Denuncia di crimini di guerra in Iraq

In un nuovo rapporto pubblicato lo scorso 14 ottobre 2014, Amnesty International ha accusato le milizie sciite, sostenute e armate dal governo iracheno, di aver rapito e ucciso numerosi civili sunniti negli ultimi mesi, beneficiando della totale impunità per questi crimini di guerra. Il rapporto, intitolato “Impunità assoluta: il potere delle milizie in Iraq”, contiene agghiaccianti resoconti di attacchi settari compiuti dalle sempre più potenti milizie sciite a Baghdad, Samarra e Kirkuk, apparentemente per vendicare attacchi del gruppo armato che si definisce Stato islamico. Decine di corpi non identificati sono stati rinvenuti in tutto il paese, ammanettati e con fori di proiettili alla nuca, seguendo uno schema di uccisioni deliberate nello stile di un’esecuzione. “Dando il suo assenso alle milizie che continuano a commettere questi orribili abusi, il governo iracheno sta approvando crimini di guerra e alimentando un pericoloso ciclo di violenza settaria che sta spaccando il paese. Il sostegno del governo al potere delle milizie deve finire immediatamente” – ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente per la risposta alle crisi di Amnesty International. La sorte di molte delle persone rapite dalle milizie sciite nelle settimane e nei mesi passati resta sconosciuta. Alcuni prigionieri sono stati uccisi persino dopo che le loro famiglie avevano pagato riscatti anche superiori a 60.000 euro per ottenere il loro rilascio. Salem, un uomo d’affari 40enne di Baghdad, padre di nove figli, era stato rapito a luglio. Due settimane dopo che la famiglia aveva pagato un riscatto di 47.500 euro, il suo corpo è stato ritrovato all’obitorio della capitale, con il cranio fracassato e le mani ancora legate. Il crescente potere delle milizie sciite ha contribuito al generale deterioramento della sicurezza e allo sviluppo di un clima di assenza di legge. Un parente di una delle vittime di Kirkuk ha dichiarato ad Amnesty International: “Ho perso un figlio e non voglio perdere gli altri. Niente può riportarmelo indietro e non posso mettere in pericolo tutti i miei figli. Nessuno sa cosa succederà. Non c’è legge, non c’è protezione”. L’elenco delle milizie sciite ritenute responsabili della scia di rapimenti e uccisioni comprende ‘Asa’ib Alh al-Haq, le Brigade Badr, l’Esercito del Mahdi e Kata’ib Hizbullah. Il potere e l’importanza di queste milizie sono ulteriormente aumentati da giugno, dopo che il ritiro dell’esercito iracheno ha lasciato quasi un terzo del paese allo Stato islamico. Ne fanno parte decine di migliaia di persone che, pur indossando uniformi militari, operano al di fuori di qualsiasi contesto legale e senza alcuna supervisione da parte delle autorità. “Non chiamando le milizie a rispondere dei loro crimini di guerra e di altre gravi violazioni dei diritti umani, le autorità irachene hanno praticamente dato via libera alla loro violenza sfrenata contro i sunniti. Il nuovo governo del primo ministro Haider al-Abadi deve agire subito per riprendere il controllo delle milizie e ristabilire la legge” – ha affermato Rovera. “Le milizie sciite stanno prendendo selvaggiamente di mira i civili sunniti, ufficialmente con la scusa di combattere il terrorismo, ma con l’apparente obiettivo di punirli per l’ascesa dello Stato islamico e per i suoi orribili crimini” – ha sottolineato Rovera. A un posto di blocco a nord di Baghdad, Amnesty International ha ascoltato un membro della milizia ‘Asa’ib Ahl al-Haq dire: “Se prendiamo quei cani mentre scendono dalla zona di Tikrit, li ammazziamo. Loro vengono a Baghdad per compiere atti di terrorismo, dunque dobbiamo fermarli”. Nel frattempo, a loro volta le forze regolari irachene continuano a compiere gravi violazioni dei diritti umani. Amnesty International ha scoperto prove di torture e maltrattamenti ai danni dei detenuti così come di decessi in custodia di sunniti imprigionati ai sensi della legge antiterrorismo del 2005. Il corpo privo di vita di un avvocato 33enne e padre di due bambini mostrava ferite ancora aperte e segni compatibili con l’applicazione di corrente elettrica. Un altro uomo, rimasto in carcere per cinque mesi, è stato torturato con le scariche elettriche e minacciato di stupro con un bastone prima di essere rilasciato senza alcuna accusa. “Uno dopo l’altro, i governi iracheni hanno mostrato un cinico disprezzo per i principi fondamentali dei diritti umani. Il nuovo governo, ora, deve cambiare direzione e porre in essere meccanismi efficaci per indagare sugli abusi commessi dalle milizie sciite e dalle forze irachene e chiamare i responsabili a rispondere delle loro azioni” – ha concluso Rovera.

