Land Of Blue Echoes: una conversazione con Marco Ragni

 

Land Of Blue Echoes è il tuo quinto album, che arriva a breve distanza dal precedente Mother From the Sun, addirittura un doppio… che differenze ci sono tra i due dischi?

Ci sono delle sostanziali differenze. Dopo la stesura di Mother from the sun sentivo il bisogno di evolvere il mio modo di comporre. L’unico modo che avevo per farlo era quello di abbandonare per un po’ la mia amata chitarra acustica e iniziare a suonare molto di più le tastiere, il mellotron e il synth, creando così un ambiente sonoro più “space”, più ambient. Molte melodie sono poi nate dal pianoforte e dall’arrangiamento orchestrale.

Una grande mano me l’hanno data tutti gli ospiti presenti, con la loro visione. Ho lasciato piena libertà a tutti i musicisti di esprimersi al meglio, dando solo qualche suggerimento, perché credevo molto nelle qualità di ognuno. Un grosso cambiamento è stato anche avere un batterista e un bassista di “ruolo”. Nei miei album precedenti ho suonato praticamente ogni strumento con il risultato a volte di esser un po’ scontato. In Land of Blue Echoes questa prevedibilità non c’è affatto e spero che anche gli ascoltatori se ne accorgeranno.

Land focalizza la tua attenzione su due grandi amori: il prog-rock da una parte, i Pink Floyd dall’altra. Qual è la chiave per unire questi due mondi, a volte complementari, altre volte conflittuali?

In effetti i Pink Floyd non sono mai stati così tanto prog come l’etichetta vuole… Ma ho sempre amato e amerò la loro capacità di creare melodie accattivanti anche quando componevano brani da 20 minuti. Forse l’unico album veramente progressive di Waters e compagni è stato Atom heart mother… Come ho amato loro, così anche i Genesis o i nostri Banco del mutuo soccorso o Biglietto per l’inferno. La chiave per unire questi miei mondi musicali è la libertà compositiva. Non mi sono mai fatto ingabbiare da schemi e non ho mai voluto replicare un sound piuttosto che un’atmosfera. Ho sempre cercato di rielaborare tutte le mie influenze musicali mettendoci quello che ho nella testa non come musicista, ma come persona.

Mi sono sempre immaginato come un vulcano pieno di mille riferimenti artistici pronto a eruttare nuove canzoni rielaborando ciò che ho ascoltato e ascolto, usando prevalentemente la mia sensibilità. Non so se ci sono riuscito ma spero che si riesca a sentire un sound “Marco Ragni” e non qualcosa che assomigli ad una operazione nostalgica. Fare musica per me è assolutamente vitale. Suono e scrivo canzoni per liberarmi dalle costrizioni della vita e per enfatizzare tutto il bello che mi circonda. Suono per far capire chi sono e per far “viaggiare” tutti gli ascoltatori che vorranno avvicinarsi alla mia musica.

 

Un elemento importante sono i due special guest stranieri, Durga McBroom e Fernando Perdomo. Come mai hai scelto loro e come si è sviluppata la collaborazione?

Durga McBroom è sempre stata un mio pallino… Vidi i primi filmati live dei Pink Floyd quando lei era la corista, nel tour di Momentary lapse of reason. Mi innamorai artisticamente di quella voce così potente ma allo stesso tempo dolce. Fantasticavo che sarebbe stato meraviglioso avere una cantante di quel calibro in un mio album… Un giorno dell’anno scorso dissi a mia moglie: “Sai che faccio, io provo a spedirle dei brani e a chiederle se vuole cantare nel mio disco, male che va mi dice no.” E così trent’anni dopo quel tour, grazie ad amicizie comuni, ho avuto l’opportunità di far sentire alcuni miei brani a cui stavo lavorando proprio alla mia corista preferita. Le ho scritto e le ho chiesto che cosa ne pensasse e se avesse il piacere di cantare nel mio nuovo album. Lei è rimasta entusiasta delle atmosfere create in Nucleus, la suite da 22 minuti scritta proprio pensando alla sua voce, così abbiamo iniziato a collaborare.

Le sessioni di registrazione sono avvenute al Reseda Ranch Studios di Los Angeles dell’amico Fernando Perdomo, che subito dopo mi scrisse che quel brano gli piaceva da matti! Io lo avevo sentito suonare nell’ultimo album di Dave Kerzner e mi piaceva molto il suo stile un po’ latino e un po’ anni ‘70 , così quasi per scherzo gli ho chiesto se volesse suonare una canzone che avrei composto proprio per la sua chitarra e la risposta è stata talmente entusiasta che subito mi sono messo a buttar giù qualcosa che potesse mettere in risalto le sue doti di solista, ed è nata Money doesn’t think, un pezzo tra gli Alan Parsons Project e Santana, con una spruzzata di funk. Il risultato finale è stato travolgente e gli oltre 2 minuti e mezzo di assolo di Fernando, memorabili!

