Questione di libertà, questione di principio

Proprio nei giorni in cui la stampa internazionale si occupava del terribile evento parigino che ha avuto come cuore “Charlie Hebdo”, una bella commedia messa in scena da Emilia Romagna Teatro Fondazione, Teatro Stabile dell’Umbria e Teatro Stabile del Veneto al Teatro Sociale di Brescia, focalizza l’attenzione sul concetto di libertà, rispetto dei diritti, discussione in merito a cosa significhino i valori di ieri nella società d’oggi.

Il pretesto scelto da Stefano Massini per il suo “7 minuti” diretto da Alessandro Gassmann è economico, ispirato ad una storia realmente accaduta nel 2012. Una fabbrica tessile di Yssingeaux, nell’Alta Loira, che vede occupate soprattutto donne, è stata venduta dati i contemporanei tempi economici, ad una società straniera. Il Consiglio di Fabbrica composto da undici donne elette, è in trepidante attesa di conoscere le decisioni dei nuovi capi e manda una di loro alla riunione preposta per affrontare le nuove direttive. L’aspettativa di tutte è il licenziamento o l’eventuale trasferimento in altra sede, mentre, dopo quattro interminabili ore di sorrisi e di chiacchierate come tra amici, l’unica comunicazione utile per le operaie fu la necessità di firmare per accettazione di rinunciare a sette minuti di pausa. Tutto ruota intorno a questi miseri sette minuti: dinanzi all’idea di perdere il lavoro, la minima rinuncia sembra accettabile, se non fosse che la rappresentante delle lavoratrici Bianca, impersonata da Ottavia Piccolo, pone l’interrogativo. Perché regalare sette minuti all’azienda? Perché così poco? Avrebbero potuto diminuire lo stipendio, tutte le avrebbero capito e accettato a fronte dell’acquisizione societaria, invece quel simbolo, quel piccolo gesto per “andare incontro” all’azienda, stava a provare la capacità di coesione delle lavoratrici. Ne nasce un dibattito interno al Consiglio di Fabbrica che dura ore ed ore, con l’esternazione di dubbi, di necessità, di astio tra le lavoratrici italiane e l’impiegata dell’est, l’operaia africana e l’altra araba. Necessità e aspirazioni, paure e senso di impotenza si scatenano tutte in una stanza, mentre l’imperativo lanciato dalle più anziane in servizio, quindi più consapevoli dei diritti di fabbrica, delle lotte pregresse eccetera, è la questione di principio. Sette minuti facevano sorridere tutte, mentre pensare che sarebbero state centinaia di ore se moltiplicati per le oltre duecento operaie, comincia a fare venire ulteriori dubbi e sospetti. Sulla scena di Gianluca Amodio si alternano nell’esprimersi le bravissime Eleonora Bolla, Paola Di Meglio, Silvia Piovan, Balkissa Maiga, Cecilia Di Giuli, Olga Rossi, Stefania Ugomari Di Blas, Arianna Ancarani, Stella Piccioni, Vittoria Corallo, con costumi di Lauretta Salvagnin e videografie molto belle di Marco Schiavoni, sulla musica originale di Pivio&Aldo De Scalzi.

L’atmosfera in teatro era di silenzio attento e partecipato; lunghi gli applausi alla fine. Nessuna delle donne in scena ha prevalso: né Olivia, né Rachele, né Sofia, dall’addetta ai telai, alla cardatura, all’ufficio. Tutte accomunate in volute di fumo di sigarette finite, come i tempi che cambiano come vogliono e se non cambi te, ti costringono a farlo. Al termine, la soluzione non è data: ciascuna cambia idea o la consolida e non è dato dalla commedia dire come va a finire. Si può leggere la storia in un libro, in uscita questo mese, oppure riflettendoci alla prossima messa in scena di Venezia, dal 21 al 25 gennaio al Teatro Goldoni, per poi proseguire per l’Italia fino a Savona, Siena, Terni, Firenze, Foligno, tra le altre.

