Marc Chagall. Anni russi 1907-1924, a Brescia

Marc Chagall sarà al centro di un evento davvero straordinario, a Brescia al Museo di Santa Giulia dal prossimo 20 novembre al 15 febbraio 2016. Un progetto assolutamente originale che corre sul binario di due personalità senza alcun dubbio uniche, affascinanti, spiazzanti. Il grande artista con i suoi capolavori degli anni russi, arricchiti da un racconto d’eccezione, come può essere solo l’omaggio di un premio Nobel come Dario Fo. A pieno titolo è lecito parlare di un incontro tra due geni. Da un lato Marc Chagall, pittore lirico e surreale protagonista dell’arte del XX secolo, dall’altro Dario Fo, premio Nobel per la letteratura, commediografo, scrittore, ma anche pittore innamorato di Chagall. Cui Fo si sente particolarmente vicino, per il gusto del fantastico, del paradossale, del surreale e dell’impossibile. Il dialogo si concretizza in due esposizioni distinte, poste in stretta relazione tra loro: nella prima sono esposte le opere di Marc Chagall raccontate dall’artista stesso attraverso una serie di stralci tratti dalla sua autobiografia Ma Vie, scritta tra il 1921 e il 1922; nella seconda Dario Fo racconta le opere di Chagall attraverso i sui testi, illustrati da preziosi disegni e dipinti, creati appositamente in occasione dell’esposizione a Brescia. La mostra Marc Chagall. Anni russi 1907-1924, con la curatela di Eugenia Petrova, direttrice del Museo di Stato Russo, si sviluppa seguendo il percorso del pittore dalla sua formazione sino ai primi anni della maturità, immediatamente precedenti la diaspora a Parigi. La mostra propone 33 opere, 17 dipinti e 16 disegni oltre a due taccuini – con disegni e poesie recentemente ritrovati ed esposti per la prima volta al pubblico – che vanno dal 1907 al 1924: viene indagato il periodo durante il quale Chagall da Vitebsk, paese di nascita e vero protagonista delle prime opere, si trasferisce prima a San Pietroburgo, dove studia presso l’Accademia Russa di Belle Arti, e poi a Parigi, dove viene in contatto con la comunità di artisti di Montparnasse e dove si trasferirà definitivamente con la moglie Bella a partire dal 1924. Il pubblico potrà ammirare alcuni dei più importanti capolavori di Marc Chagall, opere di fondamentale importanza per capire il percorso artistico del maestro russo, come la veduta dalla finestra a Vitebsk del 1908, Gli Amanti in blu del 1914, la Passeggiata del 1917-1918, l’Ebreo in rosa del 1915 e molti altri. Accanto alla mostra di Chagall, i visitatori hanno l’occasione di vivere un altro evento unico appositamente progettato e realizzato per l’occasione. Il Premio Nobel Dario Fo ha realizzato ben 20 dipinti accompagnati da 15 bozzetti preparatori e da un racconto sulla vita e l’opera di Marc Chagall. Un straordinario omaggio, pittorico e narrativo, a Marc Chagall che sarà celebrato anche da un’unica lezione spettacolo che si terrà il 16 gennaio 2016 presso il Teatro Grande di Brescia. Da martedì a domenica (chiuso tutti i lunedì non festivi) Da martedì a venerdì dalle 9.30 alle 17.30 Sabato e domenica dalle 9.30 alle 19.00 Biglietti Intero € 10; ridotto € 8; scuole € 6 Il biglietto della mostra garantisce l’ingresso speciale ridotto € 6 alla mostra “Roma e le genti del Po. Un incontro di culture III-I sec. a.C.”.

S. E.

Leggere, leggere, leggere

Alla Pinacoteca cantonale Giovanni Züst di Rancate, nel Cantone Ticino, a pochi chilometri dal confine italiano, questa grande mostra (oltre 80 tele e sculture di qualità superba) racconta la più importante delle rivoluzioni. Uno sconvolgimento non accompagnato dal tuono dei cannoni, avvenuto al contrario nel silenzio di case e scuole. La rivoluzione della lettura. Che significò non solo l’accesso all’informazione: per la prima volta infatti diventava possibile entrare in contatto con il mondo che è al di là della famiglia o del villaggio, il sapere cosa accade oltre l’orizzonte quotidiano. Ma che significò anche e soprattutto la possibilità di mantenere un contatto con familiari lontani, con fidanzati al fronte o emigrati. Senza dover ricorrere alla mediazione del parroco, spesso l’unica persona del paese ad essere in grado di leggere e scrivere. Poi e soprattutto il piacere della lettura, si tratti della Sacra Bibbia o del romanzo d’amore o di avventura: l’irrompere di grandi mondi e di grandi storie all’interno delle chiuse mura di casa, sin dentro l’anima. Il tutto nell’Ottocento, qui indagato non solo tra Ticino e Italia, due territori geograficamente confinanti e culturalmente vicini, ma anche allargando i confronti alla Svizzera, con una sezione dedicata al celebre artista elvetico Albert Anker (1831-1910).

Le opere che il curatore Matteo Bianchi ha selezionato per la mostra alla Züst (fino al 24 gennaio 2016)  sono state attentamente individuate sia in collezioni museali che private.

Fra gli artisti ticinesi l’esposizione propone opere di Preda, Monteverde, Feragutti Visconti, Berta, Franzoni, Chiesa, Luigi Rossi e sculture di Vincenzo Vela e Luigi Vassalli. Tra gli italiani, troviamo opere importanti di Induno, Cabianca, Cremona, Ranzoni, Mosè Bianchi, Morbelli, Nomellini, Sottocornola, Paolo Sala, Corinna Modigliani e naturalmente di macchiaioli come Zandomeneghi.

Punto di partenza della rassegna è Albert Anker (1831-1910), il più amato e conosciuto fra i pittori elvetici a cui si dedicherà un’intera sala. La pittura di Anker permette una ricognizione che riassume e illustra, con elementi di classicità gentile, la funzione della lettura attraverso le varie generazioni e la diversità dei supporti, dal libro al giornale, dal documento alla lettera. Un accento particolare è posto dal pittore sul tema dell’istruzione dell’infanzia o più in generale dell’educazione sentimentale alla lettura dei protagonisti dei suoi quadri. Quella che Anker offre è una galleria indimenticabile di tipi umani: scolari, ragazze che si pettinano o lavorano a maglia e intanto leggono, bambini che si affacciano con sguardi incuriositi al foglio stampato, segretari comunali concentrati nel confronto con documenti ufficiali, ma anche anziani che leggono la Bibbia o il giornale.

Dall’alfabeto alla Bibbia ai romanzi, dall’apprendimento al consumo, la lettura assume forme differenti, genera svariati umori, suscita reazioni che spaziano dalla gioia al dolore, dall’attesa alla malinconia: si svolge en plein air, sulla soglia, seduti in poltrona o confinati in letti da convalescenti, sempre sul filo della conoscenza, di nuove emozioni.

