7 uomini a mollo

Film divertente, commedia classica un po’ dissacrante, un po’ commovente, molto da ridere. In cui si riassume la società odierna. Si ritrovano uomini che ricordano immediatamente i fasti di “Full monty”, ma in chiave francese. Stavolta la carica vera la dà una donna che “Vi trasformerò in atleti, femminucce lagnose”, dalla sua sedia a rotelle smuove i chili di troppo di maschietti che si preoccupano delle ciabattine infradito, o della colonna sonora “Candle in the wind” con movenze ridicole. Il protagonista immediato è Bertrand, disoccupato e depresso, che non trova motivo per continuare a vivere se non l’amore indiscusso di sua moglie (“È mio marito: sono fiera di lui”) che, malgrado due anni di fatiche, non smette di credere in lui e nelle sue potenzialità. Neanche quando la mettono sull’avviso perché “non sai cosa fa tuo marito”.

E il marito che fa? Decide, primo vero interesse nel buio depressionario, di lasciarsi incuriosire da una squadra di nuoto sincronizzato maschile che poi diventa, niente popò di meno, la nazionale. Le solite problematiche già viste nel meraviglioso film britannico. Chili di troppo, pancetta, capelli lunghi di qua e calvizie di là, timore di essere derisi. Abbiamo il bel gruppo di Mathieu Amalric, Guillaume Canet, Jean-Hugues Anglade, Benoît Poelvoorde, Philippe Katerine allenati da un’alcolista in cura (Virgine Efira) e poi appunto da un’ex atleta, ora paraplegica, Leïla Bekti. Diretti da Gilles Lellouche.

Quella stronza ci ucciderà”, pensano i poveri nuotatori durante gli allenamenti, ma ovviamente non possono che sottomettersi agli ordini, impartiti a suon di frustino, perché non si possono ribellare ad una persona determinata pur se “su ruote”. Fino a quando non prende il sopravvento l’istinto e la buttano in piscina, carrozzina e tutto. E lei si vendica, naturalmente. Come al solito in gruppo escono vizi e virtù: la coppia perfetta scoppia perché il capofamiglia è isterico, e ne ha ben motivo. Un motivo non sufficiente e non bastante a chi segue l’amica che sa in difficoltà, a chi capisce i problemi perché li vive, a chi trova comunque in se stesso la forza che pensava di non avere. Un film equilibrato, spassoso, anche quando si indagano, con grande sensibilità, i rapporti padre-figlia da genitori separati e si creano, con la regia cinematografica, gli stessi fili sottili che sanno legare le persone, anche le più impensate e impensabili, anche quando meno uno se lo aspetta, nella vita reale. Un bel film perché, al di là dello spunto ad effetto, racconta la vita come capita a ciascuno di noi. E sa insegnare a riderne.

Alessia Biasiolo

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