Rapporto di Amnesty International sulla Cina

Il sistema di giustizia penale cinese continua a fare grande affidamento sulle confessioni forzate ottenute mediante torture e maltrattamenti, mentre gli avvocati che insistono a denunciare quanto accaduto ai loro clienti vengono spesso minacciati, intimiditi o persino arrestati e torturati a loro volta.
Questa è la sintesi del rapporto “Cina: nessuna fine in vista”, con cui Amnesty International documenta che le riforme del sistema di giustizia penale, presentate dal governo di Pechino come un passo avanti nel campo dei diritti umani, hanno fatto poco o nulla per cambiare la prassi, profondamente radicata, di torturare le persone sospettate di aver commesso un reato per costringerle a confessare. I tentativi degli avvocati difensori di chiedere indagini sulle denunce di tortura dei loro clienti vengono sistematicamente ostacolati dalla polizia, dagli inquirenti e dai giudici.
“In un sistema nel quale persino gli avvocati possono finire per essere torturati dalla polizia, che speranza possono avere gli imputati comuni?” – ha chiesto Patrick Poon, ricercatore di Amnesty International sulla Cina.
“Celare che il sistema giudiziario non è indipendente, che la polizia è onnipotente e che non c’è possibilità di rimediare alla violazione dei diritti degli imputati servirà a ben poco per contrastare la tortura e i maltrattamenti. Se il governo vuole davvero migliorare la situazione dei diritti umani, deve iniziare col chiamare a rispondere le forze di polizia quando commettono violazioni” – ha aggiunto Poon.
Avvocati di ogni parte della Cina hanno descritto ad Amnesty International le rappresaglie subite quando hanno provato a sfidare le forze di polizia e hanno evidenziato le falle di un sistema giudiziario che consente alla polizia, agli inquirenti e ai giudici di aggirare le garanzie recentemente introdotte per impedire che confessioni forzate determinino ingiuste condanne. Esperti di legge cinesi stimano che meno del 20 per cento degli imputati in procedimenti penali abbia un avvocato difensore.
“Il governo sembra più interessato a evitare l’imbarazzo di una condanna ingiusta che a stroncare la tortura durante gli interrogatori” – ha commentato Poon. “Per la polizia, estorcere una confessione rimane il modo più facile per ottenere una condanna. Fino a quando gli avvocati non saranno liberi di esercitare il loro lavoro senza timore di subire rappresaglie, la tortura resterà dilagante”.
Nel suo rapporto, Amnesty International documenta le torture e i maltrattamenti che si verificano durante la fase di detenzione preventiva, tra cui pestaggi ad opera di agenti di polizia o di altri detenuti su ordine o con l’acquiescenza dei primi. Gli altri metodi di tortura denunciati comprendono sedie di contenzione di metallo, lunghi periodi di privazione del sonno, diniego di cibo e acqua a sufficienza e la cosiddetta “asse della tigre”: mentre le gambe del detenuto sono legate strette a un’asse orizzontale, gradualmente vengono aggiunti dei mattoni sotto i suoi piedi, col risultato che le gambe si sollevano sempre più in alto, procurando un intenso dolore alla vittima.
La prossima settimana gli esperti del Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite esamineranno la situazione della Cina.
Il governo di Pechino ha sempre sostenuto di “incoraggiare e sostenere gli avvocati nello svolgimento del loro lavoro”, smentendo qualsiasi “rappresaglia” nei loro confronti.
Tang Jitian, un ex procuratore e avvocato di Pechino, ha denunciato ad Amnesty International di essere stato torturato nel marzo 2014, quando insieme a tre colleghi aveva indagato su denunce di tortura in uno dei centri di detenzione segreti (conosciuti come “celle nere”) a Jiansanjiang, nella Cina nord-orientale.
“Mi hanno legato a una sedia di metallo, schiaffeggiato sul volto, preso a calci sulle gambe e colpito in testa con una bottiglia di plastica piena d’acqua così duramente da perdere conoscenza” – ha raccontato.
Successivamente, Tang Jitian è stato incappucciato e, con le braccia legate dietro la schiena, è stato appeso per i polsi e picchiato.
Yu Wensheng, un avvocato di Pechino, è stato arrestato il 13 ottobre 2014 e trattenuto per 99 giorni in una stazione di polizia. Ha raccontato ad Amnesty International di essere stato interrogato circa 200 volte da 10 agenti della sicurezza che si davano il cambio in media tre volte al giorno, coi polsi legati dietro la schiena e bloccati da manette volutamente strette in modo eccessivo:
“Avevo le mano gonfie e sentivo così tanto dolore da non voler più vivere. Gli agenti stringevano continuamente le manette e urlavo dal dolore”.
Detenzione segreta e tortura
Esperti di legge hanno riferito ad Amnesty International che l’estorsione di confessioni con la tortura rimane una pratica diffusa durante la detenzione preventiva, soprattutto nei casi di natura politica in cui sono coinvolti dissidenti, esponenti di minoranze etniche e persone che svolgono attività religiose.
Negli ultimi due anni le autorità hanno aumentato il ricorso a una nuova forma di detenzione non comunicata all’esterno, chiamata “sorveglianza domiciliare in una località prestabilita”, riconosciuta ufficialmente con l’entrata in vigore, nel 2013, del nuovo Codice di procedura penale.
Persone sospettate di terrorismo, gravi forme di corruzione e reati contro la sicurezza dello stato possono essere trattenute al di fuori del sistema ufficiale di detenzione in località segrete per un periodo che può arrivare fino a sei mesi, senza contatti col mondo esterno e a grave rischio di essere torturate.
Dodici avvocati e attivisti sono attualmente trattenuti in queste località segrete per accuse relative alla sicurezza dello stato. Amnesty International li considera a forte rischio di tortura e chiede al governo cinese di rilasciarli e proscioglierli da ogni accusa.
Resistenza alle riforme
Nonostante le varie riforme adottate a partire dal 2010, la definizione di tortura nella legge cinese risulta ancora inadeguata e in contrasto col diritto internazionale. La norma infatti proibisce solo determinati atti di tortura, come l’uso della violenza per ottenere una testimonianza, e solo da parte di determinati agenti statali. La tortura psicologica non è espressamente vietata, come invece richiesto dal diritto internazionale.
La maggior parte degli avvocati intervistati da Amnesty International per il suo rapporto ha citato la mancanza d’indipendenza del potere giudiziario e lo schiacciante potere delle agenzie per la sicurezza tra i principali ostacoli in cui s’imbatte chi chiede giustizia per essere stato torturato. I comitati locali, politici e giudiziari, composti da funzionari locali del Partito comunista, mantengono un’influenza considerevole nella determinazione degli esiti giudiziari dei casi politicamente rilevanti. Se un comitato vuole una condanna, le denunce delle torture subite dagli imputati vengono ignorate dai giudici e i responsabili sono raramente chiamati a risponderne.
Gli avvocati con cui ha parlato Amnesty International hanno inoltre criticato la costante impossibilità di portare in tribunale le denunce di tortura, di ottenere indagini realmente indipendenti su di esse o di escludere come prove nei processi le confessioni estorte con la tortura.
“I funzionari locali e la polizia continuano a muovere le corde del sistema di giustizia penale in Cina. Nonostante i migliori sforzi da parte degli avvocati, molte denunce di tortura vengono semplicemente ignorate per convenienza politica” – ha commentato Poon. “La polizia mantiene un potere eccessivo e incontrollato, col risultato che le misure per stroncare la tortura non producono l’impatto necessario”.
La tortura e le prove “illegali”
Allo scopo di analizzare come i tribunali cinesi si comportano di fronte a “confessioni” asseritamente estorte con la tortura dopo l’introduzione di riforme tese a escluderle dai processi, Amnesty International ha esaminato centinaia di atti processuali disponibili nell’archivio elettronico della Corte suprema del popolo.
Su 590 casi in cui gli imputati avevano denunciato di essere stati costretti a confessare sotto tortura, solo in 16 casi le prove così ottenute non sono state ritenute valide: in un caso l’imputato è stato assolto, mentre gli altri sono stati condannati sulla base di altre prove. Questo dato estremamente basso corrobora le affermazioni degli avvocati, secondo i quali le confessioni estorte con la tortura continuano a essere ammesse come prove, anziché essere escluse come illegali dai giudici.
Sulla base della legislazione cinese e del diritto internazionale, spetta alla pubblica accusa dimostrare che le prove sono state ottenute legalmente. Nella prassi, invece, i giudici ignorano le denunce di tortura se gli imputati non sono in grado di dimostrarle.
Il rapporto di Amnesty International termina con una serie di dettagliate raccomandazioni destinate a porre fine all’uso della tortura e dei maltrattamenti. In particolare, Amnesty International chiede al governo cinese di:
– assicurare che gli avvocati e gli attivisti legali siano in grado di svolgere il loro lavoro senza minacce, intimidazioni, limitazioni arbitrarie e timore di venire arrestati e torturati a loro volta;
– garantire che nessuna dichiarazione ottenuta mediante tortura e maltrattamenti sarà usata come prova nei procedimenti giudiziari;
– allineare le leggi, le politiche e le prassi nazionali al divieto assoluto di tortura e di altri maltrattamenti previsto dal diritto internazionale.