Non dimentichiamo l’apporto di Peter Matuchniak, Jeff Mack, Colin Tench, Vance Gloster e Hamlet.

Tutti miei compagni di etichetta, musicisti sopraffini e persone gentilissime oltre che ottimi amici. Ho sempre amato le collaborazioni, così anni ‘60! E devo dire che come mai negli album precedenti in questo nuovo disco ce ne sono state parecchie e tutte meravigliose. Peter ha dato un tocco British con la sua chitarra a metà strada tra Steve Hackett e John Petrucci, suonando gran parte del disco. Colin dei Corvus Stone appare solo in Between moon and earth ma lascia comunque il segno con il suo gusto molto personale. Jeff, bassista molto quadrato e fantasioso, ha dato compattezza alla sezione ritmica anche lui suonando quasi tutto il disco. Poi Vance, ottimo tastierista con un paio di parti all’organo e al synth, Hamlet che suona il basso e le tastiere nel brano di chiusura Queen of blue fires. Ultimo ma non ultimo il batterista Jacopo Ghirardini, amico di vecchia data nonché membro negli anni ‘90 di alcune mie passate formazioni con la sua non convenzionale batteria.

Ospiti a parte, il grosso di Land Of Blue Echoes è realizzato tutto da te: scelta artistica o economica?

È assolutamente una scelta artistica. Per anni mi sono dovuto accontentare di essere parte di qualcosa, non esprimendo mai a pieno le mie potenzialità e la mia voglia di sperimentare cose nuove. Non sono mai riuscito con una vera e propria band ad avere il suono che avevo in mente, così un giorno ho deciso che era meglio per me fare da solo e eventualmente trovare dei bravi session man che mi potessero dare una mano dove io mancavo. Questa scelta ha fatto si che io sia anche riuscito ad ottimizzare molto i tempi e a registrare 6 album in 6 anni, cosa impossibile con qualsiasi altra formazione io abbia avuto. Ciò non toglie che il desiderio di avere una band tutta mia sia sempre presente, magari solo per il live.

Sei lontano da certe dinamiche della discografia italiana e la tua musica ha un respiro internazionale: quali difficoltà incontra un autore nostrano che voglia farsi ascoltare all’estero?

Non ho mai amato particolarmente la musica di casa mia. A parte i grandi gruppi prog degli anni ‘70 e qualche stella come Battisti, Gaber o Rino Gaetano, non ho mai sopportato tutta quella musica esistenzialista anni ‘90 e la musica leggera dagli anni ‘80 in poi. Non è stato difficile per me avere un respiro internazionale vista la mia profonda passione per tutta la musica d’oltremanica e oceano. Le difficoltà sono le stesse che affronta un cantante di musica leggera “Sanremese”, immagino. Non ci ho mai pensato perché non ne ho mai fatto un cruccio. Se posso essere ascoltato ovunque ben venga! Non ho mai amato le gabbie…

Nella seconda metà degli anni ’80 debuttasti con due album all’insegna della psichedelia, che però consideri una sorta di “antefatto” alla tua discografia ufficiale, come mai?

Ero alle prime armi e anche il mio inglese lo era! Oltretutto la qualità audio (registrai con un 4 tracce della Fostex) non era proprio il massimo. Qualcosa di buono c’era ma non così buono da metterlo sul mercato. Fu divertente però scoprire che si poteva fare psichedelia anche solo con una chitarra, una cassetta Basf da 60 minuti e un 4 tracce con la possibilità di registrare un assolo al contrario come in Sgt. Pepper o Are you experienced?

A proposito di psichedelia e underground anni ’60, queste sono due componenti forti della tua musica. Secondo te cosa resta di quella cultura nella musica di oggi?

Difficile dirlo… C’è molto di quella cultura in molti dischi underground di oggi ma non capisco se sia una forzatura discografica o semplicemente un ritorno di mode dal passato. Di sicuro non c’è più nulla o quasi di tutto quello che riguarda la controcultura hippie e il movimento giovanile di allora. Ma si sa, ogni generazione è figlia del momento storico in cui vive e oggi abbiamo gli smartphone e i social. Credo che alla fine sia giusto così. Questa è l’epoca delle tribute band, dei remake cinematografici e della tv spazzatura. Chi vuol sopravvivere a tutto questo deve anche assolutamente accettarlo.

Cosa ascolta di solito Marco Ragni? Anche proposte musicali contemporanee?

