Concerto Sinfonico diretto da Stanislav Kochanovsky al Carlo Felice

Venerdì 13 febbraio 2015 alle ore 20.30, prosegue la Stagione Sinfonica al Teatro Carlo Felice con il decimo concerto in abbonamento.

Sul podio, a dirigere l’Orchestra del Teatro Carlo Felice sarà la bacchetta del Direttore russo Stanislav Kochanovsky, giovane promessa della scena musicale russa, Direttore Principale dell’Orchestra Filarmonica di Kislovodsk, la cui carriera internazionale si è andata sviluppando con i primi importanti debutti presso l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, la hr-Sinfonieorchester di Francoforte, la Finnish Radio Symphony, gli Hamburger Symphoniker.

Protagonista al violino, Viktoria Mullova, solista conosciuta ed apprezzata in tutto il mondo  per la straordinaria versatilità ed integrità musicale, la cui curiosità fa sì che ella abbia  esplorato ed  esplori tutto il repertorio per violino, dal barocco alla musica contemporanea, dalla world fusion alla musica sperimentale. Per l’ampiezza e la diversità di interessi,  Viktoria Mullova è protagonista di importanti cicli di concerti nelle più prestigiose sale Europee, dal Southbank di Londra alla Konzerthaus di Vienna, dall’Auditorium del Louvre di Parigi, al Musikfest Bremen, dall’Orchestra Sinfonica di Barcellona al Festìval di Helsinki.

In apertura di programma verrà eseguito il Concerto per violino e orchestra in Re maggiore op. 77 di Johannes Brahms, un brano che presenta notevoli difficoltà tecniche e interpretative, una partitura di natura sinfonica e d’incessante tensione espressiva, in cui il violino dialoga costantemente con l’orchestra, ma al tempo stesso ha modo di esibirsi esprimendo appieno le proprie potenzialità. Una partitura bollata inizialmente come “anti-violinistica”, proprio a causa di un virtuosismo, secondo alcuni interpreti dell’epoca, esasperato.

La Sinfonia n.2 in Re maggiore, op. 36 di Ludwig van Beethoven, sarà protagonista della seconda parte della serata. Più estesa, più varia, più ricca di materiale tematico, più salda e complessa nella sua tensione dialettica rispetto alla “Prima”, la Sinfonia n. 2 propone un linguaggio che ha fatto tesoro delle tante sperimentazioni condotte dal genio tedesco in ambito pianistico e cameristico. Pagina solare e piena di energia, a dispetto del periodo difficile in cui il compositore la scrisse, venne terminata nell’estate del 1802 ed eseguita pubblicamente per la prima volta a Vienna, il 5 aprile 1803.

Alle ore 19.00, presso la sala Paganini, precederà il concerto una breve conferenza introduttiva a cura di Giorgio De Martino.

Il Teatro, quindi, sarà aperto al pubblico a partire dalle ore 18.45.

 

Venerdì 13 febbraio 2015 alle ore 20.30

decimo concerto in abbonamento

Direttore

Stanislav Kochanovsky

Violino

Viktoria Mullova

Johannes Brahms

Concerto per violino e orchestra in Re maggiore, op. 77

Ludwig van Beethoven

Sinfonia n. 2 in Re maggiore, op. 36

Orchestra del Teatro Carlo Felice

 