La questione del lavoro proposta è lucida e netta, con la presa di coscienza di assumersi il carico di responsabilità per sé e per i propri figli, le generazioni future, alle quali non si sa bene che cosa stiamo lasciando in eredità. Massini mette al centro della scena Ottavia Piccolo che collabora con lui da una decina d’anni, mentre incontra per la prima volta Alessandro Gassmann con cui ha subito condiviso l’impegno etico di cui Gassmann ha dato più volte prova in teatro. Da non perdere.

Alessia Biasiolo

 

Sfilata colombiana per i campionati mondiali di parapendio

Con una sfilata alla quale hanno assistito circa diecimila persone, si è aperta la quattordicesima edizione dei campionati del mondo di parapendio a Roldanillo in Colombia. Partecipano 150 piloti in rappresentanza di 49 nazioni. Il team azzurro è formato da Nicole Fedele, campionessa di Gemona del Friuli, dal torinese Davide Cassetta, dai trentini Luca Donini e Aaron Durogati, dagli altoatesini Franz Erlacher, Peter Gebhard, Joachim Oberhauser e dallo storico CT Alberto Castagna di Monza. Roldanillo si trova a 966 metri d’altitudine affacciata sulla parte ovest della fertile Valle del Cauca, dal nome del fiume omonimo che la percorre, ed ai piedi della Cordigliera Occidentale. La scelta di questa cittadina come sede dei campionati è stata fatta sulla scorta dei risultati di passate competizioni che hanno dimostrato come questo sito offra favorevoli condizioni aerologiche per il volo libero in deltaplano e parapendio, condizioni che diventano ideali nel mese di gennaio. In recenti occasioni è stato possibile assegnare percorsi di gara fino a 120 km effettuati con vele altamente perforanti in grado di sfiorare i 70 km/ora. Unico “motore”, quello ecologico delle correnti d’aria ascensionali che scaturiscono dall’irraggiamento solare del suolo. Il decollo dei piloti avverrà da un vasto pendio posto a 1.900 metri in località Los Tanques. Da qui essi dovranno raggiungere ed aggirare punti salienti del territorio, detti “boe”, scelti dagli organizzatori secondo le condizioni meteo del momento, fino all’atterraggio ufficiale. La corretta esecuzione del percorso di gara è confermata dal GPS che ogni pilota ha in dotazione. Dai dati registrati da ciascun apparecchio e scaricati in un computer si evince la classifica che premia chi ha impiegato minor tempo. La somma dei punteggi ottenuti in ciascun giorno di gara stabilirà le classifiche finali maschile, femminile e per nazioni. La Federazione Aeronautica Internazionale (FAI) organizzatrice dell’evento proclamerà i vincitori il 25 gennaio, data di chiusura dei mondiali.

Gustavo Vitali
 

Rinviate le frustate di Raif Badawi. Attivati per fermarle!

Secondo informazioni ricevute da Amnesty International, la sessione di 50 frustate ai danni di Raif Badawi prevista oggi in Arabia Saudita non ha avuto luogo per motivi di salute. Questa mattina, Badawi è stato trasferito dalla sua cella alla clinica del carcere per un controllo. Il medico ha verificato che le lacerazioni causate dalle 50 frustate ricevute il 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e che il detenuto non avrebbe potuto sopportarne un’ulteriore serie. Il medico ha raccomandato che la sessione di frustate sia rinviata almeno di una settimana. Non è chiaro se le autorità saudite si comporteranno di conseguenza. “Non solo questo rinvio per motivi di salute mostra la profonda brutalità di questa punizione, ma ne sottolinea anche l’oltraggiosa inumanità. L’idea che a Badawi sia concesso di riprendersi in modo da poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Le frustate sono proibite dal diritto internazionale insieme ad altre forme di pena corporale. La punizione di Badawi pare per il momento sospesa ma non c’è modo di sapere se le autorità saudite accetteranno la raccomandazione del medico. Badawi corre ancora il rischio di essere frustato” – ha sottolineato Boumedouha. Per Raif Badawi si sono mobilitate tantissime persone nel mondo, compresi gli attivisti di Amnesty International. Vi ricordiamo che Amnesty International Italia ha promosso un appello online che può essere firmato all’indirizzo: http://www.amnesty.it/Arabia_Saudita_attivista_online_apostasia e ogni giovedì manifesterà di fronte all’ambasciata dell’Arabia Saudita a Roma per chiedere la fine delle frustate e la liberazione di Badawi, che l’organizzazione per i diritti umani considera un prigioniero di coscienza, non avendo fatto uso né istigato all’uso della violenza.

