Violenze e sfruttamento per le rifugiate secondo Amnesty International

Secondo una nuova ricerca di Amnesty International, le donne e le ragazze rifugiate vanno incontro a violenze, aggressioni, sfruttamento e molestie sessuali in ogni fase del loro viaggio, anche all’interno del territorio europeo. L’organizzazione per i diritti umani chiama in causa anche i governi e le agenzie umanitarie che non forniscono la minima protezione alle donne in fuga da Siria e Iraq. Lo scorso mese di dicembre, Amnesty International ha incontrato in Germania e Norvegia 40 donne e ragazze rifugiate, al termine di un viaggio che dalla Turchia le aveva portate in Grecia ed era proseguito lungo la “rotta balcanica”. Tutte hanno raccontato di essere state minacciate e di aver provato una costante sensazione d’insicurezza. Molte di loro hanno denunciato che, in quasi tutti i paesi attraversati, hanno subito violenza fisica e sono state sfruttate economicamente, molestate o costrette ad avere rapporti sessuali coi trafficanti, col personale di sicurezza o con altri rifugiati. “Dopo aver vissuto gli orrori della guerra in Siria e in Iraq, queste donne hanno rischiato di tutto per cercare sicurezza per sé e per i loro figli. Ma fin dall’inizio del viaggio, sono di nuovo andate incontro a violenza e sfruttamento, trovando ben poca assistenza e protezione” – ha dichiarato Tirana Hassan, direttrice per le risposte alle crisi di Amnesty International. Le donne e le ragazze, in viaggio da sole o con i loro figli, hanno dichiarato di essersi sentite particolarmente in pericolo nei centri di transito e nei campi dell’Ungheria, della Croazia e della Grecia, obbligate a dormire insieme a centinaia di uomini. In alcuni casi, hanno preferito dormire all’aperto o in spiaggia. Le donne intervistate da Amnesty International hanno anche riferito di aver dovuto usare le stesse docce e gli stessi gabinetti degli uomini. Una di loro ha raccontato che, in un centro d’accoglienza della Germania, i rifugiati le osservavano mentre andavano in bagno. Per evitare quest’esperienza, alcune di loro rinunciavano a bere e mangiare. “Se questa crisi umanitaria si sviluppasse in qualsiasi altra parte del mondo, pretenderemmo immediate misure pratiche per proteggere le persone maggiormente a rischio, come le donne in viaggio da sole o le famiglie guidate dalle donne: come minimo, bagni e dormitori separati. Queste donne e i loro bambini hanno lasciato alcuni dei luoghi più pericolosi del mondo ed è vergognoso che si trovino ancora in pericolo in Europa” – ha commentato Hassan. “I governi e le agenzie che forniscono aiuti ai rifugiati hanno iniziato a fare qualcosa per proteggere le rifugiate, ma occorre essere all’altezza della sfida e fare molto altro per assicurare che le rifugiate, soprattutto quelle maggiormente a rischio, siano subito identificate e vengano loro garantiti diritti fondamentali, incolumità e sicurezza” – ha proseguito Hassan. Amnesty International ha parlato con sette donne in gravidanza, che hanno denunciato di non aver ricevuto cibo e cure mediche durante il viaggio e di essere state schiacciate durante la calca ai confini e ai punti di transito. Una siriana intervistata a Lillestroem (Norvegia), che ha viaggiato col marito, allattando una figlia e in attesa di un’altra, ha raccontato di non aver mangiato per parecchi giorni e di aver avuto il terrore di dormire nei campi della Grecia, circondata da uomini. Più di 10 delle donne intervistate da Amnesty International hanno denunciato di essere state toccate, palpate e guardate in modo volgare nei campi di transito europei. Una irachena di 22 anni ha raccontato che, quando si trovava in Germania, una guardia di sicurezza in divisa le ha offerto dei vestiti in cambio di “un po’ di tempo sola con lui”. “In primo luogo, nessuno dovrebbe essere costretto a intraprendere questi viaggi pericolosi. Il modo migliore per evitare violenze e sfruttamento da parte dei trafficanti è che i governi europei assicurino percorsi legali e sicuri sin dall’inizio. Per coloro che non hanno altra scelta, è del tutto inaccettabile che il viaggio attraverso l’Europa procuri ulteriori umiliazioni, incertezza e insicurezza” – ha concluso Hassan.

Altre testimonianze

Sfruttamento sessuale da parte dei trafficanti I trafficanti prendono di mira le donne che viaggiano sole, sapendo che sono le più vulnerabili. Quelle che non hanno i mezzi economici per pagare il viaggio vengono spesso costrette ad avere rapporti sessuali. Almeno tre delle donne intervistate da Amnesty International hanno denunciato che i trafficanti e i loro collaboratori hanno molestato loro e altre, offrendo uno sconto o un minore tempo di attesa per salpare verso il Mediterraneo in cambio di sesso. Hala, 23 anni, proveniente da Aleppo, Siria: “In un albergo della Turchia, un siriano al servizio dei trafficanti mi ha proposto di passare la notte con lui, così avrei pagato di meno o addirittura avrei viaggiato gratis. Ho rifiutato, era una cosa disgustosa. Lo stesso è capitato a tutte in Giordania. Una mia amica, fuggita anche lei dalla Siria, arrivata in Turchia ha finito i soldi. L’assistente del trafficante le ha proposto di fare sesso e l’avrebbe fatta imbarcare. Lei ovviamente ha rifiutato e non è partita. Ancora adesso si trova in Turchia”. Nahla, 20 anni, proveniente dalla Siria: “Il trafficante mi infastidiva. Ha cercato un paio di volte di toccarmi. Mi stava lontano solo quando ero vicina a mio cugino. Sono molto preoccupata, specialmente quando sento le storie delle donne che non hanno i soldi per pagare i trafficanti e questi le propongono di dormire insieme in cambio di uno sconto”.