Amnesty International Italia

 

 

Un Quartetto da Nobel

Il conferimento del premio Nobel per la pace al Quartetto per il dialogo nazionale tunisino è un giusto tributo al lavoro dei suoi membri nel rafforzamento della società civile e dei diritti umani in una società che ancora lotta con l’eredità di decenni di repressioni e maltrattamenti, ha dichiarato Amnesty International. L’organizzazione ha lavorato insieme a tre dei quattro membri del Quartetto, che da decenni sono in prima linea nella lotta per la difesa dei diritti umani dei tunisini, e difeso apertamente i loro diritti. “Questo è un importante riconoscimento al ruolo fondamentale che la società civile può svolgere in un paese che esce da anni di dittatura e di violazioni dei diritti umani”, ha affermato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International. “Queste organizzazioni erano continuamente minacciate dal governo prima della rivolta del 2011 e hanno mostrato grande coraggio in un clima di repressione. Negli anni difficili da allora sono rimaste salde nell’esprimersi a favore dei diritti umani e dello stato di diritto. Mentre l’ombra di attacchi dei gruppi armati sovrasta la Tunisia, questo riconoscimento da parte del Comitato per il Nobel è un segnale di speranza per un paese che affronta sfide enormi per il futuro.” Un membro del Quartetto, l’Unione generale tunisina del lavoro (UGTT, Union Générale Tunisienne du Travail), ha coraggiosamente combattuto per migliori condizioni di lavoro, anche per le donne, in un momento di grave disoccupazione in Tunisia, un detonatore importante per le sollevazioni di massa del 2011. Un altro, la Lega tunisina per i diritti dell’uomo (LTDH, La Ligue Tunisienne pour la Défense des Droits de l’Homme), è uno dei più vecchi gruppi per i diritti umani in Africa e nel mondo arabo e fu continuamente perseguitato sotto il presidente Ben Ali. Il terzo, l’Ordine degli Avvocati tunisino (Ordre National des Avocats de Tunisie), ha continuato a lavorare nonostante la repressione e i tentativi di essere messo a tacere. Nel gennaio 2014 la Tunisia ha adottato una nuova Costituzione che contiene importanti garanzie per i diritti umani sebbene le autorità continuino a limitare arbitrariamente la libertà di espressione e di associazione.

Amnesty International Italia

Amnesty in un rapporto aveva già denunciato i problemi dei migranti sulla “Rotta dei Balcani”

