquieti, scelsero questo colore per esprimere il dolore e la solitudine che il progresso si lasciava dietro nella sua marcia trionfante. È una mostra che offre pittura bellissima ma che, con garbo, invita il visitatore a soffermarsi anche sulle altre arti. L’architettura di Gaudí, naturalmente, ma anche grafica, arredi, gioielli, ceramiche e sculture. Si tratta di aree di approfondimento circoscritte, rispetto alla ricchezza della proposta di dipinti, che offrono al visitatore preziose chiavi per far capire come tutte le arti siano state percorse da un medesimo fuoco di rinnovamento, nessuna esclusa. Palazzo dei Diamanti, Ferrara, dal 19 aprile al 19 luglio 2015

S. E.

 

 

Diciannove anni fa il genocidio di Srebrenica

Nel 19° anniversario dell’uccisione di piu’ di 8000 bosniaci (musulmani bosniaci) di Srebrenica nel luglio 1995, Amnesty International chiede alle autorita’ della Bosnia-Erzegovina – presenti sia nella Federazione della Bosnia-Erzegovina che nella Republika Srpska – di procedere con urgenza negli sforzi atti ad affrontare il persistente arretrato dei casi irrisolti di crimini di diritto internazionale, derivanti dal conflitto armato del 1990. L’organizzazione chiede inoltre alle autorita’ di garantire alle vittime di questi crimini l’accesso alla verita’, alla giustizia e alla riparazione. Il 10 luglio 1995 le forze serbo-bosniache avanzarono nella enclave di Srebrenica, allora “zona di sicurezza” delle Nazioni Unite, dove migliaia di bosniaci avevano trovato rifugio. Srebrenica cadde in mano alle forze serbo-bosniache e nonostante la presenza delle Forze di protezione delle Nazioni Unite, piu’ di 8000 uomini e ragazzi bosniaci furono separati dal resto della popolazione e sommariamente giustiziati nei giorni che seguirono. Nel 2004 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty) ha stabilito che le forze serbo-bosniache effettuarono un genocidio contro i musulmani bosniaci. I processi presso I’Icty contro l’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžic e l’ex generale Ratko Mladic accusati di genocidio, crimini contro l’umanita’ e violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra, anche a Srebrenica, sono ancora in corso. La commemorazione e’ ancora piu’ difficile, perche’ le autorita’ della Bosnia-Erzegovina ancora non riescono ad adempiere ai loro obblighi nei confronti delle famiglie delle vittime di Srebrenica e delle altre vittime di sparizioni forzate avvenute durante il conflitto armato in Bosnia-Erzegovina. I parenti delle vittime aspettano ancora giustizia, verita’ e riparazione, mentre la maggior parte dei responsabili gode di impunita’. I corpi di oltre 6000 vittime del genocidio di Srebrenica sono stati esumati, identificati e sepolti presso il memoriale a loro dedicato. L’identificazione di circa 1000 salme e’ in corso, e si stima che un migliaio manchino ancora all’appello. La legge sulle persone scomparse non e’ mai stata pienamente attuata, lasciando le famiglie degli scomparsi senza alcuna riparazione, inclusi restituzione, indennizzo, riabilitazione, giustizia e garanzie di non ripetizione. In questo anniversario, Amnesty International esorta le autorita’ della Bosnia-Erzegovina a intraprendere misure urgenti atte a garantire il diritto alla verita’, alla giustizia e al riparazione per le vittime e le loro famiglie. L’organizzazione sottolinea che le espressioni di chiaro impegno ad attuare le misure esistenti per porre fine all’impunita’ per i crimini di diritto internazionale, tra cui le sparizioni forzate, sono fondamentali. Occorre condurre indagini rapide, indipendenti, efficaci e imparziali sui crimini di diritto internazionale e intensificare gli sforzi per perseguire questi casi. Infine, la gravita’ dei reati dovrebbe riflettersi adeguatamente nella condanna. Quasi due decenni dopo Srebrenica, devono ancora essere messe in atto procedure indipendenti, imparziali ed efficaci per i familiari che devono ottenere riparazione in conformita’ con gli standard internazionali.

Amnesty International Italia

Il delitto quasi perfetto

L’estate 2014 trasformerà le sale del PAC, Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, in una scena del crimine “quasi” perfetta, con una collettiva di oltre 40 artisti, italiani e internazionali, che rompendo gli schemi creano un legame tra l’arte e l’estetica del crimine.

