Norman McLaren. Animazioni

Animazioni” è il titolo della prima rassegna dedicata in Italia a Norman McLaren (Stirling 1914 – Montréal 1987), pioniere dell’animazione sperimentale e autore di culto della cinematografia d’avanguardia. Curata da Lorenzo Giusti, direttore del Museo MAN ed Elena Volpato, responsabile della Collezione di Film e Video d’Artista della Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la rassegna presenta 14 tra le più importanti opere animate del regista scozzese, naturalizzato canadese, realizzate tra il 1940 e il 1983.

McLaren inizia la sua carriera a soli diciannove anni realizzando Seven Till Five (1933), un cortometraggio in cui descrive un giorno di vita in una scuola d’arte. Le tecniche dell’animazione fanno la loro comparsa due anni dopo con Camera Makes Whopee! (1935) che, presentato in Scozia, nell’ambito di un festival amatoriale, viene notato da John Grierson, padre del documentarismo britannico. Dopo la guerra civile spagnola del 1936, a cui partecipa come cineoperatore, McLaren realizza quattro film, tra cui Love on the wing, con immagini disegnate direttamente sulla pellicola. Trasferitosi a New York nel 1939, continua a sperimentare la pittura diretta su celluloide finché nel 1941 approda al National Film Board of Canada, grazie al cui supporto realizzerà opere fondamentali per lo sviluppo della cinematografia d’animazione, sperimentando innumerevoli tecniche, dalla pittura su celluloide all’animazione di carte ritagliate, dal disegno animato alla pixillation (con l’inserimento di attori veri in sequenze animate), dallo stop motion alle tecniche digitale.

In mostra al MAN, insieme a lavori come Boogie Doodle (1940), Begone Dull Care (1949) o A Phantasy (1952), anche il celebre cortometraggio Neighbours (1952), che valse a McLaren numerosi riconoscimenti, tra cui l’Oscar al miglior documentario. Il film, nel quale sono utilizzate persone reali per creare effetti animati, descrive la lotta fratricida tra due vicini di casa per accaparrarsi il fiore sbocciato sul confine tra le loro proprietà.
Tra gli altri lavori presentati nella rassegna Blinkity Blank (1955), un cortometraggio con immagini incise direttamente sulla pellicola, racconta il conflitto di un uccello con la sua gabbia, mentre in Chairy Tale (1957), un’animazione di oggetti e persone musicata da Ravi Shankar, il conflitto è tra un uomo e la sua sedia. Ancora in mostra, Le Merle (1958), un corto basato su una vecchia canzone franco-canadese, che narra la storia di un merlo che con l’avanzare dei versi della canzone perde le parti del corpo per ricomporsi continuamente in nuove immagini.

Tra i lavori degli anni Sessanta presentati nella rassegna, Lines-Horizontal (1961) e Mosaic (1965), sono il secondo e terzo di una serie di tre cortometraggi prodotti in collaborazione con Evelin Lambart. New York Lightboard Record (1961) riprende la reazione dei cittadini newyorkesi mentre osservano un annuncio luminoso a Times Square, mentre Pas de Deux (1967) è un video in bianco e nero, con protagonisti i ballerini Margaret Mercier e Vincent Warren, dove l’intreccio di musica e danza ricrea un effetto grafico, quasi stroboscopico, grazie all’utilizzo delle tecniche di slow-motion.
A rappresentare la produzione tarda di McLaren il pluripremiato Synchromy (1971), dove musica e immagini dialogano in perfetta sincronia, sfruttando il potenziale informatico e le nuove tecniche ottiche, e ancora Animated Motion 5 (1978), realizzato in collaborazione con Grant Munro, e Narcissus, cortometraggio musicale del 1983, l’ultimo realizzato per il National Film Board of Canada.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro

Orari: 10:00 – 13:00/15:00 – 19:00 (Lunedì chiuso)

Articolo di S. E.

 

Ratificato il trattato internazionale sul commercio di armi

Amnesty International ha espresso soddisfazione per il voto unanime con cui la Camera dei Deputati italiana ha approvato il disegno di legge per la ratifica del Trattato internazionale sul commercio di armi.

‘Auspichiamo un voto altrettanto unanime e sollecito in Senato’ – ha dichiarato Carlotta Sami, direttrice generale di Amnesty International Italia. ‘Ogni anno la violenza delle armi provoca nel mondo almeno 500.000 morti. Quanti altri ce ne saranno prima che il Trattato entri in vigore, col raggiungimento della 50esima ratifica?’.

Il Trattato, approvato a larghissima maggioranza dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite il 2 aprile di quest’anno, aperto alla firma degli stati il 3 giugno e già sottoscritto da 83 paesi, definisce per la prima volta gli standard internazionali per la compravendita di armi, il cui giro d’affari è stimato intorno ai 60 miliardi di dollari, legandoli al rispetto dei diritti umani; non disciplina l’uso domestico, ma richiede che gli stati si dotino di normative nazionali sul trasferimento delle armi e delle loro componenti.

Garantire il controllo sul commercio delle armi favorendo l’entrata in vigore di un trattato internazionale è una delle 10 richieste contenute nell’Agenda in 10 punti per i diritti umani che Amnesty International ha presentato a tutti i candidati e leader di coalizione, nell’ambito della campagna ‘Ricordati che devi rispondere’, nel corso dell’ultima campagna elettorale. Tale richiesta è stata sottoscritta da tutti i leader delle formazioni che compongono l’attuale governo e da 117 parlamentari.

Articolo di Amnesty International Italia

“Spring Awakening”. Il contenuto

Atto I

Wendla Bergman è una ragazzina di quindici anni che si lamenta con la madre: vuole sapere da dove arrivano i bambini, ma la madre pensa che sia troppo giovane per saperlo. (Mama who bore me). In realtà a tutte le ragazze (ma anche ai ragazzi) sono negate le informazioni riguardo al sesso (Mama who bore me reprise).

Moritz Stiefel è un giovane ragazzo sensibile ed emotivo, durante una lezione di latino sbaglia a citare una frase a causa di un colpo di sonno: non riesce a dormire a causa di incubi ricorrenti. Melchior Gabor è un compagno di classe di Moritz estremamente intelligente e ribelle: non crede nella visione ristretta del mondo, nella società e nel sistema scolastico, ma crede invece che ci sia molto altro da imparare (All that’s known).

Tutti i ragazzi confessano i loro sogni di natura erotica e raccontano a turno la frustrazione provocata dai loro pensieri e dai loro desideri (The bitch of living). Moritz, che non si sente a suo agio nel parlare di sesso, chiede a Melchior di scrivergli un tema sull’argomento, completo di disegni, e Melchior acconsente. Nel frattempo alcune ragazze trascorrono il tempo insieme dopo la scuola, immaginando matrimoni con i ragazzi del loro paese. I ragazzi e le ragazze lasciano scorrere i loro pensieri proibiti (My Junk).

Moritz ha letto con attenzione lo scritto di Melchior ma riconosce che le sue nuove conoscenze sul sesso non hanno fatto che rendere i suoi sogni più vividi e insopportabili. Melchior prova a calmare e confortare l’amico, ma nonostante le sue parole rassicuranti, Moritz scappa via frustrato e nervoso. Tutti i ragazzi e le ragazze esprimono il loro desiderio di contatto fisico e di essere toccati (Touch me).