Marina Chiappa

Nigeria: per Amnesty International una terribile realtà vista dal satellite

Una serie di immagini satellitari diffuse da Amnesty International forniscono la scioccante e inconfutabile prova della dimensione di un attacco portato da Boko haram agli inizi dell’anno sulle città di Baga, a 160 chilometri di distanza da Maiduguri, e Doron Baga (conosciuta anche come Doro Gowon, a due chilometri e mezzo da Baga). Le immagini riprese rispettivamente il 2 e il 7 gennaio, prima e dopo l’attacco, mostrano i terribili effetti dell’attacco di Boko haram, che ha danneggiato o completamente distrutto oltre 3700 strutture. Nello stesso periodo il gruppo armato ha attaccato altri centri abitati. “Queste dettagliate immagini mostrano una devastazione di proporzioni catastrofiche in due città, una delle quali è stata quasi cancellata dalla carta geografica nello spazio di quattro giorni” – ha dichiarato Daniel Eyre, ricercatore di Amnesty International sulla Nigeria. “Di tutti gli attacchi di Boko haram presi in esame da Amnesty International, questo è il più grande e il più distruttivo di sempre, un deliberato attacco contro la popolazione civile le cui case, le cui scuole e i cui ambulatori sanitari sono ormai solo rovine fumanti” – ha aggiunto Eyre. L’analisi delle immagini satellitari riguarda solo due dei molti centri abitati attaccati da Boko haram dal 3 gennaio. A Baga, una città densamente popolata estesa per meno di due chilometri quadrati, circa 620 strutture sono state danneggiate o completamente distrutte dalle fiamme. A Doron Baga oltre 3100 strutture sono state danneggiate o distrutte dal fuoco appiccato nella maggior parte dei quattro chilometri quadrati di superficie della città. Molte delle barche di legno dei pescatori lungo la riva del lago Ciad, visibili nelle immagini del 2 gennaio, non sono più presenti in quelle del 7 gennaio che corroborano le testimonianze di chi è fuggito attraverso le acque del lago. Migliaia di persone sono scappate verso il confine col Ciad o in altre parti della Nigeria, come a Maiduguri, capitale dello stato di Borno, aggiungendosi così alle centinaia di migliaia di profughi interni e di rifugiati che stanno mettendo a dura prova le comunità e i governi che li hanno accolti. Amnesty International ha chiesto ai governi di Nigeria e Ciad di garantire protezione e adeguata assistenza umanitaria a queste persone. La distruzione mostrata dalle immagini satellitari conferma le dichiarazioni già raccolte da Amnesty International: testimoni oculari, rappresentanti del governo e attivisti per i diritti umani parlano di centinaia di civili uccisi da Boko haram. Un uomo di una cinquantina d’anni ha raccontato ad Amnesty International i particolari dell’attacco a Baga: “Hanno ucciso tanta gente. Ho visto un centinaio di corpi, poi sono fuggito nella boscaglia. Mentre fuggivamo, continuavano a uccidere”. L’uomo è stato scoperto in un nascondiglio ed è stato portato a Doron Baga, dove è rimasto nelle mani di Boko haram per quattro giorni. Chi è riuscito a fuggire ha riferito di numerosi cadaveri nella boscaglia. “Non so quanti fossero ma ce n’erano ovunque” – ha riferito una testimone. Secondo un’altra testimonianza, Boko haram ha ucciso indiscriminatamente anche bambini in tenera età e una donna che stava partorendo: “La metà del bambino era già uscita. È morta così”. Boko haram ha ripetutamente preso di mira comunità sospettate di collaborare con le forze di sicurezza. Le città in cui sono state costituite le milizie della Task force civile congiunta, alleate del governo, hanno subito attacchi particolarmente brutali. La Task force era presente a Baga e un alto ufficiale dell’esercito ha confermato confidenzialmente ad Amnesty International che a volte i militari coinvolgevano la milizia civile in operazioni contro le postazioni di Boko haram. Un testimone ha raccontato ad Amnesty International di aver sentito, durante l’attacco a Baga, dei combattenti di Boko haram dire che stavano cercando i membri della Task force e che, con questo obiettivo, hanno eliminato casa per casa gli uomini in età da combattimento. Dopo l’attacco di Baga, i testimoni hanno raccontato che Boko haram è andato alla caccia delle persone fuggite nella boscaglia, catturando uomini, donne e bambini. Una donna che è stata detenuta per quattro giorni ha detto: “Ci hanno preso, eravamo circa 300 donne, e ci hanno portato in una scuola di Baga. Dopo quattro giorni hanno lasciato andare le anziane, le madri e la maggior parte delle bambine ma hanno trattenuto le donne più giovani”. Amnesty International continua a chiedere a Boko haram di porre fine alle uccisioni di civili. La deliberata uccisione di civili e la distruzione delle loro proprietà sono crimini di guerra e crimini contro l’umanità e devono essere doverosamente indagate. Il governo nigeriano deve prendere tutte le misure legittime per riportare sicurezza nel nord-est del paese e assicurare la protezione dei civili. “Fino a oggi, l’isolamento di Baga e il fatto che Boko haram continua a controllare la zona avevano reso estremamente difficile accertare cosa fosse accaduto. Gli abitanti non hanno potuto far ritorno per seppellire i morti, tantomeno contarli. Ma adesso le immagini dal satellite unite alle testimonianze dirette compongono un quadro più chiaro di quello che con ogni probabilità è il peggiore attacco mai portato da Boko haram” – ha commentato Eyre. “In precedenza, nel corso della settimana, il direttore delle informazioni del ministero della Difesa aveva dichiarato che il numero dei morti a Baga, compresi i combattenti di Boko haram, non era superiore a 150. Le immagini e i racconti dei sopravvissuti lasciano credere che il numero finale sarà assai più alto” – ha concluso Eyre. Amnesty International ha chiesto immagini satellitari al fornitore DitigalGlobe a seguito delle prime notizie sull’attacco a Baga.

