Prese i pani e li diede

XVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B – GIOVANNI 6,1-15
In quel tempo,

1. Gesù passò all’altra riva del mare di Galilea, cioè di Tiberìade,
In questa domenica la liturgia propone la riflessione sulla prima parte del capitolo sei di Giovanni, incentrato sul tema del “pane di vita”. È un capitolo a sé stante, che gli esegeti ritengono sia stato inserito tardivamente dalla comunità cristiana come catechesi eucaristica, dal momento che l’istituzione dell’Eucaristia in Giovanni è sostituita dalla lavanda dei piedi. L’episodio è collocato nel tempo di Pasqua ed è ambientato in Galilea, sulla riva del lago di Tiberiade. L’espressione “mare di Galilea, cioè di Tiberiade” identifica una particolare ansa del lago che si trova tra Cafarnao e Tiberiade. Può essere percorsa a piedi, costeggiando la riva, oppure si può utilizzare un’imbarcazione. Alcuni esegeti vedono raffigurato nel passaggio da Gerusalemme al lago di Galilea, l’esodo dalla schiavitù del peccato alla libertà donata dal Figlio. È un richiamo all’esodo del popolo ebreo dall’Egitto. Insieme con Gesù compiamo il definitivo esodo dal “mare”, che simboleggia la schiavitù della morte, al “monte”, che è simbolo dell’incontro con Dio. Nel cammino incontriamo spesso la tentazione della sfiducia e la preoccupazione che ci manchi il necessario. Dobbiamo superarle entrambe con la fede nel Signore, al quale noi siamo talmente cari che non ci lascia mancare il necessario sostegno nelle burrasche che attraversiamo.
2. e lo seguiva una grande folla, perché vedeva i segni che compiva sugli infermi.
Gesù guarisce i malati ed è seguito con entusiasmo dalla folla, attirata dal suo insegnamento e dai suoi prodigi. Lo stesso successo avviene anche dopo la risurrezione di Lazzaro e all’entrata in Gerusalemme la Domenica delle Palme.

3. Gesù salì sul monte e là si pose a sedere con i suoi discepoli.
Il monte è il luogo privilegiato dell’incontro con Dio. Anche Mosè sul monte aveva ricevuto le tavole della legge. Nel Vangelo di Matteo Gesù sale sul monte per annunciare le Beatitudini. Nel Vangelo di Giovanni, sul monte, Gesù dona il pane, segno del suo dono che avverrà nella passione, morte, risurrezione. Sul monte, come Mosè, Gesù è il Maestro di vita che insegna a condividere e a vivere da fratelli perché figli dello stesso Padre del Cielo. “Gesù salì sul monte e là si pose a sedere”: si manifesta come il Maestro. Sul monte si pone a insegnare, seduto, quasi fosse su una cattedra, con i discepoli attorno.
La Parola diventa Pane: non è l’uomo che offre sacrifici a Dio, ma è Dio che si offre in sacrificio per l’uomo. L’evangelista Giovanni non narra l’istituzione dell’Eucaristia, ma presenta le conseguenze dell’essere in comunione con Gesù: il servizio ai fratelli, la condivisione con chi è povero.

4. Era vicina la Pasqua, la festa dei Giudei. L’espressione allude all’esodo, memoriale della liberazione dall’Egitto. Si riferisce anche all’ultima Pasqua di Gesù quando sarà immolato. In questa Pasqua offre il pane, anticipo simbolico del suo dono totale e dell’istituzione dell’Eucaristia nell’Ultima Cena. “Era vicina la festa di Pasqua”: è una vigilia, come il momento dell’istituzione dell’Eucaristia, secondo gli evangelisti sinottici. Nella festa di Pasqua venivano offerte le primizie, il primo raccolto di cereali, necessari per fare il pane (cfr. Esodo 9,31; Rut 1,22).

5. Allora Gesù, alzati gli occhi, vide che una grande folla veniva da lui e disse a Filippo: «Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?».
“Allora Gesù, alzati gli occhi”: nel Vangelo si parla spesso di Gesù che alza gli occhi al cielo verso il Padre. Questa volta, invece, rivolge il suo sguardo sulla folla perché si accorge che ha bisogno di Parola e di pane: necessità di cibo per l’anima e per il corpo.
“Dove potremo comprare il pane perché costoro abbiano da mangiare?”: Gesù pone una domanda a Filippo per suscitare l’attenzione, come fa un maestro per guidare la riflessione dei discepoli, per metterli alla prova, per manifestarsi attraverso un “segno” che si appresta a fare. Continua il parallelismo fra Mosè e Gesù, il Nuovo Mosè. Anche Mosè chiede a Dio dove prendere il cibo per sfamare il popolo (cfr. Numeri 11,10-15). “Comprare il pane”: il pane che Gesù ci dà è condivisione con i fratelli, dono che riceviamo gratuitamente. L’Eucaristia è il dono della vita stessa del Figlio che si dona a noi. Il versetto richiama il banchetto messianico in cui il Signore dice di comperare e mangiare senza denaro, di non spendere i propri beni per ciò che non sazia (cfr. Isaia 55,1ss). Nel Libro dei Proverbi la Sapienza invita a mangiare il suo pane, che fa vivere e camminare nella via dell’intelligenza (cfr. Pr 9,1-6; Sir 24,18-25). “Abbiano da mangiare”: Gesù sottolinea il bisogno dell’uomo di nutrirsi, ma il suo atto di nutrirsi ha un valore molto superiore alla sola risposta ai bisogni materiali del corpo per sostenersi in vita. Gli uomini mangiano insieme attorno alla mensa perché la condivisione alimenta la comunione, si
costruisce la relazione, si cementano gli ideali, si accresce il pensiero, si progetta e si realizzano opere.