Si passa dalla lettura domenicale, a voce alta, della Bibbia, con la famiglia raccolta ad ascoltare, a quella delle lettere giunte dal fronte, in epoca risorgimentale – celebri i dipinti degli Induno su questo tema – e talvolta lette dal parroco, alle lettere d’amore, alla lettura del giornale, finestra sul mondo che permette un’informazione più capillare, a quella d’evasione, spesso femminile, che viene raffigurata in quadri di grande impatto emotivo. La lettura incomincia quindi nell’Ottocento ad accompagnare e scandire ogni momento della vita, facendo da tramite per notizie dei propri cari o di attualità, ma anche permettendo di viaggiare con la mente in luoghi lontani, grazie alla diffusione di romanzi che offrono svago e riflessione.

Viene infine proposta una breve sezione documentaria legata all’istruzione, con un accento sul lavoro svolto nel Ticino dal politico e riformatore svizzero Stefano Franscini (1796-1857), rappresentato dallo scultore Vincenzo Vela, mentre il noto pedagogista Johann Heinrich Pestalozzi (1746-1827) è presente con i bronzi di Luigi Vassalli e Giuseppe Chiattone.

Un tema dunque che permette innumerevoli percorsi e approfondimenti e che vuole accompagnare il visitatore fin nell’intimità di un gesto che ha segnato i momenti cruciali della vita, sia pubblica che privata, di generazioni. A questo proposito la mostra getta un ponte ideale con la contemporaneità grazie ad una vera e propria chicca, una sezione con gli scatti del noto fotografo siciliano Ferdinando Scianna – pubblicati nel libro Lettori (ed. Henry Beyle, 2015) -, che qui scrive: “Per me fotografo, o almeno per il tipo di fotografia che amo e che cerco di praticare, la realtà è quindi un infinito libro da leggere e rileggere”.

E. C.

Un fiammingo a Palermo nel primo Novecento

Le opere del pittore e scultore Jules Van Biesbroeck jr. (Portici 1873 – Bruxelles 1965),  artista cosmopolita e raffinato, di origine belga ma a lungo attivo in Italia, rappresentano una testimonianza di notevole interesse, fin qui misconosciuta e poco indagata, dell’attività di questo artista e rivelano le sue matrici tardoromantiche e secessioniste unite agli accenti simbolisti che ne caratterizzano il linguaggio stilistico.

La sua presenza e quella del padre a Palermo (anch’egli scultore, che portava lo stesso nome) si deve all’ammirazione entusiasta di Edoardo Alfano, funzionario comunale, giornalista, letterato, collezionista d’arte e fotografo, uno dei personaggi più in vista nella vita pubblica palermitana tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento. I due artisti, insieme alle rispettive mogli, esuli dal Belgio occupato dall’esercito tedesco, soggiornarono a lungo nella capitale dell’Isola tra la fine del 1908 e gli inizi del 1909, nel 1910 e nel 1918, ospiti di Alfano nella casa di via Isnello.

Tra le opere esposte (dipinti e disegni, pastelli, sculture in marmo e in bronzo) vanno segnalate la serie di nove sanguigne su carta dal titolo Delenda Messana, accompagnate dai versi di Achille Leto in ricordo del terremoto di Messina del 1908, presentate alla LXXIX Esposizione della Società Amatori e Cultori di Roma del 1909 e acquistate dal Comune di Palermo per la Galleria; l’intenso elegantissimo Ritratto di Ennio Alfano in marmo e il grande gesso di gusto simbolista La Madre Terra, modellato da Van Biesbroeck jr. in collaborazione con il padre, a testimonianza di gratitudine per il suo ospite.

Oltre alle opere di Jules Van Biesbroeck jr. e di Jules Van Biesbroeck senior, verranno esposte per l’occasione tutte le altre opere della collezione Alfano che non sono comprese nell’allestimento museale della Galleria: dipinti e sculture di Natale Attanasio, Giuseppe Casciaro, Michele Catti, Ettore Cercone, Domenico Costantino, Giuseppe La Manna, Mario Mirabella, Giovanni Nicolini, Saverio Partinico, Salvatore Profeta, Giuseppe Rondini, Giuseppe Rosselli.

In una sezione documentaria verranno presentate alcune lettere autografe di Van Biesbroeck e una scelta di suggestive fotografie d’epoca tratte dall’archivio Alfano.

La mostra “Jules Van Biesbroeck. Un fiammingo a Palermo nel primo Novecento”, alla Galleria d’Arte Moderna di Palermo fino al prossimo 10 gennaio, organizzata da Civita Cultura, è curata da Gioacchino Barbera, Direttore della Galleria Regionale della Sicilia di Palazzo Abatellis, specialista di pittura siciliana dell’Ottocento e del primo Novecento. In catalogo (Torri del Vento edizioni, Palermo) gli scritti del curatore, di Antonella Purpura, Antonio Di Lorenzo, Erminia Scaglia e le schede delle opere redatte da Cristina Costanzo.

 

Orari: martedì- domenica ore 9.30 – 18.30, lunedì chiuso;

la biglietteria chiude alle ore 17.30

Ingressi: intero € 6,00 | ridotto € 4,00 | cumulativo mostra + museo € 9,00

Catalogo: Torri del Vento Edizioni

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

Jeff Koons In Florence

Jeff Koons In FlorencePer la prima volta, dopo circa cinquecento anni dalla messa in posa dell’Ercole e Caco di Baccio Bandinelli (1493-1560), una scultura originale di grandi dimensioni è stata collocata sull’arengario di Palazzo Vecchio. Si tratta di Pluto and Proserpina di Jeff Koons (1955), un’opera monumentale alta più di tre metri. Un evento eccezionale che ha inaugurato il progetto In Florence, un programma ambizioso e innovativo che vede i protagonisti dell’arte del nostro tempo confrontarsi con gli spazi e le opere del Rinascimento fiorentino.

Jeff Koons In Florence è la mostra più attesa dell’anno: un confronto tra la provocante bellezza delle opere del geniale artista americano e i capolavori senza tempo di Donatello (1386-1466) e Michelangelo (1475-1564). I luoghi eletti del “dialogo” saranno la Sala dei Gigli in Palazzo Vecchio e Piazza della Signoria.  La mostra,  organizzata da Associazione Mus.e e a cura di Sergio Risaliti, è realizzata grazie alle relazioni e al generoso contributo di Fabrizio Moretti, nuovo mecenate per l’arte contemporanea e per Firenze, già noto a livello internazionale come mercante d’arte antica.