Molestie e sensazione di costante pericolo Tutte le donne incontrate da Amnesty International hanno riferito di aver avuto costantemente paura durante il viaggio in Europa. Le donne sole non soltanto erano prese di mira dai trafficanti, ma si sentivano in pericolo anche quando erano costrette a dormire insieme a centinaia di uomini. Alcune di esse hanno denunciato di essere state picchiate o insultate da parte di agenti delle forze di sicurezza in Grecia, Ungheria e Slovenia. Reem, 20 anni, partita dalla Siria con una cugina di 15 anni: “Non ho mai avuto la possibilità di dormire al chiuso, avevo troppa paura che qualcuno mi toccasse. Le tende non erano separate e ho assistito a scene di violenza… Mi sentivo più sicura quando ci muovevamo, soprattutto sui pullman, solo lì sopra riuscivo a chiudere gli occhi e ad addormentarmi. Nei campi è facilissimo essere toccate, non si può denunciare e alla fine ognuna vuole evitare di creare problemi che blocchino il viaggio”. Violenza da parte della polizia e condizioni nei centri di transito Le rifugiate hanno descritto le pessime condizioni dei campi di transito, in alcuni dei quali il cibo era insufficiente e non c’era quasi alcuna forma d’assistenza per le donne incinte. I bagni erano in condizioni squallide e non erano divisi per sesso. In almeno due casi, le donne sono state guardate dagli uomini mentre usavano i bagni. Alcune donne hanno subito violenza da parte di altri rifugiati o da parte di agenti di polizia, specialmente nei momento in cui il sovraffollamento dei centri faceva salire la tensione richiedendo l’intervento delle forze di sicurezza. Rania, 19 anni, incinta, proveniente dalla Siria: “La polizia ungherese ci ha trasferiti in un altro posto, persino peggiore del primo. Era pieno di gabbie e non passava aria. Eravamo come in cella. Ci siamo rimasti per due giorni. CI davano due pasti al giorno. I gabinetti erano peggio degli altri, era come se volessero lasciarli in quelle condizioni per farci soffrire”. “Il secondo giorno la polizia ha picchiato una siriana di Aleppo, solo perché aveva pregato di lasciarla andare via. Sua sorella ha provato a difenderla, lei parla inglese. Ma le hanno detto che se non stava zitta avrebbero picchiato anche lei. La stessa cosa è successa a un’iraniana, che aveva chiesto un po’ di cibo in più per i suoi figli”. Maryan, 16 anni, proveniente dalla Siria: “Eravamo in Grecia. Abbiamo cominciato a piangere e a urlare, così è arrivata la polizia che ha manganellato tutti quanti, anche in testa. Io sono state colpita su un braccio. Picchiavano anche i più piccoli. Ho avuto un capogiro e sono finita a terra, con le persone che mi cadevano sopra. Poi mi sono ripresa. Piangevo, non trovavo più mia madre. Poi hanno chiamato il mio nome e ci siamo ritrovate. Dopo, ho mostrato a un agente di polizia il braccio dove ero stata colpita e quello si è messo a ridere. Allora ho chiesto un dottore e hanno detto a me e a mia madre di andare via”. Per proteggere la reale identità delle donne incontrate da Amnesty International, i loro nomi sono stati cambiati.
Amnesty International Italia
 

A. I. chiede alla Turchia di garantire rifugio ai siriani in fuga

Amnesty International ha sollecitato il governo turco a garantire l’ingresso in condizioni di sicurezza alle decine di migliaia di persone – da 40.000 a 70.000 – in fuga da Aleppo a causa degli attacchi delle forze russe e dell’esercito siriano.
Secondo le notizie ricevute dall’organizzazione per i diritti umani, almeno 20.000 persone sarebbero già in attesa di entrare in Turchia dal valico di Oncupinar, nella provincia di Kilis, che tuttavia resta chiuso.
“La Turchia ha permesso a tantissime persone di fuggire dall’orrore della guerra e della catastrofe umanitaria. Non può ora chiudere la porta a persone alla disperata ricerca di salvezza” – ha dichiarato SherifElsayed-Ali, vicedirettore del programma Temi globali di Amnesty International.
“Queste persone sono scampate ad attacchi aerei e a duri combattimenti e con ogni probabilità sono traumatizzate ed esauste. La Turchia deve consentire loro di entrare e la comunità internazionale deve fare tutto il possibile per dare adeguato sostegno al paese” – ha aggiunto Elsayed-Ali.
Amnesty International ha documentato massicci attacchi illegali contro centri abitati e strutture sanitarie da parte delle forze governative siriane per tutta la durata del conflitto e, recentemente, sempre più spesso da parte delle forze russe, che nel settembre 2015 sono intervenute in appoggio al governo siriano. Amnesty International ha raccolto prove circa l’uso illegale di bombe non guidate contro centri densamente popolati così come delle bombe a grappolo, che per loro natura sono armi indiscriminate.
“L’offensiva congiunta russo-siriana su Aleppo sta facendo pagare un duro prezzo alla popolazione civile, costringendo numerose migliaia di persone alla fuga e alimentando il timore di un ulteriore assedio, dato che le vie di rifornimento verso le zone controllate dall’opposizione sono state bloccate. Non vediamo come la comunità internazionale possa dirsi sorpresa di questo esodo” – ha proseguito Elsayed-Ali.
“La conferenza dei donatori svoltasi il 4 febbraio a Londra si è impegnata a versare 10 miliardi di dollari in favore delle persone colpite dalla guerra della Siria, ma gli sviluppi odierni testimoniano ulteriormente l’urgenza di questi fondi. La Turchia, insieme al Libano e alla Giordania, sta ospitando un numero enormemente sproporzionato di rifugiati ed è fondamentale che la comunità internazionale dia seguito agli impegni e metta inoltre a disposizione un numero maggiore di posti per il reinsediamento”.