In un nuovo rapporto diffuso nel luglio scorso, Amnesty International ha denunciato che migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, bambini inclusi, in viaggio lungo la pericolosa “rotta dei Balcani”, subiscono violenze ed estorsioni ad opera delle autorità e di bande criminali e vengono vergognosamente abbandonati a sé stessi dal sistema d’immigrazione e asilo dell’Unione europea, che li lascia intrappolati in Serbia e Macedonia privi di protezione. Il rapporto, intitolato “Frontiere terrestri europee: violazioni contro migranti e rifugiati in Serbia, Macedonia e Ungheria”, evidenzia come un numero sempre maggiore di persone vulnerabili vengano abbandonate in un limbo giuridico lungo i Balcani. La situazione è aggravata dai respingimenti e dalle espulsioni a ogni singola frontiera, dalle restrizioni all’accesso alle procedure d’asilo lungo il viaggio e dall’assenza di percorsi sicuri e legali d’ingresso nell’Unione europea. “Rifugiati in fuga dalla guerra e dalla persecuzione intraprendono il viaggio lungo i Balcani nella speranza di trovare salvezza in Europa. Invece, finiscono per subire violenza e sfruttamento, a causa di un sistema d’asilo che non funziona” – ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. “Serbia e Macedonia sono diventate la valvola di scarico dell’aumentato flusso di rifugiati e migranti che nessuno nell’Unione europea pare intenzionato a ricevere” – ha aggiunto van Gulik. Il rapporto si basa su quattro missioni di ricerca effettuate in Serbia, Ungheria, Grecia e Macedonia tra luglio 2014 e marzo 2015 e su oltre 100 interviste a rifugiati e migranti. Le testimonianze di questi ultimi mettono in luce le tremende condizioni che affrontano coloro che intraprendono il viaggio lungo la “rotta dei Balcani”, che ha preso il posto di quella del Mediterraneo quale percorso più frequentato da chi è diretto verso l’Unione europea. Il numero delle persone fermate solo lungo il confine tra Serbia e Ungheria è passato da 2370 nel 2010 agli attuali 60.602, con un aumento di oltre il 2500 per cento. La “rotta dei Balcani”, che inizia dalla frontiera marittima tra Turchia e Grecia e porta rifugiati e migranti lungo Macedonia e Serbia fino in Ungheria, è leggermente meno mortale di quella che dalla Libia attraversa il Mediterraneo ma è comunque piena di pericoli e ostacoli. Dal gennaio 2014, 123 rifugiati, richiedenti asilo e migranti sono annegati nel tentativo di attraversare il mar Egeo e 24 sono rimasti uccisi lungo le ferrovie. “Passiamo da una morte all’altra” Coloro che approdano sulle isole greche, bambini compresi, vanno incontro a condizioni di accoglienza drammatiche. La maggior parte di loro arriva ad Atene per poi varcare i confini con la Macedonia e cercare di raggiungere altri stati membri dell’Unione europea. Al confine tra Grecia e Macedonia e a quello tra Macedonia e Serbia, i rifugiati e i migranti sono abitualmente e illegalmente respinti e subiscono maltrattamenti ad opera della polizia di frontiera. Molti di loro sono costretti a versare somme di danaro. Un testimone ha raccontato ad Amnesty International che, nei pressi del confine con l’Ungheria, la polizia di frontiera della Serbia ha minacciato di respingere un gruppo verso Belgrado se non avessero pagato 100 euro a testa. Un rifugiato afgano ha descritto ad Amnesty International cos’è accaduto a lui e al suo gruppo, respinti dalla polizia di frontiera della Macedonia verso la Grecia: “Ho visto uomini venire picchiati brutalmente. Hanno picchiato mio figlio di 13 anni. Poi hanno picchiato anche me”. Alcune delle persone intervistate da Amnesty International erano state respinte oltre 10 volte nel corso di operazioni della polizia di frontiera, che spesso avvengono ben all’interno della frontiera della Macedonia. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati hanno denunciato di essere stati presi a schiaffi, pugni, calci e manganellate dalla polizia di frontiera serba presso il confine con l’Ungheria. Secondo un rifugiato afgano, è stata picchiata “anche una donna al quinto mese di gravidanza”. Rifugiati e migranti rischiano anche di essere sfruttati economicamente da parte di chi organizza i loro viaggi e di essere aggrediti da bande criminali. Due nigeriani hanno raccontato ad Amnesty International la loro storia: “Ci hanno aggredito coi coltelli, erano in nove. Quando abbiamo chiesto aiuto alla polizia, ci hanno arrestati”. “Se morite qui, nessuno verrà a chiedere vostre notizie” Molti rifugiati e migranti vengono arbitrariamente arrestati. Centinaia di essi, inclusi gruppi familiari, donne incinte e minori non accompagnati, trascorrono lunghi periodi di detenzione nel Centro di accoglienza per stranieri della Macedonia (conosciuto come Gazi Baba), senza alcuna salvaguardia legale o possibilità di chiedere asilo. Molti sono trattenuti illegalmente per mesi, in condizioni inumane e degradanti, cosicché possano comparire come testimoni nei procedimenti delle autorità giudiziarie macedoni contro i trafficanti. “Quando siamo arrivati a Gazi Baba c’erano 400-450 persone… Si dormiva persino sulle scale, il sovraffollamento era terribile. C’erano materassi per terra e nei corridoi” – ha raccontato un rifugiato siriano ad Amnesty International. Ex detenuti di Gazi Baba hanno riferito ad Amnesty International di essere stati picchiati o di aver assistito a pestaggi da parte degli agenti di polizia. Quando alcuni siriani hanno minacciato lo sciopero della fame, un agente gli ha detto “Se morite qui, nessuno verrà a chiedere vostre notizie. Getteremo i vostri corpi da qualche parte e basta!” Un sistema d’asilo che non funziona Chi cerca di chiedere asilo in Serbia o in Macedonia va incontro a grandi ostacoli. Nel 2014, solo 10 richiedenti asilo hanno ottenuto lo status di rifugiato in Macedonia e solo uno in Serbia. Scoraggiati dalla lentezza delle procedure, nella maggior parte dei casi i richiedenti asilo proseguono il viaggio verso l’Ungheria, dove subiscono ulteriori violazioni dei loro diritti. Le persone fermate per ingresso irregolare in Ungheria vengono regolarmente detenute, spesso in condizioni degradanti e di sovraffollamento, o sottoposte a maltrattamenti da parte delle forze di polizia. Nel 2014, l’Ungheria ha concesso asilo a 240 persone, una piccola parte di coloro che avevano presentato domanda. Mentre la maggior parte dei richiedenti asilo arrestati viene in seguito rilasciata e collocata in centri di accoglienza aperti, coloro che sono considerati a rischio di far perdere le tracce restano nei centri di detenzione. Chi non intende chiedere asilo in Ungheria, ad esempio perché vuole provare a presentare la domanda in altri paesi dell’Unione europea, viene di solito espulso verso la Serbia e da qui, in alcuni casi, ulteriormente mandato indietro verso la Macedonia, dove finisce intrappolato in un limbo giuridico, senza protezione e sostegno e dunque ancora più vulnerabile alle violazioni dei diritti umani. Carenti politiche europee in materia d’immigrazione Il sempre maggior numero di migranti e rifugiati che si muove lungo la “rotta dei Balcani” è la conseguenza del più ampio fallimento delle politiche europee in materia d’immigrazione e asilo, sulle quali Macedonia e Serbia non hanno alcun controllo. Attribuire la principale responsabilità di esaminare le richieste d’asilo al primo paese d’ingresso dell’Unione europea e limitare i percorsi sicuri e legali d’ingresso hanno posto un onere insostenibile sui paesi della frontiera esterna e su quelli con loro confinanti. Invece di dare priorità al miglioramento del sistema d’asilo nei paesi lungo la “rotta dei Balcani”, l’Unione europea ha investito massicciamente nel tentativo di rafforzare il sistema di “gestione della frontiera”. “Serbia e Macedonia devono fare assai di più per rispettare i diritti dei migranti e dei rifugiati. Ma è impossibile separare le violazioni dei diritti umani che si verificano in questi due paesi dalla più ampia pressione che i flussi di migranti e di rifugiati esercitano all’interno e attraverso l’Unione europea e dal fallimento del sistema d’immigrazione dell’Unione europea” – ha sottolineato van Gulik. “Mentre un numero sempre più elevato di rifugiati, richiedenti asilo e migranti vulnerabili finisce intrappolato in una sorta di terra di nessuno balcanica, la pressione su Serbia e Macedonia aumenta. Questa situazione, così come quella in Italia e Grecia, può essere risolta solo da un ripensamento complessivo delle politiche dell’Unione europea in tema d’immigrazione e asilo” – ha concluso val Gulik. Secondo i dati raccolti da Amnesty International, tra il 1° gennaio e il 22 giugno 2015 61.256 migranti, richiedenti asilo e rifugiati sono arrivati in Italia e 61.474 in Grecia. Degli oltre 21.000 rifugiati e migranti che hanno intrapreso la “rotta dei Balcani” occidentale nel 2014, più della metà proveniva dalla Siria. Altri erano originari di Afghanistan, Egitto, Eritrea, Iraq, Nigeria, Somalia, Sudan e Tunisia. A partire dal marzo 2015, il primo ministro e il ministro degli Esteri dell’Ungheria hanno intensificato la retorica anti-immigrati, minacciando anche l’introduzione di una legge che consentirebbe l’immediato arresto e respingimento di migranti irregolari e la costruzione di una barriera per impedire l’ingresso a migranti, richiedenti asilo e rifugiati provenienti dalla Serbia. Il 30 giugno, il parlamento di Budapest ha autorizzato il governo a disporre una lista di stati di transito “sicuri”, dove i rifugiati potrebbero chiedere asilo prima di entrare in Ungheria; è probabile che di questa lista farà parte la Serbia, che non garantisce l’accesso alla procedura d’asilo e ricorre alle espulsioni. Il rapporto di Amnesty International contiene una serie di raccomandazioni per ridurre la pressione sugli stati, causata dall’assenza di politiche europee in grado di soddisfare le necessità di una maggiore solidarietà globale in risposta alla sempre più grave crisi del rifugiati e di una maggiore solidarietà interna tra gli stati membri, che attualmente condividono in modo iniquo la responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo.

Amnesty International Italia

 

Srebrenica 20 anni dopo. Il parere di Amnesty International

In occasione del ventesimo anniversario del genocidio di Srebrenica, in cui furono uccise 8000 persone, Amnesty International ha sottolineato che migliaia di famiglie delle vittime continuano a essere private della giustizia, della verità e della riparazione.