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Libia, la legge delle armi

Secondo un rapporto diffuso da Amnesty International, le milizie e i gruppi armati che si stanno scontrando nella Libia occidentale stanno commettendo gravi abusi, compresi crimini di guerra. Il rapporto, intitolato “La legge delle armi: rapimenti, torture e altri abusi da parte delle milizie nella Libia occidentale”, fornisce prove di esecuzioni sommarie, torture e maltrattamenti dei detenuti e attacchi dei gruppi armati contro la popolazione civile sulla base dell’origine e della presunta affiliazione politica. Le immagini satellitari che accompagnano l’uscita del rapporto di Amnesty International mettono inoltre in evidenza il profondo disprezzo per le vite dei civili da parte di tutte le fazioni coinvolte negli scontri, con razzi indiscriminati e colpi di artiglieria diretti contro aree abitate che hanno danneggiato case, edifici civili e strutture mediche. “Nella Libia di oggi sono le armi a dettare legge. I gruppi armati e le milizie, ormai fuori controllo, lanciano attacchi indiscriminati contro i centri abitati e si rendono responsabili di gravi abusi, compresi crimini di guerra, nella completa impunità” – ha dichiarato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. I capi delle milizie e dei gruppi armati hanno il dovere di porre fine alle violazioni del diritto internazionale umanitario e di dire chiaramente ai loro subordinati che crimini del genere non verranno tollerati. Se non lo faranno, potrebbero essere chiamati a risponderne alla Corte penale internazionale. Tra i gruppi armati e le milizie ritenute responsabili di gravi abusi dei diritti umani figurano la coalizione Alba libica, composta da gruppi di Misurata, Tripoli e altre città della Libia occidentale e la Zintan-Warshafana di cui fanno parte gruppi provenienti dalle due regioni. Le immagini satellitari ottenute da Amnesty International mostrano danni ingenti a proprietà civili nella regione di Warshafana, compreso l’ospedale di Al-Zahra. L’unità di terapia intensiva dell’ospedale di Zawiya è stata centrata da un razzo che ha causato il ferimento di 10 persone tra medici, infermieri, pazienti e visitatori. “Compiere attacchi indiscriminati e prendere di mira strutture mediche sono atti proibiti dal diritto internazionale e possono costituire crimini di guerra. Ciò nonostante, tutte le parti in conflitto hanno lanciato razzi grad e hanno usato l’artiglieria per colpire centri densamente popolati” – ha sottolineato Sahraoui. Rapimenti, torture e altri maltrattamenti   Decine e decine di civili sono stati rapiti dai gruppi armati a Tripoli, Zawiya, Warshafana e nei centri dei monti Nafusa e tenuti in ostaggio anche per due mesi in un’ondata di azioni di rappresaglia basate sulla residenza o sulla presunta affiliazione politica delle vittime e, in alcuni casi, per effettuare scambi di prigionieri, una prassi diffusa sin dall’inizio del conflitto, che risale al 13 luglio. Abitanti di Tripoli originari della zona di Zintan hanno riferito ad Amnesty International che i miliziani di Alba libica hanno effettuato vere e proprie cacce all’uomo, porta a porta, sequestrando persone sulla base della loro appartenenza tribale o presunta affiliazione politica. La stessa milizia ha compiuto raid, distruzioni, saccheggi e incendi di case e altre proprietà civili come le fattorie nella zona di Warshafana. Quando vengono perpetrati nel corso di un conflitto armato, la tortura e i trattamenti crudeli costituiscono crimini di guerra, così come la cattura di ostaggi o la distruzione e l’impossessamento di proprietà di un avversario, a meno che queste ultime azioni non siano imperativamente richieste da una necessità militare. “Tre anni di impunità garantita alle milizie hanno rafforzato il potere di queste ultime e la convinzione di essere al di sopra della legge” – ha commentato Sahraoui. “Se i responsabili dei crimini non saranno chiamati a risponderne, la situazione è destinata a precipitare ulteriormente”. La comunità internazionale ha ampiamente chiuso gli occhi di fronte agli anni di caos seguiti alla rivolta del febbraio 2011, nonostante la Corte penale internazionale potesse esercitare sin da allora la sua giurisdizione per indagare su crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Sulla base di una risoluzione adottata dal Consiglio di sicurezza ad agosto, nei confronti dei responsabili di violazioni dei diritti umani in Libia possono essere adottate sanzioni come il divieto di viaggio e il congelamento dei beni finanziari. Molte persone sequestrate hanno detto ad Amnesty International di essere state sottoposte a maltrattamenti e torture con tubi di plastica, bastoni, sbarre o cavi di metallo, scariche elettriche, così come di essere state forzate a stare per ore in posizioni dolorose, bendate e incatenate per giorni, private di cibo e acqua e costrette a sopportare misere condizioni sanitarie. Un autista di camion rapito da un gruppo armato di Warshafana perché proveniente dalla città di Zawiya ha raccontato di essere stato picchiato con una sbarra di metallo e sottoposto a scariche elettriche. Poi i rapitori hanno versato benzina sul suo corpo minacciando di appiccare il fuoco. Ahmad Juweida, un miliziano di Warshafana, è stato rapito da una milizia di Nalut mentre si stava recando in Tunisia per ricevere cure mediche. È stato ucciso in modo sommario, a quanto pare con un colpo alla nuca. Amnesty International ha sollecitato tutti i gruppi armati e le milizie a rilasciare immediatamente e senza condizioni chiunque sia stato rapito unicamente sulla base dell’origine o dell’affiliazione politica. Tutti i detenuti, soprattutto i combattenti che sono particolarmente a rischio di tortura e di uccisione sommaria, devono essere trattati con umanità nel rispetto del diritto internazionale umanitario. I capi delle milizie e dei gruppi armati devono comunicare ai loro sottoposti che la tortura e i maltrattamenti non saranno tollerati ed espellere dalle loro file chiunque sia sospettato di tali azioni. Secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, da luglio almeno 287.000 persone hanno lasciato le loro case a seguito degli attacchi indiscriminati o per il timore di essere presi di mira a causa della loro origine etnica o presunta affiliazione politica. Altre 100.000 persone hanno lasciato la Libia temendo per la loro vita. Decine di giornalisti, attivisti della società civile e difensori dei diritti umani sono a loro volta fuggiti dal paese o sono entrati in clandestinità a seguito dell’aumento degli attacchi e delle minacce da parte delle milizie. I componenti del Consiglio nazionale per le libertà civili e i diritti umani, l’istituzione nazionale libica per i diritti umani, sono stati minacciati e intimiditi da miliziani affiliati alla coalizione Alba libica. Amnesty International ha intervistato 10 operatori dell’informazione che hanno lasciato la capitale Tripoli o, in alcuni casi, il paese temendo di essere uccisi. Sono stati presi di mira anche gli uffici e i giornalisti di Al-Assema Tv e Libya International Tv. Secondo Reporter senza frontiere, nei primi nove mesi del 2014 sono stati presi di mira almeno 93 giornalisti. Stessa sorte per gli sfollati tawargha, a lungo sospettati da molti libici di aver sostenuto l’ex leader Gheddafi, vittime di rapimenti a partire da agosto e di attacchi per rappresaglia contro uno dei loro campi profughi.

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Casi di tortura in Messico mentre il governo chiude un occhio

