“Forever love” in Piazza Bra a Verona

È stata inaugurata, nello spazio tra piazza Bra e l’imbocco con via Mazzini, a Verona, l’installazione urbana “Forever Love”, una panchina stilizzata dedicata all’amore. La struttura è stata donata alla città di Verona dall’Atelier Studio Borella di Manzano, in provincia di Udine, che l’ha realizzata a proprie spese. Presenti al taglio del nastro il Sindaco Flavio Tosi, il vicesindaco Vito Giacino e gli assessori comunali all’Arredo urbano Luigi Pisa, al Traffico Enrico Corsi, allo Sport Marco Giorlo e al Decentramento Antonio Lella, e gli artefici ed ideatori dell’opera Stefano e Francesco Borrella. “Ringrazio i fratelli Borrella per il dono fatto alla città – ha detto il Sindaco – sono certo che la panchina dedicata a Giulietta e Romeo saprà attirare un gran numero di turisti. La scelta di collocarla in piazza Bra, di fronte all’Arena –ha aggiunto Tosi – va nella direzione di promuovere ulteriormente il turismo, unendo la storia d’amore shakespeariana con l’anfiteatro più famoso al mondo”.

“Un elemento di arredo urbano che unisce arte, creatività e design – ha spiegato Pisa – destinato a diventare uno dei luoghi più fotografati della città”. La panchina-scultura, a forma di cuore, è realizzata in acciaio corten trattato a cera; la parte in cui si può sedere è invece in legno di iroko trattato ad olio. Il grande cuore è formato dalle lettere G e R, le iniziali di Giulietta e Romeo. Lunga 4,20 metri a alta 2,5, la struttura è collocata all’imbocco di via Mazzini, in piazza Bra, sulla pavimentazione in marmo rosso di Verona tra la grande lastra di bronzo che raffigura la pianta della Verona Romana e la colonna votiva che sostiene l’antica edicola scolpita alla fine Trecento. Un divisorio a forma di cuore impedisce di sdraiarsi sulla panchina, come previsto dalle norme per il decoro urbano in vigore a Verona.

Fausto Pirandello a novembre in mostra ad Agrigento

Dal 23 novembre al 25 febbraio, le Fabbriche Chiaramontane di Agrigento propongono una precisa monografica su “Fausto Pirandello. Il tempo della guerra (1939 – 1945)”. La mostra, curata da Fabrizio d’Amico e Paola Bonani è promossa dalle Fabbriche Chiaramontane e realizzata con il contributo dell’AFP – Associazione Fausto Pirandello.
A documentare per la prima volta in modo puntuale uno degli snodi personali e artistici oggettivamente tra i più rilevanti dell’artista saranno una sessantina di opere. Una trentina di dipinti provenienti da istituzioni e musei pubblici e da gelose collezioni private, in particolare romane e siciliane, e altrettante opere su carta (sanguigne, pastelli, acquarelli), per lo più inedite, provenienti dalla collezione degli eredi di Antonio Pirandello.
All’indomani della morte del padre (1936), si chiude il periodo più interrogante e sospeso di Pirandello, influenzato insieme dall’arte etrusca, dalla metafisica dechirichiana, dall’esempio di Picasso e di Braque e dal surrealismo – avvicinati questi ultimi direttamente nei tardi anni Venti trascorsi dall’artista a Parigi.
E s’apre un tempo coeso, caratterizzato dal senso d’un oscuro dolore e da una intensa drammaticità: tempo nel quale l’immagine accede ad un dilacerato espressionismo, che si pone in sintonia con le punte più avanzate della coeva ricerca romana (di Mafai e del giovane Guttuso), quasi avvertendo in anticipo il dramma della guerra.
Questa mostra riconferma come Fausto Pirandello sia stato uno dei maggiori pittori italiani del secolo. Tale viene finalmente riconosciuto ora anche in Europa, e in Francia in particolare, dove ha ricevuto un’ennesima consacrazione nella mostra ‘Les Réalismes’ di Pontus Hulten e Jean Clair.
Fausto Pirandello (1899-1975) emerge come autore votato ad un’aspra visione della realtà, e insieme ad un sogno capace di trasfigurarla, trasportandola in una dimensione ove albergano il rito, il mito, l’allucinazione.
La sua figura è stata rivisitata da studi importanti che hanno tra l’altro condotto al recente catalogo generale (Electa, a cura di Claudia Gianferrari) e ad una mostra destinata ai suoi anni di prima maturità dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.
Ora, nel momento in cui nasce l’Associazione Fausto Pirandello (AFP) promossa dagli eredi Dora, Fausto e Silvio Pirandello, si ordina questa mostra sul tempo della seconda guerra mondiale e sull’operosità densa di Pirandello in quegli anni; mostra intesa a promuoverne ulteriormente l’opera nella terra natale del padre Luigi – la Sicilia, ed Agrigento in particolare”.