 Amnesty International Italia

 

Misure d’emergenza in Francia un trauma per le persone, secondo Amnesty

Alla vigilia del dibattito parlamentare sull’inserimento delle norme d’emergenza nella Costituzione della Francia, Amnesty International ha denunciato che misure sproporzionate, tra cui irruzioni notturne nelle abitazioni e obblighi di residenza assegnata, hanno calpestato i diritti di centinaia di uomini, donne e bambini, provocando traumi e stigmatizzazione. Il rapporto, intitolato “Vite sconvolte. L’impatto sproporzionato dello stato d’emergenza in Francia”, rivela come, dalla dichiarazione successiva agli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015, siano state condotte 3242 perquisizioni di abitazioni e imposti più di 400 ordinanze di obbligo di residenza. La maggior parte delle 60 persone intervistate da Amnesty International ha dichiarato che questi provvedimenti sono stati eseguiti con poca o nessuna spiegazione e talvolta con l’uso eccessivo della forza. Una donna ha riferito che agenti di polizia armati hanno fatto irruzione nella sua abitazione in piena notte, mentre stava dormendo sola col suo figlioletto di tre anni. Altre persone hanno raccontato di aver perso il lavoro a causa dello stigma derivato dalla perquisizione. “I governi possono usare misure eccezionali in circostanze eccezionali, ma devono farlo con cautela. Ciò cui stiamo assistendo in Francia è un aumento dei poteri esecutivi, con scarsi controlli sul loro uso, che ha dato luogo a tutta una serie di violazioni dei diritti umani. È difficile comprendere come le autorità francesi possano sostenere che si tratta di una risposta proporzionata alle minacce che affrontano” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. Molte delle persone intervistate da Amnesty International, che hanno iniziato a svolgere ricerche poco dopo l’inizio dei tre mesi di stato d’emergenza, hanno dichiarato che non è stata fornita loro quasi alcuna informazione su come potessero essere coinvolti in una minaccia alla sicurezza. I documenti dell’intelligence nei loro confronti contengono scarse informazioni a sostegno della tesi accusatoria. In tanti stanno cercando di ricorrere contro le restrizioni loro imposte. Ivan, titolare di un ristorante nella periferia parigina, ha raccontato dell’irruzione fatta a novembre da 40 agenti, pesantemente armati, nel suo locale in cui si trovavano 60 clienti. “Hanno intimato a tutti di mettere le mani sul tavolo, poi hanno perquisito ovunque per 35 minuti. Hanno buttato giù tre porte, nonostante gli avessi detto che avevo le chiavi e potevo aprirgliele, ma mi hanno ignorato. Quello che mi sconvolge è che, sulla base dell’ordinanza di perquisizione, ritenevano che nel mio ristorante si fossero trovate persone che costituivano una minaccia alla sicurezza. Tuttavia, non hanno controllato i documenti di nessuno”. Nei confronti di Ivan non c’è stato alcun provvedimento giudiziario. Le misure d’emergenza hanno avuto un impatto notevole sui diritti umani delle persone coinvolte. Quasi tutte hanno ancora episodi di stress e di ansia. Alcune hanno perso il lavoro. Il 4 dicembre 2015 l’abitazione di Issa e di sua moglie, Samira, è stata perquisita sulla base del non meglio precisato sospetto che l’uomo fosse un “radicale islamico”. Sebbene nei suoi confronti non sia stata avviata alcuna indagine penale, la polizia ha copiato tutti i dati del suo computer, gli ha ordinato di non uscire di notte, di presentarsi tre volte al giorno in una stazione di polizia e di non lasciare la città in cui vive. Ha dovuto lasciare il lavoro di spedizioniere e ha destinato la maggior parte dei suoi risparmi alle spese legali. Le persone intervistate da Amnesty International hanno raccontato che le perquisizioni delle loro abitazioni hanno causato paura, stress e altri problemi di salute. “Non riesco più a dormire bene, se qualcuno parla a voce alta inizio a tremare” – ha detto Fatima, dopo che la polizia armi in pugno ha fatto irruzione nella sua abitazione in piena notte mentre stava dormendo sola col figlioletto di tre anni. La maggior parte delle persone intervistate da Amnesty International ha dichiarato che le attuali misure d’emergenza vengono attuate in modo discriminatorio, prendendo specificamente di mira i musulmani, spesso più sulla base della loro fede o delle loro pratiche religiose che di prove concrete di comportamenti criminali. Parecchie moschee e sale di preghiera sono state chiuse dopo gli attacchi di Parigi. A Lagny-sur-Marne, nei pressi di Parigi, una moschea è stata chiusa nonostante secondo un rapporto di polizia non vi fosse “alcun elemento per giustificare l’apertura di un’inchiesta”. “Se hanno delle accuse nei confronti di una o due persone, perché non se la prendono direttamente con loro? Perché prendono di mira un’intera comunità? Ora a Lagny-sur-Marne circa 350 musulmani non hanno più un posto dove pregare” – ha dichiarato il capo della moschea chiusa e di tre organizzazioni sciolte dalle autorità. Le misure d’emergenza introdotte in Francia sono state pagate a caro prezzo in termini di diritti umani ma hanno prodotto pochi risultati concreti, mettendo dunque in discussione la proporzionalità di tali misure. Secondo fonti giornalistiche, le 3242 irruzioni in abitazioni private eseguite nell’ultimo mese hanno dato luogo a sole quattro indagini penali per reati di terrorismo e a 21 indagini sulla base delle vaghe disposizioni in materia di “apologia del terrorismo”. Altre 488 indagini risultano non collegate a sospetti di terrorismo. “È fin troppo facile fare proclami generali su una minaccia riferita al terrorismo che richiede l’adozione di poteri d’emergenza. Il governo francese deve dimostrare la necessità della permanenza in vigore dello stato d’emergenza e il parlamento deve considerare questa tesi con attenzione. Anche se la convalidasse, dovrebbero essere ripristinate garanzie concrete per impedire l’uso incline all’abuso, sproporzionato e discriminatorio delle misure d’emergenza” – ha concluso Dalhuisen.

Il rapporto “Vite sconvolte. L’impatto sproporzionato dello stato d’emergenza in Francia” è online all’indirizzo: https://www.amnesty.org/en/documents/eur21/3364/2016/en/

Amnesty International Italia

Un ricordo di Ettore Scola

Il Sovrintendente Maurizio Roi, il Consiglio di Amministrazione e tutte le Maestranze della Fondazione Teatro Carlo Felice, appresa la notizia della scomparsa del Maestro Ettore Scola, ricordano con rammarico la sua recentissima presenza nella regia teatrale dell’opera La Bohème andata in scena al Carlo Felice dal 17 dicembre 2015 al 3 gennaio 2016.

Un grande Maestro, ricco di umanità e grande attenzione verso le nuove generazioni, che ha dedicato tutta la vita, nell’oltre mezzo secolo della sua straordinaria carriera, alla cultura e agli insegnamenti sia sul panorama nazionale che internazionale, facendone una figura di riferimento assoluta.