È quanto afferma Amnesty International in un nuovo rapporto: negli ultimi 10 anni i casi di tortura e maltrattamenti sono aumentati del 600 per cento. L’organizzazione per i diritti umani ha chiesto al governo messicano di agire per fermare il massiccio e costante uso della tortura da parte delle forze di polizia e dell’esercito. Il rapporto, intitolato “Fuori controllo: torture e maltrattamenti in Messico” – il primo di una serie di cinque rapporti prodotti nell’ambito della campagna globale “Stop alla tortura” di Amnesty International – descrive il grave aumento del fenomeno e la dominante cultura di accondiscendenza e impunità che lo alimenta. I responsabili di tortura condannati dalle corti federali sono solo sette e il numero di quelli condannati dalle corti statali è ancora più basso. “Le autorità non possono continuare a chiudere un occhio nei riguardi della tortura. La continua mancata applicazione delle garanzie per prevenire la tortura e i maltrattamenti e l’inadeguatezza delle indagini sulle denunce, dicono che il governo sta venendo meno al dovere di proteggere i diritti umani” – ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice del Programma Americhe di Amnesty International. “Il drammatico aumento della tortura in Messico significa che ogni cittadino è a rischio. Un sondaggio di Amnesty International ha rivelato che il 64 per cento dei messicani teme di venir torturato in caso d’arresto” – ha proseguito Guevara Rosas. Il rapporto di Amnesty International segnala che, tra il 2010 e la fine del 2013, la Commissione nazionale per i diritti umani ha ricevuto oltre 7000 denunce di tortura e maltrattamenti. Nel 2014 il numero è diminuito ma risulta sempre maggiore rispetto a 10 anni prima. Vittime di varie zone del paese hanno riferito ad Amnesty International di essere state sottoposte a pestaggi, minacce di morte, violenza sessuale, scariche elettriche e semi-soffocamento da agenti di polizia o militari, spesso per estorcere “confessioni” o per incriminare altre persone in gravi reati. Angel Amílcar Colón Quevedo, un honduregno nero, ha subito torture da parte della polizia e dell’esercito a causa della sua condizione di migrante e della sua origine etnica. È stato picchiato, soffocato con una busta di plastica, costretto ad atti umilianti e sottoposti a offese razziste. Si trova in carcere, sulla base di dichiarazioni che gli sono state estorte con la tortura. Nel corso dell’anno, Amnesty International lo ha dichiarato prigioniero di coscienza. Il rapporto di Amnesty International descrive oltre 20 casi analoghi a quello di Angel Amílcar Colón Quevedo. Nonostante la tortura sia proibita per legge, i tribunali continuano ad accettare prove ottenute durante la detenzione arbitraria e con la tortura. Ciò non solo incoraggia a continuare a usare la tortura e i maltrattamenti ma significa anche che i processi irregolari e le condanne ingiuste sono in aumento, pregiudicando ulteriormente la credibilità del sistema giudiziario e compromettendo i diritti umani degli imputati. Le rare indagini aperte sulle denunce di tortura si sono rivelate inadeguate. La procedura speciale adottata dall’ufficio della procura generale federale per indagare sulle denunce di tortura e maltrattamenti non rispetta gli standard internazionali previsti dal Protocollo di Istanbul. Ciò nonostante, i magistrati e i giudici si basano sui risultati di questa procedura e non accettano prove indipendenti. “L’assenza di indagini credibili e approfondite sulle denunce di tortura costituisce un doppio abuso. Se le autorità non raccolgono prove, le vittime sono lasciate senza rimedio e non sono in grado di poter dimostrare che le loro ‘confessioni’ sono state estorte con la tortura” – ha sottolineato Guevara Rosas. “È davvero il momento di rivedere da capo la procedura d’indagine sulle denunce di tortura e maltrattamenti e di applicare gli standard internazionalmente riconosciuti del Protocollo di Istanbul. Le autorità messicane devono inoltre garantire che le prove raccolte da esperti medici indipendenti siano ammesse ed esaminate nei procedimenti giudiziari” – ha concluso Guevara Rosas. Il rapporto di Amnesty International identifica una serie di misure da intraprendere per prevenire, indagare e punire la tortura e i maltrattamenti, a partire dal riconoscimento da parte del governo della dimensione della tortura e dall’impegno pubblico a combattere in via prioritaria questa grave violazione dei diritti umani. Tra il 2010 e il 2013, mentre la Commissione nazionale per i diritti umani riceveva oltre 7000 denunce di tortura e maltrattamenti, l’ufficio della procura generale federale ha attivato la procedura speciale d’indagine in 364 casi, riscontrando la tortura in 26 di essi. Tra il 2006 e il 2013 l’ufficio della procura generale federale ha aperto 1219 indagini su denunce di tortura e maltrattamenti ma ha ordinato rinvii a giudizio in soli 12 casi. Le condanne per tortura da parte delle corti federali sono state solo sette, con un tasso di colpevolezza dello 0,006 per cento. A livello statale, la prevalenza della tortura e dell’impunità è persino maggiore. La Commissione nazionale per i diritti umani spesso non indaga in modo approfondito e tempestivo su tutte le denunce di tortura che riceve né difende in modo adeguato i diritti delle vittime. Delle oltre 7000 denunce ricevute tra il 2010 e il 2013, ha emesso raccomandazioni che confermavano la tortura in soli 44 casi. Il Protocollo di Istanbul, del 1999, è il nome con cui è conosciuto il Manuale delle Nazioni Unite sull’efficacia delle indagini e sulla documentazione della tortura e degli altri trattamenti o pene crudeli, disumani o degradanti.

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Rapporto di Amnesty International sul Venezuela

Il Venezuela rischiera’ una delle peggiori minacce allo stato di diritto degli ultimi decenni se le contrapposte forze politiche non s’impegneranno a rispettare appieno i diritti umani. E’ quanto ha dichiarato Amnesty International, presentando il rapporto “Venezuela: diritti umani a rischio nelle proteste”, in cui sono documentate violazioni dei diritti umani commesse nel contesto delle manifestazioni di massa in corso dall’inizio di febbraio. “Il paese correra’ il rischio di precipitare in una spirale di violenza se non verranno fatti sforzi per portare le parti in conflitto intorno a un tavolo. Questo potra’ accadere solo se esse rispetteranno integralmente i diritti umani e lo stato di diritto. In caso contrario, il numero delle vittime continuera’ a crescere e il tributo maggiore verra’ pagato dalla gente comune” – ha dichiarato Erika Guevara Rosas, direttrice per le Americhe di Amnesty International. Finora, 37 persone hanno perso la vita e oltre 550 sono rimaste ferite, 120 delle quali a causa dell’uso delle armi da fuoco. Secondo i dati diffusi il 27 marzo dall’Ufficio del procuratore generale, gli arresti durante le proteste sono stati 2157. Nella maggior parte dei casi, le persone arrestate sono state rilasciate ma rimangono le accuse a loro carico. Secondo le denunce ricevute da Amnesty International, le forze di sicurezza venezuelane hanno affrontato i manifestanti ricorrendo alla forza eccessiva, compreso l’impiego di proiettili veri e persino della tortura. Il rapporto di Amnesty International documenta anche violazioni dei diritti umani commessi da gruppi filogovernativi, da manifestanti e da altre persone non identificate. “Le denunce di violazioni dei diritti umani devono essere indagate immediatamente e in modo approfondito, con l’obiettivo di portare i responsabili di fronte alla giustizia” – ha aggiunto Guevara Rosas. “La crisi politica rischia di pregiudicare i progressi compiuti negli ultimi anni per il rispetto dei diritti umani delle persone piu’ emarginate del paese” – ha precisato Guevara Rosas. Amnesty International chiede al governo venezuelano di impegnarsi in favore di un Piano nazionale per i diritti umani, risultato di un necessario dialogo nazionale e del contributo di tutte le parti interessate e della societa’ civile. “Il governo e l’opposizione devono impegnarsi a risolvere la crisi politica con metodi pacifici, facendo capire ai loro sostenitori che la violenza e la retorica conflittuale che rischia di incitare alla violenza non saranno tollerate. La comunita’ internazionale, compresi i paesi vicini, devono favorire l’avvio di un dialogo costruttivo” – ha concluso Guevara Rosas. Il rapporto Venezuela: diritti umani a rischio nelle proteste e’ disponibile in lingua spagnola all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Venezuela-spirale-violenza-politica-minaccia-stato-di-diritto.