Fausto Pirandello | Il tempo della guerra (1939-1945)
FAM, Fabbriche Chiaramontane, Agrigento
Piazza San Francesco 1
Orari: da martedì a domenica 10-13 e 16-20.
Chiusure: tutti i lunedì; 25 e 26 dicembre e 1 gennaio
Aperture: 8 dicembre e 6 gennaio
Ingresso gratuito
Articolo di  Carmela Grasso

 

Rapporto di Amnesty International sul Kossovo

In un rapporto lanciato alla vigilia del dibattito al Consiglio di sicurezza, Amnesty International ha denunciato che la Missione di amministrazione provvisoria delle Nazioni Unite in Kossovo (Unmik) ha clamorosamente mancato di indagare sul rapimento e sull’uccisione di serbi kossovari nel periodo successivo al conflitto del 1998-99.
‘Il fallimento dell’Unmik nelle indagini su quello che ha costituito un diffuso e sistematico attacco contro la popolazione civile e che potrebbe configurarsi come crimine contro l’umanita’, ha favorito il clima di impunita’ che prevale in Kossovo’ – ha dichiarato Sian Jones, ricercatrice di Amnesty International sul Kossovo.
Non c’e’ prescrizione per i crimini contro l’umanita’. Questi devono essere indagati e le famiglie delle persone rapite e uccise devono essere risarcite. Le Nazioni Unite non possono continuare a venir meno alle loro responsabilita’.
Nel rapporto ‘Kossovo, l’eredita’ dell’Unmik: mancata giustizia e riparazione per i familiari delle persone rapite’, Amnesty International denuncia come l’Unmik non sia riuscita a indagare sulle denunce di rapimenti e uccisioni, nonostante uno degli incarichi affidatole dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite fosse proprio la tutela dei diritti umani in Kossovo.
Il rapporto si basa sui risultati iniziali del Gruppo di lavoro sui diritti umani (Hrap) istituito dal’Unmik per ricevere le denunce di coloro che ritengono che i propri diritti siano stati violati dalla stessa Unmik. L’Hrap ha ricevuto circa 150 denunce da parenti di persone scomparse, principalmente serbi kossovari che si presume rapiti da membri dell’Esercito di liberazione del Kossovo (Uck). In ogni denuncia si sostiene che l’Unmik non abbia saputo indagare in modo adeguato.
L’Hrap ha rilevato che in diversi casi l’Unmik non e’ stata in grado di presentare alcuna prova che l’inchiesta fosse stata compiuta, mentre in altri la polizia dell’Unmik sembra aver interrotto le indagini non appena il corpo della vittima era stato consegnato ai parenti. In un caso, la polizia dell’Unmik era persino ignara che due corpi erano gia’ stati ritrovati e restituiti alla famiglia per la sepoltura.
Nonostante le conclusioni e le raccomandazioni dell’Hrap, non sembra che l’Unmik abbia preso ulteriori misure per fornire risarcimento e riparazione.
Anche se il rapporto si focalizza sui rapimenti di serbi del Kossovo, presumibilmente da parte dell’Uck, le ricerche di Amnesty International hanno evidenziato che anche nelle indagini sulle sparizioni forzate di persone di etnia albanese da parte delle forze serbe l’Unmik non ha conseguito risultati migliori.
A partire dal biennio 1999-2000, Amnesty International ha monitorato l’operato dell’Unmik in una serie di casi emblematici di sparizione forzata e rapimento. In cinque casi, che riguardano la sparizione forzata di 27 albanesi, nessun colpevole e’ stato ancora assicurato alla giustizia. In altri 10 casi, relativi al rapimento di 13 serbi e rom, un solo responsabile e’ stato assicurato alla giustizia, ma dalle autorita’ serbe.
Per quasi un decennio dopo il conflitto, la polizia dell’Unmik e i pubblici ministeri non hanno saputo avviare tempestivamente indagini efficaci, indipendenti, imparziali e accurate sulle numerose segnalazioni di sparizioni forzate e rapimenti. Di conseguenza, pochi dei sospettati per crimini di guerra e contro l’umanita’ sono stati assicurati alla giustizia nei tribunali internazionali o nazionali.
‘Gli anni sono passati e il destino della maggioranza dei dispersi su entrambi i fronti del conflitto e’ ancora irrisolto, con le loro famiglie ancora in attesa di giustizia. I casi considerati finora dall’Hrap rivelano come le vittime di violazioni dei diritti umani siano state lasciate nel limbo a causa della mancanza di volonta’ all’interno del sistema delle Nazioni Unite per garantire che ricevessero un risarcimento adeguato e altre forme di riparazione’ – ha commentato Jones.
Le responsabilita’ dell’Unmik in materia di ordine pubblico e giustizia sono cessate il 9 dicembre 2008, quando la Missione dell’Unione europea per lo stato di diritto in Kossovo (Eulex) ha assunto funzioni giudiziarie e di polizia. Questo passaggio di consegne ha incluso la responsabilita’ per l’accertamento e il perseguimento di reati gravi, compresi i crimini di diritto internazionale. L’Eulex ha cosi’ ereditato 1.187 crimini di guerra che l’Unmik aveva omesso di indagare.
‘Mentre ora spetta all’Eulex aprire le indagini su casi di rapimenti e omicidi compiuti nel dopoguerra, l’Unmik deve rendere disponibili fondi sufficienti per assicurare ai parenti degli scomparsi compensi adeguati ed effettivi per i danni morali e per il loro dolore e la sofferenza, in conformita’ con la legge e gli standard internazionali’ – ha sottolineato Jones.
‘Le eredita’ del conflitto in Kossovo devono essere risolte. E per risolverle bisogna scoprire la verita’ sul destino delle persone scomparse di tutte le comunita’ del Kossovo, portare di fronte alla giustizia i responsabili di crimini di guerra e crimini contro l’umanita’ e fornire riparazione. Solo quando questo accadra’, le ferite del passato potranno rimarginarsi’ – ha concluso Jones.

