La Traviata dei record al Teatro Carlo Felice

Si è conclusa l’ultima replica di Traviata, l’opera inaugurale del Teatro Carlo Felice di Genova, che ha fatto registrare un’affluenza di oltre 1.600 persone a recita per un totale di 15.000 presenze ma non solo; a questo si aggiunge anche il pubblico virtuale che ha seguito l’opera in streaming con oltre 40.000 visualizzazioni provenienti da 50 Paesi di tutto il mondo. Oltre  ai consueti abbonati e al  pubblico, che segue regolarmente la stagione del Teatro, anche molti giovani e molti neofiti che per la prima volta  hanno deciso di assistere a uno spettacolo lirico.

Un ulteriore conferma che l’Italia deve investire in cultura di alto profilo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

“La traviata” al Teatro Carlo Felice di Genova

Da giovedì 15 dicembre alle ore 20.30, al Teatro Carlo Felice, va in scena “La traviata”, melodramma in tre atti di Giuseppe Verdi, su libretto di Francesco Maria Piave, capolavoro drammaturgico tratto dal dramma La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio, a dirigerla sarà la bacchetta di Massimo Zanetti che si alternerà con Alvise Casellati.

Il Carlo Felice propone un proprio nuovo allestimento con la regia di Giorgio Gallione, che, parallelamente alla sua trentennale attività di direttore artistico del Teatro dell’Archivolto di Genova, ha realizzato numerose regie di opere liriche, spaziando dai titoli di repertorio a quelli contemporanei, le scene e i costumi sono firmate da Guido Fiorato.

E’ proprio con Fiorato, spiega Gallione “che abbiamo pensato di ambientare l’opera in un luogo stilizzato, antirealistico, simbolico, sterile, dove dominano vetro e ghiaccio, virato in un bianco e nero “ferito”, solo talvolta, dal rosso del sangue e della vita che, comunque, pulsa.

Forse Violetta muore già nel preludio e l’opera è tutto un allucinato flash back visionario e spettrale. Siamo, anche nei momenti di gioia, imprigionati in una sorta di perenne moritat dove, grazie alla musica di Verdi, il dolore è trasfigurato in modo sublime, ma dove la speranza è assente e la vita rischia di essere nient’altro che una tragica carnevalata”

Nel cast spiccano i nomi di Desirée Rancatore, nel ruolo di Violetta Valéry; il ruolo di Alfredo Germont sarà affidato a Giuseppe Filianoti, mentre Giorgio Germont sarà interpretato da Vladimir Stoyanov. Completano il cast Didier Pieri (Gastone), Paolo Orecchia (Barone), Stefano Marchisio (Marchese), Manrico Signorini (Dottor Grenvil).

Nella Traviata di Verdi e Piave non ci sono re, regine, intrighi di corte o monumentali scenografie pseudostoriche. La protagonista, Violetta Valery, non è una figura nobile, è una donna di facili costumi. Il coro è un’incarnazione di quella stessa società a cui apparteneva il pubblico che il 6 marzo del 1853 andò al Teatro La Fenice di Venezia per assistere alla prima. E la vicenda non è un’invenzione letteraria, ma è ispirata a fatti realmente accaduti nella Parigi di una decina d’anni prima, così come li aveva raccontati Alexandre Dumas figlio nel romanzo La signora delle camelie. Portare la contemporaneità in scena non è mai stato facile, oggi come ai tempi di Giuseppe Verdi. La censura si scandalizzò già a partire dal titolo, che propose di sostituire con Amore e morte, imponendo, in più, una retrodatazione settecentesca, in modo che il pubblico non si sentisse chiamato in causa in prima persona. Le precauzioni censorie, però, non servirono a granché: la prima di Traviata fu un diluvio di fischi e proteste e rimarrà una della “cadute” più clamorose nella storia del teatro d’opera.

Se il soggetto era troppo scabroso per i melomani di allora, la musica non era meno spiazzante. L’audacia della trama mise in moto la creatività di Verdi che, sull’onda di quanto appena sperimentato con Rigoletto, si lanciò in un’altra avventura musicalmente innovativa. Il Preludio a sipario chiuso, ad esempio, non è solo una sintesi dei temi conduttori che si ascolteranno in seguito (quello della morte di Violetta e quello del suo amore per Alfredo). A questa prassi consolidata Verdi dà un significato emotivo nuovo, come se rappresentare fin dall’inizio l’umanità della protagonista, prima ancora che entri in scena, fosse più importante che rispettare i canoni operistici. Le tante anime della personalità di Violetta – spensierata cocotte nel primo atto, compagna fedele di Alfredo nel secondo, capro espiatorio del perbenismo borghese nel terzo – hanno inoltre portato Verdi a tre trattamenti vocali differenti, per i quali, come è noto, occorre una interprete di grande elasticità. E poi, il vero miracolo dell’opera: da un libretto in cui i personaggi si esprimono più in prosa che in poesia, Verdi estrae le sue melodie più cantabili, come nel lungo dialogo in cui il padre di Alfredo, Giorgio Germont, costringe Violetta a rinunciare all’amore per il figlio in nome dell’onore della famiglia: la musica, in questa scena memorabile, porta a galla le emozioni nascoste dietro le parole. E così Verdi dimostra una volta per tutte, modernissimo, che una situazione prosaica può essere fonte di poesia non meno di un mito.