Marina Chiappa

 

Sfruttamento minorile per smart phone e batterie automobili? Un rapporto di A.I.

In un rapporto pubblicato ieri, Amnesty International e Afrewatch hanno chiesto alle aziende di apparecchi elettronici e alle fabbriche automobilistiche di dimostrare che il cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo grazie al lavoro minorile non viene usato nei loro prodotti. Il rapporto ricostruisce il percorso del cobalto estratto nella Repubblica Democratica del Congo: attraverso la Congo Dongfang Mining (Cdm), interamente controllata dal gigante minerario cinese Zheijang Huayou Cobalt Ltd (Huayou Cobalt), il cobalto lavorato viene venduto a tre aziende che producono batterie per smart phone e automobili: Ningbo Shanshan e Tianjin Bamo in Cina e L&F Materials in Corea del Sud. Queste ultime riforniscono le aziende che vendono prodotti elettronici e automobili. Ai fini della stesura del rapporto, Amnesty International ha contattato 16 multinazionali che risultano clienti delle tre aziende che producono batterie utilizzando il cobalto proveniente dalla Huayou Cobalt o da altri fornitori della Repubblica Democratica del Congo: Ahong, Apple, BYD, Daimler, Dell, HP, Huawei, Inventec, Lenovo, LG, Microsoft, Samsung, Sony, Vodafone, Volkswagen e ZTE. Una ha ammesso la relazione, quattro hanno risposto che non lo sapevano, cinque hanno negato di usare cobalto della Huayou Cobalt, due hanno respinto l’evidenza di rifornirsi di cobalto della Repubblica Democratica del Congo e sei hanno promesso indagini. Nessuna delle 16 aziende è stata in grado di fornire informazioni dettagliate, sulle quali poter svolgere indagini indipendenti per capire da dove venga il cobalto. Il fatto certo è che la Repubblica Democratica del Congo produce quasi la metà del cobalto a livello mondiale e che oltre il 40 per cento del cobalto trattato dalla Huayou Cobalt proviene da quello stato. Mentre le aziende produttrici di apparecchi elettronici o batterie automobilistiche fanno lucrosissimi profitti, calcolabili in 125 miliardi di dollari l’anno, e non riescono a dire da dove si procurano le materie prime, nella Repubblica Democratica del Congo i bambini minatori – senza protezioni fondamentali come guanti e mascherine – perdono la vita: almeno 80, solo nel sud del paese, tra settembre 2014 e dicembre 2015 e chissà quanto questo numero è inferiore a quello reale. Secondo l’Unicef, nel 2014 circa 40.000 bambini lavoravano nelle miniere delle regioni meridionali della Repubblica Democratica del Congo. Prevalentemente, nelle miniere di cobalto. Come Paul, 14 anni, orfano. È uno degli 87 minatori o ex minatori incontrati da Amnesty International in vista del rapporto. Ha iniziato a lavorare nella miniera a 12 anni. Ha già i polmoni a pezzi: “Passo praticamente 24 ore nei tunnel. Arrivo presto la mattina e vado via la mattina dopo. Riposo dentro i tunnel. La mia madre adottiva voleva mandarmi a scuola, mio padre adottivo invece ha deciso di mandarmi nelle miniere”. Il cobalto è al centro di un mercato globale privo di qualsiasi regolamentazione. Non è neanche inserito nella lista dei “minerali dei conflitti” che comprende invece oro, coltan, stagno e tungsteno. Il rapporto Democratic Republic of the Congo: “This is what we die for”: Human rights abuses in the Democratic Republic of the Congo power the global trade in cobalt è disponibile all’indirizzo: https://www.amnesty.org/en/documents/afr62/3183/2016/en/

Amnesty International Italia

Largo Peter Benenson a Roma

Il 10 dicembre, in occasione del 67° anniversario della Dichiarazione universale dei diritti umani e nell’anno della celebrazione del 40° anniversario di Amnesty International Italia, è stato inaugurato a Roma “Largo Peter Benenson – Fondatore di Amnesty International (1921-2005)”, sito nello spazio antistante la sala consiliare del Municipio RM IX Eur. “Aprite il vostro quotidiano un qualsiasi giorno della settimana e troverete la notizia di qualcuno, da qualche parte del mondo, che è stato imprigionato, torturato o ucciso poiché le sue opinioni e la sua religione sono inaccettabili per il suo governo. Ci sono milioni di persone in prigione in queste condizioni, sempre in aumento. Il lettore del quotidiano percepisce un fastidioso senso d’impotenza. Ma se questi sentimenti di disgusto ovunque nel mondo potessero essere uniti in un’azione comune, qualcosa di efficace potrebbe essere fatto” scrisse l’avvocato inglese Peter Benenson nell’articolo “I prigionieri dimenticati” pubblicato il 28 maggio 1961 in prima pagina sul quotidiano The Observer, dopo aver appreso la notizia che due studenti portoghesi erano stati condannati a sette anni di carcere per aver brindato alla libertà nel Portogallo di Salazar. Nacque così Amnesty International. Da allora, le attiviste e gli attivisti dell’organizzazione, insieme a tutti coloro che la sostengono, hanno cambiato la vita di migliaia di persone, liberato oltre 50.000 prigionieri di coscienza, ridando loro libertà e speranza. “Se davvero si trattasse unicamente di ‘celebrare’ – di fronte al numero e alla gravità delle violazioni dei diritti umani di cui siamo testimoni oggi – forse non avrebbe senso farlo. Ma in realtà, della Dichiarazione universale si tratta, da un lato, di riconoscere l’enorme importanza storica. É soltanto con la sua approvazione infatti, il 10 dicembre del 1948, che gli stati hanno per la prima volta accettato limiti relativi al trattamento delle persone soggette al loro potere di governo. Ed è per questo motivo, perché  i diritti umani così come li conosciamo prima di quel giorno non esistevano neppure sulla carta, che la Dichiarazione è un documento di carattere rivoluzionario” ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. “Dall’altro lato, si tratta di impegnarsi, anche e soprattutto nei momenti di difficoltà, per realizzare in concreto la visione del mondo che la Dichiarazione incarna: la visione di un mondo più giusto, più libero, meno violento, alla cui costruzione graduale Amnesty International, passo dopo passo e senza scoraggiarsi, continua e continuerà a lavorare”. Ogni anno in occasione del 10 dicembre, Amnesty International promuove una maratona globale di raccolta firme in favore di persone che in diverse parti del mondo subiscono violazioni dei diritti umani.