Articolo di Amnesty International Italia

“Il Viaggio” sarà il tema della Settima edizione de “I colori del Sacro”

Illustratori di tutto il mondo, moltissimi da paesi “nuovi” finora non rappresentati, sono al lavoro per creare le meraviglie illustrate che saranno protagoniste della settimana edizione de I colori del Sacro, l’ormai popolare mostra di illustrazioni e illustratori che, a cadenza biennale, espongono a Padova, al Museo Diocesano, le loro tavole intorno a un soggetto di volta in volta definito.

Per l’edizione 2014 de I colori del Sacro (dal 18 gennaio al 2 giugno 2014) il tema è tra i più affascinanti: il Viaggio.

Viaggio inteso nel modo più ampio: in letteratura il Viaggio è l’avventura di Ulisse, è l’esilio di Dante, è la meraviglia di Alice, è il fascino d’Oriente negli occhi di Marco Polo, è l’epopea di Gilgamesh alla ricerca dell’immortalità, è il mito babilonese di Etana di Kish, è la lettura fantastica di Don Chisciotte, è l’avventura cavalleresca, è il diario dei Bildungsreisen dei poeti e degli scrittori romantici. È anche , per chi crede, lo scoprire la terra delle Scritture, è ricercare il fondamento della storia dell’islam, è il pellegrinaggio alla Terra Santa, è il cammino di Santiago, è la “salita” alla Città Santa, è la visita a Roma, sede del trono di Pietro, è il sibbab, il viaggio a Gerusalemme, dovere per tutti gli Ebrei, è il quinto dovere di ogni musulmano, è il pellegrinaggio a La Mecca, è la visita alla Ka’aba del fedele islamico, è il sentiero dell’illuminazione del Buddismo, è la strada verso Shiva sul monte Kailas, è il pellegrinaggio al fiume Gange, è l’andare ai Shakta pitha, i “troni della dea Sati”, è la marcia del monaco indiano, è il passo lento del viandante in Tibet. Per tutti è attesa e speranza, desiderio ed irrequietezza, ricerca e scoperta, è il coraggio della sfida e la paura dell’ignoto, è scoperta del nuovo e stupore del diverso, è mistero, è fantasia, è nostalgia e abbandono, è avventura e adattamento, crescita e divertimento, conquista e cambiamento, è passaggio, trapasso, è superamento di confini, è fuga, è un percorso interiore, un sogno, la meta finale, è un ciao, un addio, è partire, lasciare, è trovare, è un’andata, è un ritorno, è un’andata e un ritorno, è vedere con gli occhi e vedere col cuore, è voglia di imparare, è crescere, è…

