Il Cappello fra Arte e Stravaganza

La Galleria del Costume di Palazzo Pitti, a Firenze, fino al 18 maggio 2014, apre le porte ad un accessorio destinato a non passare inosservato.

Si tratta della prima mostra monografica dedicata al cappello, le cui collezioni, patrimonio del museo – ascrivibili alla generosità di molti donatori – ammontano a oltre mille unità custodite solitamente nei depositi, di cui soltanto una parte sarà destinata alla mostra.

Pur prevalendo esemplari di note firme di casa di moda fra cui Christian Dior, Givenchy, Chanel, Yves Saint Laurent, John Rocha, Prada, Gianfranco Ferré e celebri modisti internazionali del presente e del passato come Philip Treacy, Stephen Jones, Caroline Reboux, Claude Saint-Cyr, Paulette, è anche la prima volta che sono presenti in esposizione manufatti di modisterie italiane e fiorentine, di alcune delle quali si conosceva appena l’esistenza.

Ed ecco che il cappello diviene ‘opera’ d’arte, con una sua armonia estetica cui contribuiscono la conformazione ‘scultorea’, la componente cromatica e la raffinatezza ornamentale.

Scrive il Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino, Cristina Acidini: «E’ il cappello mutevole e soggettivo, il cappello “opera d’arte”, il cappello “oggetto di design” del Novecento e del terzo millennio, quello cui si rivolge l’attenzione di questa mostra». Un cappello che, come la Direttrice della Galleria del Costume di Palazzo Pitti Caterina Chiarelli sottolinea, può essere studiato da un punto di vista storico – artistico ma può anche essere interpretato sotto un profilo puramente estetico, prendendosi così la libertà di formulare giudizi o esprimersi mediante aggettivi omnicomprensivi quali bello, fantasioso, fantastico e divertente.

Sulla finalità didattica prevale in mostra quella ludica e questo è il messaggio che desideriamo lanciare e di cui scrive Katia Sanchioni.

La mostra annovera importanti prestiti di Cecilia Matteucci Lavarini, collezionista privata di haute couture nonché illustre donatrice della Galleria del Costume, che si caratterizzano nel percorso per valore, gusto e stile. Questa è anche l’occasione per esporre gli straordinari bozzetti realizzati appositamente dal Maestro Alberto Lattuada e per riproporre all’attenzione gli esemplari creati da Clemente Cartoni, celebre modista romano degli anni Cinquanta-Sessanta.

Alla realizzazione della mostra, promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, la Galleria del Costume di Palazzo Pitti con Firenze Musei, ha contribuito Il Consorzio Il Cappello di Firenze (Angiolo Frasconi, bettina®-Raffaello Bettini, Luca della Lama prodotto e distribuito da Facopel Produzione, Grevi, Corti by Cleò , Marzi Cappelli Firenze, Nanà Firenze by MazzantiPiume, Luigi & Guido Tesi ,  Soprattutto… Cappelli, Trendintex, Memar, Fratelli Reali & C spa, Santelli Francesca, Inverni Firenze 1892, Michelagnoli Giuseppe & Figli, Ambuchi e Bandinelli) di cui sono esposti alcuni fra gli esemplari più caratteristici delle principali aziende toscane della manifattura del cappello, eredi dell’antica lavorazione artigianale del Cappello di Paglia di Firenze.

Il catalogo, edito da Sillabe, è corredato dalle schede storico-scientifiche di Simona Fulceri e da testi di Katia Sanchioni, Aurora Fiorentini, Dora Liscia Bemporad, Nicola Squicciarino.

Barbara Izzo

 

Il Saloncino. Un tè all’Opera

Il Complesso monumentale del Duomo di Siena desidera offrire alla città un’ulteriore occasione culturale, ancora sei incontri dopo quello di apertura dello scorso 17 novembre, denominati il Saloncino: un tè all’Opera, che intendono approfondire tematiche relative alla Cattedrale. Nel corso degli appuntamenti domenicali sarà inoltre possibile degustare alcuni pregiati tè provenienti da varie parti del mondo.

Il “Saloncino” evoca l’antico spazio teatrale di fianco al Duomo, nel Museo dell’Opera, ove furono recitate le tragedie di Vittorio Alfieri, il drammaturgo e poeta che ebbe con Siena un legame privilegiato, a partire dal 1766, quando vi restò soltanto per un solo giorno, ma fu subito colpito dal modo gentile della parlata. Dopo quel breve soggiorno tornò più volte a Siena, anche per periodi prolungati. Nel 1787 ebbe a scrivere anche: “Ho sempre Siena nel core e davanti gli occhi”. La Sala del Museo dell’Opera è in suo onore denominata Sala dell’Alfieri ed è presentata da una lapide, sopra la porta d’ingresso, recante l’iscrizione “Fu il Saloncino campo della gloria di Vittorio Alfieri nel 1777”, che ricorda il verso di un sonetto composto dal celebre letterato che definisce il Saloncino “il campo di mie glorie / dove si fan le belle recitone / quasi cantar si udisse il Perellino”.

Ma al di là dei riferimenti teatrali, il nome ricorda i “salotti” che in Siena l’Alfieri amò frequentare ove strinse legami di amicizia e istituì rapporti intellettuali con le persone colte della città: “Due Gori, un Bianchi, e mezzo un arciprete / una Carlotta bella, e cocciutina; / una gentil Teresa, e un po’ di Nina, / fan sì ch’io trovo in Siena almen quiete”.

Tali conversazioni si terranno alle ore 16.00 nei locali adiacenti alla Cripta sotto il Duomo e riguardano argomenti relativi al Complesso Monumentale della Cattedrale di Siena, ma si estendono anche a tematiche più ampie di ambito letterario, artistico e iconografico.

Il Rettore dell’Opera della Metropolitana Mario Lorenzoni afferma: “L’Opera della Metropolitana, nei mesi autunnali e invernali, dopo i grandi flussi turistici, intende approfondire alcuni aspetti culturali propri del Complesso attraverso questa nuova iniziativa ed altre prossime dedicate al Santo Natale, in modo da far vivere il Complesso Monumentale in tutte le stagioni”.

L’iniziativa fortemente voluta dall’Opera della Metropolitana è organizzata da Opera – Civita Group.

I prossimi incontri sono programmati per le seguenti date: 8 dicembre – 29 dicembre – 19 gennaio – 23 febbraio – 23 marzo – 6 aprile, presso il Complesso Monumentale del Duomo di Siena, Cripta Sotto il Duomo.

Il costo della partecipazione è di euro 7,00 a persona, fino ad esaurimento posti. Si consiglia la prenotazione allo 0577 286300.

 

Dal Giglio al David, dal Comune alla Repubblica.

Unica fino ad oggi nel suo genere, la mostra Arte civica a Firenze fra Medioevo e Rinascimento presenta al pubblico, presso la Galleria dell’Accademia a Firenze, fino al prossimo 8 dicembre, quelle opere d’arte di epoca comunale e repubblicana, nate originariamente per arricchire i palazzi pubblici di Firenze, gli edifici che ospitavano le magistrature che amministravano la città, le sedi delle Arti – le antiche corporazioni dei mestieri – la cerchia di mura cittadine.

L’esposizione prende in considerazione “temi artistici profondamente appartenenti alla storia, alla fede, alla mercatura, alla creatività e in una parola a innumerevoli aspetti della società fiorentina nei suoi secoli d’oro” (Cristina Acidini).

Tra questi l’araldica cittadina, la religione civica, gli emblematici luoghi legati al potere cittadino come il Palazzo dei Priori, il Palazzo del Podestà, Orsanmichele, e le parti politiche dominanti quali gli Angiò, le Arti, Guelfi e Ghibellini, illustrando quali fossero i temi figurativi prescelti ed offrendo dunque una nuova chiave di lettura di numerose opere d’arte. Chiave che sottolinea come anche a quell’epoca si desse importanza alle  immagini come mezzo per la comunicazione e la  propaganda, attenzione riposta in particolare dai gruppi che detenevano il potere a Firenze in età comunale e repubblicana, prima che l’ascesa dei Medici modificasse profondamente l’assetto politico ed estetico della città.