Amnesty International Italia

Due pianoforti e due violoncelli per i capolavori del Novecento

Si potrebbe pensare che un quartetto di due violoncelli e due pianoforti sia non solo raro e insolito, ma perfino bizzarro: non la pensa così Giovanni Sollima, vulcanico compositore e violoncellista nonché direttore e concertatore della Notte della Taranta, che ha avuto quest’idea insieme a Giuseppe Andaloro, uno dei più brillanti pianisti italiani della giovane generazione.

Sollima by Gian Maria Musarra

Giovanni Sollima è un vero virtuoso del violoncello, eppure per lui suonare non è un’esibizione di bravura, ma un mezzo per comunicare con il mondo. Portando la musica di ogni genere – dalla barocca alla classica contemporanea e alla pizzica – davanti al pubblico variegato e trasversale delle grandi sale da concerto, della “Notte della taranta” e del concerto del primo maggio in piazza San Giovanni, ha conquistato tutti, dagli estimatori di musica colta ai giovani “metallari” e appassionati di rock.

Palermitano come Sollima, Giuseppe Andaloro è uno dei pianisti italiani più apprezzati a livello internazionale e tra le sue qualità ha un’intelligenza e un gusto musicale che gli consentono scelte interpretative molto personali e affascinanti.

Andaloro

Dall’incontro tra questi due musicisti è nato qualcosa di unico e straordinario: coinvolgendo la violoncellista Monika Leskovar e il pianista Ilya Rashkovsky, hanno dato vita a un gruppo strumentale senza precedenti, formato da due violoncelli e due pianoforti. Questo inedito quartetto suonerà sabato 17 gennaio alle 17.30 presso l’Aula Magna della Sapienza (piazzale Aldo Moro 5) per i concerti della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti.

Eseguiranno alcuni dei più grandi capolavori della musica del Novecento: “La Sagra della primavera” di Igor Stravinsky, il “Prélude à l’après-midi d’un faune” di Claude Debussy e “La Valse” di Maurice Ravel. A questi tre brani, presentati nelle trascrizioni degli stessi Sollima e Andaloro, accosteranno le “Variazioni su un tema di Paganini” di Witold Lutoslawski, eseguite nella versione originale per due pianoforti.

La prima rappresentazione del balletto “La sagra della primavera” fu uno dei più grandi scandali della storia della musica: i ritmi violenti e primitivi di questi “quadri della Russia pagana” sembrarono intollerabili al pubblico parigino del 1913, che reagì con fischi e urla, coprendo totalmente la musica dall’inizio alla fine. Ma in poco tempo lo scandalo si trasformò in successo e questa musica divenne talmente popolare da essere inclusa da Walt Disney nel suo film “Fantasia”.

Scritta sette anni dopo la “Sagra”, anche “La Valse” di Ravel è basata su un’esaltazione ritmica che giunge fino all’ossessione, ma in questo caso il risultato è ottenuto non con ritmi barbarici, bensì con la danza tipica dei salotti ottocenteschi, il valzer. “La Valse” è stata trascritta varie volte da Ravel e da altri, tra cui Glenn Gould, e anche della “Sagra della primavera” esiste un adattamento di Stravinsky stesso per due pianoforti, ma queste trascrizioni per due pianoforti e due violoncelli, curate da Giuseppe Andaloro, si distinguono per l’assolutamente insolito impasto strumentale.

Un altro capolavoro degli anni tra fine dell’Ottocento e inizio del Novecento, il “Prélude à l’après-midi d’un faune” di Debussy, viene eseguito nella trascrizione di Giuseppe Sollima: l’idea di trasferire una musica scritta per orchestra a due soli violoncelli può apparire azzardata ma è geniale, perchè valorizza le sonorità delicate e raffinate del compositore francese, che qui si ispirò a un poemetto del simbolista Stephane Mallarmé.