“Due decenni dopo che il mondo girò lo sguardo di fronte al peggiore crimine commesso sul suolo europeo dal 1945, le famiglie delle vittime del genocidio di Srebrenica attendono ancora giustizia” – ha dichiarato John Dalhuisen, direttore del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. “Anziché sbiadire col tempo, la necessità che tutte le autorità della Bosnia ed Erzegovina riconoscano questi crimini e chiedano scusa è più urgente che mai. Più i colpevoli godranno dell’impunità e i morti resteranno nelle fosse comuni, più questa dolorosa ferita continuerà ad alimentare pericolose e profonde divisioni nazionali” – ha aggiunto Dalhuisen.

Sono trascorsi 20 anni da quando le forze serbo-bosniache entrarono nell’enclave di Srebrenica, designata “zona protetta” dalle Nazioni Unite, e passarono sommariamente per le armi migliaia di uomini e ragazzi musulmano-bosniaci. La sorte di oltre 1000 di essi rimane ancora sconosciuta. Quasi 7000 corpi sono stati riesumati, identificati e sepolti: tra questi, 421 bambini, un neonato e una donna di 94 anni.

Dal 1995, anni della fine della guerra, oltre 8000 persone risultano ancora scomparse in tutta la Bosnia ed Erzegovina. L’Istituto nazionale per le persone scomparse subiscetagli dei fondi anno dopo anno. La Legge sulle persone scomparse non è mai stata completamente attuata, privando in questo modo le famiglie degli scomparsi della dovuta riparazione. Il Fondo di sostegno per le famiglie degli scomparsi, previsto da una legge del 2004, dev’essere ancora istituito.

Le politiche ufficiali e le leggi non riconoscono il genocidio di Srebrenica, al quale non vi è alcun riferimento persino nei programmi scolastici. Il processo di riconciliazione non ha fatto passi avanti e le divisioni tra i gruppi nazionali all’interno della Bosnia ed Erzegovina proseguono.

Nonostante i procedimenti avviati dal Tribunale penale per l’ex Jugoslavia nei confronti dei principali ideatori del genocidio di Srebrenica – Radovan Karadzic, Ratko Mladic e Slobodan Milosevic – e la condanna di altri 74 imputati, il numero dei casi giudiziari irrisolti è estremamente lungo. I procedimenti per crimini di diritto internazionale nei tribunali della Bosnia ed Erzegovina sono molto lenti. In assenza della necessaria volontà politica, la stragrande maggioranza delle persone sospettate di crimini di guerra e crimini contro l’umanità non verrà mai chiamata a rispondere del suo operato. Mentre la Bosnia ed Erzegovina ha adottato alcuni positivi provvedimenti per aumentare le risorse a disposizione delle indagini sui crimini di guerra, i fondi sono ancora insufficienti e il governo attua con molta lentezza la strategia nazionale sui crimini di guerra. Occorrono nuove indagini e nuovi procedimenti, oltre che programmi di protezione perché i testimoni possano deporre senza temere ritorsioni.

“Srebrenica non è solo un cupo ricordo della depravazione degli esseri umani ma è anche la testimonianza del fallimento della comunità internazionale, che non seppe impedire un genocidio che avveniva sotto i suoi occhi” – ha sottolineato Dalhuisen.

“Vent’anni dopo, i leader della Bosnia ed Erzegovina continuano a rifiutare di dire dove sono sepolti i corpi, in senso reale e metaforico. Occorre, senza ulteriori ritardi, l’adozione di misure per alleviare la sofferenza di coloro che ancora attendono verità e giustizia. Senza queste e senza la riparazione, una riconciliazione duratura nel tempo non potrà mai essere conseguita” – ha concluso Dalhuisen.

Amnesty International Italia

 

 

Meno morti nel Mediterraneo. Campo estivo a Lampedusa per Amnesty

Alla luce della marcata diminuzione del numero di migranti e rifugiati morti nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo, Amnesty International ha sottolineato l’importanza degli sforzi, disperatamente necessari, che i leader europei hanno messo in campo alla fine di aprile nelle operazioni di ricerca e soccorso. Nei primi quattro mesi del 2015, una persona ogni 16 era morta nel tentativo di attraversare il mar Mediterraneo. Questo dato è sceso a una persona su 427 negli ultimi due mesi, quando è stato deciso di aumentare l’efficacia delle operazioni di ricerca e soccorso. L’ampia diminuzione del numero di morti in mare si è verificata nonostante l’aumento delle partenze verso l’Europa dalle coste africane: dal 1° gennaio al 26 aprile erano state 28.000, dal 25 aprile al 29 giugno sono state oltre 42.000. “Le implicazioni di questi numeri sono ovvie: più operazioni di ricerca e soccorso nei posti giusti, più vite umane salvate. Ogni ridimensionamento di quelle operazioni farebbe risalire il numero dei morti in mare. In previsione dell’aumento delle partenze nei mesi estivi, i governi europei non possono venir meno all’impegno che hanno preso di impedire ulteriori tragedie in mare” – ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. Dopo la chiusura dell’operazione italiana Mare nostrum intorno alla fine del 2014, il numero dei morti nel Mediterraneo centrale era cresciuto esponenzialmente: erano state necessarie 1721 vite umane perse nei primi mesi del 2015 perché i leader europei decidessero di agire. In una orribile settimana di aprile, almeno 1200 migranti e rifugiati erano morti nel tentativo di attraversare il più pericoloso percorso marittimo al mondo. Nel corso di un vertice di emergenza, convocato il 23 aprile, i leader europei avevano deciso di triplicare i fondi per l’operazione Triton a guida Frontex (l’agenzia dell’Unione europea per il controllo delle frontiere) e di inviare ulteriori navi per pattugliare il Mediterraneo centrale. Da allora, sono morte 99 persone. A Lampedusa, dal 19 al 26 luglio si terrà il quinto campo estivo per i diritti umani promosso da Amnesty International Italia. Aperto a 60 partecipanti tra adulti e ragazzi dai 17 anni in su, il campo prevede occasioni di formazione ed esperienze di attivazione, workshop di ideazione e realizzazione di una mobilitazione sul tema dei diritti dei migranti. Altro campo estivo è in programma a Passignano sul Trasimeno dal 2 all’8 agosto, per ragazzi dai 19 ai 24 anni, dove si parlerà di migranti, tortura, trasparenza delle forze di polizia, Lgbti, libertà di espressione e discriminazione, insieme a testimoni, esperti e formatori.