Le opere che compongono la mostra rivelano dunque un linguaggio figurativo complesso, ricco di riferimenti allegorici, dove il sacro e il profano si compenetrano, così che nel Palazzo dei Priori, oggi noto come Palazzo Vecchio, si potevano incontrare le raffigurazioni di san Cristoforo e della Ruota di fortuna, dell’eroe mitologico Ercole, presente nel sigillo ufficiale della città (Vangelo dei Priori Firenze, Archivio di Stato; Andrea Pisano, Ercole e il gigante Caco, Firenze, Museo dell’Opera del Duomo) e di quello ebraico David, il cui esemplare scolpito da Michelangelo e divenuto emblema della Firenze repubblicana, conclude idealmente il percorso espositivo.

Sono soprattutto immagini religiose quelle salvatesi dall’ingiuria del tempo, come testimoniano le molteplici raffigurazioni della Madonna in maestà, dei santi patroni, di episodi evangelici esemplari come l’Incredulità di San Tommaso, immagine collegata all’amministrazione della giustizia e all’accertamento della verità (Giovanni Toscani, Galleria dell’Accademia; Affresco staccato nel Palazzo dei Vicari, Scarperia).

Alcuni rari disegni rinascimentali (Andrea del Sarto, Studi per figure maschili appese per un piede, Gabinetto Disegno e Stampe degli Uffizi) illustrano invece il genere delle pitture infamanti, pitture murali situate in luoghi pubblici che raffiguravano, non di rado con dettagli raccapriccianti, fatti e personaggi invisi alla città di Firenze.

Immagini ben augurali trovavano invece posto nel mercato, luogo per il quale lo scultore Donatello eseguì la statua della Dovizia (Abbondanza), oggi perduta, ma documentata in mostra da derivazioni realizzate nei secoli seguenti (Digione, Musée des Beaux- Arts; Minneapolis, The Minneapolis Institute of Arts)

Anche la decorazione delle porte cittadine e le immagini araldiche che arricchivano le mura costituivano un’altra occasione per celebrare la città e i suoi alleati.

Particolare rilievo nell’esposizione viene dato alle Arti, vero motore economico della Firenze comunale di cui gestivano di fatto il potere politico; l’iscrizione ad una delle corporazioni era condizione imprescindibile per poter partecipare alla vita politica della città e i Priori delle Arti governavano a  Palazzo Vecchio.

La mostra riunisce, dopo due secoli, le tavole dei santi patroni che originariamente trovavano posto sui pilastri della chiesa di Orsanmichele, nata dalla progressiva trasformazione in luogo di culto dell’antico mercato del grano e affidata alle Arti che la trasformarono in uno scrigno di opere d’arte.

L’esposizione è anche un’occasione per valorizzare il territorio cittadino richiamando l’attenzione sui luoghi per i quali vennero realizzate le opere esposte e favorendo la conoscenza e, quando possibile, la fruizione di tali luoghi, in larga parte sconosciuti ai turisti e ai fiorentini stessi.

La mostra è curata da Daniela Parenti e Maria Monica Donato  – che hanno curato anche il catalogo edito da Giunti –  e promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze, Galleria dell’Accademia, Firenze Musei, Archivio di Stato di Firenze, Ente Cassa di Risparmio di Firenze, con il Patrocinio della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Articolo de La Redazione

 

Le attività del Circolo dei Lettori di Verona

Il Circolo dei lettori di Verona nasce nel gennaio 2008 e trae spunto dal Circolo dei lettori di Torino, del quale condivide le finalità e numerosi progetti.

Al centro delle attività del Circolo c’è anzitutto la promozione della lettura condivisa, attraverso l’organizzazione di gruppi dedicati sia a specifici romanzi, sia ad autori o filoni letterari ai quali gli iscritti partecipano attivamente, leggendo insieme e approfondendo la conoscenza di argomenti e protagonisti della letteratura grazie alla guida degli accompagnatori.

Fondato e diretto da Valeria Lo Forte, è il primo progetto scaligero dedicato interamente ai lettori e alla lettura individuale e di gruppo. In 6 anni ha organizzato 120 gruppi di lettura seguiti da centinaia di appassionati, accanto a numerosi appuntamenti culturali aperti a tutta la città.

Il modello veronese ha ispirato recentemente la città di Trieste, che ha dato vita a un identico progetto di promozione della lettura, gemellato con quello promosso nella nostra città. Ad oggi, in Italia sono attivi quattro circoli dei lettori ufficiali: Torino, Verona, Perugia e Trieste.

Il Circolo organizza inoltre incontri con l’autore, reading, presentazioni di libri con lo scopo di rinsaldare la passione per la lettura, di avvicinare il pubblico agli autori, e di stimolare anche le persone solitamente più distanti all’avventura del leggere.

 

LE INIZIATIVE

GRUPPI DI LETTURA

La proposta 2013-2014 unisce in 18 percorsi aspetti molto vari: si può scegliere di leggere insieme i classici della letteratura, di approfondire autori del Novecento e della contemporaneità, oppure conoscere la narrativa in lingua tedesca e inglese.

Ampio spazio anche alla poesia internazionale, italiana e dialettale, ai percorsi attraverso i generi, come la letteratura vampirica, oppure alla perlustrazione dell’oltremondo dantesco popolato di angeli e demoni, per passare poi a Jung e l’interpretazione dei sogni.

Accanto ai legami tra psiche, letteratura e musica, si potranno approfondire anche le relazioni tra libri e cinema, avvicinare le pagine di alcune tra le più interessanti scrittrici del passato e del presente, oppure analizzare il potenziale creativo della lettura attraverso l’esplorazione di libri che parlano di libri. Nel programma allegato si trovano i dettagli di ogni gruppo.

AD ALTA VOCE

Il Circolo offre ai partecipanti la possibilità di formarsi come lettori “ad alta voce” attraverso l’omonimo gruppo di lettura, un percorso pensato per migliorare la pronuncia e l’articolazione, consolidare lo strumento della voce, apprendere come si legge davanti al pubblico.

PAGINE CHE FANNO BENE

Grazie alla collaborazione del dottor Giuseppe Moretto, direttore dell’Unità operativa di Neurologia dell’ Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona, il Circolo dei lettori darà inizio a un progetto di volontariato auspicato da tempo: i lettori che vorranno mettere a disposizione il proprio tempo e la propria voce potranno condividere delle letture con i pazienti sottoposti a chemioterapia, presso il day hospital del reparto di neurologia di Borgo Trento. Maggiori dettagli saranno diffusi nei prossimi giorni.

READING PER TUTTI

Sotto la direzione del regista e attore Matteo Spiazzi, nel corso della settima edizione si darà spazio ad alcuni reading dedicati ai grandi nomi della letteratura di tutti i tempi. Un gruppo di attori professionisti animerà questi appuntamenti aperti al pubblico.

AZIENDE IN CIRCOLO

Crediamo che la cultura vada condivisa, ma anche sostenuta. Per questo motivo, dedichiamo spazio e visibilità alle aziende veronesi che desiderano appoggiare i nostri progetti, non solo attraverso sponsorizzazioni, ma anche mediante lo scambio e la condivisione delle reciproche risorse. Tra i nostri partner 2013, Memoire – Antiquariato e modernariato, il nuovo BB CasaPerri e Romanato Paolo architettura d’ interni.

CAMPAGNA NAZIONALE “NATI PER LEGGERE”

Dallo scorso settembre il Circolo dei Lettori collabora, insieme ad Aribandus, Azalea, Farfilò e La Corte dei Bambini, con la Biblioteca Civica, che si è fatta promotrice della campagna nazionale NATI PER LEGGERE (www.natiperleggere.it). Sono stati attivati appositi corsi di formazione per lettori volontari, pensati per i bibliotecari e i pediatri che desiderano promuovere la lettura in famiglia.

 Articolo di Fabiana Bussola

A Siena prorogata l’apertura della Porta del Cielo

In seguito al grande successo di pubblico e per rispondere alle numerose richieste da parte dei visitatori La Porta del Cielo, il percorso sopraelevato del Duomo di Siena, resterà visibile eccezionalmente fino al 6 Gennaio 2014.