ARTISTI IN MOSTRA: Saâdane Afif, Kader Attia, Dan Attoe, Dirk Bell, Bik Van der Pol, Jean-Luc Blanc, Tommaso Bonaventura, Monica Bonvicini, Ulla von Brandenburg, Aslı Çavuşoğlu, Maurizio Cattelan, François Curlet, Brice Dellsperger, Jason Dodge, Claire Fontaine, Gardar Eide Einarsson, Matias Faldbakken, Keith Farquhar, Dora Garcia, Douglas Gordon, Eva Grubinger, Richard Hawkins, Karl Holmqvist, Pierre Huyghe, Alessandro Imbriaco, Onkar Kular, Gabriel Lester, Erik van Lieshout, Jonas Lund, Jill Magid, Teresa Margolles, Fabian Marti, Dawn Mellor, Mario Milizia, Raymond Pettibon, Emilie Pitoiset, Julien Prévieux, Lili Reynaud-Dewar, Aïda Ruilova, Allen Ruppersberg, Markus Schinwald, Fabio Severo, Jim Shaw, Noam Toran, Luca Vitone e Herwig Weiser.

Promossa dal Comune di Milano – Cultura e prodotta a Milano dal PAC e da CIVITA, la mostra è curata da Cristina Ricupero e arriva in una nuova versione dopo la prima tappa al Witte de With Center for Contemporary Art di Rotterdam, arricchita di nuove opere di artisti italiani.

“Con questa mostra il PAC entra a pieno titolo nel circuito delle sedi espositive internazionali d’arte contemporanea: un progetto collettivo nato a Rotterdam, che esprime il meglio della creatività contemporanea, approda ora a Milano arricchito del contributo di importanti artisti italiani – ha dichiarato l’assessore alla Cultura Filippo Del Corno – E’ questa la prima esposizione del nuovo corso che vede il PAC guidato dalla cura autorevole di un comitato scientifico, nominato apposta per riconoscere e rilanciare quanto di più significativo accade nella creatività artistica di tutto il mondo”.

Come ogni giallo che si rispetti, la storia dell’arte è costellata da enigmi, miti e indovinelli in attesa di essere svelati. Risolvere questi puzzles intellettuali è un piacere comune e una tentazione culturale al cui fascino pochi possono dire di essere davvero immuni.

Sebbene il legame tra arte e crimine possa essere ricondotto a tempi antichi, il primo a teorizzarlo esplicitamente fu Thomas De Quincey nel suo saggio “On Murder Considered As One Of The Fine Arts” (1827). Il Novecento vide poi crescere il ruolo dell’immagine fotografica sia nello sviluppo della criminologia sia nel sensazionalismo tipico dei tabloid, entrambi fenomeni che hanno reso popolare il genere del giallo.

Il cinema divenne presto il mezzo perfetto per catturare il fascino discutibile della violenza e trasformarlo in immagini piacevoli. Così, seguendo l’ironico invito di De Quincy ad analizzare il delitto da un punto di vista estetico, la mostra invoca gli spiriti dell’arte visiva, dell’architettura, del cinema, della criminologia e del moderno genere giallo, trasformando le sale del PAC in una scena del crimine “quasi” perfetta.

Dietro il crimine c’è il Male. Per questo IL DELITTO QUASI PERFETTO prende necessariamente in esame le relazioni tra Etica ed Estetica. Mettendo in dubbio il ruolo dell’autorialità, il significato dell’autenticità, dell’inganno e della frode, la mostra sfuma i confini della dicotomia tra “buono” e “cattivo” gusto, mettendo al contempo in evidenza la duplicità del “crimine come arte” e dell’”arte come crimine”.

La mostra mette a confronto oltre 40 artisti, italiani e internazionali, che hanno collegato arte ed estetica del crimine, attraverso una selezione di opere spesso provocatorie e l’incursione in diversi linguaggi artistici. Progetti realizzati negli ultimi decenni e lavori più recenti, accanto ad un insieme di oggetti sorprendenti , sono immersi in modo inusuale nell’allestimento, studiato per guidare il visitatore attraverso un percorso tematico che procede per capitoli.

Alcune delle opera in mostra riflettono l’ossessiva curiosità e l’attitudine all’interpretazione tipica del detective, altre la narcisistica identificazione con il colpevole, altre ancora il feticistico piacere dello spettatore. Alcuni progetti affrontano i temi dell’autenticità e della frode , considerati tipicamente “crimini dell’arte”; altri giocano con il ruolo dell’artista come soggetto sovversivo ai margini della società o mettono in discussione il ruolo della legge e i concetti di ordine e trasgressione. Alcuni artisti scelgono di rappresentare il crimine come qualcosa di macabro e sublime, un’operazione simile a quella compiuta negli anni dal cinema, mentre altri fanno riferimento a fatti realmente accaduti, crimini sociali o politici. Altri ancora provano a mettere in relazione una selezione di queste principali tendenze.