Tempo dopo Wendla incontra nel bosco Melchior: i due trascorrono del tempo insieme e vengono colti dal desiderio di lasciarsi andare alle proprie pulsioni sessuali, il desiderio però resta inespresso (The word of your body).Moritz riesce a vedere di soppiatto il risultato del suo ultimo compito in classe ed è felicissimo perché il buon esito gli assicura la promozione a fine semestre. Tuttavia gli insegnanti decidono di bocciarlo comunque.

Le ragazze si trovano di nuovo fuori da scuola dopo le lezioni. Per caso emerge una verità raccapricciante: Martha confessa alle ragazze di subire abusi sessuali da parte del padre ma fa promettere alle amiche di non dire niente per evitare la fine di Ilse, una delle loro amiche d’infanzia che, denunciato il padre, è stata allontanata dalla comunità e ora vaga senza fissa dimora (The dark I know well).

Moritz, ricevuta la notizia di essere stato bocciato, comunica la cosa al padre che reagisce con rabbia, picchiandolo e umiliandolo. Il ragazzo, disperato, scrive alla madre di Melchior, la sua unica amica adulta, chiedendole soldi per fuggire in America in cerca di fortuna. La risposta della Signora Gabor è gentile ma categorica: non può dargli il denaro ma promette di scrivere ai suoi genitori per addolcirli (And then there were none). Durante un temporale Melchior si rifugia in una stalla, disperato e arrabbiato, combattuto e confuso dal difficile passaggio tra l’infanzia e l’età adulta. (The mirror-blue night). Viene raggiunto da Wendla. I due ragazzi sono fatalmente attratti dalla loro passione, si abbandonano ai propri desideri e fanno l’amore nella penombra del fienile (I believe).

 

Atto II

Wendla e Melchior, concluso il loro momento di intimità nel fienile, riflettono su quanto è appena accaduto (The guilty ones).

Moritz è fuggito di casa e vaga per la città (Don’t do sadness). Incontra Ilse, la compagna di un tempo, che adesso ha trovato rifugio in una colonia di artisti. I due rivangano alcuni ricordi d’infanzia (Blue wind). La ragazza lo invita ad andare con lei. Moritz declina l’offerta (Don’t do sadness/Blue wind) ma subito si pente: avrebbe avuto l’opportunità di allontanare i propri incubi, ma è ormai troppo tardi. Ilse è già sparita. Moritz sente di aver perso tutto e, convinto di non avere più nessuno a cui rivolgersi, si uccide.

Al funerale di Moritz, Melchior dà voce alla martoriata coscienza del padre dell’amico, così crudele e insensibile da portare il figlio al suicidio (Left behind).

Ritornati a scuola, il preside e l’insegnante trovano l’ingenuo saggio sul sesso che Melchior aveva scritto a Moritz e lo usano come pretesto per incolpare il ragazzo della morte dell’amico. Melchior sa di non avere alcuna colpa ma non può fare niente per dimostrarlo: viene accusato della responsabilità morale dell’accaduto ed espulso (Totally fucked).

Altrove, quella notte, Hanschen incontra il timido e delicato Ernst. Sedotto dai discorsi di Hanschen, Ernst gli confessa di amarlo. I due si scambiano un bacio appassionato (The word of your body reprise). Nel frattempo Wendla accusa strani malori. La ragazza è incinta e quando la Signora Bergman, sconvolta e adirata, affronta la figlia sull’argomento, Wendla è completamente scioccata e ignara di come la cosa sia potuta accadere. Si rende conto che la madre le ha mentito quando le ha detto come vengono concepiti i bambini e quindi la incolpa esplicitamente di non averle detto la verità. Wendla, pur travolta dagli eventi, pensa con speranza e fiducia al futuro e all’arrivo del suo bambino (Whispering).

Da una lettera di Wendla, Melchior apprende che la ragazza è incinta. Scappa dal riformatorio in cui era stato rinchiuso a seguito dell’espulsione dalla scuola e chiede alle amiche della ragazza di combinare un incontro con lei nel cimitero cittadino, a mezzanotte in punto. Nel cimitero Melchior vede la tomba di Moritz e promette all’amico morto di crescere suo figlio in un ambiente aperto e compassionevole. Poi scorge una tomba nuova: è la tomba di Wendla, morta per le complicazioni dovute all’aborto. Devastato da questa scoperta, desidera morire, ma gli spiriti di Moritz e Wendla emergono dalle loro tombe per offrirgli la loro forza (Those you’ve known).

Guidati da Ilse, tutti i ragazzi si uniscono a cantare The song of purple summer, inno alla vita, alla speranza e alla vitale forza rigeneratrice della natura.

Testo di Laura Regali

 

A Verona il Grande Teatro

Autori di grande rilievo, attori e registi di alto livello, capolavori di sicuro richiamo del Novecento e opere drammaturgiche dei giorni nostri: la stagione 2013/14 del Grande Teatro – pluridecennale rassegna di prosa organizzata dal Comune di Verona in collaborazione col Teatro Stabile di Verona, con Unicredit come main partner e con il contributo della Provincia di Verona – si preannuncia particolarmente interessante. Anche quest’anno sono otto gli spettacoli in scena al Teatro Nuovo con sei recite ciascuno, dal martedì al sabato alle 20.45 e la domenica alle 16, per un totale di quarantotto rappresentazioni. Il Grande Teatro 2013-14 inizierà martedì 5 novembre e si concluderà domenica 26 marzo.

La formula è quella consolidata negli anni e anche questa edizione – la ventottesima – si arricchisce di nuovi elementi fermo restando il criterio che sta alla base della rassegna: proporre al pubblico un ventaglio, ampio e di qualità, della drammaturgia classica quanto del teatro del secolo scorso e del nuovo millennio. Il tutto con messinscene che si avvalgono degli attori più amati e stimati da pubblico e critica a livello nazionale e dei migliori registi italiani.

Il cartellone 2013/14 abbina capolavori dell’Ottocento e del Novecento (come Hedda Gabler di Henrik Ibsen, Le voci di dentro di Eduardo De Filippo ed Erano tutti miei figli di Arthur Miller che appartengono a un filone drammatico) a commedie comiche e brillanti come I ragazzi irresistibili di Neil Simon e Servo per due che il cinquantasettenne drammaturgo inglese Richard Bean ha rielaborato dal Servitore di due padroni di Carlo Goldoni. Restando in ambito contemporaneo due testi in programma si preannunciano di sicuro e forte impatto per le tematiche che trattano: Prima del silenzio del regista e drammaturgo Giuseppe Patroni Griffi (scomparso nel 2005) che nel fare un raffronto tra generazioni traccia il bilancio che un uomo maturo fa della sua vita, e La torre d’avorio del settantanovenne sudafricano Ronald Harwood, testo che affronta il tema della libertà di un artista durante il nazismo. E infine la poetica Ballata di uomini e cani, tributo di Marco Paolini allo scrittore Jack London e al “senso del limite” che la montagna ci impone.