Dopo lunghi restauri, dal 6 aprile il pubblico ha potuto ammirare il ‘cielo’ del Duomo, una serie di locali mai aperti al pubblico, a cui per secoli nessuno è potuto accedere.

La magnifica facciata del Duomo è fiancheggiata da due imponenti torri terminanti con guglie di svariate forme che si proiettano verso l’alto, al cui interno si inseriscono scale a chiocciola, quasi segrete perché nascoste alla vista dei visitatori, che conducono verso il ‘cielo’ del Duomo. Una volta giunti sopra le volte stellate della navata destra si inizia un itinerario riservato a piccoli gruppi, accompagnati da un’esperta guida, che riserva una serie di scoperte ed emozioni. E’ infatti possibile camminare ‘sopra’ il sacro tempio e ammirare suggestive viste panoramiche ‘dentro’ e ‘fuori’ della cattedrale. Saranno aperte al visitatore le multicolori vetrate di Ulisse De Matteis con la rappresentazione degli Apostoli, dalle quali il visitatore si affaccerà all’interno della cattedrale con la vista del pavimento, dei principali monumenti scultorei e dell’interno della cupola con il ‘Pantheon’ dei santi senesi, i quattro Patroni, santa Caterina e san Bernardino, i ‘giganti’ dorati che proteggono dall’alto la comunità dei fedeli. Si percorre dunque il ballatoio della cupola dal quale sarà possibile contemplare l’altar maggiore, la copia della vetrata di Duccio di Buoninsegna, con al centro la mandorla di Maria Assunta, e i capolavori scultorei. Dall’affaccio della navata sinistra è possibile ammirare uno splendido panorama sulla Basilica di S. Domenico, la Fortezza Medicea, l’intera cupola della cappella di S. Giovanni Battista, il paesaggio circostante fino alla Montagnola senese. Si entra infine dietro il prospetto della facciata nel terrazzino che si affaccia su Piazza del Duomo con la vista dello Spedale di S. Maria della Scala e si accede al ballatoio della controfacciata da dove si ha una vista generale sulla navata centrale e lo sguardo è accompagnato dal ritmo scandito dalle teste dei papi e degli Imperatori, attraverso le tarsie con i filosofi del mondo antico che proferiscono sentenze.

Proseguono inoltre  tutti i sabato fino al 26 ottobre le aperture serali del Duomo fino alle 24,00 ove è possibile ammirare per intero  il  Pavimento con le sue straordinarie tarsie marmoree.

Articolo di Barbara Izzo e Arianna Diana

Gabriele D’Annunzio a Bologna

Dopo Lugano e Budapest, dove due importanti mostre sono state inaugurate nei giorni scorsi, le celebrazioni del 150° anniversario dannunziano approdano a Bologna: dall’11 ottobre al 19 novembre l’intera città si prepara a festeggiare l’importante compleanno del Vate.

Si parte dunque l’11 ottobre, con l’inaugurazione della mostra – la più ricca realizzata su d’Annunzio nell’anno in cui si celebrano i 150 della nascita – D’Annunzio a Bologna – E séguito a vivere, studiosamente voluttuosamente curata da Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, e allestita da Flavio Arensi. Organizzata in collaborazione con la Fondazione Carisbo negli spazi di Palazzo Saraceni, la mostra esporrà manoscritti e materiali autografi, immagini fotografiche, edizioni rare e alcuni significativi cimeli provenienti da collezioni private e dal Vittoriale.

Anche lo storico Circolo della Caccia di Bologna, che pochi giorni fa ha celebrato il 125° anniversario di fondazione, ha voluto rendere omaggio a Gabriele d’Annunzio con un evento esclusivo: in occasione dell’inaugurazione della mostra, una cena di gala consentirà a soci e invitati di ascoltare la conversazione su Gabriele d’Annunzio, Il fabro del suo proprio ingegno, tra Giordano Bruno Guerri e Alain Elkann.

Oltre alla mostra di Palazzo Saraceni verrà esposto a Casa Carducci il manoscritto originale autografo di Gabriele d’Annunzio Orazione in morte di Giosue Carducci, le cui tracce si erano perse fino al recente ritrovamento e acquisto da parte della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani. Il documento sarà visibile dal 12 ottobre fino al 10 novembre.
A seguire, dal 12 al 19 novembre a Palazzo Pepoli, arriverà un altro cimelio molto atteso: l’autovettura Isotta Fraschini appartenuta a Gabriele d’Annunzio e uscita eccezionalmente, per l’occasione, dai cancelli del Vittoriale.

Il 12 ottobre alla Libreria Coop (l’ex storica Libreria Zanichelli) Giordano Bruno Guerri presenterà il suo libro La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio, edito da Mondadori all’inizio del 2013, proprio in occasione delle celebrazioni.

Il 24 ottobre alla Fondazione Marconi presso Villa Griffone si terrà l’incontro dal titolo D’Annunzio tecnologicoconferenze su Marconi, d’Annunzio e la modernità. Presenteranno Alessandro Luciano, presidente della Fondazione Ugo Bordoni, Gabriele Falciasecca, presidente della Fondazione Guglielmo Marconi, e Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani.

Dall’8 al 10 novembre nell’atrio di Palazzo Saraceni verranno esposti i dipinti di Antonio Saliola ispirati al gusto dannunziano e alle stanze del Vittoriale, la straordinaria residenza che d’Annunzio allestì sulle rive del lago di Garda.

L’8 novembre, infine, presso Santa Maria della Vita si potrà assistere alla conferenza-spettacolo Non so che agitazione va correndo: d’Annunzio e il vortice del Compianto, dedicata al gruppo scultoreo del Compianto del Cristo morto, a cura della professoressa Paola Goretti dell’Accademia di Bologna e di Raffaella Morselli dell’università degli Studi di Teramo.

Gli eventi bolognesi si svilupperanno dunque in tutto il capoluogo emiliano, dove d’Annunzio ebbe tra l’altro la sua “iniziazione”: giovanissimo, durante una sosta a Bologna in compagnia del padre, vide nella vetrina della libreria Zanichelli (oggi Libreria Coop) il volume Odi barbare di Carducci. L’impressione che ricavò dalla lettura fu enorme, al punto che elesse Carducci maestro di poesia e di etica. Alla morte del poeta, poi, decise di accoglierne l’eredità letteraria e morale, assumendone l’epiteto di Vate nazionale.

Anche alcune importanti aziende hanno voluto unirsi alle celebrazioni. In particolare vanno ricordati Eberhard, la storica casa di orologi svizzera, che per la mostra di Palazzo Saraceni ha prestato un orologio della nuova collezione dedicata a Nuvolari. Il gioiello verrà esposto a completamento della vetrina dedicata al rapporto tra il Vate e il pilota, insieme ai cimeli provenienti dal Museo Nuvolari di Mantova, tra cui la scatola dell’orologio Eberhard appartenuto a Nuvolari e la mitica Targa Florio del 1932.

Alla mostra verrà esposta anche la lettera autografa con cui d’Annunzio celebrava la dolcezza del “liquore delle virtudi”, prestato per l’occasione da Montenegro. Pur definendosi astemio, d’Annunzio dice di essere riconoscente per parte di amici e legionari che trovano nel liquore tutte le delizie.

La mostra sarà infine l’occasione per presentare al pubblico il modellino dello SVA, l’aereo con cui d’Annunzio effettuò il Volo su Vienna, oggi custodito presso l’Auditorium del Vittoriale: la miniatura è stata realizzata da Italeri, azienda emiliana leader mondiale nel modellismo, con una confezione speciale dedicata ai 150 anni in cui sono raffigurati d’Annunzio con Natale Palli sullo SVA e la foto ufficiale della squadriglia prima della partenza. In occasione delle celebrazioni bolognesi il modellino verrà distribuito dalle tre testate del Quotidiano Nazionale.