Andrea Nante, direttore del Museo Diocesano e curatore della Rassegna, annuncia una mostra che per qualità di partecipanti sarà sicuramente la più alta nella storia più che decennale de I colori del Sacro. Il tema evidentemente è di quelli che affascinano e che stimolano alla creatività più libera.
“Abbiamo sollecitato illustrazioni che esplicitino il tema approfondendo sia quegli aspetti legati al desiderio di conoscenza e di scoperta che da sempre caratterizza gli spostamenti verso terre e popoli lontani, sia tutti i risvolti più di tipo psicologico, emotivo e spirituale che accompagnano le fasi del viaggio e che accomunano il sentire di chi parte, per qualsiasi meta, fosse anche un partire simbolico”, annota Andrea Nante.

Le opere potranno illustrare come, fin dall’inizio della storia, l’uomo si sia spostato, cercando terre fertili, nuovi orizzonti, abbia vagato, viaggiato, scoperto; anche le tre grandi religioni monoteiste hanno tutte radici nella storia di popolazioni nomadi e le divinità si sono spesso rivelate a popoli in cammino o a singoli pellegrini.

L’edizione 2014 della rassegna vuole quindi raccontare il viaggio come esperienza di vita tout court, ripercorrendo la storia, i testi sacri e i racconti pagani e mitologici, i riti e le tradizioni, nel tentativo di rivelare la dimensione emotiva e spirituale di ogni partenza e di ogni ritorno.

Pellegrini antichi e nuovi, conquistatori d’imperi, ricercatori di fortuna, fino ai marciatori delle metropoli e ai viaggiatori dello spazio, ansiosi di imprimere un’orma sul suolo di qualche deserto planetario, siamo tutti in viaggio, in cammino, verso orizzonti lontani o mete vicine. L’uomo sin dall’inizio dei tempi nasconde nel cuore un profondo anelito a uscire da sé, raggiungere un oltre, inseguire un sogno, un desiderio, viaggiare verso l’altro, il diverso.
C’è qualcosa che accomuna tutti coloro che scelgono di viaggiare e che fanno del viaggio non solo il loro sogno, ma anche la loro realtà? Cosa accade in una personalità quando lascia le proprie sicurezze per partire alla ricerca del nuovo? Quali emozioni accompagnano il viaggio? E soprattutto: che senso ha viaggiare?

Per millenni l’uomo ha solo camminato: per migrare, per cercare pascoli, per fuggire, per commerciare, per andare in pellegrinaggio. Ancora oggi le donne africane si alzano prima dell’alba per andare, a piedi, con taniche e otri sulla testa, ai pozzi dell’acqua. Ancor oggi disperati africani, asiatici, latino-americani lasciano le loro terre per raggiungere, anche a piedi, il ricco Occidente o per fuggire dalla guerra: un andare di miserabili, ricchi solo di sogni e speranze.

Viaggiare è un fatto privato, intimo, solitario, oppure un’esperienza corale, di gruppo.
Il viaggio agisce sulla psiche umana in modo diverso per ogni sua fase: preparazione, transito, arrivo e ricordo creano emozioni, pensieri e comportamenti diversi.

Si viaggia per imparare ad amare o per essere amati, per lenire un dolore o per dare sfogo alla rabbia, per fede o perché non si ha più nulla in cui credere. Si viaggia per aiutare il prossimo o per farsi aiutare, perché si è amici o per fare nuove amicizie. Si viaggia per incontrare qualcuno o per abbandonare qualcun’altro, per non saper attendere o perché abbiamo atteso troppo, per indagare nel profondo della nostra anima o per fuggire da se stessi….

Articolo de il Museo Diocesano di Padova

Una mostra sul Liberty prossimamente a Forlì

La magnifica rivoluzione floreale

Per molti il Liberty è semplicemente un insieme di decorazioni in stile floreale che, all’inizio dello scorso secolo, hanno abbellito facciate di case e mobili, oggetti e, naturalmente, quadri e sculture. Che sia stato questo ma anche molto, molto di più, lo metterà in evidenza la grande esposizione che la Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì sta programmando ai Musei San Domenico a partire dal primo febbraio del prossimo anno.