Di particolare rilievo i protagonisti di questa edizione che vede il debutto di due attori di grande talento come Luca Zingaretti (a Verona per L’altro teatro e per l’Estate Teatrale Veronese, mai per il Grande Teatro) e Pierfrancesco Favino. La stagione 2013-14 segna invece il ritorno di artisti molto amati dal pubblico: Marco Paolini, Toni Servillo (attore-regista che, sia a teatro che al cinema, è ormai apprezzato a livello internazionale), Leo Gullotta (che due anni fa riscosse grande successo per la sua memorabile interpretazione del Piacere dell’onestà di Pirandello), Eros Pagni di cui ricordiamo il toccante Aspettando Godot del 2011 in coppia con Ugo Pagliai e Tullio Solenghi che fu Ruzante nella scorsa edizione. Completano il quadro artisti di consolidata esperienza teatrale come Massimo de Francovich, Manuela Mandracchia, Mariano Rigillo, Luciano Roman e Anna Teresa Rossini.

A inaugurare il Grande Teatro il 5 novembre (con repliche fino al 10) sarà Le voci di dentro di Eduardo De Filippo, commedia che, rappresentata per la prima volta nel 1948, affronta il tema dell’ambiguità realtà-sogno. Protagonista e regista è Toni Servillo che torna a De Filippo di cui aveva già messo in scena, una decina di anni fa, con grande successo anche a livello internazionale, Sabato, domenica e lunedì. Al suo fianco, per la prima volta in teatro, il fratello Peppe Servillo, voce degli Avion Travel. Alberto Saporito (Toni Servillo) è convinto che i suoi vicini di casa, i Cimmaruta, abbiano ucciso l’amico Aniello Amitrano di cui da giorno all’altro non si hanno più notizie. Li denuncia ma, quando cerca prove dell’omicidio, si accorge che in realtà non è successo nulla e che il delitto lui lo ha solo immaginato. Decide allora di ritrattare. Ma è troppo tardi perché la sua denuncia ha messo in moto un meccanismo che non si può più fermare. Lo spettacolo è una produzione di Teatri Uniti, Piccolo Teatro di Milano e Teatro di Roma.

L’attrice Manuela Mandracchia è la protagonista, affiancata da Luciano Roman, del secondo spettacolo, Hedda Gabler di Henrik Ibsen, in programma dal 26 novembre al 1° dicembre nell’allestimento del Rossetti Teatro Stabile di Trieste e della compagnia Enfi Teatro per la regia di Antonio Calenda. Considerata una delle opere maggiori del grande autore norvegese, Hedda Gabler descrive le ossessioni e le nevrosi di una donna che non riesce a vivere serenamente la propria femminilità e a realizzare le proprie aspirazioni.

Dopo la morte del padre, il generale Gabler che le aveva permesso di vivere nell’agio, Hedda si trova costretta a sposare Tesman, mediocre intellettuale piccolo borghese. Neppure la scoperta d’essere incinta la scuote dalla noia e dall’insoddisfazione. La situazione precipita quando riappare l’antico amore di Hedda, l’intellettuale geniale e dissoluto LØvborg, amato dalla giovane Thea. Una sera, LØvborg, ubriaco, smarrisce un suo importante manoscritto. L’evento darà a Hedda la possibilità di mettere in atto una strategia dagli esiti letali.

Dal 10 al 15 dicembre Leo Gullotta interpreta Prima del silenzio di Giuseppe Patroni Griffi, autore e regista napoletano celebre soprattutto per la commedia (e successivo film) Metti, una sera a cena. Scritto nel 1979 per l’attore Romolo Valli, Prima del silenzio traccia il bilancio esistenziale di un intellettuale che ha alle spalle un’onorata carriera di poeta e di traduttore di Eliott. In scena, insieme a lui, un giovane che non ha varcato la soglia dei vent’anni. Non hanno niente in comune, fisicamente sono come devono essere un adolescente e un uomo maturo. Eppure qualcosa li unisce. Al punto che al suo giovane interlocutore l’uomo maturo affiderà le sue memorie dalle quali emergono le figure – la moglie, il figlio, un cameriere – che nella sua vita hanno lasciato un segno. Produce lo spettacolo il Teatro Eliseo, la regia è di Fabio Grossi.

Il 2014 si apre all’insegna di Ronald Harwood drammaturgo (famoso soprattutto per Servo di scena) e sceneggiatore che nel 2003 ha vinto l’Oscar per la sceneggiatura del film Il pianista di Roman Polanski. Di Harwood dal 14 al 19 gennaio va in scena La torre d’avorio con Luca Zingaretti, il popolarissimo commissario Montalbano televisivo, nella duplice veste di protagonista e regista affiancato da un altro interprete di spessore qual è Massimo de Francovich. La torre d’avorio è ambientata a Berlino nel 1946, al termine della Seconda Guerra Mondiale quando iniziano i processi a rappresentanti e sostenitori del regime nazista. Un ufficiale dell’esercito americano, il maggiore Steve Arnold (Zingaretti), deve indagare su un famoso direttore d’orchestra, Wilhelm Furtwängler. Questi, pur non avendo mai sostenuto il nazismo, ha però continuato la sua attività in patria, convinto che arte e cultura debbano essere mantenute vive per contrastare le atrocità della politica. Ma fino a che punto – è l’interrogativo dello spettacolo prodotto da Zocotoco – l’arte può considerarsi libera dai condizionamenti del potere?

Tutt’altro registro dal 4 al 9 febbraio con il Teatro Stabile di Genova che propone I ragazzi irresistibili di Neil Simon. Tullio Solenghi ed Eros Pagni, diretti da Marco Sciaccaluga, vestono i panni di due anziani attori comici di vaudeville che, dopo aver passato assieme quarant’anni sul palcoscenico, si sono separati e ritirati dal mondo dello spettacolo. La coppia artistica, per iniziativa del nipote di uno dei due, potrebbe però ricomporsi e rispolverare il vecchio repertorio. Prima che il progetto vada in porto ci sono ovviamente mille ostacoli da superare. La vicenda, particolarmente comica, ha avuto anche due celebri versioni cinematografiche: la prima è I ragazzi irresistibili (The Sunshine Boys, 1975) di Herbert Ross con Walter Matthau e George Burns, film che si aggiudicò un premio Oscar e ben quattro Golden Globe. La seconda (con lo stesso titolo) è un film tv del 1995 con la regia di John Erman e con Peter Falk (il “tenente Colombo”) nel ruolo che era stato di Matthau e Woody Allen in quello della “spalla” interpretato da Burns nel 1975.

La rivisitazione di una celeberrimo capolavoro di Carlo Goldoni sta alla base della commedia Servo per due che Richard Bean ha tratto dal Servitore di due padroni. Protagonista di Servo per due (una produzione Gli Ipocriti – Associazione R.E.P.) in programma dall’11 al 16 febbraio, è uno degli attori italiani più apprezzati del momento, Pierfrancesco Favino che cura anche la regia assieme a Paolo Sassanelli. Accanto a lui gli attori del Gruppo Danny Rose. La vicenda, ambientata a Rimini negli anni Trenta, ruota attorno al personaggio di Pippo, moderno Arlecchino, rimasto senza lavoro e quindi senza soldi. Dopo vari tentativi falliti, ormai disperato, accetta di lavorare per due diversi padroni in modo da poter avere un doppio stipendio. Ma le cose non sono così semplici soprattutto perché Pippo s’imbatte in due malfattori.

