Il “Temporale” di Brescia

Il CTB di Brescia ha messo in scena, tra le nuove produzioni, un’opera dello svedese August Strindberg, vissuto a cavallo tra Ottocento e Novecento e morto prima della Grande Guerra che ha sconvolto gli assetti geopolitici europei. La scelta è caduta su “Temporale”, una della commedie appartenenti al “teatro moderno” e ai drammi definiti “da camera”, come se fossero composizioni musicali e per un teatro piccolo, intimo, com’è il Teatro Santa Chiara Mina Mezzadri di Brescia dove il lavoro ha debuttato. La pièce di Strindberg aveva risvolti travolgenti nel clima del tempo, condizionato dai coevi lavori di Freud e da un cambiamento nelle coscienze civili rispetto al ruolo della donna, del divorzio, delle libertà dai tabù. Pertanto, la modernità di “Temporale” non sta tanto nell’averlo riscoperto adesso, quanto nella modernità del lavoro in se stesso, visto che ciò che oggi è diventato all’ordine del giorno, purtroppo spesso caso di cronaca, allora era di certo uno stravolgimento della società tradizionale e tradizionalista.

La riflessione posta dalla commedia, quindi, è insita nel testo; si pone agli spettatori come punto di incontro tra i fatti e ciò che significano, sui quali il teatro pone l’accento e, di conseguenza, la riflessione personale.

Diretti da Monica Corti, anche in scena nel ruolo della Postina, Vittorio Franceschi, Mauro Marino, Melania Giglio, Monica Ceccardi, Sergio Mascherpa. Belli le scene e i costumi di Roberta Monopoli.

Il protagonista è un Signore (Franceschi) che incarna l’arrivo della vecchiaia e l’accettazione del termine del proprio cammino di vita. Tutto scorre tranquillamente in un palazzo chiamato casa del silenzio, sconvolta però dal daffare di un pasticcere (Mascherpa) e di sua moglie che lo sprona a lavorare in un’afosa estate, intenti com’erano alla preparazione della conserve di frutta al pianterreno. I due hanno una figlia, Agnese (Giglio), che non resta nel ruolo di “brava ragazza” diciottenne a lungo, ma si lascia fuorviare da un uomo che cerca la giovinezza e la circuisce, desiderosa di andarsene di lì per una vita migliore. Infatti, scapperà con un uomo misterioso, Fischer (Mascherpa), che con l’altrettanto misteriosa famiglia composta dalla moglie Gerda (Ceccardi) e da una bambina, è appena andato a vivere al primo piano dello stabile. Fischer è uno sfruttatore violento e quando Gerda cerca di scappare da lui, si imbatte nell’ex marito, padre di sua figlia, il Signore. Questi, sempre solo, ragiona sulla sua vita con il Fratello che gli va a far visita di tanto in tanto (Marino) e che convince Gerda a parlargli per cercare di sistemare le cose, magari tornare insieme per il bene della piccola.

In realtà, una volta re-incontrati, i due non fanno altro che tornare alla solita vita coniugale fatta di tormenti, gelosie soprattutto di Gerda per altre donne più giovani, come Louise la cameriera del Signore (Ceccardi), oppure del Signore che rivanga come Gerda lo abbia lasciato per un uomo più giovane e di come lui, invece, avesse dimostrato di essere ancora virile abbastanza per avere un figlio. Il dibattito è tra generazioni, tra uomini e donne che non trovano altro equilibrio che quello della sfida e del litigio, mentre qualcuno riesce sempre e solo a farsi gli affari propri. Il fato, la vita per quel che è, con il suo incedere indifferente e allo stesso tempo determinante per gli esseri umani, si personifica in un temporale estivo che, come una novella “Molto rumore per nulla” sistema tutto. Agnese torna a casa, il Signore ritorna nella sua tranquillità che lo porterà ad andarsene definitivamente dal palazzo una volta arrivato l’autunno; Gerda troverà un po’ di pace in campagna, dove andrà a vivere con la bambina e il Fratello, avvocato, continuerà a svolgere il suo lavoro, così come il pasticcere, la postina e tutto il resto del mondo che ruota intorno, sempre, alle singole vite di ciascuno di noi.

August Strindberg mette in scena la vita come se la fotografasse e riuscisse a focalizzarla al punto da non giudicarla, criticarla, sottolinearla, ma presentarla agli spettatori perché siano loro a immedesimarsi, a diventare attori tanto quanto gli attori si sono messi in gioco e, dunque, il teatro diventa corale, senza più spazi vuoti o incolmabili tra platea e palcoscenico. L’adattamento e la regia di Corti hanno mantenuto l’equilibrio dell’autore, rendendo l’opera viva ancora.

 

Alessia Biasiolo

(fotografie della Compagnia e di scena di Umberto Favretto)

 

 

 

 

 

 

One thought on “Il “Temporale” di Brescia

  1. WILLEM ha detto:

    Niente da dire sull’interpretazione degli attori; ma purtroppo , per me, che sono solo uno spettatore, mi aspettavo molto di più da questa forma di teatro. Ovvero intendo dire che sono state dette frasi troppo scontate, situazioni che, a suo tempo potevano anche far da “pettegolezzo”, ma seppure cerco di entrare mentalmente in quel periodo, non riesco a trovare il nesso tra quello che è stato detto ed la maturità della vecchiaia. WILLEM

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