Dal 2009, Boko haram prende deliberatamente di mira i civili con irruzioni nei centri abitati, rapimenti e attentati, con sempre maggiore frequenza e brutalità. Migliaia di civili sono stati uccisi, centinaia rapiti e centinaia di migliaia costretti a lasciare le loro case. Amnesty International ha più volte espresso preoccupazione per l’assenza di misure di protezione adeguate da parte delle forze di sicurezza. Inoltre, vi sono state poche indagini efficaci e incriminazioni per membri di Boko haram sospettati di aver commesso crimini di diritto internazionale. L’attacco contro Baga dimostra come negli ultimi 12 mesi il conflitto nella Nigeria nord-orientale abbia conosciuto una drammatica escalation. Nel 2014, Boko haram ha ucciso oltre 4000 civili. Secondo quanto riferito il 14 gennaio da Medici senza frontiere, 5000 sopravvissuti all’attacco si trovano in un campo di Maiduguri. Il 9 gennaio l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati ha dichiarato che circa 7300 rifugiati nigeriani erano arrivati in Ciad.

Amnesty International Italia

 

Rinviate le frustate di Raif Badawi. Attivati per fermarle!

Secondo informazioni ricevute da Amnesty International, la sessione di 50 frustate ai danni di Raif Badawi prevista oggi in Arabia Saudita non ha avuto luogo per motivi di salute. Questa mattina, Badawi è stato trasferito dalla sua cella alla clinica del carcere per un controllo. Il medico ha verificato che le lacerazioni causate dalle 50 frustate ricevute il 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e che il detenuto non avrebbe potuto sopportarne un’ulteriore serie. Il medico ha raccomandato che la sessione di frustate sia rinviata almeno di una settimana. Non è chiaro se le autorità saudite si comporteranno di conseguenza. “Non solo questo rinvio per motivi di salute mostra la profonda brutalità di questa punizione, ma ne sottolinea anche l’oltraggiosa inumanità. L’idea che a Badawi sia concesso di riprendersi in modo da poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Le frustate sono proibite dal diritto internazionale insieme ad altre forme di pena corporale. La punizione di Badawi pare per il momento sospesa ma non c’è modo di sapere se le autorità saudite accetteranno la raccomandazione del medico. Badawi corre ancora il rischio di essere frustato” – ha sottolineato Boumedouha. Per Raif Badawi si sono mobilitate tantissime persone nel mondo, compresi gli attivisti di Amnesty International. Vi ricordiamo che Amnesty International Italia ha promosso un appello online che può essere firmato all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Arabia_Saudita_attivista_online_apostasia e ogni giovedì manifesterà di fronte all’ambasciata dell’Arabia Saudita a Roma per chiedere la fine delle frustate e la liberazione di Badawi, che l’organizzazione per i diritti umani considera un prigioniero di coscienza, non avendo fatto uso né istigato all’uso della violenza.

Amnesty International Italia

Libertà presa a frustate

Secondo quanto riferito ad Amnesty International da un testimone oculare, la mattina del 9 gennaio scorso l’attivista saudita Raif Badawi è stato sottoposto a 50 frustate all’esterno della moschea al-Jafali di Gedda, al termine della preghiera del venerdì. Dopo essere stato fatto scendere da un pullman, Badawi è stato portato in catene al centro della piazza e, di fronte al pubblico e alle forze di sicurezza, ha ricevuto 50 frustate consecutive sulla schiena. Dopo 15 minuti, è stato riportato a bordo del pullman. “Si è trattato di un feroce atto di crudeltà, proibito dal diritto internazionale” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Ignorando le richieste di annullare la sentenza, le autorità saudite hanno dimostrato un orribile spregio per i più elementari principi dei diritti umani. Badawi è un prigioniero di coscienza, il cui unico ‘reato’ è stato quello di esercitare il diritto alla libertà d’espressione fondando un sito per il pubblico dibattito. Dev’essere rilasciato immediatamente e senza condizioni” – ha aggiunto Boumedouha. Nel settembre 2014, Badawi è stato condannato a 10 anni di carcere, 1000 frustate e un milione di rial sauditi (circa 225.000 euro) per aver pubblicato un forum online e per aver insultato l’Islam. È stato stabilito che le frustate verranno eseguite in un periodo di tempo di 20 settimane. diverse le manifestazioni in favore dell’attivista e molte le iniziative in suo favore. È possibile firmare l’appello on-line al seguente indirizzo: http://www.amnesty.it/Arabia_Saudita_attivista_online_apostasia