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La Nigeria e le stanze della tortura

In un nuovo rapporto diffuso da Amnesty International, l’associazione internazionale ha accusato la polizia e l’esercito della Nigeria di torturare abitualmente donne, uomini e anche minorenni di 12 anni mediante pestaggi, stupri e fucilate agli arti. Il rapporto, intitolato “Benvenuti tra le fiamme dell’inferno” descrive le modalità con cui spesso le persone vengono arrestate nel corso di ampie retate e torturate per punire o estorcere denaro o “confessioni” allo scopo di “risolvere” velocemente le indagini. “Qui siamo oltre le già agghiaccianti torture e uccisioni di presunti membri di Boko haram. In tutta la Nigeria, la dimensione e la gravità delle torture contro donne, uomini e minori da parte di chi dovrebbe proteggerle risultano sconvolgenti anche al più esperto osservatore sui diritti umani” – ha dichiarato Netsanet Belay, direttore per la ricerca e l’advocacy di Amnesty International. “In Nigeria non è neanche previsto il reato di tortura. Il parlamento deve immediatamente agire e approvare una legge contro la tortura. Non ci sono scuse per ulteriori ritardi” – ha commentato Belay. Compilato sulla base di testimonianze e prove raccolte negli ultimi 10 anni, il rapporto di Amnesty International rivela l’uso istituzionalizzato delle stanze della tortura nelle stazioni di polizia e il regolare uso della tortura da parte dell’esercito. La maggior parte delle vittime è detenuta senza poter avere contatti col mondo esterno, con le famiglie, gli avvocati e i magistrati. La tortura è diventata così parte integrante delle attività di polizia che molte stazioni di polizia hanno un “addetto alla tortura”. Estrazione delle unghie o dei denti, soffocamento, scariche elettriche e violenza sessuale sono tra i metodi di tortura impiegati. Abosede, 24 anni, ha raccontato ad Amnesty International le torture subite in una stazione di polizia, che le hanno provocato danni permanenti: “Una donna poliziotto mi ha portato in una piccola stanza e mi ha ordinato di togliermi tutti i vestiti. Poi ha allargato le mie gambe e ha spruzzato gas lacrimogeno dentro la mia vagina. Mi dicevano che dovevo confessare di aver fatto delle rapine a mano armata. Sanguinavo. Ancora oggi provo dolore”. L’esercito nigeriano si rende responsabile di analoghe violazioni dei diritti umani, arrestando migliaia di persone nelle operazioni di ricerca di membri di Boko haram. Mahmood, un 15enne dello stato di Yobe, è stato arrestato dai soldati insieme ad altre 50 persone, per lo più ragazzi tra il 13 e i 19 anni. Durante tre settimane di detenzione è stato colpito ripetutamente coi calci dei fucili, con bastoni e machete, gli è stata versata plastica bollente sulla schiena, è stato costretto a camminare e a rotolare su cocci di bottiglia e ad assistere all’esecuzione extragiudiziale di altri detenuti. È stato rilasciato nell’aprile 2013. Sempre nello stato di Yobe, l’esercito ha arrestato un ragazzo di 12 anni. Lo hanno picchiato, cosparso di alcool, obbligato a pulire il vomito a mani nude e calpestato. “I soldati rastrellano centinaia di persone alla ricerca dei membri di Boko haram e torturano i sospetti durante un procedimento di ‘selezione’ che ricorda la caccia alle streghe del Medioevo” – ha dichiarato Belay. “La tortura è praticata su questa scala in parte perché nessuno, lungo tutta la catena di comando, è chiamato a risponderne. La Nigeria ha bisogno di un cambio d’approccio radicale per sospendere tutti i pubblici ufficiali contro i quali vi sono sospetti credibili di tortura, per indagare a fondo tutte le denunce e per portare i presunti torturatori di fronte alla giustizia” – ha aggiunto Belay. Nella maggior parte dei casi di tortura commessi dalle forze di sicurezza nigeriane e documentati da Amnesty International, nessuna indagine degna di questo nome è stata aperta e nessuna misura è stata presa per portare i presunti responsabili di fronte alla giustizia. Quando viene avviata un’inchiesta interna da parte della polizia o dell’esercito, i risultati non vengono resi pubblici e le raccomandazioni sono raramente attuate. Delle centinaia di casi su cui Amnesty International ha svolto ricerca, nessuna vittima di tortura è stata risarcita o ha ricevuto alcun’altra forma di riparazione. Il governo nigeriano è consapevole del problema e, nell’ultimo decennio, ha istituito almeno cinque commissioni presidenziali e gruppi di lavoro per riformare il sistema di giustizia penale e sradicare la tortura. Tuttavia, le raccomandazioni di questi organismi vengono attuate con estrema lentezza. “Il messaggio che lanciamo oggi alle autorità nigeriane è chiaro: introdurre il reato di tortura, porre fine alla detenzione senza contatti col mondo esterno e indagare a fondo su tutte le denunce di tortura. Si tratterebbe dei primi passi per porre fine a questa orribile pratica. È davvero giunto il momento che le autorità nigeriane dimostrino di voler fare sul serio” – ha concluso Belay.