A Palazzo Vecchio è esposta Gazing Ball (BarberiniFaun), opera realizzata nel 2013 appartenente alla serie denominata dall’artista Gazing Ballcalchi in gesso di celebri sculture del periodo greco-romano cui l’artista ha aggiunto, in posizione di precario equilibrio, una sfera di colore azzurro brillante e dalla superficie specchiante. Un raffinato e attraente gesto concettuale per ribaltare e deviare lo sguardo dello spettatore dall’ammirazione dell’opera classica, quale immagine memorabile di pura perfezione, alla totalità dello spazio ambientale, in cui si riconoscono anche gli osservatori e i vari elementi che caratterizzano il contesto espositivo. Un lavoro che insiste sulla seduzione del calco in gesso, così puro, leggero, impalpabile, e la magia disorientante della sfera azzurra con la sua superficie riflettente come uno specchio.

L’antico Fauno Barberini ( “Uno fauno a sedere più grande del naturale quale sta dormendo e tiene un braccio in testa”, Archivio Barberini, Roma, 1632) è una scultura di età imperiale – ispirata probabilmente a un opera in bronzo di epoca tardo-ellenistica.  Rinvenuto a Roma nei fossati di Castel Sant’Angelo intorno al 1624, il  marmo entrò nella collezione del Cardinale Francesco Barberini nel 1628,  per poi arrivare in Germania agli inizi dell’Ottocento, dove è conservato presso la Gliptoteca di Monaco. Alcuni restauri della scultura furono eseguiti, già all’epoca del rinvenimento, dalla bottega di Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) o da lui medesimo.

Koons spiega in questi termini il senso del suo lavoro: “Ho pensato a Gazing Ball guardando per molti anni sfere di questo genere. Ho voluto affermare la perentorietà e la generosità della superficie specchiante e la gioia che scatenano sfere come queste. La serie Gazing Ball si basa sulla trascendenza. La consapevolezza della propria mortalità è un pensiero astratto, e a partire da questa scoperta uno inizia ad avere coscienza maggiore del mondo esterno, della propria famiglia, della comunità, può instaurare un dialogo più vasto con l’umanità al di là del presente”.

La sfera deve essere letta  come simbolo o archetipo della perfezione del cosmo, dell’Uno, dell’infinito e dell’eterno – come nel Timeo di Platone -, ma tale idealità  è contraddetta dalla posizione arrischiata in cui l’oggetto sferico si trova, posto com’è sulla coscia sinistra del giovane Fauno, nonché dalla superficie che riflette il transeunte, il molteplice, il mondo della vita.

Gazing Ball prende il nome dalle sfere specchianti, scoperte tante volte da Koons nella casa d’infanzia in Pennsylvania: ammalianti, incantevoli oggetti ornamentali prodotti per la prima volta a Venezia nel tredicesimo secolo, divenuti poi famosi nel diciannovesimo secolo durante il regno di Ludovico II di Baviera che li usava per decorare i giardini dei suoi palazzi, quindi arrivati in Pennsylvania attraverso gli Europei. Il potere incantatorio di questi oggetti risiede nel fatto che a chi guarda ad essi viene concessa la possibilità di vedere dietro le proprie spalle e fino agli angoli più lontani, con effetto panottico e anamorfico, assorbendo all’interno della stessa superficie il proprio riflesso e ogni altro elemento intorno al proprio corpo. Forme affascinanti, magiche, piacevoli anche per la loro leggerezza (si tratta di sfere di vetro soffiato) e per la loro associazione con il gioco infantile. Data la loro estrema fragilità sono anche associate all’effimera durata della vita umana – così come le bolle di sapone cui spesse volte vengono associate. Ecco perché la sfera, simbolo di perfezione, spesse volte è associata al tema della malinconia, stato d’animo provocato dal confronto dell’animo umano con l’incommensurabile.  Come afferma Koons: “La serie denominata Gazing Ball  ha alla base lo “sguardo del filosofo” che giunge alla trascendenza attraverso i sensi  per poi dirigere la nostra visione verso l’eternità tramite la pura forma e l’idea”.

La scelta di installare il Fauno nella Sala dei Gigli, fastoso ambiente, decorato con pregevoli affreschi di Domenico Ghirlandaio (1449-1494), e una finta tappezzeria impreziosita dalla presenza di gigli d’oro -emblema angioino in campo azzurro- nasce dalla volontà di creare un dialogo tra il linguaggio rinascimentale e quello contemporaneo. La sala ospita anche l’originale in bronzo della Giuditta e Oloferne(1457 circa) di Donatello, una delle sculture più fascinose e significative del Quattrocento italiano. Di fronte al capolavoro donatelliano – Giuditta implacabile punitrice di Oloferne, intorpidito dalla bellezza virginale della giovane eroina, poi fiaccato dal vino, infine decapitato – il Fauno Barberini – nella versione rivisitata di Koons- si presenterà al pubblico ancora nella sua provocante posa, esempio di una bellezza non volgare, sebbene spinta al limite dell’osceno. La plateale esibizione del nudo, con i genitali in bella mostra, la posa sensuale, indice di una potenza sessuale selvaggia sembrerà provocare la stessa Giuditta, punitrice degli eccessi libidinosi, della perdizione sessuale, come simboleggiano i baccanali scolpiti a bassorilievo nel basamento. La sfera specchiante e di colore azzurro entrerà, altresì, in rapporto con l’effige in bronzo, e poi con il contesto decorativo della sala, con le sue dominanti cromatiche e il prezioso soffitto ligneo. Contrasti esaltati dall’operazione eseguita da Koons che affronta il quotidiano e l’eterno, la bellezza classica e l’estetica di massa, la sfera del mito e quella della mondanità, l’infanzia e la storia, Eros e Thanatos, mentre l’ambivalenza tra equilibrio e instabilità, originale e copia, oggetto artistico e merce, invita a riflettere anche sul rapporto tra immaginazione e serialità, tra metafisica e basso materialismo, tra stupore e mistificazione. Infine quello tra immagini classiche e simulacri post-moderni.