Ogni spazio del PAC sarà contagiato: l’artista Gabriel Lester in collaborazione con Jonas Lund firma un intervento virale sul sito web del PAC; l’artista austriaca Eva Grubinger issa invece una bandiera e posiziona una targa d’ottone sulla facciata esterna del Padiglione, trasformandolo nell’ambasciata di Eitopomar, un utopico regno governato dal malvagio signore del Male Dr. Mabuse. All’ingresso, un murales dipinto dall’artista francese Jean-Luc Blanc richiama la copertina di una rivista pulp firmata con il titolo della mostra.

Oltre ad alcuni lavori già presenti al Witte de With, la mostra al PAC si arricchisce di nuove opere di artisti italiani. È il caso di Maurizio Cattelan, che ha realizzato un bouquet di fazzoletti di stoffa per asciugare idealmente le lacrime versate per le vittime dell’attentato che il 27 luglio 1993 distrusse il PAC provocando la morte di quattro persone. Un’installazione di grande formato dell’artista Luca Vitone ricorda, come un epitaffio, i 959 membri della loggia P2 in un ironico quanto amaro riferimento ad un capitolo confuso della storia della nostra democrazia. Mario Milizia riproduce invece minuziosamente i dettagli delle immagini di cronaca giudiziaria riferite a ritrovamenti e vendite illegali di reperti archeologici, mentre il progetto Corpi di Reato, realizzato da Tommaso Bonaventura, Alessandro Imbriaco e Fabio Severo, compone un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi nell’Italia contemporanea.

Una citazione dall’opera di Karl Holmqvist, “Why is desire always linked to crime?” (Perché il desiderio è sempre correlate al crimine?), resta impresso nella mente del visitatore durante il percorso, mentre l’italiana Monica Bonvicini investiga le relazioni tra spazio, potere e genere, presentando una macchina della tortura e del desiderio, costituita da sei imbragature di lattice nero sospese con catene ad un anello d’acciaio che ruota lentamente.

Aslı Çavuşoğlu imita il genere del crimine televisivo (esemplificato nella serie Crime Scene Investigation) nel suo Murder in Three Acts ( Omicidio in tre atti ), restituendo la mostra come scena del crimine e le opere come armi, mentre Fabian Marti lascia impronte delle sue mani nello spazio espositivo.

Ancora Gabriel Lester crea un loop cinematografico di scene del crimine, proiettando il tutto con un gioco di ombre sul muro circostante e sul visitatore. Il cinema ritorna anche negli inquietanti dipinti di Dan Attoe, Richard Hawkins e Dawn Mellor, e nei film di Brice Dellsperger e Aïda Ruilova. L’artista francese Lili Reynaud-Dewar elabora invece un’installazione che fa riferimento alla vita e al lavoro di Jean Genet come scrittore, attivista e ladro, mentre l’artista spagnola Dora Garcia invita il pubblico a rubare un libro. L’americano Jim Shaw ironicamente ritrae uomini d’affari come zombie, attraverso una selezione di dipinti e un film, mentre Saâdane Afif trasforma il Centre Pompidou in una bara, che sembra voler mettere in discussione il ruolo vitale dei musei.

La mostra è realizzata con il sostegno di TOD’S, sponsor dell’attività espositiva annuale del PAC, e con il supporto di Vulcano.

Grazie alla collaborazione con due importanti realtà culturali che operano a Milano, il PAC ha in programma due eventi che accompagneranno la mostra.

Giovedì 17 luglio dalle ore 21.00 un proiezione speciale organizzata in collaborazione con il Milano Film Festival,giunto quest’anno alla 19° edizione, che riproporrà alcuni corti selezionati dalla storia del Festival che hanno saputo avvicinarsi al tema del crimine.

Sabato 6 settembre, in occasione della chiusura della mostra, una grande serata con un progetto creato ad hoc dal Festival MITO per il PAC, un evento da brivido tra arte e musica: dalle 22.00visita guidata alla mostra con brevi intermezzi musicali e a seguire la Scary night dei Claudio Simonetti’s Goblin, storica band che firmò indimenticabili colonne sonore per maestri del cinema horror come Dario Argento e George Romero.

Continuano inoltre al PAC le visite guidate gratuite per tutti ogni domenica alle ore 17.30 e ogni giovedì alle 19.00 con una novità: biglietto ridotto al 50% (4 euro anziché 8)tuttiil giovedì a partire dalle 19.00.

IL DELITTO QUASI PERFETTO

a cura di Cristina Ricupero

PAC Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano

Fino al 7 settembre 2014

Barbara Izzo, Arianna Diana