6. Diceva così per metterlo alla prova; egli infatti sapeva quello che stava per compiere.
Gesù provoca con una domanda per invitare ad andare in profondità: non è solo il pane ciò di cui abbiamo bisogno, ma di senso della vita, di speranza, di Dio. Abbiamo bisogno di qualcosa di più, di andare oltre per comprendere quale “fame” profonda abbiamo. Gesù si offre per darci se stesso per sfamarci.

7. Gli rispose Filippo: «Duecento denari di pane non sono sufficienti neppure perché ognuno possa riceverne un pezzo». Filippo risponde con un calcolo matematico: occorrono i soldi corrispondenti a duecento giornate di lavoro per poter comprare pane per tutti. Non capisce che il pane che Gesù ci dà è frutto della gratuità del Padre e della condivisione con i fratelli.

8. Gli disse allora uno dei suoi discepoli, Andrea, fratello di Simon Pietro: 9. «C’è qui un ragazzo che ha cinque pani d’orzo e due pesci; ma che cos’è questo per tanta gente?».
Andrea è uno dei primi tre discepoli che sono stati chiamati da Gesù. Interviene per cercare di risolvere il frangente, mostrando quello che concretamente è disponibile, dal momento che il denaro è insufficiente per acquisti di generi alimentari di così grande portata. Presenta il ragazzo (“servo” in greco), una persona considerata senza valore. Il ragazzo dà tutto quello che possiede e avviene la moltiplicazione: la gente è tantissima, ma il cibo basterà per tutti, perché accade il miracolo della condivisione. Questo giovane insignificante mette a disposizione ciò che ha e diventa modello per
tutti. Anche Gesù è venuto per dare la vita ai fratelli e si è fatto piccolo e insignificante per donarsi a noi. “Cinque pani d’orzo e due pesci”: sono la razione giornaliera di un povero. Il ragazzo consegna tutto quanto possiede per vivere quel giorno, pur sapendo che non sarebbe servito per una folla così numerosa. Egli non calcola, egli dona, si fida. Sul suo esempio tutti si fidano e condividono il loro cibo. Il pane fatto con l’orzo è il pane dei poveri. La moltiplicazione dei pani qui presentata richiama l’episodio del profeta Eliseo che sfama cento persone con venti pani d’orzo e di farro: “Da Baal-
Salisà venne un uomo, che portò pane di primizie all’uomo di Dio: venti pani d’orzo e grano novello che aveva nella bisaccia. Eliseo disse: «Dallo da mangiare alla gente». Ma il suo servitore disse: «Come posso mettere questo davanti a cento persone?». Egli replicò: «Dallo da mangiare alla gente. Poiché così dice il Signore: «Ne mangeranno e ne faranno avanzare»». Lo pose davanti a quelli, che mangiarono e ne fecero avanzare, secondo la parola del Signore” (2 Re 4,42-44). Eliseo con venti pani sfama cento persone. Gesù con cinque pani sfama cinquemila persone. È una moltiplicazione enorme e prodigiosa, molto più di quella del profeta! “Due pesci”: si era soliti mettere il pesce sotto sale per conservarlo. Per il ragazzino i due pesci sono il companatico per tutto il giorno. Egli dona “tutto” e questo “tutto” viene moltiplicato per tutti. Sette è la somma di cinque (i pani) e di due (i pesci): il numero sette richiama il compimento della creazione. Il cibo condiviso dà la vita per il settimo giorno, il giorno della festa per il compimento
della creazione.

10. Rispose Gesù: «Fateli sedere». C’era molta erba in quel luogo. Si misero dunque a sedere ed erano circa cinquemila uomini. Nel testo originale si dice che Gesù fa adagiare, non semplicemente sedere: è un banchetto primaverile, solenne, il banchetto del Messia; viene celebrato da persone libere, non schiave. Il dettaglio dell’erba significa che Gesù dà un cibo che non perisce: mentre l’erba secca in fretta, il pane del Signore sfama in eterno.
“Cinquemila uomini”: un pane solo sfama mille persone, cinque pani sfamano cinquemila persone e restano dodici ceste di avanzi. È un’abbondanza “eccedente”!