Altre relazioni, altri significati emergeranno in Piazza della Signoria dove, a poca distanza dalla copia in marmo del David di Michelangelo, viene esposta una delle più celebri sculture di Jeff Koons, Pluto and Proserpina (2010-2013), un’opera monumentale, alta più di tre metri, in acciaio inox, lucidata a specchio e con una cromatura in color oro. Le due figure di Plutone e Proserpina, avvinghiate in un abbraccio drammatico e sensuale, scintilleranno alla luce del giorno e, illuminate durante la notte, strideranno in contrasto con le sculture in marmo e bronzo della piazza. Abbagliante presenza, l’opera di Koons, catturerà lo sguardo dei cittadini e  dei turisti, unico originale tra le copie del David e della Giuditta sull’arengario. La superficie specchiante dell’opera di Koons funzionerà in modo da assorbire, catturare e liquefare tutto lo spazio circostante, con effetti di splendore abbacinante e di virtuosistica defigurazione. Le stesse forme del dio dell’Averno, quelle della sua futura sposa – Persefone per i greci- sembreranno liquefarsi in una materia fluida, quasi gelatinosa, fortemente sensuale, al limite della dissoluzione figurativa, con il risultato di disperdere i connotati iconografici, quindi il presupposto mitologico dell’immagine, assieme all’originale morfologia barocca di cui l’opera di Koons è in qualche modo una libera riproduzione. In effetti, Pluto and Proserpina di Koons s’ispira a una celebre opera di Gian Lorenzo Bernini, il Ratto di Proserpina (225 cm, base 109 cm), commissionata all’artista dal Cardinale Scipione Caffarelli Borghese ed eseguita tra il 1621 e il 1622, quando Bernini aveva di poco superato i vent’anni. Nei documenti dell’epoca il gruppo viene descritto in questi termini: “Una Proserpina di marmo che un Plutone la porta via alto palmi 12 in circa et un can trifauce con piedistallo di marmo con alcuni versi di faccia”. Alla base della scultura era stato apposto, infatti, un testo poetico dedicato all’opera del Bernini, adattamento di un distico composto dal cardinale Maffeo Barberini, poi papa Urbano VIII, impressionato dalla bellezza del marmo. Nei Dodici distichi per una Galleria, illustra, con epigrammi e brevi descrizioni, dodici quadri di una galleria immaginaria si legge: “Quisquishumipronusfloreslegis, inspicesaevi / me Ditis ad domum rapi”. Per questo il punto di vista privilegiato deve essere considerato quello frontale, visto che qui si trovava l’iscrizione di Maffeo Barberini. Guardando la scultura di Bernini, scopriamo, infatti, che Plutone ha già lasciato cadere a terra il suo scettro bidentato per agguantare con vigore la giovane che innalza la mano destra al cielo con un gesto di lamento, supplicando aiuto e rimarcando a questo modo con virtuoso effetto quell’ “inspice me” al centro dei versi.

Per meglio comprendere il soggetto, dobbiamo rileggere le Metamorfosi di Ovidio, laddove viene descritto il momento in cui il dio degli inferi aggredisce la figlia di Cerere, intenta a raccogliere fiori in un boschetto nei pressi di un lago. La dea “si stava divertendo a cogliere viole e candidi gigli, ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva, quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì: tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea invocava con voce accorata la madre e le compagne, ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore della veste, questa s’allentò e i fiori raccolti caddero a terra: tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore“. La mitica vicenda, secondo gli studiosi, si ricollega all’alternarsi delle stagioni: al freddo e al gelo dell’inverno, alla rinascita primaverile. Plutone, infatti, nella tradizione letteraria viene spesse volte descritto come immagine del Sole. Nel trattato Imagini di Vincenzo Cartari (1531ca.- post 1571), ad esempio, testo indispensabile per l’iconografia rinascimentale, si trova scritto: “[…] fu finto che Plutone, intendendo per lui il Sole, la rapì, e portossela in inferno, perche il calore del Sole nodrisce, e conserva sotto terra tutto il tempo dell’inverno il seminato grano”. Secondo Varrone, citato da Sant’Agostino, il nome Proserpina verrebbe addirittura da proserpere, che simboleggia lo “sgusciare fuori” del seme dalla terra. Nel marmo di Bernini, Proserpina, bella come la Venere di Prassitele, sta lottando invano per la sua verginità. Grida, spalancando la bocca, invoca la madre e le compagne. Nello sguardo di lei si leggono: vergogna per la sua nudità offesa,  paura nei confronti della furia erotica di Plutone e commovente disperazione, perché tra pochissimo la ragazza conoscerà l’oscurità dell’Ade. I versi di Ovidio spiegano inoltre  la presenza di mazzi di fiori freschi aggiunti, da Jeff Koons, con precisione filologica, alla sua nuova scultura in acciaio inox, che, a differenza di Bernini, ad esempio, omette la figura del cane Cerbero. Opera monumentale, ricordiamolo,Pluto and Proserpina è esposta sull’arengario di Palazzo Vecchio a poca distanza dalla copia del David, simbolo universale del rinascimento fiorentino, tanto quanto la Primavera del Botticelli agli Uffizi.

In tale posizione, si esplicita una diversa e più sottile relazione tra Pluto and Proserpina di Koons e il contesto espositivo di Piazza Signoria, con la sua sfilata di mirabili sculture. Il senso dell’arte, della bellezza e dell’amore come continua rinascita, come sublimazione del dolore e come superamento della morte (anche della morte dell’arte). Infatti, nel mito di “Plutone e Proserpina” la potenza ctonia di eros che può essere seminatrice di morte e di violenza – sia spirituale sia materiale – è contraddetta dalla forza generatrice della bellezza e dell’amore, dalla funzione vitale e solare dell’unione di maschile e femminile, così come di storia e immaginazione. La speciale collocazione di Pluto and Proserpina di Koons è stata pensata anche per esaltare la peculiare somiglianza di quest’opera  con il Ratto delle Sabine del Giambologna (1529-1608) – posto sotto la Loggia dei Lanzi – e con il Genio della Vittoria del Buonarroti – conservato nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, massimi esempi di una soluzione spiraliforme del movimento nei corpi; suggerendoci inoltre che Bernini deve molto all’arte del cinquecento nella sua prodigiosa invenzione del Ratto di Proserpina. Secondo la critica, Gian Lorenzo Bernini, avrebbe, infatti,prima studiato l’Ercole e Anteo del Giambologna, per poi prendere spunto dall’opera del toscano Pietro da Barga (documentato da 1574 al 1588), autore di un bronzo di stesso soggetto -oggi conservato al Museo Nazionale del Bargello- forse ispirato ad un brano di Plinio, che nella NaturalisHistoria, (XXXIV, 69) descrive un gruppo bronzeo di mano di Prassitele, avente a oggetto proprio il “Raptus Proserpinae”, così come ad un bronzo di Vincenzo de’ Rossi (1525-1587), fuso nel 1565 circa.

Ecco dunque che l’esposizione Jeff Koons In Florence si presenta come un gioioso e raffinato gioco di citazioni e di rinvii, di contrasti e di confronti tra antico e contemporaneo, dove la superficie scintillante nasconde il senso oscuro e magico della creazione in funzione anche apotropaica.

La mostra, visibile fino al 28 dicembre 2015, nasce da una proposta di Fabrizio Moretti ed è curata da Sergio Risaliti. Promossa dal Comune di Firenze, è organizzata da Mus.e con il contributo della Camera di Commercio, della Galleria Moretti e da David Zwirner con la collaborazione della Biennale Internazionale di Antiquariato di Firenze.