Amnesty International Italia

Chiesta l’introduzione del reato di tortura in Italia

La richiesta è stata presentata da Amnesty International, Antigone, Arci, Cild e Cittadinanzattiva durante una conferenza tenutasi lo scorso 10 dicembre, nell’ambito dell’iniziativa “In silenzio contro la tortura”, promossa dalle stesse associazioni. La sede scelta è stata quella della Camera dei Deputati dove da marzo, quando fu approvato al Senato il disegno di legge per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale, il testo è fermo. Riccardo Noury, Susanna Marietti, Laura Liberto, Patrizio Gonnella, Francesca Chiavacci, intervenendo a nome delle associazioni promotrici dell’iniziativa, hanno ribadito l’importanza che, a 30 anni dall’adozione della Convenzione contro la tortura da parte delle Nazioni Unite e oltre 25 anni dopo la ratifica italiana, finalmente l’Italia si adegui agli standard internazionali approvando questa legge. Lo stesso hanno sottolineato nei propri interventi gli esponenti delle organizzazioni aderenti all’evento, nonché il cantante Piotta, testimonial del mondo dell’arte. In apertura di conferenza stampa Amnesty International ha consegnato alla vice Presidente del Senato, Linda Lanzillotta, le 16.000 firme raccolte per chiedere l’introduzione di questo reato. Un’iniziativa che anche Antigone ripeterà nelle prossime settimane consegnando le circa 15.000 firme on-line raccolte, che si vanno ad aggiungere alle 30.000 cartacee, raccolte dalla stessa associazione insieme a numerose altre. Nel ricevere le firme la senatrice ha ribadito l’impegno affinché l’Italia faccia proprio questo reato. Un impegno che hanno espresso e assunto anche i deputati presenti Gennaro Migliore (PD), Paolo Beni (PD), Davide Matiello (PD), Daniele Farina (SEL), Giulia Sarti (M5S), proprio a partire dal 15 dicembre quando in commissione giustizia si inizierà a discutere degli emendamenti al testo. L’auspicio che il disegno di legge venga approvato anche alla Camera è arrivato da Luigi Manconi, primo firmatario al Senato che, pur riconoscendo le modifiche peggiorative subite dal testo da lui proposto (in particolare per la configurazione del reato quale generico, anziché specifico, come raccomandato dalle Nazioni Unite), ha messo in guardia sul fatto che, se il testo venisse modificato alla Camera, al Senato poi non ci sarebbero i numeri e le forze per un’approvazione conforme, con il rischio che dovranno passare altri 25 anni senza questo reato. La conferenza è stata interrotta a metà dei suoi lavori quando i presenti si sono alzati in piedi e hanno osservato un minuto di silenzio contro la tortura. Un modo per controbattere al silenzio che, in questo quarto di secolo, è arrivato dalle istituzioni.

Amnesty International Italia

Rapporto di Amnesty sui fatti di Ferguson

Amnesty International ha diffuso un rapporto intitolato “Sulle strade d’America: violazioni dei diritti umani a Ferguson”, in cui dà conto delle conclusioni della missione di osservatori inviata in Missouri all’indomani dell’uccisione di Michael Brown, un ragazzo di 18 anni privo di armi. Dal 14 al 22 agosto, la missione di Amnesty International ha monitorato le proteste e la risposta delle forze di polizia. Il rapporto di Amnesty International presenta inoltre una serie di raccomandazioni da attuare rispetto all’uso della forza da parte della polizia e alla gestione delle proteste.

“Quello che Amnesty International ha verificato in Missouri evidenzia che le violazioni dei diritti umani non si verificano solo oltre confine e oltreoceano” – ha dichiarato Steven W. Hawkins, direttore generale di Amnesty International Usa. “In qualunque parte del mondo, ognuno è titolare allo stesso modo dei diritti che gli spettano come essere umano: uno di questi è la libertà di protestare pacificamente”.

“Mentre mi trovavo con i miei colleghi sulla West Florissant Avenue, ho visto la polizia armata fino ai denti, con dotazioni di tipo militare. Ho visto una moltitudine di persone, compresi vecchi e bambini, lottare contro gli effetti dei gas lacrimogeni. È necessario che si risponda di questo operato e occorre introdurre cambiamenti dopo l’uso di questa forza eccessiva” – ha proseguito Hawkins.

Cosa sia successo tra Michael Brown e l’agente Darren Wilson rimane incerto, a causa di ricostruzioni contrastanti. Resta il fatto che il ragazzo era disarmato e ciò mette in discussione che l’uso della forza fosse giustificato. Le circostanze dell’uccisione devono essere chiarite con urgenza. Le indagini devono essere concluse al più presto e devono essere trasparenti, poiché questo caso è di interesse pubblico.