Dal 4 al 9 marzo un graditissimo ritorno al Grande Teatro: quello di Marco Paolini con Ballata di uomini e cani di cui lui stesso è autore e regista. Prodotto da Jole Film, lo spettacolo è un dichiarato omaggio a Jack London, scrittore che Paolini ha sempre amato e che ha influenzato fortemente il suo immaginario di ragazzo. London, noto soprattutto per romanzi come Zanna bianca e Il richiamo della foresta, visto con occhi adulti mostra la sua variegata produzione letteraria che va ben oltre l’avventura e sconfina nella fantapolitica e nell’on the road. Un uomo, un cane e le terre del Nord del Canada e dell’Alaska sono i protagonisti di questo spettacolo che racconta il rapporto tra uomo e natura per parlare del “senso del limite” : concetto che in una cultura che ha fatto, e continua a fare, del “no limits” una sorta di slogan dà valore aggiunto ai capolavori di Jack London ambientati nel Grande Nord.
Chiude la stagione un capolavoro di Arthur Miller, Erano tutti miei figli, in scena dal 18 al 23 marzo nell’allestimento del Teatro Stabile di Catania e Doppiaeffe Production. Ne è protagonista Mariano Rigillo affiancato da Anna Teresa Rossini. La regia è di Giuseppe Dipasquale. Il dramma (che rese famoso Arthur Miller nel 1947) è incentrato sulla figura dell’imprenditore Joe Keller (Rigillo) che durante la Seconda Guerra Mondiale non esita a trarre profitto dalle vendita di pezzi di ricambio difettosi destinati ad aerei dell’Aeronautica militare statunitense. Il materiale difettato provocherà la morte di ventuno piloti e il tragico gesto di uno dei figli di Joe Keller. Erano tutti miei figli torna al Teatro Nuovo dove vi era stato rappresentato nel 2007 con protagonista Umberto Orsini.

Come nelle passate edizioni, nei giovedì di spettacolo i protagonisti del Grande Teatro incontreranno il pubblico nel foyer del Nuovo alle ore 17. Gli otto incontri saranno preceduti da altrettanti “inviti alla visione”, otto “aperitivi teatrali” a cura di Simone Azzoni.

Per informazioni: Comune di Verona tel. 045 8077201 e http://www.ilgrandeteatro.comune.verona.it

 Articoli di Enrico Pieruccini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A Perugia in mostra Perugino, Raffaello e Sassoferrato

L’appuntamento è di quelli da non perdere.

Per la città che lo ospita, Perugia, per l’elegante magnificenza del contenitore che lo accoglie, il Nobile Collegio del Cambio, capolavoro del Perugino, e soprattutto per i grandi maestri che questa mostra mette per la prima volta a diretto confronto: Perugino, Raffaello e Sassoferrato.

La mostra rappresenta la prima importante estensione fuori Toscana del progetto “La città degli Uffizi”.

Per Raffaello si tratta di un ritorno a Perugia; ritorno che avverrà attraverso il suo celeberrimo Autoritratto (dipinto tra il 1504 e il 1506), capolavoro ammirato in tutto il mondo, che sarà collocato nella Sala dell’ Udienza del Nobile Collegio, la stessa sala che con il suo maestro Perugino lo vide all’opera, probabilmente come semplice collaboratore, agli esordi della sua sfolgorante carriera.

Insieme al suo Autoritratto giungeranno dagli Uffizi quello del suo maestro, il Perugino appunto, e quello non meno straordinario di un artista posteriore che ai due ispirò il proprio lavoro, ovvero Giovan Battista Salvi detto il Sasoferrato.
Tre capolavori posti vis a vis, a collo­quiare tra loro e con un quarto autoritratto, anch’esso del Perugino, ma stavolta dipinto a fresco sulle pareti del Nobile Collegio, quasi come a firmare con nome e volto un’opera che il maestro riteneva tra le sue migliori.

Ed è in questi gioco di autoritratti che si esemplifica la nuova consapevolezza degli artisti del Rinascimento. Prima d’allora, il pittore si ritraeva tutt’al più “come di contrabbando, in un racconto sacro”: L’Autoritratto del Perugino al Cambio, inserito tra gli uomini famosi, accompagnato da una epigrafe celebrativa, fa irrompere la nuova certezza di ruolo che gli artisti si sono conquistati rispetto ai loro colleghi di altre arti manuali.

Il confronto proposto dalla mostra tra il volto del maturo mastro umbro e l’Autoritratto del giovane Raffaello consente di allargare la riflessione sul tema della bottega del Perugino nella quale transitò, appena sedicenne, anche Raffaello.
Completa la triade il famoso Autoritratto del Sassoferrato che porta ad affrontare l’importante tema della rivisitazione secentesca dei modi espressivi di Perugino e di Raffaello.

Come afferma il professor Mancini, “Proprio per indagare questo, nella contigua Cappella di San Giovanni, sempre parte del Nobile Collegio, vengono riunite sette opere del pittore marchigiano ispirate ai prototipi dei due maestri rinascimentali. Conservate nella basilica di San Pietro a Perugia le sette opere del Sassoferrato danno la misura dell’impegno messo dall’artista nel riproporre i celebri modelli della tradizione figurativa a cavallo tra Quattrocento e Cinquecento. Ne è limpido esempio il confronto, proposto in mostra, tra due immagini di San Mauro, l’una del Perugino la seconda del marchigiano. Sassoferrato qui mostra di saper dar vita ad uno stile autonomo nel quale confluiscono gli echi delle levigate eleganze peruginesche e raffaellesche e le innovazioni iconografiche e stilistiche derivate dai dettami del Concilio di Trento”.

La mostra, oltre che riunire opere di straordinaria bellezza e suggestione, è occasione di approfondimento scientifico. Come ben testimonia il catalogo, inserito nella collana “La Città degli Uffizi” che accoglie contributi di Francesco Federico Mancini e di Antonio Natali, curatori dell’esposizione, accanto a saggi e schede di Silvia Blasio, Fabio De Chirico, Cristina Galassi, Roberto Guerrini, Fabio Marcelli, Marta Onali e Francesco Piagnani.

Per informazioni e prenotazioni: Nobile Collegio del Cambio, Corso Vannucci 25, Perugia. tel.075 5728599. Orari di apertura: tutti i giorni: 10.00 – 19.00.

Articolo di S. E.

Intervista a Stefano Brondi, direttore musicale di Spring Awakening

Spring Awakening si presenta subito come un’opera originale e anticonformista: che cosa ti ha colpito maggiormente delle musiche di Duncan Sheik?

Non sono tanto le musiche ad avermi colpito, evoluzione naturale dei suoi esordi negli anni ’90 (Barely Breathing nel 1996 è stata praticamente una hit onnipresente nelle radio americane), quanto il loro inserimento all’interno di una prosa complicata e soprattutto assolutamente inconciliabile, almeno nelle premesse stilistiche, con l’epoca storica di cui tratta. Solo entrando nello specifico della produzione si capisce come quello che a molti è sembrato un azzardo, nato come scommessa dal rifiuto di Sheik di scrivere un Musical propriamente detto per non tradire la sua storia musicale, sia in realtà la chiave vincente che apre allo spettatore due piani di visione paralleli: l’estremo (come superlativo di esterno) freddo e censurato delle regole di una società fortemente conservatrice, e l’intimo (come superlativo di interno) della psiche dei ragazzi, totalmente in disaccordo e precursore di un sentire che vedrà la luce solo molti anni più tardi.

La versione italiana di Spring ha le sue peculiarità nella struttura e nel cast: per le musiche hai aderito in toto alle originali o ti sei preso delle libertà?