Articolo de La Redazione

“Viva Verdi” una vita per la musica

Cento anni di storia della musica e di storia italiana sono sintetizzati in un solo personaggio: il musicista e senatore del Regno Giuseppe Verdi, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. La storia ci insegna che le carriere artistiche e politiche non vanno sempre di pari passo,  ma,  il Maestro di Busseto è l’eccezione che conferma la regola. La sua vita può anzi essere considerata come esempio delle vicissitudini nonché dell’evoluzione propria dell’ottocento. Il caso è molto intrigante e dal punto di vista musicologico è di quelli che ci spingono ad un ricercare sempre più vasto e profondo.

Considerando la vita e le opere del Maestro non si può fare a meno di notare come queste abbiano influito sull’evoluzione storico-sociale dell’Unità d’Italia. È altresì noto quanto alcune produzioni del musicista siano risultate spesso invise alla dominazione degli Asburgo che in quegli anni tenevano sotto stretta sorveglianza tutte le opere artistiche possibilmente nocive all’Impero, censurando senza appello tutte le produzioni vagamente non gradite, arrivando persino a bloccare rappresentazioni già  preparate nei minimi dettagli. Così Verdi divenne ben presto un mito risorgimentale, ed il suo nome usato come acrostico dai rivoluzionari patriottici. Infatti,  quando si ascoltava il celeberrimo coro del Nabucco veniva spontaneo gridare “Viva Verdi!” sottointendendo con ciò “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

Inoltre tutta la forza e lo sviluppo dell’opera italiana del XIX secolo si riflettono nella musicalità del Maestro di Busseto che riprende quel carattere così intensamente e intrinsecamente popolare. d’altronde egli stesso era di origini contadine e mai perderà il suo amore per la campagna. Opere serie come il Nabucco o il Falstaf dipingono in tutte le sue sfaccettature, e con un dinamismo che gli è proprio, quei caratteri peculiari delle genti Italiche, della patria di Mazzini, Garibaldi e Mameli, autore dell’inno italiano.

 

La vita e la leggenda

Secondo l’uso dell’impero napoleonico che voleva i nomi latini e i documenti ufficiali tradotti in francese, l’oste Carlo Verdi registrò all’anagrafe che il 10 ottobre 1813 era nato il figlio Joseph Fortuninus Franciscus Verdi a Le Roncole, un paesino  adiacente a Busseto, in provincia di Parma chiamato dai contadini del luogo in dialetto parmigiano, Roncal. La madre di Giuseppe, Luigia Uttini, era una filatrice locale. La famiglia quindi, sebbene di umili origini, potevadisporre su un certo quantitativo di contanti. Forse più per vocazione paterna che per ispirazione personale, Giuseppe ottenne dal padre una spinetta riparata gratuitamente nel 1821 dall’accordatore Stefano Cavalletti per amore della “buona disposizione” dimostrata dal “giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare a suonare questo istrumento”.

Anticipando di gran lunga i tempi moderni il Maestro, ormai affermato, fu un attento PR della propria immagine e molti eventi della sua vita vennero modificati per rispondere alle esigenze auto-pubblicitarie del famoso compositore. Non possiamo quindi delineare precisamente i contorni tra storia e leggenda di molti aneddoti che ci sono giunti.

Tra i più strani e addirittura inquietanti vi è il racconto del prete manesco. Così come in uso per i bimbi, anche Giuseppe era solito servire messa. Un giorno però tardò a consegnare al prete le ampolle di vino e di acqua, distratto dal dolce suono dell’organo. Il celebrante lo spintonò facendolo ruzzolare dai gradini dell’altare. Sbattuta la testa il giovane compositore svenne. Rianimato non pianse ma chiese che gli venisse insegnata musica. Verdi raccontò l’aneddoto aggiungendo di aver gridato al prete, mentre ruzzolava “Dio t’manda ‘na sajetta”. E caso volle che di lì a pochi mesi due dei tre preti presenti sull’altare morissero fulminati mentre celebravano i vespri in una chiesa isolata di campagna.

Di sicuro invece l’organista locale, Pietro Baistrocchi, lo prese sotto la sua ala protettiva e così come era consuetudine nei piccoli centri, fu il suo primo maestro e sostenitore.

Venne ben presto stabilito che Verdi continuasse gli studi a Busseto, presso il canonico Pietro Seletti e l’organista Ferdinando Provesi, sempre seguito dal suo mecenate Antonio  Barezzi, proprietario di una distilleria che riforniva l’osteria del padre. Barezzi, da grande appassionato di musica, nonché socio della Filarmonica cittadina,  sperava di fare di Giuseppe un buon professionista. Il giovane compositore divenne infatti organista di Le Roncole (oggi Roncole Verdi) e intensificò gli studi.

Nel 1831 andò a vivere a casa del suo mecenate e lì si innamorò perdutamente della figlia Margherita. Proprio per tentare la fortuna e dimostrare le sue capacità, nel 1832 cercò di entrare al conservatorio di Milano ma venne respinto. Aveva superato i limiti d’età e non era cittadino dello stato, così come risulta dagli atti ufficiali; particolari che si sarebbero potuti ignorare comunque in caso di eccezionale talento. Ma Verdi non lo dimostrò, presentando invece lacune tecniche come una “errata posizione della mano” e un deficit di studi contrappuntistici.

Soprattutto con il passare degli anni e con l’acquisizione di un enorme prestigio e ricchezza il ricordo di quell’avvenimento dovette rappresentare per il musicista una sorta di “affronto”, il peggiore che avesse mai ricevuto. Verdi conserverà infatti per tutta la vita il fascicolo riguardante la sua richiesta di ammissione, legato con una fascetta, sulla quale aveva scritto di suo pugno: “fu respinta!“. E l’affermato compositore rese pan per focaccia quando nel 1900 il Ministro della pubblica istruzione, Guido Baccelli, chiese il permesso di intitolare con il suo nome il Conservatorio milanese, ricevendone un gentile ma netto rifiuto: “Non mi hanno voluto da giovane, non mi avranno da vecchio!”

Nonostante fosse stato respinto dall’istituto il buon patron Barezzi si offrì di pagare i suoi studi privati a Milano presso Lavigna, concertatore della Scala. Grazie alla posizione del proprio insegnante all’interno del teatro milanese Giuseppe poté entrare in contatto con il suo grande amore.

Gli anni della formazione di Verdi caddero nel decennio tra il ’30 e il ’40, epoca in cui il teatro musicale italiano si stava emancipando dalla incombente presenza di Rossini. Nel frattempo Bellini e Donizetti avevano dato alla luce i loro capolavori. Abbandonata l’opera seria settecentesca si erano aperte le danze del romanticismo, sia nei libretti che nella struttura delle opere, nel canto legato all’azione impetuosa, alla narrazione, all’emozione. Mentre si assisteva al declino politico dell’Italia e la Lombardia tornava sotto il dominio austro-ungarico terminati gli eccitanti anni napoleonici, il melodramma rappresentava una sorta di transfert nella sfera degli affetti e delle avventure pubbliche, deviando verso la sfera privata, la passione amorosa e le sue trasgressioni, secondo il codice delle convinzioni borghesi.

Verdi inizia a farsi conoscere e ha modo, fortuitamente, di eseguire La creazione di Haydn di fronte alla Società Filarmonica di Milano.

Il teatro e la grande città lo avevano ammaliato e gli avevano dato grandi speranze di successo tanto che non partecipò attivamente ad una enorme disputa politico/sociale partita dalla assegnazione del posto di organista nella chiesa collegiata e di maestro di cappella presso il municipio di Busseto che divise i suoi coincittadini in due fazioni: una che lo appoggiava e una che voleva dare le cariche a Giovanni Ferrari. Alla finevennero divise  le paghe e gli impegni e Verdi assunse la nomina di maestro di cappella di Busseto.

Intanto, coronando i suoi sogni, Giuseppe sposa nel 1836 Margherita Barezzi e nei due anni successivi nascono Virginia e Icilio che sfortunatamente muoiono appena compiuto un anno, rispettivamente nel 1838 e 1839.

Nonostante Verdi ne cancellasse ogni traccia per aumentare la propria personale leggenda, pare che la prima opera compiuta fosse Rocester, proposta al Teatro ducale di Parma nel 1837 senza successo.Ma, rielaborato e riscritto ex novo Rocester si trasformò nel grandioso successo, nonché prima opera ufficiale, di Oberto conte di San Bonifacio, presentato alla Scala nel 1839, grazie anche alla spinta di Giuseppina Strepponi, cantante molto in voga al momento.