Le “Variazioni su un tema di Paganini” di Lutoslawski – il maggior compositore polacco del Novecento e un protagonista della musica a livello mondiale tra il 1940 e il 1990 – saranno eseguite nella versione originale per due pianoforti, ma in un certo senso sono anch’esse una trascrizione, perché ricreano sulla tastiera i prodigi violinistici di Paganini, prendendo spunto dal suo ultimo “Capriccio” per violino solo, che ha ispirato tanti grandi musicisti, tra cui Brahms e Rachmaninoff.

L’attività di Giovanni Sollima – in veste di solista con orchestra e con diversi ensemble (tra i quali la Giovanni Sollima Band, da lui fondata a New York nel 1997) – si dispiega fra sedi ufficiali ed ambiti alternativi: Brooklyn Academy of Music, Alice Tully Hall, Knitting Factory e Carnegie Hall (New York), Wigmore Hall e Queen Elizabeth Hall (Londra), Salle Gaveau (Parigi), Accademia di Santa Cecilia (Roma), Teatro alla Scala (Milano), International Music Festival di Istanbul, Cello Biennale (Amsterdam), Summer Festival di Tokyo, Biennale di Venezia, “I Suoni delle Dolomiti”, Expo 2010 (Shanghai). Per la danza collabora, tra gli altri, con Karole Armitage e Carolyn Carlson, per il teatro con Bob Wilson, Alessandro Baricco e Peter Stein e per il cinema con Marco Tullio Giordana, Peter Greenaway, John Turturro e Lasse Gjertsen (DayDream, 2007). Insieme al compositore-violoncellista Enrico Melozzi, ha dato vita al progetto dei 100 violoncelli, nato nel 2012 all’interno del Teatro Valle Occupato

Giuseppe Andaloro è stato il primo pianista italiano e finora l’unico ad aggiudicarsi il primo premio al World Piano Competition London, nel 2005 ha trionfato con il primo premio e tutti i premi speciali al prestigioso Concorso Pianistico Internazionale “Ferruccio Busoni” di Bolzano e, a conclusione di una fulminate ascesa, nel 2011 ha ottenuto la medaglia d’oro al Hong Kong International Piano Competition, con giuria presieduta dal leggendario pianista e direttore d’orchestra Vladimir Ashkenazy. Il primo premio al Sendai International Music Competition – a soli 19 anni – ha segnato l’inizio della sua fortunata carriera in Giappone, dove dal 2001 ad oggi ha compiuto più di venti tournée. Ha suonato nelle sale più illustri e con le più grandi orchestre, dal Festival di Salisburgo alla Scala di Milano, dalla London Philharmonic Orchestra all’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia.

La violoncellista croata Monika Leskovar ha vinto il Concorso Rostropovic e l’Eurovision Grand Prix, ha suonato con la Moscow Philharmonic, la Sendai Philharmonic e altre grandi orchestre e collaborato con musicisti famosi quali Gidon Kremer e Janine Jansen.

Il pianista russo Ilya Rashkovsky si è esibito in alcuni dei più importanti festival pianistici, quali La Roque d’Anthéron in Francia, il Festival Chopin in Polonia e il “Joy of Music” di Hong Kong.

 

Programma

Giovanni Sollima e Monika Leskovar

violoncelli

Giuseppe Andaloro e Ilya Rashkovsky

pianoforti

Stravinsky: La sagra della primavera (trascrizione per due pianoforti e due violoncelli di Giuseppe Andaloro)

Lutoslawski:  Variazioni su un tema di Paganini (versione originale per due pianoforti)

Debussy: Prélude à l’après-midi d’un faune (trascrizione per 2 violoncelli di Giovanni Sollima)

Ravel: La Valse (trascrizione per due pianoforti e due violoncelli di Giuseppe Andaloro)

 

Mauro Mariani

 