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A.I.: in Iraq, omicidi e rapimenti settari

Un nuovo documento diffuso da Amnesty International fa luce sulla spirale di omicidi e rapimenti settari ad opera dell’Isis (Stato islamico dell’Iraq e del Levante) da quando il gruppo armato ha preso possesso di Mosul e di altre zone del nordovest dell’Iraq. Il documento di Amnesty International contiene agghiaccianti resoconti di civili che hanno lasciato le zone conquistate dall’Isis temendo di fare la stessa fine dei loro parenti rapiti e uccisi e a causa del crescente pericolo derivante dagli attacchi aerei dell’esercito iracheno. “Ancora una volta, una disperata popolazione civile finisce intrappolata in una spirale di violenza settaria. Centinaia di migliaia di persone sono fuggite temendo di essere rapite e uccise dall’Isis o di essere colpite dagli attacchi aerei delle forze governative. Entrambe le parti stanno mostrando un totale disprezzo per il diritto internazionale umanitario” – ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente per le crisi di Amnesty International, appena rientrata dall’Iraq settentrionale. Rapimenti e uccisioni sono avvenuti in ogni citta’ e villaggio finiti sotto il controllo dell’Isis. Molte delle persone rapite risultano ancora scomparse, altre sono state ritrovate morte. Amnesty International ha intervistato i familiari di un ragazzo di 18 anni di Gogjali, un villaggio a est di Mosul e di un suo zio 44enne, rapiti il 20 giugno a un posto di blocco dell’Isis e ritrovati morti due giorni dopo. La madre del ragazzo ha mostrato ad Amnesty International le fotografie dei due cadaveri: il cranio tumefatto, colpito da oggetti pesanti, le mani legate dietro la schiena e uno di loro con la gola tagliata e il corpo parzialmente bruciato. La famiglia, appartenenti alla comunita’ sciita shabak, ha lasciato immediatamente il villaggio. “Queste atroci aggressioni ai civili sono un segnale chiaro destinato ai non sunniti: nessuno di loro puo’ essere al sicuro nelle zone controllate dall’Isis” – ha commentato Rovera. “I rapimenti e gli omicidi paiono essere lo strumento principale usato da questo gruppo per eliminare gli oppositori e intimidire la popolazione civile”. Amnesty International ha inoltre raccolto informazioni su numerose persone uccise deliberatamente dall’Isis dopo essere state catturate. In un caso, tre poliziotti sciiti sono stati uccisi in modo sommario dall’Isis dopo essere stati catturati all’interno di una stazione di polizia di Mosul. Il 27 giugno altri tre sciiti shabak del villaggio di Tobgha Ziyara sono stati uccisi e i loro corpi ritrovati nel letto asciutto di un fiume. Gli abitanti hanno denunciato di essere rimasti privi di protezione all’indomani del 10 giugno, dopo il ritiro delle forze governative. “L’Isis continua a prendere il controllo dei villaggi del nord dell’Iraq abbandonati dall’esercito iracheno un mese fa e a terrorizzare la popolazione non sunnita, con la conseguente fuga di massa di persone che temono per la loro vita” – ha proseguito Rovera. L’attuale conflitto e’ stato preceduto da prolungate tensioni e violenze tra iracheni sunniti e sciiti. L’Isis non e’ l’unica parte ad aver commesso crimini di guerra. Amnesty International ha raccolto prove sull’uccisione a sangue freddo di oltre 100 detenuti sunniti commessa come atto di rappresaglia dalle forze governative e dalle milizie sciite prima di abbandonate le citta’ di Tal’Afar, Mosul e Ba’quba che stavano per cadere nelle mani dell’Isis. Una donna ha raccontato ad Amnesty International come ha ritrovato il corpo di un parente, uno dei detenuti uccisi nella prigione di Tal’Afar: “Gli avevano sparato piu’ volte alla testa e al petto, il corpo era coperto di sangue ma non si capiva di chi fosse quel sangue, poiche’ i corpi erano impilati uno sopra l’altro”. Attacchi indiscriminati con l’artiglieria e l’aviazione – in aumento nelle ultime settimane – compiuti dalle forze governative contro le zone controllate dall’Isis hanno causato decine di morti e feriti e la fuga di numerose persone. “In questo crescente circolo vizioso di violenza, tutte le parti hanno commesso crimini di guerra e altre gravi violazioni dei diritti umani. La salvezza dei civili e’ la cosa piu’ importante. Per questo, tutte le parti devono porre fine alle uccisioni delle persone catturate, trattare umanamente i detenuti e astenersi dal portare a termine attacchi indiscriminati” – ha concluso Rovera. Il conflitto nel nord dell’Iraq ha causato la fuga di centinaia di migliaia di persone, che hanno trovato riparo nelle aree curde amministrate dal Governo regionale del Kurdistan. Di recente, le autorita’ curde hanno ristretto l’accesso alle persone non curde. Amnesty International ha rinnovato l’appello al Governo regionale curdo affinche’ continui a consentire l’ingresso nelle sue aree alle persone in fuga dal conflitto.

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In Ucraina rapimenti e torture