Mostre sul Liberty, e sul primissimo scorcio del Novecento, in Italia se ne sono viste molte. Ma oggettivamente nessuna del livello e dell’importanza, oltre che imponenza, di questa.

L’obiettivo di chi ci sta lavorando (il Comitato scientifico è presieduto da Antonio Paolucci, la curatela della mostra è di Maria Flora Giubilei, Fernando Mazzocca, Alessandra Tiddia, la direzione generale di Gianfranco Brunelli) è decisamente ambizioso: offrire per la prima volta al pubblico italiano ed internazionale non una mostra qualsiasi ma la “grande mostra” sul Liberty. Indagandolo in modo non solo ampio ma senza restrizione di schemi: dalla ricerca dei modelli lontani, nel Rinascimento e in Botticelli in primis, ma anche inserendo il Liberty nei grandi movimenti europei del momento ed in particolare la Secessione viennese.

A consentire una mostra di tale ampiezza e bellezza, oltre che alla capacità del committente e dei curatori, concorre l’ampiezza degli spazi del San Domenico. Qui si può agevolmente dipanare il racconto di ciò che il Liberty abbia significato in pittura e in scultura, nelle arti decorative, dalle vetrate ai ferri battuti, ai mobili, agli oggetti d’arredo, ai tessuti ed ai gioielli. Evidenziando certi temi e alcune soluzioni formali, sarà possibile tracciare una linea comune tra i dipinti di Previati, Nomellini, Baccarini, Kienerk, Grubicy de Dragon, Segantini, Pellizza da Volpedo, Longoni, Sartorio, De Carolis, Laurenti, Marussig, Zecchin, Chini, Casorati, Balla, Bucci, Boccioni, Dudreville, Innocenti, Bocchi, Viani e le sculture di Bistolfi, Ximenes, Trentacoste, Canonica, Rubino, Andreotti, Wildt, Martini, le vetrate e i ferri battuti di Mazzucotelli e Bellotto, le ceramiche di Galileo Chini, i manifesti di Dudovich, Terzi, Hohenstein, sottolineando, attraverso un apposito apparato grafico, i rapporti con la letteratura, tra D’Annunzio, Pascoli e Gozzano. Ma anche con la musica di Puccini, Mascagni e Ponchielli. Sarà dunque possibile sottolineare i molti punti di incontro, come nella ricorrente metamorfosi tra la figura umana, il mondo animale e quello vegetale, tra Liberty e Simbolismo. I confronti europei non potranno prescindere da autori come Klimt, Adler, Moser, Tiffany, Klinger, Boecklin, Van Stuck, Morris. Tutti presenti in mostra con opere attentamente selezionate.

La mostra, com’è cifra consolidata delle esposizioni promosse dalla Fondazione forlivese, è “glocal”, nel senso che dà conto, estesamente, del Liberty in Italia e delle sue connessioni internazionali ma, al medesimo tempo, collega questo movimento al territorio. Così l’importanza che il Liberty ha avuto in terra forlivese e emiliano-romagnola è evidenziata in mostra ma da essa si proietta all’esterno, “sul campo”. La mostra è infatti il punto di partenza per un affascinante itinerario che non si limita a Forlì e Faenza, ma si estende all’intera regione.

Di particolare importanza la collaborazione con grandi musei nazionali, tra i quali la Galleria d’Arte Moderna di Genova, la Galleria d’Arte Moderna di Milano, la Civica Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino, la Galleria degli Uffizi di Firenze, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, la Wolfsoniana-Fondazione Regionale per la Cultura e lo Spettacolo di Genova.

LIBERTY. Uno stile per l’Italia moderna

Forlì, Musei San Domenico, Piazza Guido da Montefeltro; 1 febbraio – 15 giugno 2014

Articolo di Studio Esseci

Diafane passioni. Avori barocchi al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti

Dalla metà del Cinquecento, per circa due secoli, la scultura in avorio fu apprezzata e ricercata dalle corti europee come una delle massime e più sofisticate forme di espressione artistica.

I più importanti scultori del periodo barocco, sia in Italia che nei paesi transalpini e addirittura nelle colonie portoghesi e spagnole, si cimentarono in questa tecnica raffinatissima e difficile, che univa alla perizia dell’artefice la preziosità della materia prima.