Libertà presa a frustate

Secondo quanto riferito ad Amnesty International da un testimone oculare, la mattina del 9 gennaio scorso l’attivista saudita Raif Badawi è stato sottoposto a 50 frustate all’esterno della moschea al-Jafali di Gedda, al termine della preghiera del venerdì. Dopo essere stato fatto scendere da un pullman, Badawi è stato portato in catene al centro della piazza e, di fronte al pubblico e alle forze di sicurezza, ha ricevuto 50 frustate consecutive sulla schiena. Dopo 15 minuti, è stato riportato a bordo del pullman. “Si è trattato di un feroce atto di crudeltà, proibito dal diritto internazionale” – ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. “Ignorando le richieste di annullare la sentenza, le autorità saudite hanno dimostrato un orribile spregio per i più elementari principi dei diritti umani. Badawi è un prigioniero di coscienza, il cui unico ‘reato’ è stato quello di esercitare il diritto alla libertà d’espressione fondando un sito per il pubblico dibattito. Dev’essere rilasciato immediatamente e senza condizioni” – ha aggiunto Boumedouha. Nel settembre 2014, Badawi è stato condannato a 10 anni di carcere, 1000 frustate e un milione di rial sauditi (circa 225.000 euro) per aver pubblicato un forum online e per aver insultato l’Islam. È stato stabilito che le frustate verranno eseguite in un periodo di tempo di 20 settimane. diverse le manifestazioni in favore dell’attivista e molte le iniziative in suo favore. È possibile firmare l’appello on-line al seguente indirizzo: http://www.amnesty.it/Arabia_Saudita_attivista_online_apostasia

Amnesty International Italia

Unlimited al Carlo Felice

Domenica 18 gennaio alle ore 11.00 il settimo appuntamento con i Concerti Aperitivo della domenica mattina con l’esibizione al pianoforte, nel primo foyer del Teatro Carlo Felice, di Enrico Pieranunzi, uno dei maggiori pianisti espressi dal jazz italiano nel nostro tempo.

Il programma UNLIMITED prevede una serie di brani che verranno di volta in volta annunciati direttamente dal solista e comprenderanno il blues, Scarlatti, una canzone di Gershwin, una sarabanda di Haendel. Il nuovo piano solo di Pieranunzi sfida luoghi comuni e leggi della geometria facendo di jazz e classica due rette parallele che si incontrano. È accaduto già prestissimo nella vita musicale di Pieranunzi, quando i suoni di Parker, Django, Konitz e Chet Baker vivevano accanto a quelli di Bach e Chopin. Accade ancora oggi, sempre di più, nel suo pianismo libero, personalissimo, unico. Senza confini.

L’iniziativa dei concerti aperitivo conferma l’attenzione di un pubblico genovese sempre più attento e desideroso di novità culturali, abbinate anche alla possibilità di ascoltare della buona musica sorseggiando un aperitivo in un ambiente suggestivo e raffinato.