Amnesty International ha raccolto prove chiare e convincenti di pestaggi selvaggi e altre torture inflitte ad attivisti, manifestanti e giornalisti nell’Ucraina orientale negli ultimi tre mesi. Un nuovo briefing “Rapimenti e torture in Ucraina orientale” descrive i risultati di una missione di ricerca a Kiev e nell’Ucraina sud-orientale nelle ultime settimane. Documenta le accuse di rapimenti e torture perpetrate da gruppi armati separatisti e forze pro-Kiev. “Con centinaia di rapiti negli ultimi tre mesi, e’ giunto il momento di fare il punto su quanto e’ successo, e fermare questa pratica aberrante in corso”, ha dichiarato Denis Krivosheev, vicedirettore di Amnesty International per l’Europa e l’Asia centrale. “La maggior parte dei rapimenti e’ stata perpetrata dai separatisti armati, con le vittime spesso sottoposte a pestaggi rivoltanti e torture. Vi sono anche prove di un minor numero di abusi da parte delle forze pro-Kiev “. Non esistono dati completi o affidabili sul numero di rapimenti, ma il ministero dell’Interno ucraino ha riferito circa 500 casi tra aprile e giugno 2014. La Missione delle Nazioni Unite di monitoraggio dei diritti umani per l’Ucraina ha registrato 222 casi di rapimenti negli ultimi tre mesi. Amnesty International ha incontrato anche vari gruppi di auto-aiuto ad hoc che hanno raccolto dettagli sul numero crescente di rapimenti. Al gruppo di ricerca e’ stato fornita una lista di oltre 100 civili che sono stati fatti prigionieri. Nella maggior parte dei casi sono emerse accuse di tortura. I rapimenti hanno avuto luogo in tutta l’Ucraina orientale, nelle regioni di Donetsk e Luhansk. Tra coloro che sono stati presi di mira figurano non solo la polizia, le forze armate e funzionari locali, ma anche giornalisti, politici, attivisti, membri delle commissioni elettorali e uomini d’affari. “Ora che le forze pro-Kiev stanno ristabilendo il controllo su Slavyansk, Kramatorsk e vari altri luoghi nell’Ucraina orientale, quasi quotidianamente vengono rilasciati nuovi prigionieri, cresce il numero di casi inquietanti. E’ ora che questi siano meticolosamente documentati, i responsabili siano consegnati alla giustizia e le vittime risarcite”, ha affermato Denis Krivosheev. Attivisti pro-ucraina presi di mira Hanna, un’attivista pro-ucraina, ha raccontato ad Amnesty International come e’ stata rapita da uomini armati nella citta’ orientale di Donetsk il 27 maggio. E’ stata trattenuta per sei giorni prima di essere liberata in uno scambio di prigionieri. Ha descritto ad Amnesty International il suo brutale interrogatorio. “Mi hanno fracassato il viso, lui mi ha dato un pugno in faccia, ha cercato di colpirmi ovunque, mi coprivo con le mani … ero rannicchiata in un angolo, raggomitolata con le mie mani intorno alle ginocchia. Era arrabbiato che stavo cercando di proteggermi. E’ uscito ed e’ tornato con un coltello “. Hanna ci ha mostrato le cicatrici su collo, braccia e gambe, dove e’ stata ferita con la lama: c’e’ una coltellata al ginocchio, il suo indice destro e’ ancora saldamente fasciato in una stecca di plastica. Ha anche descritto che chi la interrogava le ha fatto scrivere uno slogan separatista sul muro, con il suo stesso sangue. Detenuti a scopo di riscatto Mentre la maggior parte dei rapimenti sembrano avere una motivazione “politica” vi e’ prova evidente che i rapimenti e le torture siano utilizzati da gruppi armati per intimorire e controllare le popolazioni locali. Le persone sono state rapite anche a scopo di riscatto. Sasha, un attivista diciannovenne pro-ucraino, e’ fuggito a Kiev dopo essere stato rapito dai separatisti sotto la minaccia delle armi a Luhansk. Ha detto di essere stato picchiato ripetutamente per 24 ore. “Mi hanno picchiato con i pugni, con una sedia, con tutto quello che riuscivano a trovare. Mi hanno spento sigarette sulla gamba e mi hanno dato scariche elettriche. E’ andato avanti per cosi’ tanto tempo. Non sentivo piu’ niente, sono solo svenuto”, ha raccontato ad Amnesty International. E’ stato alla fine rilasciato dopo che suo padre ha pagato un riscatto di 60.000 dollari. Abusi da parte delle forze pro-Kiev Mentre la stragrande maggioranza delle accuse di rapimento e tortura e’ mossa contro i gruppi di separatisti pro-russi, anche le forze pro-Kiev, inclusi i gruppi di autodifesa, sono state implicate nel maltrattamento dei prigionieri. Il gruppo di ricerca di Amnesty International ha viaggiato da Kiev al porto sud-orientale di Mariupol che e’ passato sotto diverso controllo due volte negli ultimi due mesi. Il 13 giugno le forze ucraine hanno preso di nuovo il controllo della citta’ da un gruppo armato che si fa chiamare Repubblica Popolare di Donetsk (Dnr). Un funzionario del governo locale di Mariupol, che ha voluto restare anonimo, ha raccontato ad Amnesty International di aver sentito un combattente prigioniero separatista lamentarsi dal dolore inferto dalle forze pro-Kiev che a quanto pare stavano cercando di estorcergli informazioni sui separatisti. In un altro caso, un ragazzo di 16 anni, Vladislav Aleksandrovich e’ stato rapito dopo aver postato i video di precedenti operazioni di polizia a Mariupol il 25 giugno 2014. In un video pubblicato dopo il suo rilascio il 27 giugno, Vladislav appare seduto dietro un uomo con il volto coperto e in uniforme mimetica. L’uomo aveva una mano sulla testa di Vladislav e sta minacciando lui e “tutti gli altri” che mettevano in pericolo l’unita’ dell’Ucraina con rappresaglie. In una successiva intervista video, Vladislav sostiene di essere stato torturato, colpito con il calcio del fucile nella schiena, preso a pugni e costretto a scrivere una “dichiarazione al popolo ucraino”, e a gridare slogan nazionalisti pro-ucraini. “A Mariupol ne’ la polizia ne’ l’esercito sono stati visti in alcun posto durante la nostra visita. C’era un vuoto totale di autorita’ e sicurezza, con la paura di rappresaglie, rapimenti e tortura pervasiva tra la gente”, ha evidenziato Denis Krivosheev. “E’ riprovevole che stiamo assistendo ad una escalation di rapimenti e torture in Ucraina. Tutti gli attori di questo conflitto armato devono liberare immediatamente e incondizionatamente tutti i prigionieri ancora detenuti in violazione di legge, e garantire che fino al loro rilascio siano protetti dalla tortura e altri maltrattamenti”. Amnesty International chiede al governo ucraino di creare un unico e regolarmente aggiornato registro di casi di episodi di rapimento segnalati, e di indagare in maniera esauriente e imparziale ogni accusa di uso illegale della forza, maltrattamenti e torture.

Amnesty International Italia

“C’è una pallottola per te” in Pakistan

Una notizia che dovrebbe portare ad una petizione di tutti i giornalisti, in tutto il mondo.