Il rapporto di Amnesty International sollecita l’organo legislativo del Missouri a modificare la legge Mo. Rev. Stat. § 563.046 che autorizza l’uso della forza letale, per garantire che l’uso della forza da parte dei pubblici ufficiali sia limitato ai casi in cui essa si renda necessaria per proteggere la vita.

Il rapporto inoltre descrive l’impatto prodotto dall’azione delle forze di polizia della città, della contea e dello stato e la risposta delle autorità al diritto dei cittadini di Ferguson a partecipare a manifestazioni pacifiche.

Amnesty International ha documentato tutta una serie di limitazioni adottate nei confronti dei manifestanti, come il coprifuoco, il confinamento delle proteste ad alcune aree specifiche e l’applicazione della regola dei cinque secondi, sulla base della quale non si può rimanere fermi in uno stesso posto oltre quel limite di tempo, pena l’arresto.

Il rapporto si sofferma poi sulle intimidazioni ai manifestanti, sull’impiego di pesanti dotazioni antisommossa e di armi di tipo militare e su una serie di discutibili metodi per disperdere le proteste, come i gas lacrimogeni, i proiettili di gomma e sistemi sonori a lungo raggio.

“Occorre assumersi le responsabilità di quanto accaduto. I fatti di Ferguson hanno aperto un dibattito quanto mai necessario e auspicato da lungo tempo sul rapporto tra razza e operazioni di polizia. Questo dibattito non può interrompersi. Per ripristinare la giustizia a Ferguson e in ogni comunità colpita dalla brutalità della polizia, dobbiamo tanto documentare i soprusi commessi quanto impegnarci per impedire che si ripetano. È un cammino che richiede azioni concrete a livello locale, statale e federale” – ha sottolineato Hawkins.

Il rapporto di Amnesty International dedica attenzione ai maltrattamenti subiti da giornalisti e osservatori. Tra il 13 agosto e il 2 ottobre, almeno 19 tra giornalisti e altri operatori dell’informazione sono stati arrestati mentre altri sono stati colpiti dai gas lacrimogeni e da pallottole di gomma. Giornalisti di Cnn, Al Jazeera America e di altre testate hanno denunciato di essere stati intimiditi o minacciati fisicamente. Analogamente, osservatori legali e per i diritti umani hanno rischiato l’arresto solo per aver svolto il loro compito.

Il rapporto di Amnesty International si conclude con una serie di raccomandazioni alle autorità locali, statali e federali riguardo l’uso della forza letale e la gestione delle proteste. L’organizzazione per i diritti umani raccomanda nuovamente al dipartimento della Giustizia di condurre un’indagine indipendente, trasparente e imparziale sulla morte di Michael Brown, di guidare una revisione delle tattiche e delle pratiche adottate in tutta la nazione dalle forze di polizia e di rendere noti i dati nazionali sull’uso delle armi da fuoco da parte di queste ultime.

Infine, il rapporto chiede al Congresso degli Usa di approvare la proposta di legge per porre fine alla militarizzazione delle forze di polizia.

Amnesty International Italia

 

 

 

Per l’Uzbekistan iniziative anche in Italia

Quasi 200.000 persone in 123 paesi hanno firmato un appello di Amnesty International per chiedere al presidente dell’Uzbekistan la liberazione immediata e incondizionata di Dilorom Abdukadirova, una prigioniera di coscienza condannata a 18 anni, in carcere dal 2010 per aver preso parte, cinque anni prima, alle proteste di Andijan in favore di migliori condizioni economiche, che le forze di sicurezza repressero con centinaia di morti, per lo più manifestanti pacifici.

Dopo i fatti di Andijan, Dilorom Abdukadirova andò in esilio. Tornata nel 2010 per riunirsi alla famiglia, venne immediatamente arrestata e falsamente accusata di aver tentato di rovesciare l’ordine costituzionale. Al termine del processo, durante il quale secondo i familiari era apparsa malconcia e con ferite al volto, l’imputata venne condannata a 10 anni, seguiti nel 2012 da altri otto anni per aver violato il regolamento carcerario.

Le autorità uzbeche non hanno mai indagato sulle denunce, giudicate credibili da Amnesty International, relative alle torture subite da Dilorom Abdukadirova.