L’idea principale sulla quale abbiamo costruito questa avventura è sempre stata caratterizzata da una forte adesione all’originale, al limite del didascalico, anche solo per una questione di rispetto: in questo mondo “Americans do it better”, e chiudiamo là il discorso. Ciò nonostante, quando musicalmente sono state chiamate in causa sonorità e qualità artistiche che hanno la loro culla musicale nel nostro paese, mi è sembrato giusto porle in evidenza anche forzando, se necessario, alcuni aspetti come la scelta di tenere gli archi in evidenza nel sound design creato in coppia con l’eccezionale Simone Lazzarini di Amandla, e alcune decisioni legate al movimento musicale nei brani più “emozionali”.

Un elemento chiave dell’opera è l’unione di linguaggi classici con moduli rock: in che modo hai interpretato questa caratteristica?

L’ho interpretata prendendomi un rischio: accentuare, o in certi casi crearla in toto, un’agogica (il moto musicale portato avanti dalla bacchetta del direttore d’orchestra che determina frequenti cambi di tempo) più vicina al mondo classico, in particolare nei brani dove è l’emozione a portare avanti la musica e non l’imperativo metronomico. Una difficoltà ulteriore è stata conciliare il tutto con i video che campeggiano nella scena, a loro volta predeterminati nella durata.

C’è chi parla di musical tout court, chi di opera rock, chi trova difficile definire e inquadrare Spring: tu che idea ti sei fatto?

Le definizioni stanno strette a qualsiasi opera, se la si conosce nel profondo. Sto tentando di rispondere a questo e molti altri quesiti compilando il programma di studi del prossimo anno alla SDM di Milano per i miei corsi di Storia del Musical, e so per certo che una definizione ragionata potremo darla solo a posteriori, quando la polvere si sarà posata da tempo su questo titolo.

Gli stessi storici di Broadway faticano a trovare una collocazione per Spring, così come negli anni ’70 per le Opere Rock che debuttavano nei teatri o negli anni ’80 quando videro la luce i POPsicals come Cats o Les Miz. Si tratta di un poligenere vivo, che è capace di leggere la musica del suo tempo e non chiudersi di fronte a nessuna novità. Credo che tra qualche anno salterà fuori una categoria per spettacoli come questo, che hanno il piano narrativo e quello cantato in parallelo senza mai incontrarsi. Per adesso, e fin quando è possibile, consiglio di godersi semplicemente l’energia di uno spettacolo che ha decisamente smosso le acque, e sta svolgendo questo compito proprio adesso anche qui in Italia.

Spring gode di una rock band dal vivo, a differenza dei musical che usano basi registrate: che opportunità offre questa presenza?

L’opportunità di respirare musicalmente l’opera e godere di uno spettacolo nuovo ogni sera. Pensateci: i cantanti adesso sanno di avere non basi meccaniche ma persone vive che viaggiano battuta per battuta a fianco a loro, che si emozionano se loro cantano una frase nel pieno delle loro sensazioni, e che sanno stupire con dettagli sonori sempre più vividi approfondendo la conoscenza dell’opera replica dopo replica.

Tutto ciò produce un’energia potentissima per la quale mi sono battuto a tutti i livelli: alla produzione ho chiesto di non ridurre il numero dei musicisti e di poter dirigere personalmente le repliche; agli attori ho richiesto la lettura degli spartiti, l’unica chiave di raccordo e dialogo tra loro e chi crea la musica; con i musicisti mi sono soffermato su ogni battuta dei brani, spiegando loro tutti i termini di uso corrente nella “musica da teatro” che generalmente loro non incontrano avendo un background (magnifico, aggiungerei) di musicisti “puri”; con i tecnici audio ho collaborato per disegnare ogni brano ed ogni intersezione musicale in linea con la storia che, insieme al nostro regista Emanuele Gamba, stiamo raccontando. Se quello che percepite è ben fatto, è anche frutto di questi e di altri innumerevoli particolari che costellano la storia produttiva di quest’opera, nella quale crediamo veramente al di là di ogni retorica.

Gli argomenti, le caratteristiche, il rapporto con la musica: Spring è un lavoro sui generis. A tuo avviso quali sono i maggiori elementi di originalità di questo spettacolo?

La funzione drammaturgica nuova delle musiche in quest’opera, la lettura senza tempo dei rapporti tra le generazioni, e la sana voglia di mostrare al pubblico le cose come sono, senza alcuna edulcorazione. Questi sono i suoi punti di forza, soprattutto in questo tempo storico dove la gente ha un bisogno sano di verità, anche se può far male. Spring Awakening è in grado di esorcizzare chiunque ne abbia bisogno, e abbia il coraggio del cambiamento, semplicemente dicendo “Touch me… all is forgiven”.

Spring è un’opera coraggiosa: è una scelta coraggiosa anche il portarla sui palchi italiani o pensi che il nostro pubblico sia pronto?

Spring è un’opera coraggiosa negli Stati Uniti, in Italia è semplicemente folle. In un paese dove generalmente non si ha il coraggio di dire niente che infranga un sistema fermo a non so più quali anni, arriva una compagnia sconosciuta, con un titolo impronunciabile, nessun “nome” mediatico propriamente detto e argomenti che farebbero saltare sulla sedia qualunque benpensante. Il tutto condito con una musica rock a livelli acustici non proprio teatrali. Spring è un’opera di coraggio, il coraggio della produzione di Pietro Contorno che si è avvalso di professionisti coraggiosi come me e tutti i miei colleghi, ha cercato in giro attori giovani e coraggiosi, e ha potuto contare sull’appoggio di gestori teatrali coraggiosi come Alessandro Longobardi del Brancaccio di Roma, dove lavoro come Direttore Musicale anche e soprattutto grazie al lavoro fatto su questo titolo.

Che tipo di ascoltatori immagini per Spring?

Chiunque può rispecchiarsi ed immergersi nel “bagno di realtà” che quest’opera ti offre. Io direi solo: dateci l’occasione di stupirvi, e di raccontarvi che il teatro musicale non è stantio e ammuffito, ma vivo e roboante come non mai. Spring is coming. It’s up to you.

Intervista di Donato Zoppo

 

Intervista a Pietro Contorno, direttore artistico di Spring Awakening

Spring Awakening è un’opera coraggiosa: è una scelta coraggiosa anche il portarla sui palchi italiani oppure pensi che il nostro pubblico sia effettivamente pronto?

Una scelta coraggiosa al limite del temerario e dell’incosciente. È vero. Ce lo dicono tutti. Specialmente in un anno cosi difficile per la società e la cultura italiana in genere. Ma come si dice: se non ora, quando? Il cambiamento deve essere cavalcato “prima”, deve essere anticipato, assecondato, stimolato. E questo noi vorremmo che accadesse. Vorremmo che il panorama teatrale dedicato all’entertainment scoprisse che esiste anche altro con cui “intrattenere” il pubblico. Il giudice resta sempre lui, inappellabile. Deciderà lui se veramente le scene sono troppo “forti” o i temi indigeribili. Noi vogliamo semplicemente ampliare il menù…

I temi, le caratteristiche, il rapporto con la musica: Spring Awakening è un lavoro che farà parlare di sé: secondo te quali sono i maggiori elementi di originalità dello spettacolo?