Secondo un rapporto di Amnesty International, dal titolo “C’e’ una pallottola per te”, i giornalisti del Pakistan vivono sotto la costante minaccia di omicidi, intimidazioni e atti di violenza da parte di servizi segreti, partiti politici e gruppi armati come i talebani. Le autorita’ non fanno praticamente nulla per fermare le violazioni dei diritti umani contro gli operatori dell’informazione e per portare i responsabili di fronte alla giustizia. Dal ritorno a un sistema democratico, nel 2008, Amnesty International ha registrato 34 casi di giornalisti assassinati a causa del loro lavoro; solo in un caso gli autori sono stati identificati e sottoposti a processi. Ma questo e’ solo il dato piu’ brutale. Nello stesso periodo, molti altri giornalisti sono stati minacciati, intimiditi, sequestrati, torturati o sono scampati a tentativi di omicidio. “La comunita’ dei giornalisti del Pakistan e’ a tutti gli effetti sotto assedio. Soprattutto coloro che si occupano di sicurezza o di diritti umani vengono presi di mira da tutte le parti, nel tentativo di ridurli al silenzio” – ha dichiarato David Griffiths, vicedirettore del Programma Asia – Pacifico di Amnesty International. “Le costanti minacce li pongono in una situazione impossibile, in cui ogni storia che raccontano li espone alla violenza da una parte o dall’altra”. Il rapporto odierno di Amnesty International si basa su un’ampia ricerca sul campo su oltre 70 casi e su interviste con piu’ di 100 operatori dell’informazione. Numerosi giornalisti intervistati da Amnesty International hanno segnalato intimidazioni o attacchi da parte di soggetti ritenuti legati alla temuta direzione dei servizi segreti militari (Isi). Alcuni di essi hanno accettato di raccontare la loro storia sotto falso nome, mentre altre storie sono state omesse dal rapporto nel timore che neanche uno pseudonimo li avrebbe tenuti al riparo da minacce alla loro vita. L’Isi e’ stata implicata in numerosi rapimenti, torture e uccisioni di giornalisti, ma nessun agente in servizio e’ stato mai chiamato a risponderne. Cio’ ha consentito ai servizi segreti di agire al di la’ della legge. Le violazioni dei diritti umani ad opera dell’Isi seguono un modello ricorrente, che inizia con telefonate minatorie e prosegue con sequestri, torture e altri maltrattamenti e, in alcuni casi, l’uccisione dell’ostaggio. I giornalisti subiscono attacchi anche da parte di attori non statali. L’agguerrita competizione per trovare spazio sugli organi d’informazione comporta che potenti esponenti politici esercitino forti pressioni per avere una copertura stampa favorevole. A Karachi, i sostenitori del Movimento muttahida qaumi e del gruppo religioso Ahle Sunnat Wal Jamaat sono accusati di atti d’intimidazione e anche omicidi nei confronti di giornalisti. Nelle zone di conflitto del nordest del Pakistan come nella regione del Balucistan, i talebani, il gruppo armato lashkar-e-jhangvi e i gruppi armati baluci minacciano apertamente di morte i giornalisti e li attaccano quando denunciano i loro abusi o non promuovono la loro ideologia. Anche nel Punjab, i giornalisti vanno incontro a minacce da parte dei talebani e dei gruppi collegati a lashkar e-jhangvi. Nonostante questa ondata di violenza e attacchi, le autorita’ pakistane hanno ampiamente mancato di assicurare alla giustizia i responsabili. Nella stragrande maggioranza dei casi su cui Amnesty International ha svolto ricerche, raramente le autorita’ hanno svolto indagini adeguate sulle minacce e gli attacchi o portato i responsabili in un’aula di tribunale. Solo in una manciata di casi di alto profilo e quando l’oltraggio dell’opinione pubblica non ha reso possibile agire diversamente, le autorita’ hanno svolto indagini piu’ approfondite. “Il governo ha promesso di migliorare questa terribile situazione, anche attraverso l’istituzione di un procuratore incaricato delle indagini sugli attacchi contro i giornalisti, ma di concreto e’ stato fatto poco” – ha commentato Griffiths. “Una misura determinante sarebbe quella d’indagare sulle agenzie militari e d’intelligence assicurando cosi’ i procedimenti giudiziari nei confronti dei responsabili. Coloro che prendono di mira i giornalisti saprebbero in questo modo di non poter piu’ agire impunemente” – ha aggiunto Griffiths. I proprietari dei mezzi d’informazione a loro volta dovrebbero assicurare formazione adeguata, sostegno e assistenza ai giornalisti, per meglio valutare e affrontare i rischi collegati al loro lavoro. “Senza questi provvedimenti urgenti, gli operatori dell’informazione del Pakistan rischiano di essere ridotti al silenzio. Questo clima di paura ha gia’ avuto un effetto raggelante sulla liberta’ d’espressione e sul piu’ ampio tentativo di denunciare le violazioni dei diritti umani nel paese” – ha concluso Griffiths.

Amnesty International Italia

Diciannove anni fa il genocidio di Srebrenica

Nel 19° anniversario dell’uccisione di piu’ di 8000 bosniaci (musulmani bosniaci) di Srebrenica nel luglio 1995, Amnesty International chiede alle autorita’ della Bosnia-Erzegovina – presenti sia nella Federazione della Bosnia-Erzegovina che nella Republika Srpska – di procedere con urgenza negli sforzi atti ad affrontare il persistente arretrato dei casi irrisolti di crimini di diritto internazionale, derivanti dal conflitto armato del 1990. L’organizzazione chiede inoltre alle autorita’ di garantire alle vittime di questi crimini l’accesso alla verita’, alla giustizia e alla riparazione. Il 10 luglio 1995 le forze serbo-bosniache avanzarono nella enclave di Srebrenica, allora “zona di sicurezza” delle Nazioni Unite, dove migliaia di bosniaci avevano trovato rifugio. Srebrenica cadde in mano alle forze serbo-bosniache e nonostante la presenza delle Forze di protezione delle Nazioni Unite, piu’ di 8000 uomini e ragazzi bosniaci furono separati dal resto della popolazione e sommariamente giustiziati nei giorni che seguirono. Nel 2004 il Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (Icty) ha stabilito che le forze serbo-bosniache effettuarono un genocidio contro i musulmani bosniaci. I processi presso I’Icty contro l’ex leader serbo-bosniaco Radovan Karadžic e l’ex generale Ratko Mladic accusati di genocidio, crimini contro l’umanita’ e violazione delle leggi e delle consuetudini di guerra, anche a Srebrenica, sono ancora in corso. La commemorazione e’ ancora piu’ difficile, perche’ le autorita’ della Bosnia-Erzegovina ancora non riescono ad adempiere ai loro obblighi nei confronti delle famiglie delle vittime di Srebrenica e delle altre vittime di sparizioni forzate avvenute durante il conflitto armato in Bosnia-Erzegovina. I parenti delle vittime aspettano ancora giustizia, verita’ e riparazione, mentre la maggior parte dei responsabili gode di impunita’. I corpi di oltre 6000 vittime del genocidio di Srebrenica sono stati esumati, identificati e sepolti presso il memoriale a loro dedicato. L’identificazione di circa 1000 salme e’ in corso, e si stima che un migliaio manchino ancora all’appello. La legge sulle persone scomparse non e’ mai stata pienamente attuata, lasciando le famiglie degli scomparsi senza alcuna riparazione, inclusi restituzione, indennizzo, riabilitazione, giustizia e garanzie di non ripetizione. In questo anniversario, Amnesty International esorta le autorita’ della Bosnia-Erzegovina a intraprendere misure urgenti atte a garantire il diritto alla verita’, alla giustizia e al riparazione per le vittime e le loro famiglie. L’organizzazione sottolinea che le espressioni di chiaro impegno ad attuare le misure esistenti per porre fine all’impunita’ per i crimini di diritto internazionale, tra cui le sparizioni forzate, sono fondamentali. Occorre condurre indagini rapide, indipendenti, efficaci e imparziali sui crimini di diritto internazionale e intensificare gli sforzi per perseguire questi casi. Infine, la gravita’ dei reati dovrebbe riflettersi adeguatamente nella condanna. Quasi due decenni dopo Srebrenica, devono ancora essere messe in atto procedure indipendenti, imparziali ed efficaci per i familiari che devono ottenere riparazione in conformita’ con gli standard internazionali.