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

Arte, Architettura e Paesaggio nel Mediterraneo: l’esempio di Nik Spatari

La mostra è un compendio dell’opera di NIK SPATARI, artista di origini calabresi il quale per molti anni ha vissuto in diversi luoghi sia all’estero che in Italia, e che rappresenta una delle personalità artistiche contemporanee più singolari e poliedriche a livello internazionale. Sua è l’ideazione del MUSABA Parco Museo Laboratorio Santa Barbara a Mammola in provincia di Reggio Calabria che, attivo sin dal 1969, costituisce un esperimento dinamico e in divenire di ricerca di nuove frontiere della creatività che rappresentano un incontro del senso del futuro e di conoscenza del passato.

La mostra è una iniziativa della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo, presieduta dal Prof. Emmanuele Francesco Maria Emanuele, ospitata dall’Università Suor Orsola Benincasa e realizzata con MUSABA-Fondazione Spatari/Maas. La mostra sottolinea l’impegno della Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo per la valorizzazione della cultura meridionale e delle sue espressioni artistiche più alte.

L’esposizione, curata da MUSABA-Nik Spatari e Hiske Maas, è stata allestita al Piano Mostre dell’Università Suor Orsola Benincasa, all’interno del suo polo museale accanto al Museo Storico e al Museo del Giocattolo dell’Ateneo napoletano, impegnato da oltre due anni in collaborazione con la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo a promuovere una serie di attività culturali (mostre, convegni, seminari e iniziative socio-culturali ed economiche) finalizzate ad accrescere il ruolo di Napoli come uno dei centri culturali del Mediterraneo.

Le immagini/video, proiettate lungo il percorso espositivo, e le 8 opere di grande formato (una fra tutte, la monumentale “Il sogno di Giacobbe”, lunga 14 metri, larga 6, alta 9), approfondiscono i diversi momenti e le diverse tematiche dell’universo di Nik Spatari, facendone emergere la singolare personalità di un artista profondamente immerso nella storia e nel mito, proiettato verso il futuro e l’utopia. In questo senso, conoscere la produzione di Nik Spatari, vuol dire viaggiare attraverso l’orizzonte del linguaggio artistico con una prospettiva densa di cultura, mitologia, tragedia: ne sono testimonianza le opere dedicate alla Bibbia (tema sacro) affiancate senza soluzione di continuità alle tavolette che raffigurano i segni zodiacali (“L’Oroscopo”) o al pannello – composto da 8 opere, di 250 x 450 cm. – intitolato “Allegoria di Pompei”.

Spatari ha finalizzato la sua attività internazionale in funzione della promozione della terra di Calabria come crocevia delle arti mediterranee. Ne sono esempio la realizzazione del MUSABA, innovativo e cosmopolita, unica sintesi di parco-museo-scuola-laboratorio che realizza manifestazioni internazionali e dove la Foresteria, nata per favorire il confronto fra giovani artisti e volontari, costituisce un mezzo per lo scambio e la condivisione delle nuove tecniche, strumenti e metodologie anche d’oltre-confine.

Nik Spatari ha compiuto 86 anni ad Aprile e ha sviluppato la sua arte e il suo impegno culturale in Italia e in molti centri europei ed extra europei nell’arco di 70 anni di intensa attività.

L’opera MUSABA è un autentico momento di ricchezza del territorio: un prolungamento del museo storico ambientale della tradizione italiana, che nella regione calabrese ha visto i segni del trauma della modernità  cui il percorso di Spatari indica una via d’uscita come risanamento e prospettiva monumentali.

Nik Spatari, intervenendo su un sito suggestivo, di significativo passaggio dell’uomo, altrimenti condannato all’abbandono e al degrado, ha permesso un recupero non banalmente conservativo di monconi architettonici e di crolli, ma un inserimento attivo di essi in un progetto che è della memoria e della vita. La mostra, quindi, costituisce un riconoscimento e un doveroso omaggio a una delle figure più creative e poliedriche del nostro tempo.

«Ho voluto dedicare una mostra a questo artista eccezionale non soltanto per la potente suggestione delle sue opere e per il contributo che egli da quasi mezzo secolo, con il Parco Museo Santa Barbara, sta dando allo scambio e alla contaminazione fra linguaggi artistici contemporanei a livello internazionale, – sottolinea il Presidente della Fondazione Terzo Pilastro-Italia e Mediterraneo, Emmanuele Francesco Maria Emanuele – ma anche e soprattutto per il fecondo connubio che Spatari ha saputo creare tra cultura e territorio, nello specifico quello calabrese. Sono, infatti, da sempre un convinto promotore dell’arte che rompe i confini e si inserisce attivamente nel contesto circostante con valore didattico e di recupero: basti pensare alla street-art che ho portato a Tor Marancia a Roma, facendo di un quartiere popolare un luogo visitato più dei musei, e che con la Fondazione Terzo Pilastro replicherò nel Meridione d’Italia per dare una nuova dignità a luoghi oggi degradati ed in abbandono».

Nik Spatari

Università degli Studi Suor Orsola Benincasa, Via Suor Orsola 10 – Piano Mostre, Napoli, fino al 23 novembre 2015

Lunedi – venerdì ore 10,00 – 17,30

Chiuso sabato e domenica

Ingresso gratuito

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

Steve McCurry. Icons and Women

Steve McCurry è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea ed è un punto di riferimento per un larghissimo pubblico, soprattutto di giovani, che nelle sue fotografie riconoscono un modo di guardare il nostro tempo e, in un certo senso, “si riconoscono”.In ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze e di emozioni e molte delle sue immagini, a partire dal ritratto di SharbatGula, sono diventate delle vere e proprie icone, conosciute in tutto il mondo.

La nuova rassegna allestita nella prestigiosa cornice dei Musei di San Domenico a Forlì presenta una selezione delle immagini più famose di Steve McCurry insieme ad alcuni lavori recenti e ad altre foto non ancora pubblicate nei suoi numerosi libri. Il percorso espositivo, curato da Biba Giacchetti, propone un viaggio intorno all’uomo e al nostro tempo, in una inedita declinazione al femminile.

Il punto di arrivo è infatti il ritratto della ragazza afgana nel campo profughi di Peshawar, diventato ormai una icona assoluta della fotografia mondiale, ma anche un simbolo della speranza di pace che sembra impossibile in un mondo agitato da guerre ed esodi di massa. Sarà esposto, accanto alla sala dell’Ebe di Canova, insieme ad altri due scatti, uno inedito ed uno realizzato da McCurry a distanza di oltre 17 anni, dopo averla finalmente ritrovata, come documentato nel video di National Geographic proiettato in mostra.