Nel giugno del 1840 si spegne anche la moglie di Verdi, Margherita, lasciandolo completamente solo. Di lì a poco la sua prima opera comica Un giorno di regno, fu un vero insuccesso. Il sempre attento Giuseppe, divenuto famoso, si raccontò per la sua biografia ufficiale giustificando il fiasco clamoroso con le sciagure familiari che gli erano occorse e racchiudendole nell’arco di soli due mesi luttuosi.

In effetti cadde in crisi creativa e in un completo blocco da cui ne uscì quasi d’incanto quando ascoltò un solo verso, capace di accendere tutta la sua fantasia musicale:

Va’ pensiero sull’ali dorate

una sola frase del libretto Nabucco di Merelli e l’opera diventa leggenda. Anche in questo il Maestro di Busseto si dimostra artefice e allo stesso tempo schiavo del suo tempo dimostrando come nel melodramma italiano i librettisti siano sempre stati di fondamentale importanza per il successo o il fallimento dell’opera.

Distaccandosi dalla rigida struttura compositiva di Donizetti e Bellini, Verdi trova un suo stile, pur nella ristretta libertà data dal pubblico e dal gusto italiano, sempre legato all’accademismo e alieno alla sperimentazione, al quale Giuseppe  si piega suo malgrado. La storia della carriera del grande musicista italiano sta tutta in questa dialettica tra la volontà di accettare i modelli e la ricerca di una nuova verità da quegli schemi. Tanto lunga e ricca di esiti alterni questa lotta che lo stesso Verdi chiamerà i 16 anni trascorsi dal Nabucco a I vespri Siciliani gli “anni di galera”, anni di opere scritte ad un ritmo vorticoso rispondendo alle varie esigenze contrattualistiche con i vari teatri. E la prigionia negli schemi finirà proprio quando l’autore si sentirà libero e avrà realizzato esattamente quanto col Nabucco, era soltanto una imprecisa ma irrevocabile intenzione.

Dal 1842 al 1848 il Maestro compone a ritmo serratissimo e a 34 anni ha ormai raggiunto fama internazionale; le sue opere si rappresentano con frequenza ovunque e gli vengono commissionate dai principali direttori artistici italiani. Sebbene non ancora pronto per manifestare la sua idea di teatro, completamente improntata al dogma shakesperiano di “inventare il vero” saggiò, osò, arretrò, ipotizzò l’incomprensione temporanea degli spettatori conciliando la sua drammaturgia alla convenzione e al gusto del popolo.

Il Nabucco fu la prima opera che conquistò tutti perché nata con tono popolare e corale, sostituendo alle passioni melodrammatiche care alla borghesia, una visione monumentale, semplice e austera, profondamente radicata nelle genti italiche. I cori dell’opera, e in particolar modo il “Va pensiero” sono in stile omofono, quando non all’unisono, non rispondono infatti ad una sinfonia teatrale ma riprendono i toni di una canzone. E in quel popolo ebreo, colto nei suoi vari atteggiamenti, dalla pietas all’atterrimento, dall’orrore alla nostalgia ci si rispecchieranno tutti gli italiani oppressi e stanchi. Eppure gli inizi dell’opera furono incerti. L’impresario della Scala, Merelli, accettò l’opera ma a condizione che vi cantasse la Strepponi, ormai in declino ma legata da profonda amicizia a lui, e che si usassero scenografie vecchie per poter risparmiare sui costi. Il pubblico invece fu da subito entusiasta e non apprezzò tanto gli esecutori dell’opera ma la produzione nella sua globalità, cosa rara per l’epoca.

Verdi divenne quindi di moda e salottiero, richiesto da tutti i teatri nazionali e non, sfornando opere non sempre di livello eccelso. Dopo il Nabucco fu l’ora de I Lombardi alla Prima Crociata (che celebra il manierismo verdiano prima che esso abbia modo di formarsi e in cui l’autore concede un bis facendo ripetere nel libretto “Va pensiero” e “O signore dal tetto natio”), anch’essa ritenuta di rilievo nella coscienza risorgimentale in Italia.

Ma di nuovo la leggenda si sovrappone alla storia reale. Va certo detto che Verdi dedicò le opere del Nabucco e dei Lombardi a personaggi di spicco della nobiltà locale come l’Arciduchessa Adelaide d’Austria e la granduchessa Maria Luigia di Parma e che nel 1842 e 1843 i fuochi dell’irredentismo covavano, ma senza fiammeggiare, mentre Verdi era troppoimpegnato nella ricerca musicale per lasciarsene coinvolgere.

Nel 1844 intanto esordisce alla Fenice di Venezia Ernani, tratto da Hugo e rielaborato dal librettista Piave, completamente assoggettato ai desideri del Maestro tanto da esserne l’autore preferito (lo stesso verseggerà anche Rigoletto e La Traviata). Ernani resta il capolavoro degli anni giovanili, poi vi fu un calo fino al 1851 con l’uscita della famosa trilogia. La routine, il ritmo stressante di questi anni di galera e la crisi stessa del melodramma nella sua forma ad episodi, della divisione della partitura tra protagonisti di ugual rilievo e la meccanica librettistica animata dalle passioni romanzesche portarono a opere di non eccelso valore o particolare originalità.

Volendosi allontanare dalla mondanità Giuseppe Verdi nel 1845 comprò a Busseto Palazzo Orlandi. Per concedersi una pausa dagli impegni e nel 1846 fece girare certificati medici per liberarsi dai suoi obblighi contrattuali e si riposò, sebbene non avesse molta fiducia nelle prescrizioni mediche e gli restasse quel complesso da malato immaginario per tutta la vita.

Intanto l’Italia inizia a destarsi. Verdi, a proposito delle Cinque Giornate di Milano nel marzo del 1848, scrive a Francesco Maria Piave: “Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata, siine pure persuaso, della sua liberazione. È il popolo che lo vuole: e quando il popolo vuole non avvi potere assoluto che le possa resistere. […] Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di musica! Cosa ti passa in corpo? […] Non c’è né ci deve essere che una musica grata alle orecchie delli Italiani del 1848. La musica del cannone!”. E… poco altro. Nonostante il mito creatosi intorno la figura del Verdi rivoluzionario egli non partecipò affatto, neppure in forme indiretta, alla Prima guerra d’indipendenza, e in gran parte del 1848 soggiornò all’estero, soprattutto a Parigi. Diversi, al contrario, sono gli atti di devozione al regime. Eppure molti versi delle sue opere piangono “la patria oppressa” ma , da buon vate, egli poeta e musica e inneggia e spera, guardando da lontano i moti che costruirono l’Italia.

Dopo vari anni passati insieme a Parigi, nel 1849 Giuseppina Strepponi si trasferì nel Palazzo dell’importante Maestro, destando scandalo sia per l’evento in sé che per il passato della cantante, che aveva già una figlia e una rinomata storia con un uomo sposato alle spalle. I due non si erano mai persi di vista, nonostante le diverse situazioni familiari e affettive. Non si sa quando tra i due scoccò la scintilla ma fu indissolubile. Come eterna fu la sua decisione di stabilirsi a Sant’Agata di Villanova d’Adda, in provincia di Piacenza, una residenza di campagna che curò fino alla fine dei suoi giorni, accrescendone le terre (fino a 1000 ettari) e curandole con amore di un contadino; qui trovando la pace per comporre le sue opere più fulgide, come Rigoletto e La Traviata.

Una pagina interessante della vita del compositore è occupata dalla cucina e dai buoni prodotti tipici che egli stesso produceva e di cui si vantava invitando i famosi e ricchi amici, lontano dai ristorantirinomati. La sua stessa Peppina si lamentava spesso di questa sua vita frugale e rustica, arrivando a scrivere a Leon Escudier, editore francese: “Il suo amore per la campagna è diventato mania, follia, rabbia, furore, tutto ciò che voi volete di più esagerato. Si alza quasi allo spuntar del giorno per andare ad esaminare il grano, il mais, la vigna. Rientra rotto di fatica.”