In tutta Europa, imperatori e granduchi, papi e principi, altissimi prelati e ricchi banchieri si contendevano l’opera degli scultori in avorio, e spesso formavano collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari figurativi veri e propri ai tour de force torniti. Questi ultimi univano al piacere del capriccio visivo il rigore scientifico del calcolo matematico.

L’Italia giocava un ruolo chiave per la più grande fioritura della scultura in avorio tra il Cinque e il Settecento: la seconda dopo quella gotica, che aveva avuto il suo centro a Parigi. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa attraverso le grandi città portuali, Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della preziosa ed esotica materia, ricercata particolarmente per la sua qualità mimetica di raffigurare l’incarnato umano. L’ammirazione per l’avorio nell’Italia del Sei e Settecento favorì inoltre il collezionismo di avori africani e indiani, oltre a quelli tardoantichi e medievali. Proprio a Firenze fra il  XVII e XVIII secolo si formarono le prime collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.

Con Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) a Firenze, ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di avori in Europa, che continuò ad arricchirsi fino al tramonto della dinastia, raggiungendo numerose centinaia di esemplari. Per quantità, per qualità ed importanza dal punto di vista storico artistico, la raccolta medicea raggiunse livelli pari solo a quelli della corte imperiale di Vienna e di quella principescahe di Dresda e di Monaco.

Coppe e rilievi, composizioni mitologiche e scene di genere, santi e ritratti di principesse, scarabattole e torri tornite: ogni aspetto dell’arte figurativa e astratta è riflesso nell’arte eburnea raccolta a Firenze.

La maggior parte degli avori dei Medici si trovano ora nel Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, e costituiscono una delle grandi attrazioni nelle sale del pianterreno, dove il visitatore entra in un mondo magico di forme diafane, dalla grazia fiabesca.

Gli avori barocchi, nella loro importanza artistica internazionale, non sono mai stati oggetto né in Italia né all’estero di una grande esposizione, e questa rappresenta la prima occasione per rimediare a questa lacuna. Occasione che non è un caso venga colta a Firenze, al Museo degli Argenti, dove si trova la più estesa e formidabile raccolta storica di avori, composta da opere dei maggiori scultori in questa tecnica. Nella mostra “al nucleo fiorentino si aggiungono temporaneamente figure, vasi e oggetti oggi conservati nelle principali raccolte europee e americane, evocativi dell’abilità suprema che fu raggiunta specialmente in area germanica e mitteleuropea nell’età barocca, mettendo all’opera non solo gli artisti di corte – come il ‘nostro’ abilissimo Sengher – ma addirittura sovrani sperimentali e di talento, come lo Zar Pietro il Grande” (Cristina Acidini).

Una mostra di quasi centocinquanta pezzi, che unisce i tesori fiorentini a pregevoli esemplari provenienti dai più importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private, dà vita a un nuovo e spettacolare capitolo della storia dell’arte: un capitolo mai studiato prima, soprattutto nel suo aspetto “internazionale”, così peculiare del collezionismo mediceo.

La mostra si articola in varie sezioni che percorrono l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel a Balthasar Permoser.

La prima sezione è dedicata al momento della riscoperta dell’avorio come materia prima, e al collezionismo di avori in Italia – da due ‘olifanti’ congolesi (presenti nelle collezioni medicee dal Ciqnuecento) alle opere medievali, tra cui il Dittico appartenuto alla collezione di Lorenzo il Magnifico, che di recente è stato identificato all’Ermitage di San Pietroburgo e ritorna per la prima volta a Firenze, dopo più di cinquecento anni.

In questa sezione vengono presentati anche alcuni capolavori dei primi centri di produzione della scultura in avorio del Cinquecento:  Venezia con opere di Francesco Terrilli e Roma dove i fiamminghi Niccolò Pippi e Jacob Cornelisz Cobaert furono attivi allo fine del secolo.

La sezione Geometria virtuosa. Gli avori torniti raccoglie particolari e spettacolari esempi della competizione tra i più importanti tornitori tedeschi nel creare in avorio le figure più complicate, piccoli miracoli di virtuosismo tecnico che univano simbologia a numerologia, geometria e filosofia. “Poliedri e sfere, scatole cinesi, variazioni sui cinque solidi della geometria greca sormontati da una guglia sottilissima e spiraliforme” (Marco Riccomini).