“La tortura in Uzbekistan è una routine. Il governo continua a dire bugie invece di prendere misure efficaci per prevenirla. Non può più andare avanti in questo modo” – ha dichiarato Maisy Weicherding, ricercatrice di Amnesty International sull’Uzbekistan. “I paesi della comunità internazionale, e soprattutto l’Unione europea, devono inserire il tema della tortura nelle relazioni con l’Uzbekistan”.

Amnesty International continua a ricevere informazioni su persone sottoposte a maltrattamenti e torture da parte delle forze di sicurezza al momento dell’arresto e da parte del personale penitenziario una volta in carcere. L’assenza di indagini su queste denunce rappresenta la norma.

Allo stesso tempo, l’Uzbekistan rimane impermeabile a un effettivo controllo internazionale. Negli ultimi anni né Amnesty International né altre organizzazioni internazionali indipendenti hanno avuto libero accesso nel paese per monitorare la situazione dei diritti umani.

Nell’ambito della sua campagna mondiale “Stop alla tortura”, Amnesty International sta sollecitando le autorità uzbeche a indagare su altre denunce di torture inflitte in carcere ad altri cinque prigionieri.

Azam Farmonov, prigioniero di coscienza ed esponente dell’organizzazione indipendente Società per i diritti umani dell’Uzbekistan. Arrestato nel 2006, è stato condannato a nove anni per estorsione dopo un processo iniquo. La sua famiglia ha denunciato che egli ha subito maltrattamenti e torture in carcere.

Erkin Musaev, ex funzionario del ministero della Difesa e collaboratore del Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo. In tre distinti processi, tutti iniqui, celebrati tra il 2006 e il 2007, è stato condannato a 20 anni di carcere per tradimento e abuso d’ufficio. I suoi familiari hanno denunciato che egli è stato costretto a confessare sotto tortura.

Murad Dzhuraev, ex parlamentare. Sta scontando varie condanne per un totale di 21 anni di carcere, inflitte al termine di processi iniqui, per imputazioni di natura politica. I suoi sostenitori hanno denunciato che egli è stato torturato per costringerlo a confessare. Le sue condizioni di detenzione sono crudeli, disumane e degradanti e la sua salute è gravemente peggiorata.

Muhammad Bekzhanov, direttore del quotidiano del partito di opposizione Erk, dichiarato fuorilegge. Nell’agosto 1999, al termine di un processo iniquo, è stato condannato a 15 anni. Durante il processo ha letto una dichiarazione denunciando di essere stato torturato per obbligarlo a confessare il falso. Avrebbe dovuto, con uno sconto di pena, essere rilasciato nel febbraio 2012, ma ha ricevuto un’ulteriore condanna a quattro anni e otto mesi per violazione del regolamento carcerario. Secondo i familiari, negli ultimi anni le sue condizioni di salute sono peggiorate e non sta ricevendo le cure mediche necessarie.

Amnesty International Italia

 

 