Amnesty International Italia

Rapporto di Amnesty International sulla Tunisia

In occasione del 25 novembre, Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza sulle donne, Amnesty International ha pubblicato un rapporto sulla Tunisia nel quale denuncia le scappatoie legislative che consentono agli autori di stupri, aggressioni sessuali e violenze fisiche di farla franca, mentre le loro vittime vengono spesso colpevolizzate e punite quando osano denunciare i crimini commessi nei loro confronti. Per difendere e proteggere le bambine dai matrimoni precoci e forzati e da altre forme di violenza Amnesty International Italia – di cui quest’anno ricorre il 40° anniversario – ha attivato il numero verde 800 531 760. Secondo le stime del Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione (Unfpa), 13.5 milioni di ragazze ogni anno nel mondo sono costrette a sposarsi prima dei 18 anni con uomini molto più vecchi di loro: 37 mila bambine ogni giorno alle quali, di fatto, viene negata l’infanzia. Isolate, tagliate fuori da famiglia e amicizie e da qualsiasi altra forma di sostegno, perdono la libertà e sono sottoposte a violenze e abusi. Molte di loro rimangono incinte immediatamente o poco dopo il matrimonio, quando sono ancora delle bambine. Alcune preferiscono uccidersi piuttosto che vivere questo incubo. La campagna Mai più spose bambine è online sul sito www.amnestysolidale.it dove è possibile firmare l’appello per bandire il fenomeno dei matrimoni precoci e forzati in Burkina Faso. Il rapporto di Amnesty International intitolato “Aggredite e accusate: la violenza sessuale e di genere in Tunisia” sottolinea come, quasi cinque anni dopo la rivolta del 2011, il paese arabo leader nel campo dell’uguaglianza di genere continui ancora a non proteggere – per carenze legislative e radicate attitudini discriminatorie – le donne che subiscono violenza e le persone prese di mira a causa dell’identità di genere, dell’orientamento sessuale e delle loro attività sessuali. “Questo rapporto illustra l’agghiacciante rovesciamento dei concetti di reato e punizione in Tunisia. Una combinazione di leggi arcaiche, politiche inefficaci e diffusi stereotipi di genere rende difficile per le donne chiedere giustizia per i reati subiti e talvolta le pone sul banco degli imputati” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “È inquietante il fatto che, oltre a subire violenze orribili, chi vi sopravvive debba affrontare grandi ostacoli per ottenere giustizia e sia di fatto abbandonata dalle autorità” – ha aggiunto Boumedouha. Il rapporto di Amnesty International contiene interviste a decine di persone che hanno subito violenza fisica, aggressioni sessuali, stupri, violenza domestica e molestie sessuali: donne e ragazze ma anche lavoratori e lavoratrici del sesso e persone lesbiche, omosessuali, bisessuali, transgender e intersessuate (Lgbti), queste ultime attaccate a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere. Racconti orribili Le donne e le ragazze tunisine vivono in una società che preferisce preservare l’onore familiare piuttosto che chiedere giustizia. Le donne, soprattutto coloro che hanno subito aggressioni sessuali o violenza in famiglia, sono scoraggiate dal presentare denuncia e indotte a credere che, in caso contrario, getteranno vergogna sulla famiglia. La polizia spesso ignora o persino fa sentire in colpa chi osa denunciare e talvolta si attribuisce un ruolo di mediazione, anche nei casi più gravi di violenza. Queste attitudini sociali e le manchevolezze dello stato sono particolarmente gravi in un paese dove la violenza sessuale e quella di genere sono radicate. Quasi la metà delle donne (il 47 per cento) intervistate in un sondaggio del 2010 ha dichiarato di aver subito violenza e vi sono pochi segnali che la situazione, da allora, sia migliorata. Molte donne tunisine si sentono intrappolate in un ciclo di violenza – stupro compreso – che spesso chiama in causa i loro mariti. Donne incontrate da Amnesty International hanno denunciato di essere state prese a schiaffi e a calci, picchiate con cinture bastoni e altri oggetti o minacciate coi coltelli, strangolate e persino bruciate. “Mio marito mi picchiava ogni giorno. Quando, nel 2009, ho deciso di denunciarlo dopo che mi aveva spaccato il naso e sfregiato il volto, la polizia ha dato la colpa a me” – ha detto una donna, che continua a subire violenza domestica. Questa donna ha nuovamente denunciato il marito nel 2014. Questi, invece di essere arrestato, se l’è cavata firmando un documento in cui prometteva di non picchiare più la moglie. Invece ha continuato, senza alcuna conseguenza. Altre donne hanno raccontato ad Amnesty International di essere state stuprate dai mariti, compresa una che è stata costretta a un rapporto anale: “La prima volta è stato come se mi avesse stuprata. Ha agito con forza procurandomi delle ferite che poi si sono infettate. Per qualche giorno abbiamo dormito separati, poi ha ricominciato dicendomi ‘Tu sei mia moglie e io ho il diritto di fare quello che voglio’”. Una donna ha riferito ad Amnesty International di essere stata stuprata a 17 anni da un uomo che aveva incontrato dopo che era fuggita di casa per evitare la violenza domestica. Dopo lo stupro è rimasta incinta e ha ricevuto pressioni perché sposasse quell’uomo per evitare la vergogna di essere una madre single. In seguito, ha divorziato ma grazie alla legge che permette l’impunità in cambio del matrimonio a chi stupra una donna di meno di 20 anni di età, il suo ex marito non può essere condannato. Il rapporto di Amnesty International evidenzia che le leggi in materia di stupro presentano gravi carenze e scoraggiano le donne dal farsi avanti e