Amnesty International Italia

“Generazione carcere”. Un nuovo rapporto di Amnesty International

In un rapporto pubblicato il 30 giugno scorso, dal titolo “Generazione carcere: la gioventù egiziana dalle proteste alla prigione”, Amnesty International ha dichiarato che la continua repressione delle autorità egiziane contro i giovani attivisti rappresenta il chiaro tentativo di schiacciare le menti più coraggiose e brillanti del paese ed eliminare qualunque minaccia embrionale al potere. “Generazione carcere: la gioventù egiziana dalle proteste alla prigione”  si concentra sui casi di 14 delle migliaia di giovani arrestati in modo arbitrario, detenuti e incarcerati in Egitto negli ultimi due anni in relazione alle proteste. Nel suo rapporto, Amnesty International denuncia come il paese sia tornato completamente a essere uno stato di polizia. “Due anni dopo l’estromissione del presidente Mohamed Morsi, alle proteste di massa sono subentrati arresti di massa. Attaccando senza sosta i giovani attivisti egiziani, le autorità stanno spezzando le speranze in un futuro migliore di un’intera generazione” – ha affermato Hassiba Hadj Sahraoui, vicedirettrice del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International.  “Dopo la rivolta del 2011, i giovani egiziani erano stati acclamati come simbolo di speranza dai leader militari del paese e dai partner internazionali. Il loro idealismo e l’impegno a favore di ‘pane, libertà e giustizia sociale’ si erano rivelati forze trainanti per il cambiamento. Ma oggi molti di questi giovani attivisti stanno languendo dietro le sbarre, a conferma del fatto che l’Egitto sia regredito a uno stato che ricorre appieno alla repressione” – ha proseguito Sahraoui. Amnesty International ha fortemente condannato l’uccisione del procuratore generale Hisham Barakat in un attentato eseguito al Cairo il 29 giugno, definendola “un omicidio a sangue freddo, un atto codardo e che suscita disprezzo”. In uno stato di diritto, giudici e procuratori devono essere liberi di svolgere il loro lavoro senza minacce di violenza. L’organizzazione per i diritti umani ha sollecitato le autorità egiziane a non rispondere all’omicidio del procuratore Barakat prendendo ulteriormente di mira manifestanti e attivisti pacifici e ha espresso preoccupazione per il numero delle persone attualmente in carcere a seguito della repressione del dissenso. Il governo di Abdel Fattah al-Sisi non sembra infatti allentare la sua politica oppressiva. Secondo gli ultimi dati diffusi dagli attivisti egiziani per i diritti umani, il giro di vite ha visto più di 41.000 persone arrestate, accusate di reati penali e processate in modo irregolare. “Il livello della repressione è agghiacciante. Le autorità egiziane hanno dimostrato che non si fermeranno di fronte a nulla nel tentativo di soffocare ogni sfida al loro potere” – ha sottolineato Sahraoui. “Tra le persone in carcere vi sono leader di movimenti giovanili apprezzati a livello internazionale, difensori dei diritti umani e perfino bambini che indossavano magliette con slogan anti-tortura” – ha precisato Sahraoui. La Legge sulle proteste, entrata in vigore nel novembre 2013, autorizza le autorità a arrestare e processare dimostranti pacifici a loro piacimento e criminalizza la mera azione di scendere in strada senza previa autorizzazione. Inoltre, dà alle forze di sicurezza mano libera per ricorrere alla forza eccessiva e letale nei confronti di manifestanti pacifici. “La Legge sulle proteste è diventata la corsia preferenziale per imprigionare manifestanti pacifici, trattati alla stregua di criminali. Dev’essere abolita immediatamente” – ha chiarito Hassiba Hadj Sahraoui. Il giro di vite iniziato nel luglio 2013 con l’arresto di Morsi e dei suoi sostenitori, tra cui i leader più in vista della Fratellanza musulmana, si è allargato fino a colpire l’intero panorama politico egiziano. Tra i giovani imprigionati in modo arbitrario vi sono gli attivisti Ahmed Maher e Mohamed Adel del “Movimento giovanile 6 aprile”, il noto blogger Ahmed Douma, Alaa Abd El Fattah, un blogger e autorevole voce critica che è stato in prigione sotto Hosni Mubarak e il Consiglio supremo delle Forze armate, e i difensori dei diritti umani Yara Sallam e Mahienour El-Massry. Insieme a loro, si trovano in carcere persone che hanno protestato contro la deposizione di Morsi, come il cittadino irlandese Ibrahim Halawa, le studentesse universitarie Abrar Al-Anany e Menatalla Moustafa e la insegnante Yousra Elkhateeb. Sono stati tutti condannati per aver sfidato la durissima Legge sulle proteste o ulteriori norme che limitano in modo arbitrario il diritto alla libertà di manifestazione pacifica. Il gruppo di attivisti “Libertà per i valorosi” ha denunciato una nuova ondata di arresti, scattata a metà del 2015, che ha visto almeno 160 persone finire in carcere in condizioni equivalenti a sparizioni forzate. A sua volta, la Fratellanza musulmana ha denunciato nuovi arresti tra i suoi seguaci. Le autorità egiziane cercano sovente di giustificare le politiche restrittive ricorrendo al tema del mantenimento della stabilità e della sicurezza. Ma sebbene in alcuni casi i manifestanti abbiano usato violenza, la risposta delle forze di sicurezza è stata sistematicamente sproporzionata. Molti arrestati sono stati portati di fronte ai giudici a seguito di accuse false o motivate politicamente e sono stati condannati, al termine di processi di massa con centinaia di imputati, sulla base di prove insufficienti o inesistenti o solo grazie a testimonianze da parte delle forze di sicurezza o a indagini della Sicurezza nazionale. Altri sono in carcere da lungo tempo senza accusa né processo. Tra questi, c’è lo studente Mahmoud Mohamed Ahmed Hussein, arrestato mentre tornava a casa dopo aver preso parte a una protesta, solo a causa dello slogan scritto sulla sua maglietta. Secondo i suoi familiari e avvocati, ha “confessato” sotto tortura attività collegate al terrorismo. Ha trascorso il suo 19esimo compleanno in prigione, dove è rinchiuso da più di 500 giorni. Il dato di migliaia di persone condannate per false accuse o a causa di leggi che limitano la libertà di espressione e di manifestazione pacifica, è in profondo contrasto coi pochi casi di agenti di polizia processati per violazioni dei diritti umani a partire dal gennaio 2011. Nessun membro delle forze di sicurezza è stato chiamato a rispondere sul piano penale per il massacro di centinaia di sostenitori di Morsi, avvenuto nelle piazze Rabaa Adawiya e al-Nahda del Cairo il 14 agosto 2013. Amnesty International ha sollecitato i partner internazionali dell’Egitto a non sacrificare i diritti umani nel dialogo con le autorità. I leader dei paesi influenti dell’Unione europea, tra cui Francia, Italia e Germania, hanno avuto colloqui con il presidente Abdel Fattah al-Sisi mentre la sua amministrazione metteva migliaia di oppositori politici dietro le sbarre. Non risulta in alcun modo che durante questi incontri sia stata chiesta la fine di queste gravi violazioni dei diritti umani. La Gran Bretagna ha invitato a colloqui il presidente al-Sisi un giorno dopo che Morsi era stato condannato a morte al termine di un processo irregolare. A marzo, il governo degli Stati Uniti d’America ha annunciato la fine del blocco sui trasferimenti di armi all’Egitto e l’offerta di assistenza militare continuativa alle forze armate e di sicurezza del paese. “La grande ipocrisia dei partner egiziani è stata messa a nudo dalla corsa a concludere lucrosi accordi commerciali, ad acquisire influenza politica, a collaborare in materia d’intelligence e a concludere nuove vendite e trasferimenti di equipaggiamento per le forze di polizia che potrebbero facilitare le violazioni dei diritti umani” – ha dichiarato Sahraoui. “I leader globali si stanno rimangiando le promesse fatte ai giovani egiziani dopo la caduta di Mubarak, nel febbraio 2011. L’Egitto mette in galera attivisti pacifici mentre il mondo guarda altrove. Gli stati restano in silenzio, così come la comunità internazionale e il Consiglio Onu dei diritti umani” – ha concluso Sahraoui. Le autorità hanno giustificato il giro di vite citando anche l’aumento della violenza politica. L’Egitto subisce attacchi da gruppi armati, che secondo le autorità hanno causato la morte di centinaia di soldati, in particolare nel Sinai settentrionale, e di molti civili. Amnesty International condanna senza riserve gli attacchi ai civili ma sollecita le autorità a non usare queste minacce come pretesto per violare i diritti umani.