Nel 1850 Verdi si entusiasmò per il dramma di Hugo Le roi s’amuse, destinato a diventare Rigoletto e affidò al Piave il compito di mettere su libretto la storia della vendetta del buffone di corte per l’oltraggio inflitto dal duca libertino alla figlia; vendetta che ricade spaventosa su di lui tra lo scatenarsi degli elementi naturali in tempesta. Ma la censura veneziana non gradì l’opera considerandola immorale e oscenamente triviale. Il compositore sapeva che il dramma di Hugo aveva trovato uguali difficoltà in Francia ma contava di poter usare a proprio favore il suo nome e aveva già chiesto al suo librettista di mettersi letteralmente “a quattro zampe” per ottenere una intercessione da qualche potente dell’epoca: Il miracolo avvenne! Nel 1851, pochi mesi prima della messa in scena Verdi completa la partitura, tanto in ritardo che la “Donna è mobile” venne consegnata al tenore all’ultimo momento, con l’ingiunzione di cantarla solo a teatro per meglio conservare il segreto sull’effetto drammatico della melodia.

Fu un successo pieno. Mantenendo gli schemi il musicista aveva rivoluzionato il teatro intuendo che i personaggi non sono, bene o male , tout court, ma sempre una fusione complessa tra le varie caratteristiche. Lo stesso Rigoletto appare infatti ridicolo e deforme, appassionato e innamorato e il tutto quasi schizzofrenicamente. E sempre al centro della scena, protagonista assoluto, sebbene baritono, infrangendo la convenzionale importanza dei ruoli cantori; mentre gli altri personaggi si riducono a macchiette sceniche appena delineate. Il risultato è tanto drammatico che lo stesso Hugo si dispiacque di non aver la stessa potenzialità espressa dalla musica.

Dalla primavera del 1851 Verdi mette in stesura due opere quasi in contemporanea, sebbene fossero rappresentate , secondo disponibilità teatrali e di compagnia, entrambe nel 1853; in gennaio a Roma ebbe successo il Trovatore e in marzo a Venezia fu un fiasco la Traviata.

Di questo insuccesso lo stesso compositore non seppe dare giustificazione “La colpa è mia o dei cantanti? Il tempo giudicherà”, scriveva dando la triste notizia del “fiascone e peggio, hanno riso”.

Quello che è sicuro è che gli anni di galera e le opere giovanili e embrionali di Verdi sono ormaiterminati. Certo del suo successo il Maestro può adeguare i suoi tempi e ritmi ai teatri, non viceversa e si sente ormai pronto per rivoluzionare il melodramma, inserendo nelle sue composizioni, invece che singoli episodi rossiniani una unità drammatica, sia di un singolo protagonista come Rigoletto e la Traviata.

Caso a sé il Trovatore che invece ricalca gli schemi del teatro musicale rossiniano come una azione di pregiato virtualismo d’alta classe in cui maturano nuovi equilibri. Risulta infatti una composizione bizzarra e sommaria. La trama presenta particolari a dir poco curiosi e poco razionali o verosimili e moltissime incongruenze. Ma lo stesso notare queste stranezze è indice del cambiamento ormai avvenuto nella concezione della critica e della stessa platea che chiede ad un autore verità e naturalismo.

Il 17 febbraio 1859 Un ballo in maschera andò in scena a Roma, passando il veto censore alla presenza del re umberto I e della regina Margerita  nonostante fossero passati 10 anni dal Nabucco il pubblico pronto all’insurrezione riecheggiò le frasi dell’opera corale e usò la voce e il nome di Verdi per affermare la propria speranza in Vittorio Emanuele II, futuro re d’Italia. “Viva Verdi” gridavano dalla platea e scrivevano sui muri, inventando quel gioco di parole usato come simbolo di un sentimento popolare e unitario.

Proprio  in quei primi anni di regno italiano Giuseppe Verdi fu deputato fedele di Cavour, dal 1861 al 1865 quando non volle riproporre la propria candidatura, sapendo che era stato troppe volte assente, perso nelle sue continue composizioni tra cui vale sicuramente la pena citare l’Aida, del 1871.  Voluta come opera “nazionale” egiziana da Ismail Pascià, portò ad una originalissima interpretazione, in chiave italiana, delle esigenze spettacolari e drammatiche del grand opéra; ancora una volta in questo dramma in musica il conflitto tra il potere e l’individuo porta all’annientamento di quest’ultimo attraverso una caleidoscopica alternanza di esperienze stilistiche, musicali e spettacolari. Fu un successo al Cairo e ancor più a Milano, nella replica del 1872.

A 87 anni, in una stanza dell’Hotel de Milan, nella omonima città, Giuseppe Verdi si spense dopo 5 giorni di agonia. Volle umili esequie e ordinò alla sua unica erede, la cugina Maria Verdi una lunghissima serie di beneficenze.. “Ordino che i miei funerali sieno modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno od all’Ave Maria di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele e una Croce”.

Articolo di Bruno Bertucci

Pentagona’: arte per la ricostruzione, accanto alle tracce del sisma

E’ tutto proiettato verso il futuro, come stimolo al rinnovamento, il messaggio artistico che i cinque giovani protagonisti di ‘Pentagona’ intendono lanciare alla città con le loro installazioni nei luoghi feriti dal terremoto. Loro sono Andrea Amaducci, Luca Zarattini, Ornaghi e Prestinari, laCRUNA e Silvia Venturi e fino al 31 ottobre prossimi le loro opere saranno visibili accanto o all’interno di cinque degli edifici storici maggiormente segnati dagli eventi del maggio 2012: le chiese di San Paolo e di San Girolamo, la biblioteca Ariostea, il Teatro Comunale e Palazzo Renata di Francia sede del Rettorato.
Il progetto, sostenuto dai fondi per la Creatività giovanile del Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’Anci, è promosso dal Comune di Ferrara, dal Teatro Comunale e da ForFe – Fondo Ricostruiamo Ferrara per la cultura. “L’idea di fondo – ha spiegato stamani in conferenza stampa il curatore generale Gilberto Pellizzola – è quella di una chiamata alle arti per offrire alla città, dopo il sisma, una proiezione simbolica verso il futuro e verso il ritorno alla normalità. Abbiamo così coinvolto cinque critici d’arte ferraresi chiedendo loro di invitare a partecipare altrettanti giovani artisti, allo scopo di creare nuove possibilità di dialogo tra l’arte contemporanea e i luoghi storici della città. Il risultato è la creazione di cinque installazioni sito-specifiche, ossia studiate appositamente per i luoghi in cui sono collocate e che su quegli stessi luoghi offriranno allo spettatore nuove possibilità di sguardo”.

A inaugurare il percorso espositivo, è stata una passeggiata storico artistica (a partecipazione gratuita) attraverso i cinque spazi espositivi, guidata dal responsabile dell’Ufficio Ricerche storiche del Comune Francesco Scafuri e dagli stessi curatori e artisti.

“Pentagona – ha puntualizzato il vice sindaco Massimo Maisto – rappresenta un importante tassello della nostra idea di ampliare alla creatività e ai lavori creativi l’ormai oltre ventennale progetto di Ferrara città d’arte e cultura. Per la seconda volta abbiamo ottenuto fondi nazionali per l’arte giovanile e con l’aiuto del curatore Pellizzola li abbiamo utilizzati per offrire a giovani artisti l’opportunità di integrare la contemporaneità con la storia della città. La scelta poi – ha concluso Maisto – di puntare sul tema del sisma segue la nostra convinzione di voler puntare i riflettori sui problemi della città per affrontarli assieme alla collettività”.

Cinque installazioni di cinque giovani artisti selezionati da cinque curatori: Pentagona è un evento espositivo che intende stabilire un dialogo fra la ricerca artistica contemporanea delle giovani generazioni ed i luoghi della cultura e dell’arte del centro storico di Ferrara feriti dal sisma del 2012. Lo scopo essenziale è giustapporre e integrare un insieme attuale di opere d’arte sito-specifiche, realizzate espressamente da artisti dell’ultima generazione, a rovine e macerie, a problematiche entità architettoniche ed urbanistiche, nella realtà odierna del centro storico di Ferrara: arte di ricerca come sintomo e certezza di continuità, di ricostruzione, e stimolazione ad uno sguardo rinnovato all’intero tessuto urbano, nella inedita misura dell’emergenza e con diversa prossimità.