Il punto di partenza è una straordinaria galleria di ritratti e di altre foto in cui la presenza umana è sempre protagonista, anche se solo evocata. Il suggestivo allestimento, che Peter Bottazzi ha concepito esclusivamente per questa mostra,  invita ad un percorso di scoperta, che progressivamente si raccoglie in un universo  pienamente femminile, che ci viene incontro con i suoi sguardi e ci coinvolge con la sua dimensione collettiva, in una sorta di girotondo dove si mescolano età, culture, etnie, che McCurry ha saputo cogliere con straordinaria intensità.

La mostra comprende inoltre una sezione dedicata alla guerra, alla violenza e alle atrocità di cui, purtroppo, l’umanità sa rendersi protagonista e che McCurry ha documentato con il suo obiettivo di reporter, allestita in una sorta di vertigine che il visitatore dovrà attraversare per raggiungere un ulteriore ambiente, dove vincerà la poesia, l’accoglienza, la pace e dove le donne saranno ancora protagoniste.

La rassegna comprende oltre 180 foto di vari formati, selezionate da Biba Giacchetti insieme a Steve McCurry ed è completata da una audioguida a disposizione di tutti i visitatori e inclusa nel biglietto nella quale il grande fotografo racconta in prima persona le sue foto con aneddoti e appassionanti testimonianze. Sarà inoltre disponibile in mostra  un ulteriore video dedicato ai suoi viaggi e al suo modo di concepire la fotografia. Per raccontare l’avventura della sua vita e della sua professione, per seguire il filo rosso delle sue passioni, per conoscere la sua tecnica, ma anche per condividere la prossimità con la sofferenza, con la gioia e con la sorpresa. «Ho imparato a essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te».

Oltre ad una ormai vasta pubblicistica su McCurry, sarà disponibile nel bookshop della mostra il volume McCurry/Icons, curato da Biba Giacchetti, che presenta una selezione di 50 delle sue foto belle o più famose o per le quali McCurry nutre un particolare sentimento. In una lunga conversazione tra i due, per la prima volta Steve McCurry racconta le sue icone, svelandone spesso i retroscena.

 

Forlì, Musei San Domenico, Piazza Guido da Montefeltro, 12

Fino al 10 gennaio 2016

 

Barbara Izzo

 

 

Mattia Preti: un giovane nella Roma dopo Caravaggio

Nell’ambito del programma di eventi celebrativi promosso dal Comitato per il IV centenario della nascita di Mattia Preti, presieduto da Vittorio Sgarbi, e all’interno delle manifestazioni romane legate al Giubileo straordinario coordinate dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, la Galleria Nazionale d’Arte Antica in Palazzo Corsini (Roma) ospita per la prima volta a Roma una mostra dedicata alla figura e all’opera del celebre pittore calabrese, uno dei maggiori esponenti dell’arte italiana del Seicento.

Ideata da Vittorio Sgarbi e Giorgio Leone, attuale direttore della Galleria Corsini e curatore dell’esposizione, la mostra è organizzata dal Segretariato Regionale Mibact per la Calabria, diretto da Salvatore Patamia, e dal Segretariato Regionale Mibact per il Lazio, diretto da Daniela Porro, con il finanziamento della Regione Calabria, e sarà aperta dal 28 ottobre 2015 al 18 gennaio 2016.

L’intento è quello di approfondire un aspetto ancora poco chiarito della vicenda artistica del pittore: la sua formazione nella Roma papale dopo la morte di Caravaggio.

Ventidue capolavori provenienti da prestigiose istituzioni europee e italiane, dal MuséedesBeaux-Arts di Carcassonne agli Uffizi, dalla Galleria Nazionale di Cosenza alla Pinacoteca di Brera, e da alcune collezioni private italiane, londinesi e svizzere permettono di ripercorrere le tappe iniziali della carriera del “Cavaliere Calabrese” dal suo arrivo a Roma fino al 1649, anno della commissione dello stendardo giubilare di San Martino al Cimino che prelude alla piena affermazione pubblica di Mattia Preti e alle grandi decorazioni dei primi anni Cinquanta del Seicento. Il pittore si trasferirà poi a Napoli nel 1653 e infine a Malta nel 1661, dove morirà nel 1699.

Tra le opere esposte, grazie ai generosi prestiti, sono presenti alcuni interessanti inediti e veri capolavori della produzione giovanile dell’artista, divisa tra committenze private e prime affermazioni pubbliche: il Soldato del Museo Civico di Rende, il SiniteParvulos e il Tributo della moneta di Brera, per la prima volta messi a confronto con il Tributo della Galleria Corsini, la Negazione di Pietro di Carcassonne, la Fuga da Troia di Palazzo Barberini, il Salomone sacrifica agli idoli e la Morte di Catone di collezione privata, ma anche il Miracolo di San Pantaleo, probabilmente la sua prima committenza pubblica romana. Una sezione della mostra, inoltre, è dedicata al complesso rapporto con il fratello Gregorio, pittore anch’egli, con cui Mattia Preti collaborò direttamente, come nel caso della Madonna della Purità della Chiesa Monumentale di San Domenico di Taverna.

Il percorso espositivo è volutamente incentrato sul confronto con le opere presenti nell’allestimento storico della Galleria Corsini realizzate dai pittori ai quali Mattia Preti si ispirò, dando vita a un ricco e articolato dialogo: dal San Giovannino di Caravaggio, al Trionfo d’Amore di Poussin, dall’Erodiade di Vouet alla Salomédi Guido Reni, dal Presepe e l’Ecce homo di Guercino fino al Miracolo di Sant’Antonio di Sacchi. I dipinti saranno collocati in diretto dialogo con quelli della Galleria creando un percorso per cammei esaltati da una illuminazione appositamente ideata.

Nell’arco della durata della mostra saranno organizzate specifiche conferenze tenute dai membri del Comitato di studio e dai più importanti specialisti di Mattia Preti, in modo da affrontare le problematiche connesse alla giovinezza del pittore.

Orari

Dal mercoledì al lunedì 8,30-19,30 (ultimo ingresso ore 19.00)

Martedì chiuso

Tariffe

Intero € 5,00

Ridotto € 2,50 per cittadini dell’UE tra i 18 e i 25 anni, insegnanti di ruolo nelle scuole statali.

Gratuito per cittadini dell’UE minori di 18 anni, studenti e docenti di Architettura, Lettere (indirizzo archeologico o storico-artistico), Conservazione dei Beni Culturali e Scienze della Formazione, Accademie di Belle Arti, dipendenti del Mibact, membri ICOM, guide ed interpreti turistici in servizio, giornalisti con tesserino dell’ordine, gruppi scolastici con accompagnatore, previa prenotazione, portatori di handicap con accompagnatore.

L’ingresso è gratuito la prima domenica di ogni mese.

 

Barbara Izzo, Arianna Diana

 

Tullio Pericoli – “Sulla Terra. 1995-2015” a Bologna

Dal prossimo 26 settembre al 26 novembre, Palazzo Fava, a Bologna, ospiterà la mostra “Sulla Terra” dedicata a Tullio Pericoli e alla sua produzione artistica sul tema del paesaggio.