Amnesty International Italia

Malala scelta per un tema alla maturità. Il commento di Amnesty International

“Un bambino, un insegnante, un libro e una penna possono cambiare il mondo”: “É giusto e importante che queste belle parole di Malala Yousafzai siano state proposte ai ragazzi che affrontano l’esame di maturità” – ha dichiarato Antonio Marchesi, presidente di Amnesty International Italia. In un momento storico nel quale scuole e università sono attaccate da gruppi estremistici (come al-Shabab, il gruppo responsabile della strage nell’università keniota di Garissa o Boko haram in Nigeria), che calpestano i diritti umani e ancor prima li ignorano, Malala offre al contrario un esempio di intelligenza e coraggio che ha ispirato milioni di persone in tutto il mondo e che è stato meritatamente riconosciuto con il Premio Nobel per la Pace nel 2014. Noi appoggiamo e appoggeremo sempre la sua semplice richiesta di soddisfare ovunque il diritto umano fondamentale all’istruzione, che è l’antidoto più potente contro il fanatismo, la discriminazione e l’ingiustizia” ha aggiunto Marchesi.

A Malala Yousafzai è stato conferito il più alto riconoscimento di Amnesty International, il premio Ambasciatore della coscienza, nel 2013.

Amnesty International Italia ha dedicato a Malala e al suo impegno per i diritti umani il libro “Il cammino dei diritti” (edizioni Fatatrac) in cui sono raccontate venti date che hanno rappresentato un passo avanti nell’affermazione dei diritti umani.

Amnesty International Italia

Rapporto di Amnesty International su Boko Haram

In occasione del primo anniversario del rapimento delle ragazze della scuola di Chibok, Amnesty International ha pubblicato un rapporto nel quale denuncia che molte delle almeno 2000 donne e bambine rapite da Boko haram dal 2014 sono state ridotte in schiavitù sessuale e addestrate a combattere.
Basato su quasi 200 testimonianze oculari, tra cui quelle di 28 donne e bambine riuscite a fuggire ai loro sequestratori, il rapporto di 90 pagine intitolato “Il regno del terrore di Boko haram”, denuncia molteplici crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi dal gruppo armato, tra cui l’uccisione di almeno 5500 civili nel nord-est della Nigeria a partire dal 2014.
Il rapporto di Amnesty International rivela nuovi particolari sui metodi brutali usati da Boko haram: uomini e bambini regolarmente arruolati a forza o sistematicamente uccisi; donne e bambine rapite, imprigionate e in alcuni casi stuprate, costrette a sposarsi o a partecipare alle azioni armate, a volte contro i loro villaggi e le loro città.
“Le prove contenute in questo raccapricciante rapporto, un anno dopo l’orribile rapimento delle ragazze della scuola di Chibok, mettono in evidenza la dimensione e la depravazione dei metodi di Boko haram” – ha dichiarato Salil Shetty.
“Uomini e donne, bambini e bambine, cristiani e musulmani, sono stati uccisi, sequestrati e brutalizzati sotto il regno del terrore di Boko haram, che ha investito milioni di persone. I recenti successi militari possono anche essere l’inizio della fine per il gruppo armato, ma c’è ancora tantissimo da fare per proteggere i civili, risolvere la crisi umanitaria e rimarginare le ferite” – ha aggiunto Shetty.
Il rapporto di Amnesty International contiene immagini, anche dal satellite, della devastazione che gli attacchi di Boko haram si sono lasciati alle spalle.
Rapimenti
La vicenda delle 276 studentesse rapite a Chibok nell’aprile 2014 ha avuto risonanza mondiale grazie anche alla campagna #BringBackOurGirls. Ma si tratta solo di una piccola parte delle donne, delle bambine, degli uomini e dei bambini rapiti da Boko haram.
Di solito, Boko haram porta le donne e le bambine rapite nei suoi campi collocati in zone remote o in centri improvvisati di transito come quello istituito nella prigione di Ngoshe. Da qui, le vittime vengono spostate in città e villaggi e indottrinate sulla versione dell’Islam seguita dal gruppo armato, in vista del matrimonio.
Aisha, 19 anni, ha raccontato ad Amnesty International di essere stata rapita nel settembre 2014 durante una festa di matrimonio. Con lei sono state portate via sua sorella, la sposa e la sorella di quest’ultima. Boko haram ha portato le quattro rapite in un campo a Gullak, nello stato di Adamawa, dove si trovava un altro centinaio di donne e bambine rapite. Una settimana dopo, la sposa e la sorella della sposa sono state costrette a sposare due combattenti. Aisha e le altre donne rapite sono state anche addestrate a combattere.
“Spiegano come usare le armi. A me hanno insegnato a sparare, a usare le bombe e ad attaccare i villaggi. L’addestramento è durato tre settimane, poi hanno iniziato a mandarci in azione. Io ho preso parte a un attacco contro il mio villaggio” – ha raccontato Aisha.
Durante i tre mesi di prigionia, Aisha è stata stuprata ripetutamente, talvolta da gruppi di sei combattenti. Ha visto uccidere oltre 50 persone, tra cui sua sorella:
“Alcune avevano rifiutato di convertirsi, altre di imparare a uccidere. Sono state sepolte in una fossa comune nella boscaglia. Hanno preso i loro corpi e li hanno gettati in una larga buca, però poco profonda. Io non la vedevo ma potevo sentire l’odore dei corpi in putrefazione” – ha ricordato Aisha.
Uccisioni di massa
Dall’inizio del 2014, Amnesty International ha documentato almeno 300 raid e attacchi compiuti da Boko haram contro i civili. Durante questi attacchi, dapprima i combattenti hanno dato l’assalto alle basi militari e alle stazioni di polizia saccheggiando armi e munizioni, poi si sono rivolti contro la popolazione civile uccidendo chiunque tentasse di fuggire, radunando ed eliminando tutti gli uomini in età da combattimento.
Il 14 dicembre 2014 Ahmed e Alhaji, 20 e 18 anni, erano seduti a terra con altri uomini in attesa di essere sgozzati. Boko haram aveva appena preso la città di Madagali. Ahmed ha raccontato ad Amnesty International che l’istinto era quello di alzarsi e fuggire ma non poteva farlo. Si è salvato solo perché uno dei due boia ha dovuto fermarsi per affilare la lama del coltello:
“Erano in due a sgozzare coi coltelli. Eravamo seduti a terra aspettando il nostro turno. Prima di passare al nostro gruppo, avevano già ucciso 27 persone. Li contavo uno per uno per capire quando sarebbe stato il mio turno”.
Secondo la testimonianza di Ahmed, quel giorno Boko haram ha ucciso almeno 100 uomini che avevano rifiutato di arruolarsi.
A Gwoza, il 6 agosto 2014, Boko haram ha ucciso almeno 600 persone. I testimoni hanno riferito ad Amnesty International che chiunque cercasse di fuggire non aveva scampo:
“Con le moto avevano circondato ogni isolato, ogni angolo di strada. Aspettavano lì e uccidevano. Colpivano solo gli uomini”.
Migliaia di persone hanno cercato di fuggire sulle montagne ma i combattenti di Boko haram li hanno inseguiti e stanati fuori dalle grotte coi gas lacrimogeni. Le donne sono state rapite, gli uomini uccisi.
Incendi e saccheggi: le nuove immagini satellitari della distruzione di Bama
Le immagini diffuse dal rapporto di Amnesty International mostrano almeno 5900 strutture danneggiate o distrutte a Bama (circa il 70 per cento della città) da Boko haram nella sua ritirata prima che l’esercito riprendesse, nel marzo di quest’anno, il controllo della città.
Testimoni intervistati da Amnesty International hanno riferito di strade piene di cadaveri e di persone arse vive nell’incendio delle abitazioni. Una donna ha raccontato:
“I militari si sono avvicinati all’accampamento di Bama, stavano quasi per riprenderlo quando sono arretrati. Allora gli insorti hanno iniziato a uccidere la gente e a incendiare le case”.
La vita sotto Boko haram
Il rapporto di Amnesty International descrive il regno del terrore imposto da Boko haram. Appena conquistato un centro, il gruppo armato raduna la popolazione per annunciare le nuove regole sulla limitazione dei movimenti, in particolare delle donne. Molte famiglie si trovano così a dipendere dai bambini, che escono per cercare cibo, o dalle visite dei membri di Boko haram che passano a offrire cibo precedentemente saccheggiato altrove.
Boko haram fa rispettare le sue regole con punizioni feroci. Chi non prende parte alle preghiere quotidiane rischia le frustate in pubblico. Una donna di Gamborou che ha trascorso cinque mesi sotto il controllo di Boko haram ha dichiarato ad Amnesty International di aver visto una donna subire 30 frustate per aver venduto i vestiti dei suoi figli e una coppia messa a morte in pubblico per adulterio.
Un quindicenne di Bama, graziato da Boko haram a causa della sua disabilità, ha riferito ad Amnesty International di aver assistito a 10 lapidazioni:
“Li lapidano a morte il venerdì. Radunano tutti i bambini chiedendogli di portare delle pietre. Ho partecipato alle lapidazioni. Scavano una fossa, obbligano la persona a infilarcisi dentro e poi la colpiscono alla testa con le pietre. Quando muore, lasciano lì le pietre fino a quando il corpo non va in putrefazione”.
Il rapporto di Amnesty International descrive inoltre la crescente tensione tra i cristiani e i musulmani. Molti cristiani intervistati da Amnesty International ritengono che i musulmani passino informazioni su di loro a Boko haram o non condividano le notizie sugli attacchi imminenti. È così subentrato un clima di sospetto tra alcune comunità che in precedenza vivevano fianco a fianco in piena armonia. Boko haram ha distrutto chiese e ucciso cristiani che rifiutavano di convertirsi all’Islam ma ha anche preso di mira musulmani moderati.
Amnesty International continua a chiedere a Boko haram di porre fine alle uccisioni dei civili e al governo nigeriano di prendere tutte le misure di legge per garantire la loro protezione e ripristinare la sicurezza nel nord-est del paese. La comunità internazionale, a sua volta, dovrebbe continuare ad assistere il nuovo governo nell’affrontare la minaccia costituita da Boko haram.
“Il cambio di potere in Nigeria è l’occasione per un nuovo approccio in tema di sicurezza dopo i clamorosi fallimenti degli ultimi anni” – ha sottolineato Shetty.
“Le persone rapite devono essere liberate e occorrono indagini sui crimini di guerra e contro l’umanità. È necessario riesumare i corpi dalle fosse comuni, impedire nuove uccisioni e portare di fronte alla giustizia i responsabili di queste indicibili sofferenze” – ha concluso Shetty.
Le informazioni raccolte da Amnesty International su Boko haram dovrebbero essere prese in considerazione dalla Corte penale internazionale nell’ambito dell’esame preliminare che sta compiendo sulla situazione nel nord-est della Nigeria.