Il progetto ha visto il coinvolgimento di cinque curatori che operano da diversi anni sul territorio ferrarese – Maria Livia Brunelli, Elisa Leonini, Massimo Marchetti, Letizia Paiato e Eleonora Sole Travagli – ai quali è stato demandato il compito di selezionare ciascuno un giovane artista e di curare il suo progetto espositivo. I cinque artisti scelti – rispettivamente Andrea Amaducci, laCRUNA, Ornaghi e Prestinari, Silvia Venturi e Luca Zarattini – si sono confrontati con edifici luoghi di culto esistenti a Ferrara fin dall’epoca rinascimentale – Chiesa di S. Paolo e Chiesa-Convento di S. Girolamo – con la sede del Rettorato dell’Università, Palazzo Renata di Francia, e con due dei luoghi della produzione culturale del passato e dell’epoca contemporanea, vale a dire il Teatro Comunale e la Biblioteca Ariostea. Sagrati e ambienti interni ugualmente segnati dalle ferite, in alcuni casi ancora plasticamente evidenti, del terremoto, e nei confronti dei quali è stato operato un percorso di connotazione simbolica, di traduzione – con l’aggiunta di un sedimento di tracce e detriti aggiuntivi – dei drammatici avvenimenti del 2012, di reinterpretazione ed attualizzazione, in un dialogo febbrile e partecipe tanto con il luogo individuato quanto con il significato materiale, sociale, culturale ed economico originato dal sisma.

I luoghi e le opere sono stati documentati da un giovane fotografo professionista, Matteo Cattabriga, e tutto il progetto, con relative schede, testi critici e documentazione fotografica, è riportato in un sito Internet realizzato appositamente. La mostra sarà visibile fino al 31 ottobre 2013, secondo gli orari di apertura dei singoli luoghi per quanto riguarda le opere in ambienti chiusi, ad eccezione dell’opera de laCRUNA al Teatro Comunale, che rimarrà esposta solo durante i giorni del festival “Internazionale a Ferrara”.

Articolo di Alessandro Zangara

Sangue di drago squame di serpente. Animali fantastici al Buonconsiglio

Sarà un enorme drago realizzato dallo scenografo-scultore Gigi Giovanazzi a dare il benvenuto al visitatore nella prima sala della spettacolare mostra estiva “Sangue di drago, Squame di serpente”, ospitata fino al 6 gennaio 2014 al Castello del Buonconsiglio di Trento. La rassegna, organizzata in collaborazione con il Museo Nazionale Svizzero,  permetterà a coloro che attraverseranno le magnifiche sale del Castello del Buonconsiglio di scoprire e conoscere attraverso  affreschi, dipinti,  sculture, arazzi e  preziosi oggetti d’arte   un mondo  fatto di unicorni, draghi, centauri, grifoni, basilischi, sfingi, serpenti e animali fantastici e inconsueti che ricorrono costantemente nella mitologia e anche nella iconografia castellana. Colpiscono infatti i numerosi animali raffigurati negli affreschi che decorano il castello del Buonconsiglio eseguiti da Dosso Dossi nella Stua della Famea con le favole di Fedro, o la dama con unicorno, la scimmia, il serpente che morde l’ Invidia dipinte da Girolamo Romanino o ancora  il bestiario realizzato dal maestro Venceslao nel celebre ciclo dei Mesi in Torre Aquila o il prezioso erbario medievale conservato in castello. Scultura, pittura, architettura e disegno, raccontano il mondo animale, frutto delle fantasie e delle  paure dell’uomo. Si potranno ammirare dipinti, con capolavori di Tiziano e Tintoretto, sculture rinascimentali, magnifici arazzi con scene marine provenienti dagli Uffizi e da Palazzo Pitti, preziosi monili d’ oro, oggetti archeologici, oltre a filmati e  scenografie emozionanti, grazie anche all’innovativo  ausilio della realtà aumentata,  che stupiranno e conquisteranno  il più vasto pubblico. In una sala il visitatore sarà immerso in un atmosfera fantastica dove draghi tridimensionali gli si materializzeranno davanti provocando forti emozioni.  La mostra sarà l’occasione per ammirare anche sfingi e centauri dipinti sia sui vasi a figure rosse e nere greci, sia nelle tele dei maestri bolognesi del Seicento, il gatto mummificato egiziano, la fontanella rinascimentale in bronzo con il mito di Atteone,  il Laooconte proveniente dal Museo del Bargello di Firenze, un prezioso falco in bronzo, una rarissima casula (veste del prete) decorata, sculture di San Giorgio e il drago. Dagli animali sacri della tradizione cristiana  alla mitologia con Diana cacciatrice  a quelle care agli dei: il cigno, il toro e l’aquila per Giove, il leone per Sansone ed Ercole. E ancora i veri mostri delle leggende: draghi, chimere, unicorni, sfingi, mostri marini, centauri e sirene. La rassegna ospiterà anche alcune opere vitree (prestate da Vetroricerca Glas&Modern – centro sperimentale di lavorazione del vetro di Bolzano) realizzate da famosi artisti contemporanei: tra queste le incredibili sculture in vetro di Silvia Levenson, artista argentina famosa in tutto il mondo per le sue opere eleganti ma provocatorie raffiguranti bambine con la testa di cervo e pecora e il Giardino Fantastico composto  dagli animali in vetro di Alberto Gambale  dove  zebre, tori, cammelli, tartarughe, api e camaleonti stupiranno per originalità e fantasia.

Nemico, preda, cibo, forza lavoro e mezzo di trasporto, l’animale è anche interprete della forza della natura primigenia e dell’immaginario nella sfera magico-religiosa ed eroica. Le eterne questioni della ferinità presente nell’uomo e dell’antropomorfismo ravvisato nel mondo animale, emergono attraverso le opere in mostra. Il percorso è dedicato sia ad alcuni animali reali che nel tempo hanno assunto, spesso anche in termini transculturali, complessi significati simbolici, sia ad animali fantastici interpreti di miti, leggende e credenze condivisi o peculiari di diversi popoli e civiltà. Aquila, leone, serpente, cervo, cavallo e pesci sono alcuni degli animali reali che danno origine ad esseri che, in più forme di ibridazione, variabili a seconda di tempi e luoghi, sono interpreti delle riflessioni, paure, speranze e immaginazione dell’uomo. Si potranno ammirare le tele del ciclo di Ercole con il drago a più teste, dipinto  magistralmente da Paolo de Matteis, il famoso drago con due ali serpentine attaccate allo stesso tronco. Questi draghi nacquero dall’unione tra il multiteste Tifone e la donna-serpente Echidna. I figli dei due furono Chimera, dalla testa di leone e dal corpo di serpente-capra, Cerbero il cane a tre teste e l’Idra di Lerna, rettile con molte teste che verrà poi ucciso da Ercole, il quale sconfisse anche Ladone dalle cento teste e Scilla, dai tentacoli di piovra. Magnifico il dipinto conservato a Castel Thun eseguito a fine Seicento dal pittore tedesco Dietterlin che raffigura le Tentazioni di S. Antonio Abate dove draghi lanciano fuoco,  un mostro alato regge uno spiedo con un pollo e serpenti infilzati e  serpi fuoriescono dai capelli di una dama ignuda. La mostra avrà una sezione a Riva del dal titolo «Mostri smisurati» e creature fantastiche tra i flutti, che intende esporre un ristretto ma importante nucleo di opere prevalentemente cinquecentesche aventi per tema creature fantastiche e animali mitici che, nell’immaginario antico, abitavano le acque dei laghi e dei mari. Il precipuo taglio dato all’esposizione rivana, rispetto a quella ospitata nelle sale del Castello di Trento, deriva non solo dalla peculiarità della sede espositiva – la Rocca – circondata dalle acque del Garda, ma anche dalla presenza nelle prime sale della Pinacoteca, che ospiteranno la mostra, di un affresco che risale agli anni trenta del Cinquecento raffigurante Ercole, intento ad uccidere l’Idra, un mostruoso essere che viveva nel lago di Lerna nella regione greca dell’Argolide.  Info: http://www.buonconsiglio.it

Articolo de Castello del Buonconsiglio

Il Gran Principe Ferdinando de’ Medici (1663-1713) collezionista e mecenate

Nel 2013 ricorre il terzo centenario della morte del Gran Principe Ferdinando de’ Medici, l’erede al trono toscano, figlio del granduca Cosimo III e di Margherita Luisa d’Orléans.