L’esposizione, curata da Elena Pontiggia e Graziano Campanini, offrirà al pubblico una scelta articolata ed organica delle opere realizzate da Tullio Pericoli dalla metà degli anni Novanta ad oggi in un percorso che segue l’evoluzione dell’artista nel suo rapporto con il paesaggio, rivelando la continuità che questo tema ha nella sua poetica.

Il percorso espositivo sarà cadenzato da oltre 160 opere, tra olii, acquerelli, matite: colline e città antiche, pianure e boschi, campi coltivati e cieli diventano la traccia del trascorrere del tempo sulla terra.

Affrescato al piano nobile dai giovani Annibale, Agostino e Ludovico Carracci, Palazzo Fava fu definito da Roberto Longhi “un romanzo storico, immaginato sulla grande pittura precedente” capace di oltrepassare le secche del manierismo e di “comunicare direttamente ad apertura, non di libro, ma di finestra”.

È il primo importante ciclo d’affreschi della loro carriera, commissionati da Filippo Fava nel 1584, il primo saggio della loro riforma pittorica.

Nella sala dedicata a Giasone, capolavoro indiscusso della pittura seicentesca, i tre artisti rivoluzionarono la tradizionale concezione di partitura narrativa rappresentando più azioni all’interno dello stesso riquadro e raggiungendo momenti di assoluta modernità stilistica. Sui diciotto riquadri di cui è composto il ciclo, spicca l’episodio degli Incanti notturni di Medea con la maga in atto di purificarsi al ruscello sotto i raggi della luna. È “il primo nudo moderno della storia dell’arte”, ha scritto Andrea Emiliani.

Con una superficie di oltre 2600 metri quadrati, Palazzo Fava è struttura regolare di esposizioni: nei suoi spazi sono allestite mostre di opere appartenenti alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e mostre di opere provenienti da altre importanti collezioni pubbliche e private.

La Redazione

 

Le genti del Po e Brescia antica in mostra

Nel 295 a.C., a Sentino, in una vallata nel cuore delle Marche, l’esercito di Roma e dei suoi alleati sconfiggeva, in una battaglia dalle sorti incerte fino all’ultimo, la coalizione di popoli italici guidata da Sanniti e Galli Senoni. Con quella vittoria, Roma non solo affermava il suo dominio incontrastato sulla penisola, ma si apriva la via per la Valle Padana. Pochi anni dopo, avvenne la sottomissione del territorio senone e la fondazione della colonia latina di Rimini. Nei due secoli successivi, si avrà prima la definitiva conquista militare, poi il graduale inserimento dell’Alta Italia nel sistema politico romano, concluso nel 49 a.C. con la concessione della cittadinanza.

Le popolazioni che abitavano la Valle Padana erano di estrazione diversa. Le tribù celtiche, come Insubri, Cenomani e Boi, avevano ereditato le civiltà dei popoli etruschi, umbri, liguri, celti, avendone assimilato i costumi e costituendo un’elite politico militare organizzata. Anche i Veneti erano di antica origine, con una cultura urbana elaborata e comuni origini con i latini, mentre i Liguri, stirpe autoctona, erano organizzati su modello tribale. Se Veneti e Cenomani divennero alleati stabili dei Romani, Boi e Insubri rimasero a lungo ostili, così come anche il comportamento romano nei confronti delle varie tribù cambiava.

Brescia dedica a quella storia la mostra “Brixia. Roma e le genti del Po”, aperta fino al prossimo 17 gennaio presso il Museo della Città Santa Giulia. Attraverso corredi funerari, oggetti di guerrieri, monete e scritture e tanto altro, si sottolineano le caratteristiche dei vari popoli e il confronto con Roma, che poi diventa scontro e guerra o collaborazione. Il frontone di Talamone celebra la disfatta dell’ultima offensiva celtica nel 225 prima di Cristo sul promontorio toscano, ad esempio, mentre la risposta di Roma portò alla conquista della Valle Padana e alla vittoria di Casteggio. Poi si analizzano caratteristiche urbane comuni, come quelle del II secolo attraverso similitudini tra Rimini, Aquileia, Brescia, Milano, mentre vengono sviluppati nuovi culti e la fastosità dei palazzi e dei luoghi di culto denotano la ricchezza delle antiche genti. Ecco le pavimentazioni delle case private che dimostrano ricchezza non soltanto economica, ma raffinata, passando da laterizi semplici a pavimenti finemente decorati con vari tipi di motivi, oltre che decorazioni parietali, accanto al fiorire di manifatture locali per vasellame, bronzo, tessuti, ceramiche. Ancora in questa fase tornano di aiuto gli studi delle sepolture che, attraverso i corredi funerari, permettono di confrontare lo sviluppo delle varie civiltà sul territorio italiano. In tutto 450 oggetti potenziati dalla tecnologia digitale che, grazie alle multi proiezioni immersive, permette di ricostruire ambienti di vita e modi di vivere dei tempi andati.

Dodici le sezioni che vanno dal III secolo alla metà del I secolo a.C. I protagonisti sono inseriti nel paesaggio e si vedono esposte lamine in bronzo decorato a sbalzo ritenute appartenenti ad una tromba da guerra, ad un elmo o a elementi di animale totemico rinvenute in una tomba cenomane del III secolo a.C. Un busto fittile di guerriero da Ravenna, scultura in terracotta che raffigura un guerriero in nudità eroica con balteo e clamide riferito al modello del Diomede tipo Cuma. Kelebe a figure rosse da Adria, un grande vaso decorato con figure femminili, rombi concentrici e palmette sul collo, di produzione volterrana. La sezione sulla guerra porta a conoscere alcuni capolavori, come appunto il frontone di Talamone, in terracotta, decorato con altorilievi che rappresentano il mito dei Sette contro Tebe. L’architrave e la cornice presentano motivi vegetali. Sarebbe da collegarsi alla vittoria contro i Galli nella battaglia del 225 a.C. Poi c’è un elmo etrusco-italico da Berceto, rinvenuto nella tomba di un guerriero insieme ad armi defunzionalizzate a scopo rituale. Ancora, un ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna raffigurante il volto di un devoto col capo coperto da un velo, rinvenuto in un deposito votivo e databile al II secolo a.C. Permette di rimandare all’ambito culturale e religioso etrusco-campano-laziale e documenta la presenza di coloni di origine centro italica nel territorio romagnolo.