In numerose occasioni, Amnesty International ha espresso preoccupazione per il fatto che le forze di sicurezza non stiano facendo abbastanza per proteggere i civili dagli attacchi di Boko haram. Vi sono state pochissime indagini e incriminazioni nei confronti di membri del gruppo armato per crimini di diritto internazionale.
Il rapporto di Amnesty International si basa su 377 interviste, tra cui 189 con vittime e testimoni oculari degli attacchi di Boko haram, 22 con autorità locali, altre 22 con fonti dell’esercito e 102 con difensori dei diritti umani. Le testimonianze provengono da uomini e donne, cristiani e musulmani.
Quasi tutte le persone intervistate hanno chiesto di non essere identificate per ragioni di sicurezza, pertanto quasi tutti i nomi usati nel rapporto sono pseudonimi.
Le informazioni contenute nel rapporto sono state ottenute nel corso di quattro missioni di ricerca condotte da Amnesty International nel 2014 e nel 2015 a Maiduguri, nei campi per i profughi interni del nord-est della Nigeria e in un campo per rifugiati in Camerun. Numerose altre interviste sono state svolte via telefono da Londra.
Amnesty International ha documentato 38 casi di rapimento da parte di Boko haram. Su questi, ha raccolto 77 testimonianze, tra cui 31 di testimoni oculari e 28 di donne e ragazze fuggite ai loro sequestratori.