chiedere giustizia. In sostanza, queste norme pongono un’indebita enfasi sull’uso della forza o della violenza, rendendo difficile per le donne provare lo stupro in assenza di prove mediche che includano segni di danni fisici. Paura della polizia Le persone Lgbti che hanno subito violenza sessuale e fisica vanno incontro a un rischio persino maggiore di essere respinte dalla polizia o di essere incriminate, a causa della diffusa omofobia e transfobia e della criminalizzazione delle relazioni sessuali tra persone consenzienti dello stesso sesso. Sharky, una lesbica di 25 anni, ha subito almeno otto aggressioni negli ultimi nove anni. Una volta è stata accoltellata e picchiata brutalmente. Quando, in un’occasione, ha deciso di denunciare l’accaduto si è sentita minacciare di essere condannata a tre anni di carcere in quanto lesbica. Amnesty International ha incontrato persone transgender processate per offesa alla morale pubblica, a causa del loro aspetto. Le leggi sull’indecenza possono essere a loro volta usate per punire chi ha subito violenza sessuale. Nel settembre 2012 Meriem Ben Mohamed è stata accusata di “indecenza” dopo che aveva accusato due poliziotti di averla stuprata. I lavoratori e le lavoratrici del sesso sono particolarmente esposti allo sfruttamento sessuale, ai ricatti e alle estorsioni, in primo luogo da parte della polizia. La criminalizzazione delle loro attività comporta che spesso non denuncino le violenze subite per timore di subire incriminazioni. Una donna ha raccontato ad Amnesty International di essere stata ripetutamente sottoposta ad abusi sessuali e a sfruttamento, per due anni, da parte di un agente di polizia che aveva scoperto che si prostituiva. Un’altra lavoratrice del sesso ha raccontato di essere stata sottoposta a molestie sessuali dopo l’arresto: “L’agente che mi aveva arrestato mi chiamava ‘puttana’ e diceva che non avevo alcun diritto di difendermi. Durante la perquisizione mi hanno palpeggiato il seno. Loro pensano che gli sia permesso tutto e che tu non sei niente dato che sei una lavoratrice del sesso”. Un altro ostacolo nei confronti delle donne che vogliono denunciare gli abusi sessuali è costituito dalla previsione di cinque anni di carcere per il reato di adulterio. Amnesty International ha incontrato donne minacciate in questo senso per aver cercato di denunciare la violenza subita. Fermare l’ondata di violenza La Costituzione del 2014 ha rappresentato un grande passo avanti per la tutela dei diritti umani e per le campagne svolte dal movimento per i diritti delle donne nel corso degli anni. Essa garantisce maggiore protezione alle donne e prevede l’uguaglianza di genere e il divieto di discriminazione. Contiene anche importanti garanzie per la protezione dei diritti delle persone Lgbti e tutela il diritto alla vita privata e alla libertà d’espressione, pensiero e opinione. Tuttavia, l’iter di una nuova legge per contrastare la violenza contro le donne e le ragazze e depenalizzare le relazioni sessuali consensuali tra persone dello stesso sesso si è recentemente bloccato. Amnesty International chiede alla Tunisia di attuare una serie di significative riforme per porre fine alla dilagante discriminazione e alla violenza che continua a rovinare la vita di tante persone, tra cui: – assicurare che le persone che hanno subito violenza sessuale o di genere abbiano maggiore accesso ai servizi di salute pubblica e alla giustizia senza timore di andare incontro a pregiudizi sociali e legislativi; – adottare una legge di vasta portata per fermare la violenza contro le donne, in modo coerente con gli obblighi internazionali della Tunisia sui diritti umani; – rivedere le leggi che producono effetti dannosi, attraverso il riconoscimento dello stupro coniugale, la fine dell’impunità per i rapitori e gli stupratori qualora sposino le loro vittime se di età inferiore a 20 anni e l’abolizione delle norme che criminalizzano le relazioni sessuali tra persone non sposate e tra persone adulte e consenzienti dello stesso sesso. “La Tunisia ha il dovere di proteggere i diritti delle persone che hanno subito stupri e orribili abusi sessuali, invece di farle sentire in colpa e svergognarle. Le autorità devono inviare il chiaro messaggio che la violenza sessuale e di genere non sarà più messa sotto il tappeto. Solo attraverso coraggiose riforme che sfidino le norme esistenti in ambito sociale e di genere, la Tunisia potrà davvero eliminare l’ineguaglianza di genere e proteggere le persone prese di mira a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere” – ha sottolineato Boumedouha. “Le autorità devono inoltre aprire indagini indipendenti e imparziali su tutte le forme di violenza sessuale e di genere e fornire maggiori servizi di sostegno alle vittime” – ha concluso Boumedouha. Il rapporto “Aggredite e accusate: la violenza sessuale e di genere in Tunisia” è disponibile all’indirizzo: http://www.amnestysolidale.it/tm/a_custom/download/tunisia-final-report.pdf Il documento fa parte della campagna globale di Amnesty International “My Body My Rights”, che chiede ai governi di porre fine ai controlli e alla criminalizzazione nel campo della sessualità e della riproduzione. L’appello “Tunisia: proteggere le vittime di stupro” è disponibile all’indirizzo: http://appelli.amnesty.it/tunisia-proteggere-vittime-stupro/ Il numero verde 800 531 760 per sostenere la campagna Mai più spose bambine e donare per salvare migliaia di bambine dai matrimoni precoci e forzati è attivo, da rete fissa e cellulari, dal lunedì al venerdì dalle 9 alle 19. L’appello “Burkina Faso: no ai matrimoni forzati” è disponibile all’indirizzo: http://appelli.amnesty.it/burkina-faso-matrimoni-forzati/