Boom di commercio di strumenti di tortura in Cina

Una ricerca realizzata da Amnesty International e da Omega Research Foundation ha rivelato il florido commercio di strumenti di tortura prodotti dalle aziende cinesi e il collegamento tra questo export e le violazioni dei diritti umani in Africa e Asia. Oltre 130 aziende, a fronte di sole 28 di un decennio fa, sono attualmente coinvolte nella produzione e nel commercio di strumenti potenzialmente pericolosi destinati al mantenimento dell’ordine pubblico. Alcuni di essi, come i manganelli elettrici, i bastoni acuminati e i congegni serra gambe, sono intrinsecamente crudeli e disumani e dovrebbero essere immediatamente proibiti. Altri strumenti, che potrebbero avere un utilizzo legittimo come i gas lacrimogeni, le pallottole di plastica e i veicoli antisommossa, vengono esportati dalla Cina in paesi dove vi è il rischio concreto che possano essere usati per compiere gravi violazioni dei diritti umani. “Sempre più aziende cinesi stanno facendo profitti col commercio di strumenti di tortura e di repressione, alimentando le violazioni dei diritti umani a livello mondiale” – ha dichiarato Patrick Wilcken, ricercatore su commercio di materiali di sicurezza e diritti umani. “Questo commercio, che procura immense sofferenze, è in pieno boom poiché le autorità cinesi non fanno nulla per impedire alle aziende di esportare questi disgustosi congegni o per impedire che strumenti destinati ad attività di polizia finiscano nelle mani di noti violatori dei diritti umani”. Le aziende cinesi, la maggior parte delle quali di proprietà statale, stanno conquistando quote sempre più ampie nel mercato globale degli strumenti per il mantenimento dell’ordine pubblico. La Cina è l’unico paese noto nel mondo per la produzione di bastoni acuminati, con punte di metallo disposte lungo la parte terminale o addirittura su tutta la lunghezza dello strumento. Si tratta di oggetti prodotti per torturare e possono causare sofferenza e dolore gravi. Sette aziende cinesi pubblicizzano apertamente verso i mercati esteri questi prodotti disumani. Di recente, bastoni acuminati prodotti in Cina sono stati usati dalla polizia della Cambogia ed esportati alle forze di sicurezza di Nepal e Thailandia. Dalle ricerche di Amnesty International e Omega Research Foundation è emerso che 29 aziende cinesi pubblicizzano i bastoni elettrici. Questi strumenti consentono facilmente di applicare scariche elettriche multiple dolorosissime su parti sensibili del corpo come i genitali, la gola, l’inguine o le orecchie senza che, a distanza di tempo, restino segni visibili. Decine di aziende cinesi producono e commerciano strumenti di costrizione come i congegni serra gambe o le sedie di contenimento. Un’azienda produce congegni che serrano il collo: che possono mettere a rischio la vita delle persone limitando la respirazione, la circolazione del sangue e le comunicazioni nervose tra il cervello e il corpo. Sulla base dei materiali realizzati dalle aziende per promuovere le vendite, è stato possibile concludere che parecchie aziende vengono tali strumenti ad agenzie per il mantenimento dell’ordine pubblico di ogni parte del mondo, comprese quelle note per violare regolarmente i diritti umani. “Non può esservi alcuna scusa per consentire la produzione e il commercio di strumenti il cui scopo principale è quello di torturare o infliggere trattamenti crudeli, disumani e degradanti, atti efferati totalmente vietati dal diritto internazionale. Le autorità cinesi dovrebbero introdurre il divieto di produrre ed esportare questi strumenti” – ha aggiunto Wilcken. Un’azienda, la China Xinxing Import / Export Corporation – che pubblicizza strumenti quali congegni serra pollici, sedie di contenimento, pistole elettriche e manganelli elettrici – ha dichiarato nel 2012 di essere in rapporti con oltre 40 paesi africani e che il suo commercio con l’Africa era superiore a 100 milioni di dollari Usa. Amnesty International e Omega Research Foundation hanno rinvenuto prove dell’uso di manganelli elettrici di fabbricazione cinese da parte della polizia in Egitto, Ghana, Madagascar e Senegal. Le aziende cinesi, inoltre, continuano a esportare strumenti che possono essere considerati legittimi allo scopo di mantenere l’ordine pubblico solo se vengono usati secondo gli standard internazionali e se chi li usa sia adeguatamente addestrato e possa rispondere in pieno del suo comportamento. Purtroppo, il rapporto di Amnesty International e Omega Research Foundation cita casi di esportazioni del genere verso paesi in cui vi è il rischio concreto che l’uso di tali strumenti contribuirà a gravi violazioni dei diritti umani. Il rapporto cita, ad esempio, una grande fornitura di equipaggiamento antisommossa giunto in Uganda nel febbraio 2011, nonostante il massiccio ricorso alla tortura e ai maltrattamenti da parte della polizia locale. Due mesi dopo, quegli strumenti vennero usati per stroncare le proteste contro l’aumento dei prezzi. Durante la repressione – che provocò almeno nove morti, oltre 100 feriti e 600 arresti – le forze ugandesi utilizzarono veicoli blindati antisommossa di fabbricazione cinese. Equipaggiamento antisommossa proveniente dalla Cina è stato impiegato anche dalle forze di sicurezza della Repubblica Democratica del Congo per sopprimere le proteste durante le elezioni del 2011, in cui sono state uccise almeno 33 persone e altre 83 sono rimaste ferite. Le esportazioni sono proseguite anche in seguito. Il rapporto di Amnesty International e Omega Research Foundation denuncia la carenza dei controlli sulle esportazioni, la mancanza di trasparenza e l’assenza della valutazione sulla situazione dei diritti umani nei paesi destinatari delle forniture. “L’imperfetto sistema cinese delle esportazioni ha permesso al commercio di strumenti di tortura e di repressione di espandersi. È urgente che le autorità cinesi rivedano le norme in materia di commercio per porre fine all’irresponsabile trasferimento di equipaggiamento per il mantenimento dell’ordine pubblico che verrà con ogni probabilità usato per violare i diritti umani” – ha sottolineato Wilcken. La Cina non è da sola a non controllare efficacemente i trasferimenti di equipaggiamento per il mantenimento dell’ordine pubblico. Il commercio mondiale di questi prodotti è soggetto a scarsi controlli e persino laddove le norme sono più evolute, come negli Usa e nell’Unione europea, sono necessari miglioramenti per colmare le lacune esistenti, proprio mentre nuovi prodotti e tecnologie escono sul mercato. Alla crescita del commercio internazionale della Cina in strumenti di tortura e di repressione si è accompagnata la costante violazione dei diritti umani all’interno del paese. La tortura e i maltrattamenti, così come l’uso arbitrario della forza rimangono diffusi nelle carceri e nella soppressione delle proteste. Amnesty International ha documentato una lunga serie di forme di tortura fisica in Cina, compreso l’uso dei manganelli elettrici. Un sopravvissuto alla tortura ha dichiarato: “Loro [i poliziotti] mi colpivano col manganello elettrico sul volto, è quella tortura che la polizia chiama “del popcorn”, perché il viso ti si apre e sembra come il popcorn. Fa una puzza terribile, di pelle bruciata”. Il rapporto, infine, mette in luce l’ampio abuso degli strumenti meccanici di costruzione nei confronti dei detenuti in Cina. Molti di essi hanno denunciato di essere stati bloccati per i polsi e alle anche e sospesi al soffitto o costretti a rimanere per lungo tempo in posizioni dolorose. Amnesty International e Omega Research Foundation hanno sollecitato le autorità cinesi e quelle di tutti gli altri paesi a: – imporre un’immediata moratoria sulla produzione e il commercio di strumenti intrinsecamente atti a violare i diritti umani; – sospendere immediatamente o negare le autorizzazioni a esportare altri strumenti per mantenere l’ordine pubblico laddove vi sia il rischio sostanziale che essi verranno utilizzati per commettere o facilitare gravi violazioni dei diritti umani; – istituire norme e prassi per controllare l’esportazione di strumenti di polizia e sicurezza che possono essere usati legittimamente ma che si prestano facilmente all’abuso; – porre fine alla tortura e ai trattamenti o pene crudeli, disumani e degradanti, così come all’uso della forza arbitraria e indagare su tutte le denunce relative ad atti del genere per poi portare i responsabili di fronte alla giustizia.

