Padre Pino Puglisi. Un supereroe rompiscatole

Si definiva proprio così, padre Puglisi: un rompiscatole. Nel senso che si era presentato a dei ragazzi con delle scatole in mano e le aveva rotte. Rompeva gli schemi di chi pensava di sapere tutto della vita, di averla impostata per sé sulla falsariga di quella che si vedeva intorno, vissuta da gente abituata ad usare gli altri. Per soldi, per lavori anche non legali, per perpetuare quello che, in Sicilia soprattutto, già il Gattopardo aveva detto che non doveva cambiare mai. Anzi, sì, cambiare, ma affinché tutto rimanesse come prima, immutato.

L’abitudine all’omertà, a quel non dire che è tanto più velenoso quanto più appartiene al vissuto quotidiano: non dire la verità, non parlare con il vicino, anche delle più futili cose viste o sentite, così non si sa, così c’è il torbido che, prima o poi, fa comodo a tutti. Poi ci sono le persone, quelle con le P maiuscole. Puglisi di P ne aveva addirittura quattro: padre, Pino, Puglisi, prete. Qualcosa che proprio non andava: prete. E uno di quelli che non assomiglia affatto, neanche lontanamente, neanche quando potrebbe fare più comodo, a don Abbondio. Puglisi ci vedeva benissimo e capiva il suo mondo, la sua gente, da dentro, per averla vissuta. Per avere condiviso le stesse paure, le stesse tragedie, le stesse omertà, anche quelle più innocue.

E ha cambiato il mondo. Da martire. Lasciandoci la vita, ma cambiando. Innanzitutto se stesso, come sempre bisogna fare. Poi, pian piano, i ragazzi accanto a lui e poi sempre più gente che si è abituata a fidarsi, a credere in lui e nella speranza. Poi la speranza è stata uccisa. Ricordo di avere visto in televisione l’intervista all’assassino. Conclusasi con l’affermazione di avere ucciso un santo e di doverci convivere. Con un sorriso, il suo, rimasto dentro e che non si è cancellato più.

Secondo la storia di Puglisi raccontata da Pappalardo in questo agile volume, se gli avessero dato la possibilità di parlare, di fare entrare i suoi assassini in casa, per bere un caffè, si sarebbero capiti. Almeno capiti, prima dello sparo. In realtà penso che tutti abbiano capito benissimo, al punto da ritenere il prete pericoloso più di qualsiasi altra cosa. Lui avrebbe cambiato davvero il suo pezzo di mondo, ci stava riuscendo e anche bene. Lui aveva il dono della parola e della Parola, ancora due P, e sapeva quanto contava, quanto poteva essere efficace. Parlare, al posto di stare zitti. Leggere il Vangelo e metterlo in pratica, anche morendo. Per lasciare la terra irrorata di sangue fertile, fervente e vivo ancora. Risuonano le parole dei tentatori in “Assassinio nella cattedrale”: un sacerdote morto sarebbe rimasto per sempre, nella gloria degli altari; chiunque, per quanto grande, si dimentica prima o poi, mentre un santo no, è perenne memoria, potenza sopra qualsiasi potenza umana. Ed avevano ragione: padre Puglisi vive ancora con il suo insegnamento che siamo noi. Un libro utile soprattutto per fare conoscere la figura del prete “supereroe” ai giovani.

 

Marco Pappalardo: “Padre Pino Puglisi”, Paoline, Milano, 2018, pagg. 112; euro 11,90

Alessia Biasiolo

 

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