Amnesty International Italia

Condanne a morte in Arabia Saudita

Oltre 50 persone sono a elevato rischio di esecuzione imminente a seguito di notizie riportate dalla  stampa nazionale filogovernativa secondo le quali saranno presto messi a morte in un solo giorno, avverte Amnesty International.
Le madri di cinque attivisti musulmani sciiti inclusi tra i prigionieri hanno implorato clemenza al re Salman, dopo aver appreso di preparativi potenzialmente connessi con esecuzioni imminenti.
“Il macabro picco delle esecuzioni in Arabia Saudita quest’anno, sommato alla natura segreta e arbitraria delle decisioni giudiziarie e delle esecuzioni nel regno, non può che farci tenere in seria considerazione questi segnali pericolosi” ha dichiarato James Lynch, vice direttore del Programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Queste esecuzioni non devono andare avanti e l’Arabia Saudita deve sollevare il velo di segretezza intorno ai casi di pena di morte, come parte di una revisione fondamentale del sistema di giustizia penale.”
Tra i cinque attivisti citati nell’appello delle madri ci sono i minorenni all’epoca del reato Ali al-Nimr,  Abdullah al-Zaher e Hussein al-Marhoon. Amnesty International ha condotto campagne per l’annullamento delle loro condanne a morte, sulla base di denunce credibili di tortura e di processi gravemente iniqui davanti alla corte penale specializzata per casi di lotta al terrorismo. Il diritto internazionale proibisce l’uso della pena di morte nei confronti dei minori di 18 anni.
Oltre alle campagne di Amnesty International in loro favore, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite e del Parlamento europeo ha chiesto all’Arabia Saudita di fermare l’esecuzione di Ali al-Nimr. Il Ministro degli esteri britannico Philip Hammond ha dichiarato pubblicamente di non aspettarsi che Ali al-Nimr sarà messo a morte.
Ali al-Nimr e suo zio lo sceicco Nimr al-Nimr, un importante religioso musulmano sciita, erano tra i sei attivisti arrestati a seguito alle proteste per le riforme politiche, che hanno avuto inizio nella provincia orientale del regno a maggioranza sciita nel 2011.
“Tra coloro che sono a rischio imminente di esecuzione ci sono sei attivisti musulmani sciiti che sono stati condannati in processi palesemente iniqui. È evidente che le autorità saudite stanno usando la lotta al terrorismo per regolare i conti politici” ha aggiunto James Lynch.
“Tre di questi sei attivisti sono stati condannati per ‘reati’ commessi da bambini e hanno riferito di essere stati torturati per confessare. Dato ciò che sappiamo circa le profonde carenze nel sistema di giustizia penale saudita, nutriamo una serie di preoccupazioni circa l’equità dei processi per pena di morte nel paese”.
Le madri hanno reso pubbliche le loro paure dopo essere venute a sapere che i loro figli questa settimana erano stati sottoposti in carcere a un esame medico “random”, che ritengono sia un segnale di imminente esecuzione. Quattro dei 5 attivisti sono stati tenuti in isolamento in un’ala del carcere per condannati a morte, da quando sono stati trasferiti al carcere di al-Ha’ir a Riyadh a inizio ottobre.
Nell’appello le madri chiedono l’annullamento delle esecuzioni dei propri figli, un nuovo procedimento secondo gli standard internazionali sull’equo processo, con accesso a osservatori indipendenti.
All’inizio di questa settimana, alcuni giornali sauditi filogovernativi hanno riferito che fino a 55 “terroristi di al-Qaeda e al-Awamiyya” saranno messi a morte “nei prossimi giorni”. Al-Awamiyya è una zona a maggioranza sciita della provincia dell’Arabia Saudita orientale dove si svolte manifestazioni nel 2011.
“La decapitazione o qualunque modalità di esecuzione di decine di persone in un solo giorno segnerebbe un’ulteriore discesa vertiginosa per l’Arabia Saudita, le cui autorità hanno continuato a mostrare impassibile cinismo e perfino disprezzo anche autorità e gente comune in tutto il mondo hanno contestato il loro sordido record sull’uso della pena di morte” ha concluso James Lynch.
L’Arabia Saudita è stata a lungo uno dei paesi carnefici più prolifico del mondo e il suo record è peggiorato a seguito di un recente picco di esecuzioni di massa. Amnesty International diffonderà il proprio rapporto annuale sulla pena di morte e le esecuzioni nel mondo nei primi mesi del 2016.
Amnesty International si oppone alla pena di morte in tutti i casi senza eccezione, a prescindere dalla natura o dalle circostanze del reato, dalla colpa, dall’innocenza o da altre caratteristiche dell’individuo, o dal metodo utilizzato dallo stato per effettuare l’esecuzione.

 

Amnesty International Italia

 

Amnesty International sulla Francia

Amnesty International ha chiesto al governo francese di non considerare le misure di emergenza sottoposte al Parlamento dopo gli orribili attentati di Parigi come un elemento permanente della sua strategia contro il terrore. “Adesso la protezione della popolazione da possibili ulteriori attacchi è giustamente la priorità numero uno. Ma le misure di emergenza presentate al Parlamento contemplano una radicale estensione dei poteri dell’esecutivo a scapito delle garanzie fondamentali per i diritti umani. Queste misure dovranno essere usate solo quando strettamente necessario, evitando che diventino un elemento permanente della strategia francese contro il terrore” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. Lo stato d’emergenza proclamato per 12 giorni dopo gli attentati del 13 novembre scorso ha conferito alla polizia una serie di poteri aggiuntivi. La proposta presentata al parlamento estende lo stato d’emergenza per tre mesi e prevede un’ulteriore serie di misure. Tra queste, il potere di condurre perquisizioni nelle abitazioni private e di imporre arresti domiciliari senza la necessità di un’autorizzazione giudiziaria. Vengono inoltre prolungati i poteri di vietare le associazioni con effetto permanente e di proibire le manifestazioni pubbliche. Queste misure straordinarie possono essere consentite solo a seguito di una dichiarazione formale di stato d’emergenza, in quanto derogano dalla legge ordinaria e riducono le libertà civili e i diritti umani. Tali misure devono essere necessarie e proporzionali rispetto allo scopo e alla durata. Soprattutto, devono essere temporanee, monitorate e attuate con giudizio, ossia quando assolutamente necessarie. “Col passare dei giorni, mentre le forze di sicurezza francesi operano con diligenza per portare di fronte alla giustizia i responsabili degli attacchi e impedire ulteriori minacce, la necessità di poteri di emergenza dev’essere attentamente valutata. È paradossale sospendere i diritti umani al fine di difenderli” – ha commentato Dalhuisen. Le modifiche legislative di lungo termine proposte dal presidente Hollande comprendono la revisione delle norme sull’uso della forza letale e l’estensione dei già assai ampi poteri di sorveglianza. Il presidente Hollande ha inoltre chiesto di privare della nazionalità francese le persone con doppio passaporto, proibire a determinate persone l’ingresso nel paese ed espellere in modo rapido i cittadini stranieri sospettati di rappresentare una minaccia alla sicurezza nazionale. La stessa opposizione ha invocato l’applicazione della detenzione preventiva nei confronti di chi è sospettato di minacciare la sicurezza nazionale. “Molte volte abbiamo visto misure di emergenza estese e codificate fino a quando non sono diventate parte della legge ordinaria, facendo vacillare l’impianto dei diritti umani. Nel lungo periodo, quella perniciosa ideologia che ha dato luogo agli attacchi di Parigi potrà essere sconfitta solo mantenendo i valori fondamentali della Repubblica francese” – ha proseguito Dalhuisen. “Lunedì scorso, nel suo discorso al Parlamento, il presidente Hollande ha affermato con forza l’impegno della Francia ad accogliere i rifugiati in fuga dai conflitti, dalla persecuzione e dallo stesso genere di orrore che ha colpito le strade di Parigi. Questi principi devono essere estesi ed applicati alla lotta a lungo termine contro il terrorismo” – ha concluso Dalhuisen.