 

Marina Chiappa

La Traviata alla Fortezza del Priamàr

Tante vecchie fotografie che fissano i ricordi, ora nitidi, ora vaghi, catturati da un primo piano, poi  dispersi da sfocature e dissolvenze: una galleria di immagini in cui il tempo scorre lentamente, seguendo i sogni e le illusioni, inevitabili, di Violetta e di Alfredo. E in cui sbocciano grandi fiori senza profumo.

Così il regista Stefano Monti dipinge La Traviata, melodramma lirico in tre atti di Giuseppe Verdi su  libretto di Francesco Maria Piave, in scena sabato 4 e martedì 7 luglio, ore 21.15, alla Fortezza del Priamàr di Savona.

Anteprima Due generazioni a teatro, stasera, giovedì 2 luglio, ore 21.15.

Cast: Saioa Hernandez (Violetta Valery),  Antonio Gandia (Alfredo Germont), Damiano Salerno (Giorgio Germont) Adriana Iozzia (Flora Bervoix), Antonella Romanazzi (Annina), Raffaele Feo (Gastone), Hyun Kyu Ra (Il Barone Douphol), Michele Patti (Il Marchese d’Obigny), Pietro Toscano (Dottor Grenvil), Giampiero De Paoli (Giuseppe), Loris Purpura (Un commissionario), Roberto Conti (Un domestico).

Regia, scene e costumi: Stefano Monti

Coreografie: Giovanna Badano

Danzatori: Giovanna Badano, Angelo Lupi

Direttore d’orchestra: Aldo Sisillo

Direttore del Coro: Patrizia Priarone

Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova

Allestimento del Teatro dell’Opera Giocosa di Savona

Uno dei più grandi fiaschi nella storia del teatro lirico. Traviata fu accolta, quel 6 marzo del 1853 alla Fenice di Venezia, con una pioggia di fischi e proteste. Il soggetto era scabroso – inammissibile, nella mentalità dei benpensanti di allora, avere come protagonista una donna di facili costumi – del titolo non parliamo nemmeno (fu proposto dalla censura un cambiamento in Amore e morte); infine ci si metteva persino la musica, anch’essa piuttosto audace per i canoni artistico-compositivi in voga in quegli anni. Insomma, un disastro su tutta la linea.

Sembra impossibile, data la fortuna che le arride ormai in tutto il mondo.

Perché Traviata, in realtà, è una grande opera. Tratta dal romanzo La dame aux camélias di Alexandre Dumas figlio (libretto di Francesco Maria Piave), fa parte della cosiddetta “Trilogia Popolare” verdiana insieme a Rigoletto e a Trovatore ed è tra i titoli più amati dal grande pubblico, più “utilizzati” dal cinema, più citati in saggi e romanzi, le sue arie sono tra le più celebri del repertorio lirico; il linguaggio musicale è decisamente innovativo ed intensa la componente drammatica, che va oltre la facciata di vezzi e orpelli per scandagliare l’intimità dei personaggi in scena. La musica fagocita la parola, la rende parte di sé ed è da qui, da questa unità inscindibile, che sgorga, generoso, il pathos del dramma: tutto nasce dal pentagramma. Tanto da rendere chiaro in un baleno il giudizio di Marcel Proust, che riteneva l’opera un capolavoro assoluto: “Verdi ha dato alla Dame lo stile che mancava al dramma di Dumas, innalzandola al regno dell’Arte”.

Vero è che la progressiva evoluzione psicologica della protagonista è resa da una parallela modificazione del linguaggio musicale: il ruolo di Violetta Valery è tra i più complessi nel nostro repertorio lirico, tra i più ambiti dai soprani, passando dall’animo spensierato della cocotte – con il trionfo dei brillanti virtuosismi belcantistici – a quello profondamente innamorato di una donna passionale, ma anche matura ed orgogliosa, seppur straziata dal dolore e dalla malattia: ed ecco che la musica, convulsa, gridata, disperata, tocca i vertici dell’intensità espressiva. Alla faccia del falso moralismo borghese. Donna “deviata” che spera, con l’amore, di uscire dal ruolo di cortigiana in cui l’ha confinata la società, Violetta è il compendio, universale, di tutte le eroine verdiane.

Marina Chiappa