Marina Chiappa

A occhi spalancati

Impressionisti

“A occhi spalancati” è l’anteprima di un nuovo grande museo di Mosca, quello dell’Impressionismo russo che aprirà i battenti nella capitale russa nel prossimo autunno. Per annunciare e far conoscere quello che è destinato ad essere uno dei musei imperdibili per ogni turista che si recherà a Mosca, la direzione della futura istituzione ha deciso di anticipare l’apertura al pubblico con due importanti preview: la prima si è svolta in Russia, nel Museo di Ivanovo, all’inizio dell’autunno scorso e ora è la volta di Venezia, unica tappa estera. Qui, fino al 12 aprile, in Palazzo Franchetti, il pubblico italiano e internazionale potrà ammirare 50 capolavori del futuro museo moscovita, il meglio del meglio della sua imponente collezione d’arte. Un biglietto da visita estremamente raffinato, per annunciare una collezione di sicuro interesse internazionale. La rassegna veneziana è curata da Yulia Petrova, direttore del Museo dell’Impressionismo Russo, e da Silvia Burini e Giuseppe Barbieri, responsabili del Centro Studi sulle Arti della Russia (CSAR) dell’Università Ca’ Foscari e di una serie di prestigiose e apprezzate attività espositive che dal 2010 hanno diffuso in Italia alcuni essenziali aspetti dell’arte russa degli ultimi due secoli. È un’indicazione interessante dell’originale politica culturale e della speciale mission dell’istituzione moscovita: favorire, attraverso esposizioni temporanee, in Russia e all’estero, la conoscenza di una rilevante tendenza dell’arte russa, in particolare quella che caratterizza l’epoca tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, una fase ancora poco conosciuta, a parte alcuni grandi nomi, della vicenda artistica e del ruolo internazionale della moderna arte russa. Le 50 opere sono esposte in un percorso che accosta tra loro soggetti tematicamente contigui (il paesaggio, la scena urbana, la figura in un interno), con una dovuta, ma non sempre vincolante, attenzione alla cronologia. Il momento di maggior fioritura dell’Impressionismo in Russia è di qualche lustro successivo alla svolta dell’arte francese intervenuta tra settimo e ottavo decennio dell’Ottocento, e comprende soprattutto l’ultimo decennio del secolo e l’inizio di quello successivo. Ma questo non significa che possa essere considerato la variante provinciale di quello francese e nemmeno la sporadica scelta di maniera di qualche pittore. L’Impressionismo era già divenuto infatti il tempestivo punto di riferimento per l’opera di paesaggisti come Fedor Vasil’ev, aveva influenzato la ricerca di Polenov e di Repin, dopo un loro soggiorno in Francia e, grazie a questi maestri, era presto diventato oggetto di studio per gli studenti della Scuola di Pittura, Architettura e Scultura di Mosca, alcuni dei quali destinati – come Konstantin Juon, Petr Petrovicev e Stanislav Zukovskij, tutti presenti in mostra- a un ruolo di primaria importanza prima, durante e dopo l’avvento delle Avanguardie. La tradizione di dipingere alla maniera impressionista continua poi per buona parte del Novecento, ed è documentata in mostra con opere di Koncalovskij, Grabar’, Kustodiev, Baranov-Rossiné, con altri pittori insospettabili, come Sergej Gerasimov o Georgij Savickij, e persino con artisti molto legati al realismo socialista, come Aleksandr Gerasimov e Dmitrij Nalbandjan. D’altra parte l’immagine guida della mostra i Manifesti sotto la pioggia di Pimenov (1973) – dimostra con ogni evidenza come la matrice impressionistica caratterizzi con un certo rilievo anche il periodo del disgelo post staliniano. La mostra veneziana allinea insomma le prime esplicite rimeditazioni e rielaborazioni della rivoluzione artistica francese, evidenzia la tenace persistenza, per buona parte del Novecento, di questo approccio alla raffigurazione della vita individuale e dei suoi scenari e sottolinea la perdurante attualità di questa matrice. Per questo l’arco cronologico delle opere in mostra spazia da alcuni rari dipinti giovanili di Konstantin Korovin, il più famoso esponente dell’Impressionismo russo, e di Valentin Serov sino ad anni recentissimi, con pittori come Vladimir Rogozin e Valerij Kosljakov, che non si possono certo considerare “impressionisti” in senso stretto, ma per i quali sono risultate fondamentali le ricerche dei loro predecessori alla fine del XIX secolo e che raccolgono oggi, idealmente ed efficacemente, in una chiave contemporanea, la loro eredità. Il Museo dell’Impressionismo Russo di Mosca nasce dalla collezione privata di Boris Mints, avviata oltre dieci anni fa, anche mediante l’acquisto sul mercato occidentale di una serie di dipinti che sono tornati così in Russia e che tra poco saranno disponibili per i visitatori del Museo. Il Museo dell’Impressionismo non espone tuttavia solo una collezione privata. C’è la ferma volontà di creare, mediante l’impiego di nuove tecnologie (alcune