Amnesty International Italia

La pena di morte nel 2014 secondo Amnesty International

Nel 2014 gli Stati hanno fatto ricorso alla pena di morte nel futile tentativo di contrastare criminalità, terrorismo e instabilità interna.
Si è registrato un profondo aumento delle condanne a morte, almeno 2466 (il 28 per cento in più rispetto al 2013), soprattutto a causa di Egitto e Nigeria.
Le esecuzioni registrate sono state 607, il 22 per cento in meno del 2013 (con l’esclusione della Cina, che da sola esegue più condanne a morte che il resto del mondo).
Esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi, lo stesso numero del 2013.
Nel suo rapporto annuale sulla pena di morte nel mondo, Amnesty International ha riscontrato nel 2014 un allarmante aumento del numero dei paesi che hanno usato la pena di morte per contrastare reali o presunte minacce alla sicurezza collegate al terrorismo, alla criminalità o all’instabilità interna.
Il numero delle condanne a morte registrate nel 2014 supera di quasi 500 quello del 2013, soprattutto a causa di Egitto e Nigeria, che hanno emesso condanne di massa nel contesto del conflitto interno e dell’instabilità politica che hanno caratterizzato i due paesi.
“I governi che usano la pena di morte per contrastare la criminalità ingannano sé stessi. Non c’è prova che la minaccia di un’esecuzione costituisca un deterrente più efficace rispetto a qualsiasi altra sanzione” – ha dichiarato Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International.
“Nel 2014 la lugubre tendenza dei governi a usare la pena di morte nel futile tentativo di contrastare minacce reali o immaginarie alla sicurezza dello stato e alla salute pubblica è stata evidente. È davvero vergognoso che così tanti stati del mondo giochino con la vita delle persone, eseguendo condanne a morte per ‘terrorismo’ o per venire a capo dell’instabilità interna, sulla base della falsa teoria della deterrenza” – ha aggiunto Shetty.
Nell’analisi sull’uso della pena di morte nel 2014, si trovano però anche buone notizie: il numero delle esecuzioni registrate è stato inferiore a quello del 2013 e diversi paesi hanno intrapreso passi avanti verso l’abolizione della pena capitale.
I principali esecutori di condanne a morte
Ancora una volta, la Cina ha messo a morte più persone che il resto del mondo complessivamente considerato. Amnesty International ritiene che in quel paese ogni anno siano emesse ed eseguite migliaia di condanne a morte, il cui numero è però impossibile da determinare a causa del segreto di stato.
Della lista dei cinque paesi principali esecutori di condanne a morte, fanno poi parte l’Iran (289 esecuzioni rese note dalle autorità e almeno 454 non riconosciute), l’Arabia Saudita (almeno 90 esecuzioni), l’Iraq (almeno 61) e gli Stati Uniti d’America (35).
Escludendo la Cina, nel 2014 sono state registrate almeno 607 esecuzioni. Rispetto alle 778 del 2013, il calo è risultato di oltre il 20 per cento.
Come nel 2013, le esecuzioni hanno avuto luogo in 22 paesi. Nel 1995, 20 anni fa, i paesi che avevano eseguito condanne a morte erano stati 41, a conferma della chiara tendenza globale abolizionista.
“I numeri parlano da soli: la pena di morte sta diventando un ricordo del passato. I pochi paesi che ancora la usano devono guardarsi seriamente allo specchio e chiedersi se vogliono continuare a violare il diritto alla vita oppure aggiungersi all’ampia maggioranza dei paesi che hanno abbandonato questa sanzione estrema, crudele e disumana” – ha commentato Shetty.
In nome della sicurezza dello stato
La preoccupante tendenza a combattere le minacce alla sicurezza interna ricorrendo alla pena di morte è stata visibile in ogni parte del mondo: Cina, Pakistan, Iran e Iraq hanno eseguito condanne a morte per reati di “terrorismo”.
Il Pakistan ha ripreso le esecuzioni dopo l’orribile attacco dei talebani contro una scuola di Peshawar. A dicembre sono state messe a morte sette persone e il governo ha annunciato centinaia di esecuzioni per reati di “terrorismo”. Nei primi mesi del 2015 è stato registrato un alto livello di esecuzioni.
In Cina, il governo ha usato la pena di morte come strumento punitivo nella campagna denominata “Colpire duro”, lanciata contro la rivolta della Regione autonoma uigura dello Xinjiang. Durante l’anno, sono state messe a morte almeno 21 persone per tre distinti attentati, mentre tre persone sono state condannate a morte in un processo pubblico di massa tenutosi in uno stadio, di fronte a migliaia di spettatori.
In altri paesi, come Arabia Saudita, Corea del Nord e Iran, i governi hanno continuato a usare la pena di morte come strumento per sopprimere il dissenso politico.
Altri paesi hanno fatto ricorso alla pena di morte nel futile tentativo di abbattere i livelli di criminalità. A dicembre la Giordania ha posto fine a una moratoria che durava da otto anni mettendo a morte 11 condannati per omicidio nel dichiarato intento di porre fine a un’ondata di criminalità. Il governo dell’Indonesia ha annunciato l’intenzione di procedere alle esecuzioni, soprattutto nei confronti di trafficanti di droga, per porre fine a una “emergenza nazionale” relativa alla salute pubblica: intenzione portata a termine nel 2015.
Un profondo aumento delle condanne a morte
Rispetto al 2013 il numero delle condanne a morte registrate nel 2014 è aumentato drasticamente: almeno 2466 rispetto a 1925. L’aumento di oltre un quarto delle condanne a morte è stato causato essenzialmente dagli sviluppi in Egitto e Nigeria, dove centinaia di persone sono state condannate alla pena capitale.
In Nigeria, nel 2014 sono state emesse 659 condanne a morte, con un aumento di oltre 500 rispetto alle 141 del 2013. In una serie di processi, i tribunali militari hanno condannato a morte una settantina di soldati per ammutinamento, nel contesto del confitto interno contro Boko haram.
In Egitto, le condanne a morte inflitte nel 2014 sono state almeno 509, 400 in più rispetto al 2013. In due processi di massa, celebrati attraverso procedure inique, sono state emesse 37 condanne a morte ad aprile e 183 a giugno.
Metodi e reati
Decapitazione, impiccagione, iniezione letale e fucilazione sono stati i metodi d’esecuzione impiegati nel 2014. Esecuzioni pubbliche hanno avuto luogo in Arabia Saudita e Iran.
Prigionieri sono stati messi a morte per tutta una serie di reati non di sangue, come quelli economici o quelli legati alla droga e le rapine, ma anche per atti che non dovrebbero essere neanche considerati reati, come “adulterio”, “blasfemia” e “stregoneria”. In molti paesi sono state usate vaghe definizioni di “reati” politici per mettere a morte reali o presunti dissidenti.
Panoramiche regionali
Americhe
Gli Stati Uniti d’America hanno continuato a essere l’unico paese della regione a eseguire condanne a morte, anche se il numero è diminuito: da 39 esecuzioni nel 2013 a 35 nel 2014, a conferma del recente declino della pena di morte a livello nazionale. Le esecuzioni hanno avuto luogo in sette stati (erano stati nove nel 2013) e quattro di questi (Texas, Missouri, Florida e Oklahoma) sono stati responsabili dell’89 per cento delle esecuzioni. A febbraio lo stato di Washington ha introdotto una moratoria.
Il numero complessivo delle condanne a morte nella regione è sceso da 95 nel 2013 a 77 nel 2014.

Asia e Pacifico
Nel 2014 vi sono stati sviluppi contrastanti in tema di pena capitale. Esecuzioni sono state registrate in nove paesi, uno in meno rispetto al 2013, ma il Pakistan ha annullato la moratoria sulle esecuzioni di prigionieri civili. In tutta la regione, se si escludono Cina e Corea del Nord i cui dati è impossibile confermare, sono state eseguite 32 condanne a morte. L’Indonesia ha annunciato per il 2015 la ripresa delle esecuzioni, soprattutto nei confronti di trafficanti di droga.
L’area del Pacifico ha proseguito a essere l’unica zona del mondo virtualmente libera dalla pena di morte, sebbene i governi di Papua Nuova Guinea e di Kiribati abbiano preso provvedimenti per, rispettivamente, riprendere le esecuzioni o introdurre la pena di morte.

Africa Subsahariana
In questa regione si è assistito nel 2014 a significativi progressi, con 46 esecuzioni registrate in tre paesi (Guinea Equatoriale, Somalia e Sudan) rispetto alle 64 esecuzioni registrate in cinque paesi nel 2013, una diminuzione del 28 per cento.
Il Madagascar ha fatto un passo avanti quando, il 10 dicembre, l’Assemblea nazionale ha approvato una legge per l’abolizione della pena di morte. Perché diventi legge dello stato, il testo dev’essere ora firmato dal presidente.

Europa e Asia Centrale
In Bielorussia, unico paese della regione a eseguire condanne a morte, almeno tre esecuzioni hanno posto fine a un periodo di assenza di esecuzioni durato 24 mesi. Le esecuzioni sono avvenute in segreto e familiari e avvocati sono stati informati solo dopo.

Medio Oriente e Africa del Nord
Il massiccio uso della pena di morte ha continuato a essere estremamente preoccupante. Iran, Iraq e Arabia Saudita sono stati responsabili del 90 per cento delle esecuzioni registrate nella regione e del 72 per cento delle esecuzioni a livello globale (Cina esclusa).
Esecuzioni sono state registrate in otto paesi, due in più rispetto al 2013. Condanne a morte sono state inflitte in 16 paesi, l’ampia maggioranza della regione.
Il numero complessivo delle esecuzioni registrate nella regione è calato da 638 nel 2013 a 491 nel 2014. Questo numero non comprende le centinaia di esecuzioni avvenute in Iran e che non sono state ufficialmente riconosciute. Nel 2014, le autorità iraniane hanno riconosciuto 289 esecuzioni ma fonti credibili ne hanno segnalate altre 454, portando il totale a 743.

Amnesty International Italia