Dobbiamo distinguere. Se parliamo dell’effetto innovativo che ha avuto lo spettacolo negli USA, possiamo sottolineare gli aspetti preminentemente artistici: l’ambientazione minimalista, l’uso del doppio registro prosa/rock-show, l’impatto emozionale sul pubblico, etc.

Se parliamo dell’Italia invece le cose cambiano. Non stiamo portando ovviamente in scena un’opera d’avanguardia o particolarmente trasgressiva per il teatro di ricerca, ma per il mondo del musical e del teatro mainstream rischiamo di essere veramente uno shock. Giovani attori “fusi” in un progetto lungo due anni. Un team creativo dedicato all’opera in maniera intensiva. Temi di assoluto spessore umano, sociale e politico. Una comunicazione che prova a smarcarsi dai media tradizionali. Potrei continuare…

Un musical, un’opera rock, una pièce teatrale: che cos’è Spring?

Voglio parlare da spettatore perché in fondo, oltre al mio ruolo produttivo, é questo che sono. La sera della prima ho guardato lo spettacolo cercando di “sentire” ciò che dal palco mi arrivava, ed é stato devastante. Tecnicamente Spring é uno spettacolo teatrale con dei brani inseriti nella drammaturgia e l’ausilio di una grafica intelligente e non invasiva. In realtà é una girandola di emozioni forti, fortissime, che dura due ore e ti lascia scombussolato.

La giovinezza e il conflitto generazionale sono la chiave di lettura dell’opera: oggi la conflittualità tra genitori e figli, studenti e scuola, singolo e istituzione, sembra essersi affievolita. Secondo te Spring è un lavoro anacronistico oppure Sater ha avuto la capacità di intravedere nuovi dati sociali difficili da scorgere?

Come a seguito della caduta dei regimi ideologici di fine secolo scorso si é frettolosamente teorizzata la consunzione dei conflitti e delle contrapposizioni politiche e sociali, così spesso ci convinciamo che autoritarismo, tabù e assenza di corrette informazioni non abbiano più cittadinanza nella nostra società. Ce lo vedete oggi un insegnante punire “fisicamente” un alunno per comportamento irrispettoso, o degli adolescenti arrossire parlando di sesso? Certo che no. Ma a mio avviso il conflitto si é semplicemente spostato.

L’assoluta assenza di autorità e credibilità del modo della scuola oggigiorno ad esempio, é l’esatto opposto della scuola autoritaria del Ventennio da noi descritta. Ma come si suol dire, gli opposti alla fine coincidono, perché in realtà quello che occorre oggi, come ieri, é autorevolezza dell’istituzione scolastica e di chi la rappresenta. Cieca e acritica osservanza delle regole formali di ieri, indifferenza verso una forma autentica del sapere di oggi. Quanto é cambiato?

Riguardo al sesso. Spesso mi é stato detto: “I ragazzi ormai sanno tutto, anche troppo”. Poi scopriamo che il più alto tasso di gravidanze indesiderate in Italia di under 16 viene riscontrato in Lombardia, o che un ragazzino si toglie la vita a causa delle sue scelte affettive. Può bastare?

TodoModo Music-All ha una grande esperienza nel campo delle opere rock: Spring è sulla falsariga di quanto avete già prodotto o è una novità anche per voi?

Direi che senza i 15 anni di produzioni alle spalle che la compagnia può vantare, questo lavoro non avrebbe potuto aver vita. É un metodo complesso, faticoso, che vive dell’adesione direi anche etica di tanti professionisti. Parte dalla condivisione di un progetto che si fortifica ben prima che inizi la produzione esecutiva. Dedizione, cura del particolare, minuziosità. Quello che noi chiamiamo “lavorare per bene”. E in questo TodoModo può vantare su professionalità e umanità ormai cementate negli anni.

Quali sono le analogie e quali le differenze tra la versione americana dell’opera e la vostra?

Io sono partito da una sorta di venerazione dell’opera originale. Il mio dubbio maggiore é sempre stato: “Riusciremo mai ad essere così intensi, così credibili?”. Spring é fatto apparentemente di poche cose. Niente effetti speciali, niente costumi sgargianti, niente coreografie. Quindi non avevamo paracaduti. Io mi sono sforzato di far passare l’idea di un’ambientazione negli anni ‘30 dello scorso secolo in Italia. Dopodiché ogni volta che ciascun responsabile di settore portava i propri elaborati, tutti compartecipavano e interloquivano anche sugli altri aspetti. Ma soprattutto la regia. Devo dire che Emanuele Gamba ha veramente dato un’anima tutta nostrana all’opera. Persino la nostra orchestra é guidata da Stefano Brondi in maniera del tutto personale. Pur essendo cantata in inglese il nostro Spring Awakening é veramente un pezzo di teatro italiano.

Oltre ad essere un professionista affermato in campo teatrale, tu sei anche un musicista di grande esperienza: quali sono le peculiarità della componente musicale di Spring?

Non voglio togliere il mestiere al mio direttore musicale, Stefano Brondi, che é il vero guru in materia, ma di certo la commistione tra rock e arrangiamenti classici, le superlative armonizzazioni vocali e l’orecchiabilità radiofonica assolutamente virale di certi ritornelli. Inoltre i testi sono, a differenza ahimè di molti altri musical, di assoluto valore poetico, densi di richiami a simbologie classiche, dalla tradizione greca a Shakespeare, il tutto farcito di slang MTV-style, doppi sensi adolescenziali e qualche parola “forte”. Grandissima sinergia artistica e umana quella tra Steven Sater e Duncan Sheik. E nell’opera si sente tutta.

Che genere di pubblico immagini per Spring?

Banalmente e semplicisticamente, Spring é considerata un’opera giovanile. Quindi tutti si aspettano un pubblico prevalentemente fatto di adolescenti. Ma a mio avviso l’opera conquisterà esattamente il pubblico adulto. Almeno quello più curioso di vedere e di capire se stesso attraverso i giovani. Come ha ottimamente detto uno dei ragazzi del cast, Spring sembra essere un opera scritta dai ragazzi per gli adulti. Non voglio essere a mia volta ecumenico e scontato, ma credo che tutte le età abbiano da scoprire nell’opera qualcosa che le rappresenti, che le esorcizzi.

Il 29 ottobre al Teatro Pavarotti di Modena partirà il tour italiano di Spring, che toccherà le maggiori città e i principali teatri: che tipo di feedback avete trovato da parte delle strutture locali?

Spring ha una forza sua, magnetica, contagiosa. Si é imposto all’attenzione degli operatori culturali pur non potendo contare su un titolo da cassetta o starlette dell’ultima ora. Chi l’ha visto é rimasto flashato… (Mi passate il termine?). E il meglio credo debba ancora venire…

Il tour terminerà a maggio 2014 all’Auditorium Europa di Bologna: cosa succederà dopo?

Intanto faremo banalmente i conti. Ma certo é che se il pubblico ci avrà gradito Spring sarà on the road anche la prossima stagione. TodoModo intanto affila le armi su un altro paio di soggetti. Ma questo é ancora top secret….

Intervista di Donato Zoppo

Intervista a Emanuele Gamba, regista di Spring Awakening

Per temi e struttura, Spring Awakening si presenta immediatamente come un’opera coraggiosa: che tipo di approccio alla regia hai dovuto impostare?