Ascolto molto underground perché credo ci sia ancora voglia di sperimentare e perché c’è sempre qualche spunto interessante da far mio. Una band che mi ha entusiasmato dal vivo e che mi piace molto sono i texani Midlake. Niente male anche i War on drugs o Jonathan Wilson (che mi piacerebbe avere nel prossimo disco!). Vado matto per i vecchi Ozric Tentacles, i Porcupine Tree fino a Lightbulb sun e ovviamente non manco mai di farmi un salto dalle parti di Haight Ashbury per ascoltarmi i Grateful o i Jefferson Airplane oppure nella Swinging London. Adoro anche tutta la black music. Invece non ascolto mai Heavy metal e hip hop. Troppo duri per i miei gusti.

Land Of Blue Echoes calcherà i palchi? Cosa succederà prossimamente?

L’idea sarebbe quella di calcarli eccome! Purtroppo c’è una sempre maggiore difficoltà a trovare date, soprattutto qui da noi. Ecco perché sto preparando insieme ad alcuni musicisti un DVD live che vedrà pezzi di Mother from the sun e Land of blue echoes, mescolarsi ad altri più vecchi del mio repertorio da solista. L’idea è quella di trovare un’agenzia di booking e provare a girare l’Europa. Poi c’è un sogno nel cassetto che magari vi svelerò a cose fatte…

Marco Ragni’s musical history dates back to 1975, when, at the age of 6, he discovers his passion for music by asking   for a Farfisa keyboard as present. The love of singing comes only later, fascinated by the vocal harmonies of the Fab Four, the Beatles. At the age of 17, attracted by the California hippie scene of the late sixties and the sound of Pink Floyd and all progressive rock of 70s, he recorded his first tracks of psychedelic music, and his early records, including “Kaleido“(1987) and “Illumination“(1988).

In 1990 he joined the band Deshuesada, which will deeply mark his artistic evolution, leading to the recording of 2 albums of psychedelic pop and to several gigs in Italy from 1992 to 1998. After a couple of years as a soloist, albeit  without significant productions, in 2000  he was approached by a rock band, the Quartafila, which later changed its name to Heza. Three studio albums, a  recording contract with the Red Led and many gigs, resulted in a significant leap in quality.

From 2006 to the end of 2008 he plays with the Mokers, a funk  psychedelic rock band and he records an album called “Don’t forget the music”. In January 2009 he decided to launch his solo career, having gained sufficient experience in both music composition and singing. He dove into the study of new recording techniques and honed in his artistic skills. After having composed about a hundred songs, he decided to found a record label conveying all his musical ideas. In late summer of 2009, Crow Records, his independent label, was born and in the spring of 2010 he released his first solo album “In my eyes” containing 14 psychedelic pop tracks. A live albumMarco Ragni Live at the House of Thunder” comes out in August 2010, recorded in Switzerland and performed with his band  called Velvet Cactus. Tireless and visionary, 4 months after the release of the album, he begins to work on a new trip titled “1969” released in the fall of 2011. In the same year he also specializes in graphic, realizing many of his videos and cover albums.

In the summer of 2012 after some gigs, he released “Lilac days Ep”, 7 tracks of pure modern psychedelic rock, winking to his beloved San Francisco. On September 2012 to celebrate his solo 10 years career he produces an album compilation called “Psychedelicious” containing some previously unreleased material, b-sides and singles. A new live project called “Think outside the box” will keep him busy until the end of the year and from this tour will be released on March 2013 a Radio live album called “On air”, with the amazing collaboration of the Joe Cocker’s chorister Pamela Anna Polland, who will record a new 1969’s “Are you there?” version. In June 2014 he signs a multi- year contract with the American label Melodic Revolution Records and he records his first rock opera entitled “Mother from the sun”, a double concept progressive rock album, with the collaboration of the writer (and his wife) Alessandra Pirani, the chorister Pamela Anna Polland and other great guests, as Giovanni Menarello, Enrico Di Stefano, Enrico Cipollini e Luigi Iacobone released on December 2014. During the whole 2015 he plays the acoustic version of the new album with his friends and guitarist, Giovanni Menarello. At the same time he composes a new album between September 2015 and January 2016 called “Land of Blue Echoes” featuring Durga McBroom, vocalist of Pink Floyd from 1987, Fernando Perdomo guitarist of Dave Kerzner Band, Peter Matuchniak from Gekko Project, Colin Tench from Corvus Stone and other great guests from the world progressive rock scene. The album comes on March 21st, 2016.  Waiting to a new live tour to promote the new album, he collaborates with his guitarist and friend, Giovanni Menarello, writing new songs and live repertoire.

F. G.