L’inventore di questo tipo di oggetto da gabinetto delle curiosità – e allo stesso tempo all’altezza della ricerca matematica e ingegneristica dell’epoca – fu, alla fine del Cinquecento, proprio l’ italiano Giovanni Ambrogio Maggiore al servizio delle corti tedesche. Ben 18 i pezzi di questo genere esposti, appartenenti al Museo degli Argenti e pervenuti grazie al principe Mattias de’ Medici come parte del bottino catturato durante la Guerra dei Trent’anni: tra le altre, opere di Marcus Heiden e del suo allievo Johan Eisenberg, i migliori tornitori di avorio dell’età barocca.

La terza sezione, Artisti ultramontani in Italia. I protagonisti dell’avorio barocco espone tra gli altri capolavori di Leonard Kern e  Georg Petel i due grandi scultori attivi nella prima metà del Seicento nel sud della Germania. Le loro opere mostrano sensibili affinità con la cultura figurativa barocca italiana e testimoniano dei viaggi dei due artisti a Roma, Napoli, Genova e in Toscana, rivelando in particolare un debito con il linguaggio figurativo di Peter Paul Rubens.

Si riuniscono inoltre per la prima volta opere di Justus Glesker – che nel Seicento era celebrato come uno dei migliori scultori del secolo – provenienti da musei nazionali e dall’Estero (Victoria and Albert Museum, Londra; Galleria Estense, Modena; Ermitage, San Pietroburgo; Bayerisches Nationalmuseum, Monaco di Baviera). Questa sezione esplora inoltre Genova come centro della scultura in avorio: il caposcuola Domenico Bissoni introdusse un’espressività estrema e un naturalismo inaudito nella raffigurazione della sofferenza e della morte, che incontrava particolarmente il gusto del territorio spagnolo, dove venivano spedite gran parte delle opere della scuola genovese. Anche il fiammingo François van Bossuit, forse il primo artista a cui sia stato dedicato un catalogo ragionato illustrato, è presente in mostra con opere di soggetto sacro e profano.

La quarta sezione, La fioritura dell’avorio tardobarocco al di là delle Alpi, unisce, tra l’altro, opere di Christoph Daniel Schenck (che formò il suo stile energico su modello di Francesco Mochi), e che tra l’altro offre l’opportunità di paragonare opere in diversi materiali, avorio e legno, di formato piccolo e grande. L’austriaco Balthasar Griessmann, attivo a Salzburg, e Ignaz Elhafen, attivo prima per la corte imperiale di Vienna e poi per il conte palatino Johann Wilhelm e sua moglie Anna Maria Luisa de’ Medici, svilupparono metodi innovativi e personali per utilizzare le incisioni – soprattutto italiane – come modelli per le opere.

Testimonianza in mostra ce ne darà il confronto diretto tra la grande incisione di Pietro Aquila del Ratto delle Sabine di Petro da Cortona e le varie versioni eburnee in rilievo oltre che lo spettacolare boccale di Elhafen proveniente dalla collezione del margravio di Baden, che dopo la sua vendita nel Canada ora per la prima volta è tornato in Europa.

La quinta e ultima sezione, L’apice del tardobarocco in Italia, ha come nucleo principale l’opera del grande Balthasar Permoser attivo a Roma dal 1675 e a Firenze al più tardi dal 1682. Anche per il Permoser l’esperienza italiana fu di fondamentale importanza: infatti fu colui che condusse lo stile enfatico di gusto tardobarocco, formato sulle opere di Bernini e Foggini, al di là delle Alpi, dove alla corte di Augusto il Forte re della Sassonia e della Polonia, diresse il cantiere più grande e influente che l’Europa settentrionale  e centrale avesse mai visto.

Claude Beissonat, invece, di stanza a Napoli, inviò la maggior parte delle sue opere a committenti spagnoli. La sezione conclude con il personaggio di Johannes Sporer, scultore tedesco, che durante il suo viaggio di studio si innamorò di una bella romana e pertanto si stabilì nella Città Eterna dove scolpì copie dall’antico e figure di soggetti mitologici e anticheggianti sia in bosso che in avorio, varcando la soglia del primo neoclassicismo.

La mostra, presso il Museo degli Argenti di Plazzo Pitti a Firenze fino al prossimo 3 novembre, ideata e curata da Eike D. Schmidt e diretta da Maria Sframeli, come il catalogo edito da Sillabe, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico  e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Articolo de La Redazione