Amnesty International Italia

Vertice G20. Le richieste di A.I.

Alla vigilia del vertice del G20 in programma oggi e domani, 15 e 16 novembre, ad Antalya, in Turchia, Amnesty International ha sollecitato i paesi più ricchi del mondo a porre fine alla loro sconvolgente inazione e ad avviare una risposta coordinata alla crescente crisi globale dei rifugiati, attraverso un piano concreto per il reinsediamento di un milione e 150.000 rifugiati maggiormente vulnerabili e il pieno finanziamento dei programmi di aiuto umanitario.
Finora, gli stati membri del G20 si sono impegnati a reinsediare circa 140.000 rifugiati provenienti dalla Siria, un numero molto basso rispetto a quello necessario. Lo scorso anno, avevano offerto posti per il reinsediamento a un decimo dei rifugiati che ne avevano bisogno.
“I leader mondiali hanno assistito inerti alla crisi globale dei rifugiati di proporzioni devastanti che si sviluppava davanti ai loro occhi. Ancora peggio, in alcuni casi vi hanno contribuito impedendo ai rifugiati di raggiungere la salvezza” – ha dichiarato Audrey Gaughran, direttrice del programma Temi globali di Amnesty International.
“Ad Antalya si riuniranno alcuni tra i paesi più ricchi del mondo. Si tratta di un’opportunità che non va persa per unire le forze e trovare modi concreti e significativi per porre fine alla sofferenza di milioni di rifugiati vulnerabili. Il G20 ha l’occasione di mostrare la sua utilità agendo come trampolino di lancio di un’azione incisiva, laddove altri vertici vi hanno rinunciato” – ha aggiunto Gaughran.
Amnesty International chiede agli stati membri del G20 di aumentare considerevolmente il sostegno finanziario ai programmi di assistenza umanitaria. Milioni di rifugiati, infatti, stanno pagando le conseguenze dei profondi tagli all’aiuto umanitario. Attualmente, l’appello umanitario delle Nazioni Unite per la crisi dei rifugiati siriani risulta finanziato solo al 50 per cento.
Il contrasto tra la risposta data alla crisi dei rifugiati siriani dai paesi confinanti e quella dei potenti stati del G20 è stridente. Il Libano, con un Pil di 44,5 miliardi di dollari ospita il più alto numero di rifugiati per abitante mentre la Russia, con un Pil di 1900 miliardi di dollari, non ha reinsediato neanche un rifugiato siriano.
“Finora la maggior parte dell’attenzione ha riguardato la fallimentare risposta data dall’Europa alla crisi dei rifugiati, ma questo vertice rappresenta un’occasione per altri stati del G20 di far vedere che sono pronti ad accettare le responsabilità che derivano dall’avere un ruolo di primo piano nelle questioni internazionali” – ha sottolineato Gaughran.
“Mentre stati come Germania e Turchia stanno avendo una parte importante nella risposta alla crisi globale dei rifugiati e il Canada si è recentemente impegnato a reinsediare 25.000 rifugiati siriani nei prossimi due mesi, altri stati come Russia e Arabia Saudita hanno incredibilmente mostrato ben poca compassione nei confronti di persone in fuga da brutali conflitti e dalla persecuzione. Ma non è troppo tardi, per questi e altri paesi, per cambiare orientamento e salvare un po’ di decenza morale” – ha continuato Gaughran.
“La crisi siriana è l’emblema di questo fallimento. I leader del G20 che stanno arrivando ad Antalya non potranno ignorare che il paese sede del vertice sta attualmente ospitando oltre due milioni di rifugiati, il numero più alto al mondo. Non essere venuti in loro aiuto è un drammatico esempio della completa rinuncia alla responsabilità da parte di alcuni dei paesi più ricchi del mondo” – ha proseguito Gaughran.
“Soltanto a poche centinaia di chilometri dalle sale riunioni lussuose e ad alta sicurezza del vertice del G20, migliaia di donne, uomini e bambini rischiano ogni giorno la loro vita cercando di raggiungere le coste europee a bordo di imbarcazioni fatiscenti. Di fronte a una crisi del genere, se non verrà adottato un piano concreto per il completo finanziamento dei programmi di aiuto umanitario e non verranno presi impegni precisi e con scadenze vincolanti per il reinsediamento dei rifugiati, ci troveremo di fronte a un miserabile fallimento” – ha concluso Gaughran.

Sono 400.000, circa il 10 per cento del totale, i rifugiati siriani in condizione di particolare vulnerabilità e bisognosi di reinsediamento. Finora, il mondo si è impegnato a reinsediare un quarto di loro ma l’attuazione di questi impegni ha dato luogo a numeri ancora più bassi.
Negli ultimi mesi, Amnesty International ha documentato la risposta vergognosamente fallimentare di parecchi governi degli stati membri del G20 di fronte alla crisi globale dei rifugiati. Di recente, l’organizzazione per i diritti umani ha reso noto che funzionari australiani sono sospettati di aver pagato i trafficanti perché riprendessero il largo con decine di rifugiati a bordo.
A livello globale, l’86 per cento dei rifugiati è ospitato in paesi in via di sviluppo. Il 95 per cento dei quattro milioni di rifugiati che hanno lasciato la Siria si trova solo in cinque paesi: Turchia, Libano, Giordania, Iraq ed Egitto.

Amnesty International Italia