Figura di spicco allo scadere del Seicento, Ferdinando si distinse per l’amore per la cultura nel senso più pieno del termine: i suoi interessi collezionistici e mecenatizi si svilupparono in parallelo, e ben presto, a quelli per il teatro, per la musica, per la scienza, facendo del giovane delfino un vero  e proprio faro nella Firenze del tempo.

La mostra che la Galleria degli Uffizi gli dedica fino al 3 novembre, vuole rendere omaggio a questa straordinaria personalità, eclettica e articolata, presentandone le caratteristiche salienti in merito al collezionismo artistico, ma anche alla passione per lo spettacolo.

Nelle sale al piano nobile della Galleria, un tempo occupate dall’Archivio di Stato e oggi, progressivamente, consegnate al nuovo, grande nascente museo, in altrettante sale tematiche vengono presentate opere e documenti significativi della vicenda biografica del Delfino toscano che, premorendo al padre, appunto il 31 ottobre 1713, non ebbe pieni doveri di Stato, potendo così sviluppare quelle passioni che lo accompagnarono nella pur breve vita.

Le prime sezioni, una delle quali iconografica, dedicata all’immagine del principe, illustrano gli interessi giovanili per la musica e per il teatro e i luoghi di tale interesse, soprattutto la villa di Pratolino, palcoscenico ideale per gli ozi e i divertimenti del principe. Accanto a lui si vedranno perciò i suoi musici, i suoi librettisti, gli uomini che si occuparono della sua educazione che fu selezionatissima, affidata ai ‘migliori ingegni’ della Firenze tardo secentesca. Una sezione sarà poi dedicata alle nozze del principe con Violante Beatrice di Baviera, alle cerimonie fiorentine del tempo, ai lavori di adattamento della reggia di Pitti che subì un massiccio restauro documentato in mostra da disegni e altre memorie.

Nelle sale successive, dedicate alla prima fase del collezionismo artistico di Ferdinando, vengono presentati quei pittori graditi al giovane principe, soprattutto fiorentini o naturalizzati tali, verso i quali l’erede al trono mostrò una preferenza che in alcuni casi, come quello di Anton Domenico Gabbiani, non venne mai meno e non subì eclissi, anche quando i gusti di Ferdinando, allo scadere del Seicento, si orientarono verso le scuole extra-toscane.

Due settori nei quali il principe si distinse con particolare incisività, nel campo del collezionismo e del mecenatismo, furono la natura morta e la scultura. Nel primo Ferdinando mostrò un gusto decisamente scelto, individuando in Bartolomeo Bimbi il grande artista locale, quello che meglio di altri poteva ben rappresentare la corrente più moderna, compiutamente barocca, di questo filone artistico. Al contempo, grazie  a una fitta rete di consulenti, procacciatori, esperti, il principe tenne d’occhio il mercato ‘straniero’, peninsulare come europeo, facendo arrivare in collezione le opere dei più brillanti artefici che per lui produssero sensazionali capolavori, spesso eseguiti a Firenze: tra questi il napoletano Giuseppe Recco, Munari, Fardella, Crespi, Campidoglio, Tamm e tanti altri che saranno presenti in mostra. Nel campo della scultura Ferdinando protesse i maestri locali, quelli formatisi a Roma all’Accademia medicea, privilegiando Giuseppe Piamontini, Giovan Battista Foggini, Balthasar Permoser e Massimiliano Soldani Benzi che produssero per il Delfino alcuni dei loro capolavori, la maggior parte dei quali sarà visibile insieme, per la prima volta, nelle sale della mostra.

Un altro aspetto che l’esposizione degli Uffizi intende evidenziare è quello del collezionismo di opere antiche da parte del principe: Ferdinando non si limitò infatti a raccogliere opere di artisti contemporanei ma, nella migliore tradizione medicea, si interessò costantemente della pittura cinque-secentesca, italiana e non, facendo arrivare a Firenze una mole enorme di dipinti, molti dei quali capolavori che oggi fanno la ricchezza dei nostri musei, degli Uffizi come della Galleria Palatina o del Museo della Natura Morta di Poggio a Caiano. In questo settore, l’intraprendenza collezionistica del principe raggiunse livelli mai visti in famiglia: Ferdinando, pur di assicurarsi i grandi capolavori sacri ancora conservati nelle chiese di Firenze, della Toscana ma anche in altre zone d’Italia, procedette con una frenetica ‘campagna-acquisti’ di prestigiose pale, fornendone le copie, finanziando interi restauri delle strutture che contenevano gli originali, comprando e pagando salati alcuni capolavori sommi dell’arte occidentale. E’ grazie a Ferdinando, infatti, che oggi possiamo ammirare nei musei fiorentini, agli Uffizi come a Pitti, opere quali la ‘Madonna dal collo lungo’ del Parmigianino, la ‘Madonna delle arpie’ di Andrea del Sarto, la ‘Pala Farnese’ di Annibale Carracci, la ‘Visione di Margherita da Cortona’ – queste due presenti in mostra anche per la generosità al prestito della Galleria Palatina di Pitti – ma anche altre quali la ‘Pala Dei’ di Raffaello, il ‘Martirio di Santa Caterina’ di Riminaldi, la ‘Discesa di Cristo dalla croce’ di Cigoli e tante altre.

“Come si può arguire da quest’antologia stringata, i dipinti voluti per sé dal Gran Principe rappresentano tutt’oggi capi d’opera che sono fra i maggiori del nostro Cinquecento. Segno d’una disposizione culturale che gli consentiva di selezionare, con sapienza e acume, creazioni di quasi due secoli avanti che poi la storia avrebbe definitivamente consacrato” (Antonio Natali).

Accanto a queste opere spesso monumentali, fatte oggetto di spericolati ‘restauri’ e ampliamenti, Ferdinando sviluppò anche altri filoni collezionistici. Ad esempio, nella villa del Poggio a Caiano dette vita, sul finire del XVII secolo, a un ‘gabinetto di opere in piccolo’ nel quale fece confluire dipinti di ridotte dimensioni (non dovevano superare una certa misura) riempiendo le pareti dal pavimento al soffitto, esemplificando così, in maniera quanto mai originale, scuole, maestri e tecniche pittoriche varie e articolate: in mostra, il ‘gabinetto’ del Poggio verrà ricostruito e due pareti di questo vedranno rialloggiati i dipinti nella sistemazione voluta dal Principe.

Allo scadere del Seicento, tuttavia, le preferenze artistiche di Ferdinando variano sensibilmente e si indirizzano verso le grandi scuole che non siano la toscana: sono gli anni della scoperta di maestri quali Sebastiano Ricci e il nipote Marco, Giuseppe Maria Crespi, Alessandro Magnasco, Anton Francesco Peruzzini, Niccolò Cassana, Rosa da Tivoli, Francesco Tervisani, molti dei quali presenti a Firenze, invitati dal principe, attentissimo alle novità in campo figurativo, nonostante il declino psico-fisico che segna gli ultimi anni di vita, caratterizzati da un invecchiamento precoce ed inesorabile.

La mostra si conclude con una sezione dedicata a questi anni finali, e trova nei disegni preparatori del Foggini per un non realizzato monumento celebrativo e nelle medaglie di Antonio Selvi il suo congedo, assieme a ritratti altre testimonianze, corollario di una biografia ‘per oggetti’ che si spera faccia conoscere meglio questa eccelsa personalità, nodale nell’arricchimento del patrimonio artistico di Firenze.

Articolo de la Redazione