Amnesty International Italia

Politiche UE: a rischio vite e diritti

Nella loro determinazione a isolare le proprie frontiere, l’Unione europea (Ue) e i suoi stati membri stanno mettendo a rischio la vita e i diritti dei rifugiati e dei migranti, ha dichiarato Amnesty International in un nuovo rapporto pubblicato ieri. “Il costo umano della Fortezza Europa: le violazioni dei diritti umani nei confronti dei migranti e dei rifugiati alle frontiere d’Europa” mostra come le politiche in materia d’immigrazione dell’Ue e le prassi di controllo delle frontiere impediscano ai rifugiati di accedere all’asilo nell’Ue e mettono a rischio le loro vite nel corso di viaggi sempre piu’ pericolosi. “L’efficacia delle misure europee per arginare il flusso di immigrati irregolari e rifugiati e’, nella migliore delle ipotesi, discutibile. Nel frattempo, il costo in vite umane e sofferenza e’ incalcolabile e viene pagato da alcune delle persone piu’ vulnerabili del mondo”, ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del Programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. Controllo delle frontiere L’Ue finanzia la propria politica in materia d’immigrazione con qualcosa come miliardi di euro. Milioni di euro vengono spesi ogni anno dagli stati membri per recinzioni, sistemi di sorveglianza sofisticati e pattugliamento delle loro frontiere. In un indicatore significativo delle priorita’ relative, l’Ue ha speso quasi 2 miliardi di euro per proteggere le sue frontiere esterne tra il 2007 e il 2013, ma solo 700 milioni di euro per il miglioramento della situazione di richiedenti asilo e rifugiati all’interno dell’Ue nello stesso periodo. L’Ue e gli stati membri stanno inoltre finanziando e cooperando con i paesi vicini, come la Turchia, il Marocco e la Libia, per creare una zona cuscinetto intorno all’Ue nel tentativo di fermare migranti e rifugiati prima ancora che raggiungano i confini dell’Europa. Allo stesso tempo stanno chiudendo un occhio sulle violazioni dei diritti umani che migranti e rifugiati soffrono in questi paesi. “I paesi dell’Ue praticamente stanno pagando i paesi confinanti per sorvegliare i confini al posto loro. Il problema e’ che molti di questi paesi sono spesso incapaci di garantire i diritti dei rifugiati e dei migranti che restano intrappolati li’. Molti diventano poveri, vengono sfruttati e vessati e non possono accedere all’asilo” ha affermato John Dalhuisen. “Gli stati membri dell’Ue non possono liberarsi dei propri obblighi sui diritti umani nei confronti di coloro che cercano di entrare nel loro territorio esternalizzando il controllo sull’immigrazione a paesi terzi. Bisogna fermare questa cooperazione”. “Respingimenti” illegali Rifugiati e migranti che riescono ad arrivare alle frontiere dell’Ue rischiano di essere subito respinti indietro attraverso queste. Amnesty International ha documentato respingimenti dagli agenti di frontiera in Bulgaria e, in particolare, in Grecia, dove la pratica e’ diffusa. I respingimenti sono illegali, negare alle persone il diritto di chiedere asilo, generalmente include violenza e, a volte, mette persino in pericolo di vita. I respingimenti non avvengono solo ai confini sud orientali dell’Ue. Nel febbraio del 2014, la Guardia Civile spagnola ha aperto il fuoco con proiettili di gomma, cartucce a salve e gas lacrimogeni contro i circa 250 migranti e rifugiati arrivati a nuoto dal Marocco lungo la spiaggia verso Ceuta, l’enclave spagnola in Africa del Nord. Quattordici persone hanno perso la vita. Ventitre’ persone che sono riuscite a raggiungere la spiaggia sono state immediatamente respinte, apparentemente senza accesso a qualsiasi procedura formale di asilo. “Secondo l’Agenzia per i rifugiati delle Nazioni Unite, ci sono piu’ persone sfollate oggi che in qualsiasi momento dopo la fine della seconda guerra mondiale. Incredibilmente, la risposta dell’Ue a questa crisi umanitaria e’ stata quella di aggravare la situazione” ha sottolineato John Dalhuisen. “Quasi la meta’ di coloro che cercano di entrare nell’Ue irregolarmente sono in fuga da conflitti o persecuzioni in paesi come la Siria, l’Afghanistan, la Somalia e l’Eritrea. I rifugiati devono essere dotati di maggiori possibilita’ di entrare nell’Ue in modo sicuro e legale affinche’ non siano costretti a intraprendere viaggi pericolosi, in prima istanza”. Vite perse in mare A fronte di sempre maggiori ostacoli per raggiungere l’Europa via terra, rifugiati e migranti prendono rotte marittime piu’ pericolose verso la Grecia e l’Italia. Ogni anno centinaia di persone muoiono nel tentativo di raggiungere le sponde dell’Europa. Dopo le tragedie al largo delle coste dell’isola italiana di Lampedusa, dove piu’ di 400 persone hanno perso la vita nel 2013, l’Italia ha lanciato un’iniziativa di ricerca e soccorso denominata “Operazione Mare Nostrum”. Ha salvato piu’ di 50.000 persone dal suo lancio nell’ottobre 2013. Ma non e’ sufficiente. Solo nei primi sei mesi del 2014, piu’ di 200 persone hanno perso la vita nelle acque del Mediterraneo e del Mar Egeo; altre centinaia mancano all’appello e si teme siano morte. Molti di coloro che sono morti stavano chiaramente fuggendo da violenze e persecuzioni. “La responsabilita’ per la morte di coloro che cercano di raggiungere l’Ue e’ una responsabilita’ collettiva. Altri stati membri dell’Ue possono e devono seguire l’esempio dell’Italia e impedire alla gente di annegare in mare rafforzando gli sforzi di ricerca e soccorso nel Mediterraneo e nell’Egeo”, ha affermato John Dalhuisen. “Le tragedie umane che si svolgono ogni giorno ai confini dell’Europa non sono ne’ inevitabili, ne’ fuori dal controllo dell’Ue. Molte sono ad opera dell’Ue. Gli stati membri dell’Unione europea devono, finalmente, cominciare a mettere le persone prima delle frontiere”.

Amnesty International Italia