Wim Wenders. Appunti di viaggio.

Wim Wenders (Dusseldorf 1945) è uno dei principali protagonisti del Nuovo Cinema Tedesco. L’attività di film maker è da sempre accompagnata dalla fotografia che riveste nei suoi celebri film un ruolo fondamentale nella descrizione di atmosfere sospese, nella realizzazione di immagini pregnanti di paesaggi desolati o di scenari urbani in cui il tempo è all’opera. Appunti di Viaggio è il titolo della mostra allestita a Villa Pignatelli dal 21 settembre al 17 novembre 2013, che raccoglie una selezione di 20 fotografie di diverso formato scattate nell’ultima decade e tratte dalla pubblicazione più recente di Wim Wenders, Places Strange and Quite edita nel 2011.

Le opere esposte, realizzate in Germania, Armenia e Giappone sono accompagnate da brevi appunti dell’artista che “immortalano” il pensiero al pari delle immagini. La fotografia è per Wenders strumento per fissare la realtà dalla quale l’uomo si sta progressivamente allontanando rapito dalla virtualità dell’epoca contemporanea e favorito dall’utilizzo delle nuove tecnologie digitali.

L’apparente staticità delle immagini, confrontata con quelle in movimento dei film, è superata divenendo spunto per un racconto. Frammenti di una verità personale dichiarata attraverso l’”angolazione” che stimolano però la capacità immaginifica dello spettatore, accompagnato in questo viaggio anche dagli appunti dell’artista. Il corpus di opere in mostra rispecchia i filoni principali della ricerca di Wenders: la percezione diretta della realtà nel vedere e nel viaggiare. Immagini sospese che raccontano il passaggio dell’uomo attraverso la sua assenza, la memoria dei luoghi in un silenzioso flusso del tempo.

La mostra, curata da Adriana Rispoli, è promossa  e organizzata dalla Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Napoli con Incontri Internazionali d’Arte e Civita. E’ realizzata con il patrocinio della Regione Campania e grazie al supporto di: Ambasciata della Repubblica d’Armenia in Italia, Goethe Institut di Napoli, Caronte & Tourist, Sorgenia, MAG JLT, Metropolitana Napoli; con la collaborazione tecnica di Willis Italia.

 

Wim Wenders. Appunti di viaggio. Armenia Giappone Germania

Dal 21 settembre  al 17 novembre 2013

Villa Pignatelli – Casa della fotografia,  Napoli, Riviera di Chiaia, 200

Biglietto            

intero: € 2,00 ridotto (18-25 anni): € 1,00

Gratuità del biglietto per i cittadini della Unione Europea sotto i 18 e sopra i 65 anni

Orario

Aperto tutti i giorni 8.30-14.00; la biglietteria chiude un’ora prima;

Chiuso il martedì.

Articolo di Simona Golia

 

“Da Donatello a Lippi” a Prato

La mostra Da Donatello a Lippi. Officina pratese mette in luce, come mai era stato fatto prima, il ruolo cruciale che Prato ha avuto nella storia del Rinascimento. Negli splendidi spazi del Museo di Palazzo Pretorio, che riapre dopo 16 anni, dal 13 settembre al 13 gennaio opere provenienti da tutto il mondo saranno la testimonianza di una stagione artistica straordinaria, di cui furono protagonisti fra gli altri Donatello, Paolo Uccello, Filippo e Filippino Lippi. “Non si può capire il Rinascimento, senza conoscere Prato”, secondo Keith Christiansen, tra i maggiori esperti al mondo di arte rinascimentale. “È con questa mostra – sottolinea il sindaco Roberto Cenni – che per Prato può nascere una stagione nuova, grazie all’arte e alla bellezza. Riaprire Palazzo Pretorio con capolavori che arrivano da musei così prestigiosi, è una straordinaria occasione di speranza per una città che grazie alla cultura può e deve trovare nuovi orizzonti di crescita”.