Ho conosciuto Spring Awakening vedendo un video pirata della versione americana; e mi sono divertito, e molto commosso. Mi parlava di me; di me di quasi 30 anni fa, ma mi ricordavo tutto. E bruciava ancora. Broadway ha prodotto un capolavoro semplice e franco e questo – a mio avviso – ne ha decretato il grande successo. Quella prima visione e il seguente studio del copione ha indicato la via, obbligatoria, l’unica per me che potesse far vibrare quel rigoglio stupito che è il fondamentale humus di questa storia: la semplicità franca dell’emozione, questa era l’unica maieutica capace di far vivere i personaggi.

Il resto, avendo a disposizione il cast che abbiamo, è stato semplice e bellissimo.

Gli argomenti, le caratteristiche, il rapporto con la musica: Spring è un lavoro decisamente sui generis. A tuo avviso quali sono i suoi maggiori elementi di originalità?

Il maggiore elemento di originalità di Spring risiede a mio avviso nell’intuizione dei due autori di “manomettere” un testo cruciale di uno dei massimi drammaturghi europei del XIX secolo. Da questa iniziale spregiudicatezza, da questa iniziale libertà di approccio – qui è proprio il caso di parlare di approccio – derivano tutte le coraggiose scelte stilistiche che compongono la drammaturgia dei testi e della musica. Del testo di Wedekind – ovviamente – rimane un distillato alle volte forse troppo asciutto ma il suo alternarsi ai numeri musicali, permette di riformulare un continuo riequilibrio delle necessità della narrazione.

Dirigere un’opera come Spring significa anche confrontarsi con la versione americana, che ha avuto un incredibile successo: che differenze ritieni ci siano tra l’originale e la vostra?

Forse deluderò qualcuno ma ho visto lo Spring americano soltanto una volta; quella prima volta e neanche tutta d’un fiato. Visto il grande successo volevo sinceramente evitare di rimanere incastrato in una forma di soggezione spaventata e quindi mi sono buttato sullo studio solitario della drammaturgia.

Prima di tutto grazie all’intuizione di Pietro Contorno abbiamo spostato il racconto nei giorni bui del ventennio, da lì siamo partiti per raccontare la nostra storia e ci siamo avvitati per un po’ di tempo su un progetto scenografico che guardasse all’architettura dell’Eur. Dopo settimane di colonne ed emicicli è arrivata l’idea semplice e funzionale: trattandosi di storia in cui la scuola incarna quel conformismo feroce e aggressivo che frustra e violenta i nostri personaggi, perché non ridurre tutto ad un grande banco di scuola semovente. E dietro a questo banco perché non immaginare una grande lavagna, che forse per problemi di autorevolezza si è accidentata incastrandosi nel terreno, perdendo centralità ed equilibrio. E perché su questa lavagna, come si faceva quando si segnava sul retro il nostro dissenso o i nostri segreti… non scriviamo a grandi lettere le ragioni cantate dai ragazzi? Ed ecco nascere l’idea del racconto video che è una specie di traduzione in segni e disegni della traduzione linguistica delle canzoni.

Il resto – che rimaneva addirittura di importanza centrale per me – si sostanziava nella preoccupazione che la parte recitata dello spettacolo fosse preziosa e curata come fosse stata un Wedekind originale.

Un musical, un’opera rock, una pièce teatrale: ti sei fatto un’idea su come poter presentare Spring? E soprattutto, che cos’è?

Sinceramente non mi interessa troppo includere Spring in una categoria; Spring Awakening è semplicemente una storia bella e coraggiosa che narra di giovani vite alla ricerca di un senso. Spring è il “Canto della Natura”, di quella selvaggia che ci circonda coi suoi monti, i suoi boschi, i suoi laghi, i mari, i cieli e di quella intima che visitiamo – e che ci visita – ogni giorno e ogni notte della nostra vita per indicarci la via e spingerci su un cammino di crescita e conoscenza.

Quali sono le componenti di Spring che ti hanno maggiormente stimolato e incuriosito come regista? Quali invece ti hanno messo in difficoltà?

Per me fare una regia significa percorrere parallelamente due strade, realizzando una specie di accerchiamento verticale del testo. La strada che passa sopra il testo me lo fa vedere dall’alto, medianicamente, mi regala una veduta del tutto, mi aiuta più che a capirne il significato ad averne un’impressione, a farmene sentire la temperatura emotiva; l’altra strada che passa sotto il testo mi aiuta ad organizzare un sottosuolo sul quale possa poggiare la traduzione scenica del racconto: il gioco degli interpreti, la loro relazione nello e con lo spazio, la dinamica fra parola e canto. Con gli anni ho imparato a non avere paura delle difficoltà che spesso un testo ti presenta; ho chiesto e ottenuto da tutti onestà, generosità e fiducia e in questo clima nessuna particolare difficoltà ha spaventato né me né i miei attori.

Spring è un’opera coraggiosa: è una scelta coraggiosa anche il portarla sui palchi italiani oppure pensi che il nostro pubblico sia effettivamente pronto?

Portare Spring sui palcoscenici italiani è senz’altro un atto coraggioso; ma il tempismo con cui Stefano Brondi ha tirato fuori il titolo è stato addirittura perfetto, e per certi versi taumaturgico. In Italia siamo alla fine di un altro – l’ennesimo – ventennio e al momento di un bilancio di questa importanza serve da parte di tutti (palco e platea) onestà, verso i temi da affrontare, generosità nel cedere per ricevere qualcosa, e fiducia nel fatto che questa sia l’unica via che meriti di vedere tante primavere.   Che tipo di pubblico immagini per Spring?

Chiunque sia stato adolescente è lo spettatore ideale di Spring; unica altra condizione è che se ne ricordi e si intenerisca per quella imbarazzante sconvolgente età dello slancio e del disagio che ci ha fatto sentire tutti sulle montagne russe. Un giorno fra le nuvole e il giorno dopo – o anche 5 minuti dopo – sottoterra.

La giovinezza e il conflitto generazionale sono la chiave di lettura dell’opera: oggi la conflittualità tra genitori e figli, tra studenti e scuola, tra singolo e istituzione, sembra essersi affievolita. Secondo te Spring è un lavoro anacronistico oppure gli autori hanno avuto la capacità di intravedere nuovi dati sociali difficili da scorgere?

Risveglio di primavera (1891) di Wedekind era pura avanguardia, sconvolgente e scandaloso e infatti dovette aspettare 15 anni e un grandissimo ed influente regista come Max Reinhardt per essere messo in scena; Spring Awakening è la sua metamorfosi rock più di 100 anni dopo e l’amore che decine di migliaia di “giovani adolescenti e adolescenti vecchi” gli hanno regalato è la dimostrazione che il conflitto – seppur magari sotterrato di gran fretta – rimane aperto e doloroso.

Azzardo ? Se Frank Wedekind fosse nato a New York negli anni ‘60, non avrebbe scritto Risveglio di primavera; ne sono sicuro, avrebbe scritto Spring Awakening.

Intervista di Donato Zoppo

“Ebraicità al femminile. Otto artiste del Novecento” a Padova

“L’Amministrazione comunale ha accolto con slancio l’idea di allestire una grande e ricca mostra in occasione della Giornata europea della Cultura Ebraica”, afferma l’Assessore alla Cultura di Padova, Andrea Colasio.

“La mostra offre lo spunto per riflettere sull’identità di genere, sullo spazio e ruolo della donna nella tradizione ebraica e, più in generale, per favorire la conoscenza e la comprensione di una realtà come quella della Comunità Ebraica, da anni ben radicata sul territorio cittadino”.