delle quali saranno sperimentate per la prima volta proprio nella mostra di Venezia), uno spazio che coinvolga i visitatori di varie estrazioni e a diversi livelli. Il museo è pensato insomma come uno spazio dinamico, interattivo, dove l’esposizione permanente verrà accompagnata da strutture e attività educational e di ricerca sulle raccolte del museo stesso. Sono previsti una sala cinema e uno spazio per mostre temporanee. Come abbiamo accennato, quella di impressionismo russo è una definizione che ha confini molto vasti. Il Museo raccoglie pertanto opere dei classici maestri del periodo più propriamente riferibile a questa tendenza storica, così come di pittori che hanno trovato nella matrice impressionista, anche solo per un tratto del loro percorso, una referenza insostituibile per la loro ricerca e la loro evoluzione. Gli storici dell’arte hanno l’abitudine di far risalire al 1863 (l’anno de Le déjeuner sur l’herbe e de l’Olympia di Manet) l’apparizione della nuova arte in Russia. In quell’anno un gruppo di giovani pittori si ribellò all’autorità dell’Accademia delle Arti di Pietroburgo, fino ad allora indiscussa. La principale conseguenza di tale gesto fu la nascita di un secondo polo di influenza artistica, Mosca, dove, nel 1870, con l’aiuto di un mercante appassionato d’arte, Pavel Tret’jakov, si costituì la Società dei Pittori Ambulanti (Peredvizniki). Lo scopo era quello di diffondere la conoscenza artistica al di fuori delle grandi città, con mostre itineranti. La Società rimase attiva fino al 1923, organizzò più di 50 rassegne ed ebbe un ruolo capitale nel dischiudersi di una nuova fase dell’arte russa. L’estetica degli Ambulanti segnò la generazione successiva, ma provocò anche un completo riorientamento dell’arte russa che fino a quel momento aveva seguito le grandi scuole europee senza mostrare una vera e propria originalità. Gli Ambulanti puntavano decisamente sul realismo e sull’impegno nella vita sociale. Il loro maggiore punto di riferimento culturale era Lev Tolstoj, di cui condivisero le opinioni ben prima che egli le esponesse chiaramente in Cto takoe iskusstvo (Che cos’è l’arte, 1898). A partire dal 1874 Savva e Elizaveta Mamontov cominciarono a riunire un gruppo più o meno permanente di artisti russi nella loro proprietà di Abramcevo. I fondatori di questo “gruppo” furono Repin, Polenov, e Valentina Serova, insieme al figlio Valentin, e più tardi si unirono a essi i fratelli Viktor e Apollinarij Vasnecov, Korovin e Vrubel’. Si discuteva, si lavorava e si parlava di arte medievale russa e popolare. Si praticavano pittura e scultura ma anche arti applicate (la chiesa di Abramcevo è opera collettiva dei Vasnecov, Polenov e Repin), c’era persino un teatro d’opera privato dove vennero allestiti molti spettacoli, come La fanciulla di neve di Rimskij-Korsakov. La Corista (1883) di Konstantin Korovin (1861-1939) è probabilmente la prima opera impressionista russa: precorreva i tempi e non fu capita dai contemporanei. E tuttavia vi si percepiscono i due elementi tipici del suo approccio impressionistico: il decorativismo e la tendenza allo studio-bozzetto, evidenti nei suoi paesaggi parigini eseguiti a partire dal 1900. Sono scene serali, la città è inondata di luce, Korovin infonde vita negli episodi che si svolgono per strada, grazie a pennellate ampie, impulsive, quasi rozze. Nei suoi paesaggi si respira un’atmosfera teatrale, e ciò non deve stupire, dato che l’artista era anche un bravo scenografo teatrale, particolarmente famoso per le sue realizzazioni per opere liriche. L’opera di Korovin occupa un posto centrale nella tradizione moscovita e costituisce un esempio efficace del desiderio dei pittori locali di raggiungere la spontaneità nella loro rappresentazione della vita e della bellezza. Con la fine del XIX secolo molti artisti avevano sviluppato a Mosca uno stile più o meno comune e tale evoluzione portò inevitabilmente alla formazione di un gruppo, la “Unione dei Pittori russi” che per un breve periodo si unì al pietroburghese “Mir iskusstva” (Il mondo dell’arte), anche se tra i due gruppi esistevano differenze inconciliabili. I moscoviti, pur in grado diverso, erano dominati dall’Impressionismo, dall’esigenza della rappresentazione della vita individuale e sociale, mentre i membri di “Mir iskusstva” tendevano già al modern (la variante russa dello Jugendstil, del liberty o dell’art noveau, in una sorta di “plurilinguismo stilistico”). In Russia è molto complesso distinguere tra questi orientamenti, in primo luogo perché i due termini sono strettamente collegati tra loro e inoltre perché manca quella forte tradizione romantica alla quale invece si erano potuti rifare gli artisti contemporanei europei. Palazzo Franchetti, Campo Santo Stefano, San Marco 2847, Venezia Fino al 12 aprile 2015 da martedì a domenica con orario 10-18. Chiuso il lunedì Ingresso libero Catalogo Terra Ferma S. E.