Nascono le grandi città, inserite in un’efficiente rete viaria, dimostrazione della definitiva romanizzazione della Pianura Padana e dell’acquisizione dei modelli urbanistici ritenuti molto validi. Quindi ecco i vari oggetti che denotano questo momento, tra cui la parte inferiore di una statua panneggiata dal Museo di Palazzo Farnese di Piacenza, firmata dallo scultore attico Kleomenes, probabilmente raffigurazione di Apollo nella prima metà del I secolo a.C. Poi una statua femminile dal Museo Civico Archeologico di Milano, acefala, avvolta in un ampio e pesante panneggio, di difficile interpretazione, realizzata da un artista greco. È importante come testimonianza della ricezione dei modelli ellenistici nella cultura figurativa delle città transpadane. Poi un letto con rivestimenti in osso raffiguranti scene dionisiache, in cui un erote o un giovane Dioniso sostiene una cornucopia ai piedi di un’anfora. Sul poggiatesta decorazioni ad altorilievo con busti di eroti alati e corpi di leoni accovacciati. È stato rinvenuto in una tomba a camera, realizzato da artisti di tradizione centro italica come oggetto rappresentativo del rango del defunto. Interessanti due stele, una di Ostiala Gallenia, da Padova, e l’altra di Komevios, da Torino. La prima è una stele a bassorilievo raffigurante un viaggio negli inferi di un auriga e un uomo, abbigliati alla foggia romana, con una donna vestita alla moda venetica, su una biga tirata da due cavalli; la seconda è stata rinvenuta in una necropoli celtica e presenta una testa maschile con ai lati due motivi circolari concentrici, forse il disco solare. Un’iscrizione in alfabeto leponzio riporta essere di un personaggio di prestigio.

Interessante anche l’affresco di Sirmione, dipinto con una figura maschile all’interno di un quadro, vestita con una tunica e una toga exigua, tipiche della tarda età repubblicana, adornata con una fascia purpurea segno di appartenenza all’ordine dei cavalieri. Tra le mani regge un rotolo. Essendo plausibile si tratti di un letterato, rimanda alla figura di Catullo.

La bellezza degli oggetti prestati da vari enti esalta la stupefacente bellezza dei ritrovamenti bresciani. Brescia e provincia, infatti, hanno donato negli anni tantissimi reperti con un alto grado di conservazione degli stessi e degli edifici, caso unico nell’Italia settentrionale. In occasione della mostra, infatti, è stato reso fruibile il più esteso parco archeologico a nord di Roma. L’area si estende per circa 4.200 metri quadrati e consente di vivere dall’età romana al Rinascimento per stratificazioni urbane, dalla più antica del Capitolium (del 73 d.C.), ai palazzi nobiliari che cingono l’antica città romana. Il Capitolium, tempio nel quale veniva venerata la Triade Capitolina costituita da Giove, Giunone e Minerva, è stato rinnovato due anni fa e riproposto nella sua condizione originaria di tempio principale dell’antica città imperiale, con i frammenti scultorei e architettonici originari posizionati nuovamente in situ e i pavimenti in marmi policromi restituiti all’antico splendore. Dallo scorso autunno anche il teatro romano, uno dei più imponenti della Cisalpina, è stato integrato nei percorsi di visita a seguito di un intervento di rivalorizzazione che ha riqualificato l’area urbana cuore della città romana, Brixia. Tutto questo inserito nel piano di gestione del sito UNESCO del quale quest’area cittadina fa parte. Si può così, ora, facilmente intuire come Brescia fosse una delle città più importanti dell’Italia settentrionale, situata lungo la via Gallica allo sbocco delle vallate alpine di antico insediamento, tra i laghi d’Iseo e di Garda su una pianura fertile valorizzata in età augustea con imponenti lavori per l’organizzazione agraria, le famose centuriazioni.

Una mostra interessante e da visitare con tranquillità per poi godersi Brescia, città spesso defilata dagli itinerari turistici, ma dalla superba bellezza.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

Saggi di scultura a Castello d’Agogna

Prosegue con successo a Castello d’Agogna la stagione espositiva “Arte solidale a Castello Isimbardi” promossa dalla Fondazione Vera Coghi.

Sabato 22 agosto alle ore 17.00, nelle sale di Castello Isimbardi, per la rassegna “7 mostre per la Lomellina” inaugura la collettiva “Tra figura e astrazione: saggi di scultura” a cura di Giuseppe Castelli con circa venti sculture che dialogano perfettamente con le opere di Alberto Ghinzani poste nel parco e nella corte interna del Castello; anche perché ancora una volta ricompare il profondo legame con il territorio e la natura: dalle riflessioni in ferro delle creazioni del vigevanese Francesco Contiero allo studio del’animo umano del tortonese Gianni Bailo; dalla ricerca geniale attraverso l’assemblaggio di oggetti dismessi e recuperati di Niccolò Calvi di Bergolo alle sculture in argilla scrutata e scavata dell’alessandrina Gianna Turrin.

Scrive Giuseppe Castelli: “L’astrazione che diventa figura e la figura che si fa astrazione è la sintesi del millenario percorso della storia dell’uomo e della sua visione della realtà. Figura ed astrazione diventano i due poli estremi anche di questa mostra, in cui gli artisti, attraverso sofisticate simbologie ed ardite creazioni, lasciano traccia delle contraddizioni del nostro tempo”.

Francesco Contiero 2Francesco Contiero. Le sue creazioni consentendo nuove soluzioni spaziali. Il reimpiego di oggetti sui quali il tempo ha lasciato il segno si contrappone all’uso nella stessa opera di materiali modernissimi e senza storia.

Metalli splendenti e vetro trasparente accanto a pezzi di legno sfibrato dai secoli e a ferri arrugginiti segnano l’incontro tra due modi diversi di pensare e costruire la realtà.

Gianni Bailo ha intrapreso un deciso ritorno al figurativo. Prima era stato lo studio delle mani e del loro movimento ad aprire uno squarcio verso affetti e moti dell’animo umano, ora sono invece i volti ad essere interpreti assoluti di sentimenti ed atteggiamenti psicologici, che l’artista rileva attraverso uno studio attento dell’anatomia del volto umano.

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Niccolò Calvi di Bergolo. Una ricerca geniale di forme libere nello spazio e di insolite volumetrie, spesso ottenute anche attraverso l’assemblamento di oggetti dismessi e recuperati. Sperimentatore instancabile ed eclettico, Niccolò Calvi stupisce per la grande capacità nell’utilizzo dei materiali più diversi, dalla pietra al ferro al legno alla docilissima carta, trovando nuove armonie.

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Gianna Turrin. Con linguaggio innovativo e nello stesso tempo arcaico, Gianna Turrin ci riconduce all’archeologia mediterranea, all’origine del pensiero ed al confronto tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La classicità del materiale e nello stesso tempo la sua povertà, uniti alla capacità e all’ecletticità dell’artista, producono risultati talvolta spiazzanti in una dimensione sempre poetica e affascinante.Gianna Turrin 2

Fondazione Vera Coghi – Castello Isimbardi, Castello d’Agogna (PV)

Dal 22 Agosto al 16 Settembre 2015

de Angelis