Amnesty International Italia

Malala Yousafzai e Kailash Satyarthi Nobel per la Pace

Dopo l’annuncio che la studentessa e attivista pakistana per il diritto all’istruzione Malala Yousafzai e l’attivista indiano per i diritti dei minori Kailash Satyarthi sono stati insigniti del premio Nobel per la pace, Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, ha dichiarato: “Il lavoro di Kailash Satyarthi e Malala Yousafzai rappresenta la lotta di milioni di bambini in tutto il mondo. Questo è un premio per i difensori dei diritti umani che sono disposti a dedicarsi interamente alla promozione dell’educazione e dei diritti dei bambini più vulnerabili del mondo. Il Comitato del premio Nobel ha riconosciuto l’importanza fondamentale dei diritti dell’infanzia per il futuro del nostro mondo. La scelta dei premiati dimostra che questo è un problema che conta per tutti noi, non importa quale sia la nostra età, il nostro genere, il nostro paese o la nostra religione. Malala offre un potente esempio che ha ispirato persone di tutto il mondo e che è stato meritatamente riconosciuto dal Comitato per il Nobel. Il coraggio che ha mostrato di fronte a tale avversità è una vera ispirazione. Le sue azioni sono un simbolo di ciò che significa difendere i  diritti, con la semplice richiesta di soddisfare il diritto umano fondamentale all’istruzione. Kailash Satyarthi ha dedicato la sua vita ad aiutare i milioni di bambini che in India sono ridotti in schiavitù e costretti al lavoro in condizioni torride. Il suo premio è un riconoscimento alla instancabile campagna condotta da decenni dagli attivisti della società civile contro la tratta dei bambini e il lavoro minorile in India. A livello personale, sono felice che il premio sia andato a due persone che conosco e ammiro. Kailash è un vecchio amico e collega attivista dei diritti umani ed è stato un privilegio ospitare Malala quando ha ricevuto il premio Ambasciatore della coscienza di Amnesty International lo scorso anno”. Amnesty International è premio Nobel per la pace per “aver contribuito alla salvaguardia degli elementi fondamentali di libertà, di giustizia, e di conseguenza anche alla pace nel mondo”. A Malala Yousafzai è stato conferito il più alto riconoscimento di Amnesty International, il premio Ambasciatore della coscienza, nel 2013. Amnesty International Italia ha dedicato a Malala e al suo impegno per i diritti umani il libro “Il cammino dei diritti” in cui sono raccontate venti date che hanno rappresentato un passo avanti nell’affermazione dei diritti umani.

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