11. Allora Gesù prese i pani e, dopo aver reso grazie, li diede a quelli che erano seduti, e lo stesso fece dei pesci, quanto ne volevano. I verbi che Gesù usa sono quelli della cena pasquale, ripresi dalla liturgia eucaristica: prese – rese grazie (fece eucaristia) – diede. Quando celebriamo l’Eucaristia riceviamo la vita del Figlio e diventiamo figli di Dio e fratelli fra noi. “Prese”: il fatto di prendere per condividere è diverso dal prendere per possedere e usare in proprio. Gesù è diverso da Adamo che prende per sé. Gesù prende per donare. “Quanto ne volevano”: questa espressione indica l’abbondanza di pane che è possibile mangiare a sazietà, senza esaurire la fonte, anzi avanzandone. È un “segno” (semeîon), non è semplicemente un miracolo straordinario. Gesù chiede alla folla di credere a colui che compie il segno, invece la gente si ferma al dono ricevuto: attendeva, infatti, un Messia che avrebbe compiuto prodigi e che sarebbe stato un potente politico armato contro gli oppressori. Non è questo il messianismo di Cristo.

12. E quando furono saziati, disse ai suoi discepoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, perché nulla vada perduto». L’evangelista Giovanni vuole sottolineare che solo il pane dato da Gesù sazia la fame dell’uomo. “I pezzi avanzati”: è un richiamo alla manna che si corrompeva se ammucchiata. Solo il sesto giorno durava anche per il sabato seguente, giorno dell’intimità con il Signore. Quella posta nell’arca durava per sempre (cfr. Esodo 16, 32-34). Il cibo che Gesù ci dà ci introduce nella vita divina ed è un sovrappiù, un’eccedenza gratuita e non meritata. “Perché nulla vada perduto”: il sovrappiù è la vita del Figlio, la vera nostra salvezza.

13. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi dei cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato. “Li raccolsero”: i discepoli si muovono in mezzo alla folla per radunare il pane avanzato. Su ordine di Gesù cercano ciò che è “perduto”. Così dovranno fare nei confronti degli uomini quando andranno ad annunciare al mondo il Vangelo di Gesù. Il numero “dodici” dei canestri è segno della pienezza, della quantità perfetta, come dodici sono i mesi dell’anno, dodici le tribù di Israele. Giovanni non riferisce se avanzano anche i pesci. Il suo intento è quello di parlare del pane come simbolo dell’Eucaristia. Nelle comunità dovrebbe avvenire la stessa condivisione praticata da Gesù sul monte: ci sarebbe così cibo abbondante per tutti e ne avanzerebbe anche per molti altri.
14. Allora la gente, visto il segno che egli aveva compiuto, diceva: «Questi è davvero il profeta, colui che viene nel mondo!». La folla riconosce in Gesù il profeta, simile a Mosè: “Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mezzo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto” (Deuteronomio 18,15). Purtroppo il suo interesse è legato al pane materiale. La gente è felice perché ha trovato qualcuno che procura loro
il cibo senza dover faticare. Non coglie ciò che va oltre il segno. Anche noi cristiani rischiamo di fermarci all’esteriorità della pratica religiosa e dimenticarci di entrare
in relazione con Colui che nei segni è significato.

15. Ma Gesù, sapendo che venivano a prenderlo per farlo re, si ritirò di nuovo sul monte, lui da solo. La folla è spinta dall’interesse materiale e vuole afferrare Gesù, impossessarsi di lui per avere sempre a disposizione ciò di cui ha bisogno. Vuole un Messia secondo le proprie proiezioni e i propri desideri. Vuole piegarlo a proprio uso e consumo, renderlo un oggetto. Gesù cerca la gloria del Padre, non la propria gloria. È venuto per “farsi pane”, non per diventare il re terreno che esercita il potere sugli altri per dominarli. Non si sente capito e non vuole essere frainteso né dai suoi discepoli né dalla folla. Si allontana, va in disparte, si ritira (dal greco “anachoréo” da cui deriva “anacoreta”), va in alto sul monte. Nella solitudine si incontra con il Padre e non desidera altro che essere una cosa sola con Lui e realizzare in tutto la sua volontà. Anche noi cristiani dobbiamo compiere un cammino di libertà dai titoli umani, dalla carriera, dal riconoscimento pubblico, senza asservire Dio ai nostri interessi. La solitudine ci consente di approfondire l’intimità con il Signore, di scrutare il cuore per capire qual è il motivo del nostro esistere. Saziandoci alla mensa della Parola e del Pane di Vita diventiamo con Cristo uniti al Padre e impariamo che l’esistenza ci è data per essere donata. Ci realizziamo come persone solo se condividiamo ciò che abbiamo. Solo così diventiamo capaci di amare i fratelli e di camminare con loro verso la Patria del Cielo, nutriti da Colui che si fa Pane per noi.


Suor Emanuela Biasiolo

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