“Titans” al Sociale di Brescia per “Un salto nel mito!”

foto di scena di TITANS (foto di Julian Mommert) 

La Stagione estiva del Centro Teatrale Bresciano si è aperta con l’unica data italiana del lavoro del coreografo greco Euripides Laskaridis “Titans”, apertura del cartellone dedicata proprio al mito greco, rassegna dal titolo “Un salto nel mito!”, fino al 14 luglio in città. La collaborazione tra CTB e Fondazione Nazionale della Danza/Aterballetto, con Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, ha permesso questo incontro con un mago della trasfigurazione, del comico, del performativo. In apertura della performance, un intervento di Andrea Scartabellati.

In scena, poi, un’ora di attività performativa non proprio apprezzata da tutti (alcuni spettatori hanno lasciato il teatro), perché a volte le persone preferiscono dire che l’opera non si fa capire, piuttosto che dire di avere capito tutto mentendo. In realtà, ho trovato “Titans” interessante per lo spaccato sulla persona nel suo essere normale, sulla follia che accomuna gente normale e gente davvero folle, in un vivere quotidiano spesso alienante, soprattutto nella società sola, o nelle sole persone, che hanno abdicato alla propria formazione personale fatta di studio, di mito, di Epica, di Letteratura, di Filosofia, e di cercare di capire almeno il proprio presente, se non il presente universale.

Euripides Laskaridis e Dimitris Matsoukas sono stati in grado di diventare ombre e di esserlo, di diventare protagonisti e di esserlo, pur in una trama onirica in bilico costante tra detto e nascosto, normale e folle, danza ed esperienza quotidiana, vero e falso, dove il gioco di luci e ombre lasciava le ombre padrone del tutto. A cercarsi trovandosi e non trovandosi, perdendosi dentro se stessi, anche soltanto cercando di guardarsi in uno specchio, vestendosi e mettendosi il rossetto. Varie le movenze circensi, ad unire un’arte insita nelle persone, e quindi nel pubblico, che ha riso dell’uomo vestito da donna, degli stereotipi legati alla creazione (dell’opera, dell’opera d’arte, del figlio), mentre si spera di potersi meritare di dondolare su un’altalena che si nega, che vive, che è lì, ma potrebbe anche non esserlo. Luci che si spengono e accendono come si spengono e accendono le illuminazioni (le idee, le filosofie, i buoni propositi) e che accecano, perché i due performer rivolgono fari contro la platea cercando di confonderla, di nascondervisi dietro, mentre il pubblico attento non si è perso nulla. Neanche dietro gli sbuffi di vapore del ferro da stiro, mentre piante rigogliose prolificano soltanto per un goccio d’acqua. Difficile lavoro, capace di annoiare, nauseare, spazientire, affascinare: come la vita di tutti i giorni e come la follia degli emarginati, che siamo tutti noi, sempre, quando rinunciamo a capire e a sapere chi siamo.

Un’opera che ha una fine e che non ne ha nessuna, perché le ombre sono rimaste lì, in teatro, ad impossessarsi del pensiero e del tempo; a tratti, infatti, sono apparse di sembianze anticamente greche (a sottolineare il ruolo della Storia da approfondire e comprendere perché sia davvero “Maestra di vita”), a volte così normali che, forse, a recitare/danzare siamo soltanto stati noi.

 

Alessia Biasiolo

(fotografia da V.V.)

 

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