L’esposizione presenta, intorno a una protagonista come Antonietta Raphaël, altre sette importanti artiste ebree del Novecento (Eva Fischer, Alis Levi, Adriana Pincherle, Gabriella Oreffice, Lotte Frumi, Paola Consolo, Silvana Weiller), delineando così una storia dell’arte italiana in un’ottica prima di tutto femminile e poi specificamente ebraica. L’iniziativa intende dare “il giusto risalto a quelle esperienze femminili che sono state in grado di trasformare una condizione di minorità sociale in una ragione di affermazione, di indipendenza creativa, tali da valorizzare sia le loro esistenze che la vita culturale del nostro paese”.

“Se artisti quali Modigliani, Cavaglieri o Cagli sono stati ampiamente studiati e rappresentati anche al grande pubblico, artiste come Antonietta Raphaël o Adriana Pincherle sono figure di secondo piano nel mondo artistico contemporaneo o per lo meno non ancora abbastanza conosciute, afferma Marina Bakos, che cura l’esposizione insieme a Virginia Baradel.

La risonanza della voce femminile, nella prima metà del Novecento, è in generale molto limitata, e ciò vale ancor più per le donne ebree.

Penalizzate dall’appartenenza ad una minoranza che di per sé ne condiziona l’emergere sulla scena culturale, esse si vedono accomunate alle sorti delle loro contemporanee non ebree dal pregiudizio, tanto infondato quanto radicato, che l’uomo debba essere il solo depositario della vera professionalità; dall’altro, il ruolo che esse hanno ricoperto nell’arco dei secoli in seno all’ebraismo, le porta ad una posizione maggiormente defilata nell’ambito sociale e, viceversa, centrale nella realtà famigliare.

Non per questo esse furono assenti o esitanti nell’assumere con la massima competenza iniziative di primo piano sulla scena culturale e artistica. Anche perché, in seno alla tradizione ebraica, il valore della cultura è basilare nella formazione individuale e collettiva. Valga per tutti l’esempio di Margherita Sarfatti, che leggeva i classici romantici nelle lingue originali (Goethe in tedesco, Ruskin in inglese e Stendhal in francese) e all’inizio del ‘900 era già apprezzata giornalista d’arte, destinata a diventare regista indiscussa (e mal tollerata dagli apparati politici del regime) della fondamentale stagione del Novecento Italiano.

Plurilinguismo e pluriculturalismo sono valori che contraddistinguono un’attitudine della conoscenza prensile e libera da pregiudizi, propria anche di un’altra protagonista sulla scena artistica tra le due guerre: Antonietta Raphael, pittrice e scultrice di grande valore, artefice della Scuola romana di via Cavour. Pure l’indagine di realtà a noi più vicine, come quella veneziana, ci regala un tessuto denso di presenze femminili dalla storia romanticamente affascinante (come fu quella di Alis Levi) o più quietamente familiare (come fu quella di Gabriella Oreffice).

Ma al di là della comunanza di genere, gli artisti ebrei del Novecento condividevano l’appartenenza alle classi medio-alte e alla élite culturale. Concepirono un’arte variamente declinata: alcuni, intrinsecamente latina e mediterranea (volta ad esaltare i miti di una grandezza nazionale), altri, attenta agli sviluppi dell’avanguardia europea, per riaffermare tutta la libertà creativa insita nel liberalismo italiano. Mediando continuamente tra la vita pubblica e la vita privata, tra l’identità religiosa e quella nazionale, essi realizzarono un operato sostanzialmente legato e concorde a quello che andava consolidandosi sulla scena della cultura europea contemporanea”.

In mostra, la Raphaël sarà presente con una ventina di selezionatissime opere, quasi una piccola, attenta monografica. Intorno a questo nucleo, le altre sette artiste saranno documentate ciascuna con una decina di opere di particolare rilievo. A comporre un’indagine mai così organicamente sviluppata in Italia, prima d’ora.

La mostra è allestita a Padova, presso il Centro Culturale San Gaetano, in Via Altinate. Ingresso libero.

Articolo di Studio Esseci

Prevendita per “Falstaff” a Busseto

Sono in vendita presso la biglietteria del Teatro Regio di Parma e anche online su teatroregioparma.org, i biglietti per Falstaff di Giuseppe Verdi che andrà in scena, come annunciato, nell’ambito del Festival Verdi 2013, dal 12 al 26 ottobre prossimo al Teatro Giuseppe Verdi di Busseto.

Renato Bruson, che firma anche la regia con Marina Bianchi, è il protagonista dell’opera nelle prime due recite in cartellone. Falstaff sarà presentato nell’allestimento storico del Teatro Verdi di Busseto, realizzato dal Teatro alla Scala, con i costumi di Massimo Carlotto e le luci di Andrea Borelli, in un progetto artistico ideato in collaborazione con l’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.

Il maestro parmigiano Sebastiano Rolli dirige la Filarmonica e il Coro del Teatro Regio di Parma, maestro del coro Martino Faggiani. In scena Piero Terranova (Falstaff, nelle recite del 19, 24, 26), Vincenzo Taormina (Ford), Leonardo Cortellazzi (Fenton), Jihan Shin (Dott. Cajus), Marco Voleri (Bardolfo), Evgeniy Stanimirov (Pistola), Alice Quintavalla (Mrs. Alice Ford), Linda Jung (Nannetta), Kleopatra Papatheologu (Mrs. Quickly), Valeria Tornatore (Mrs Meg Page).

Falstaff al Teatro Verdi di Busseto è realizzato grazie al sostegno dei Comuni di Parma e Busseto. Partner dell’evento Conad. Sponsor Carpenè Malvolti.

Teatro Giuseppe Verdi di Busseto
sabato 12 ottobre 2013 ore 17.00 fuori abb.
giovedì 17 ottobre 2013 ore 20.30 fuori abb.
sabato 19 ottobre 2013 ore 20.30 fuori abb.
giovedì 24 ottobre 2013 ore 20.30 fuori abb.
sabato 26 ottobre 2013 ore 20.30 fuori abb.

FALSTAFF
Commedia lirica in tre atti, libretto di Arrigo Boito

Musica GIUSEPPE VERDI

Personaggi Interpreti
Sir John Falstaff Renato Bruson

Piero Terranova (19, 24, 26)

Ford, marito di Alice Vincenzo Taormina
Fenton Leonardo Cortellazzi
Dott. Cajus Jihan Shin

seguaci di Falstaff

Bardolfo

 

Marco Voleri
Pistola Evgeniy Stanimirov
Mrs. Alice Ford Alice Quintavalla
Nannetta, figlia d’Alice e Ford Linda Jung
Mrs. Quickly Kleopatra Papatheologu
Mrs. Meg Page Valeria Tornatore

 

Maestro concertatore e direttore
SEBASTIANO ROLLI

Regia
RENATO BRUSON e MARINA BIANCHI

Costumi

MASSIMO CARLOTTO

Luci
ANDREA BORELLI

Maestro del coro
MARTINO FAGGIANI

FILARMONICA DEL TEATRO REGIO DI PARMA

CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento storico del Teatro Verdi di Busseto realizzato dal Teatro alla Scala di Milano

Progetto artistico in collaborazione con Accademia del Teatro alla Scala di Milano

Articolo di Paolo Maier