La mostra è curata da Andrea De Marchi (università di Firenze) e da Cristina Gnoni (Soprintendenza ai beni artistici di Firenze, Prato e Pistoia) e si avvale di un comitato scientifico di rilevanza internazionale. Con l’alto patronato del Presidente della Repubblica ha il contributo della Regione Toscana e della Fondazione Cassa di Risparmio di Prato, e il sostegno di sponsor privati, tra cui Moretti Gallery. L’organizzazione è del Comune, insieme a MondoMostre: un esempio virtuoso di collaborazione tra pubblico e privato, decisiva per il futuro della cultura.

La storia dell’officina pratese inizia grazie alla fabbrica del Duomo.
Nel 1428 Donatello e Michelozzo furono chiamati a realizzare il magnifico pulpito per l’ostensione della sacra cintola, la cintura che secondo tradizione la Vergine consegnò a San Tommaso al momento dell’assunzione e che nel 1141 fu portata in città dalla Terra Santa dal mercante Michele Dagomari. Da allora fu oggetto di una straordinaria venerazione, diventando il tesoro più prezioso della città e il fulcro delle sue vicende artistiche. Ancora oggi le cinque ostensioni annuali dal pulpito di Donatello raccolgono in piazza migliaia di persone.

Poco dopo, Paolo Uccello fu incaricato di affrescare la cappella dell’Assunta: era un giovane irrequieto e geniale, e la mostra documenta in modo spettacolare, per la prima volta, la sua produzione di quegli anni formidabili. Due opere da citare e soprattutto da vedere: la splendida Natività di Karlshure, per la prima volta in mostra, e il San Giorgio e il Drago, da Melbourne.

Ma è soprattutto a Filippo Lippi, che la mostra è dedicata, all’artista che Vasari definì “il più singolare maestro del tempo suo”, e che a Prato dipinse i suoi capolavori, a partire dagli affreschi del Duomo, iniziati nel 1452. “Razionalità e potentissima fantasia – dice l’assessore alla cultura Anna Beltrame – l’uso audace e sapiente del colore, la stupefacente bellezza dei volti e delle figure, la capacità di trasmettere emozioni, fanno di Filippo uno straordinario narratore di storie, un precursore della maniera moderna, dei grandi maestri dell’arte del Cinquecento, a cominciare da Michelangelo e da Leonardo, alle cui sperimentazioni nella tecnica dell’affresco egli preparò il terreno, proprio a Prato”.

Gli affreschi del Duomo furono completati solo nel 1466, anche per lo scandalo suscitato dalla passione per suor Lucrezia Buti, che frate Filippo convinse a fuggire dal convento di Santa Margherita, folgorato dalla sua “bellissima grazia”. Fu un amore duraturo, dal quale nacque Filippino, che a Prato iniziò a dipingere e che, dopo la morte del padre, si affidò alla guida di Botticelli, di cui Filippo era stato maestro.

Di Lucrezia fra Filippo ci ha lasciato immagini indelebili, raffigurandola più volte nelle sue opere: dalla Salomè del Duomo, alla Santa Margherita della Madonna con la Cintola, l’immagine simbolo della mostra.

Tante sono le storie, le idee, le innovazioni, dell’Officina Pratese, anche grazie ad altri artisti, come Fra Diamante e il Maestro della Natività di Castello, Maso di Bartolomeo, Zanobi Strozzi, Domenico di Michelino. La mostra vuole offrire, attraverso una scelta di opere tutte di grande qualità, alcuni squarci di luce su queste personalità, per aiutare a capire meglio quanto a Prato di loro è rimasto. Al tempo stesso si prefigge alcune operazioni esemplari di ricostruzione di opere che erano a Prato e che sono state smembrate, riunendo predelle e pale ora divise fra i musei pratesi e le collezioni straniere (l’Assunta di Zanobi Strozzi dipinta per il Duomo, ora a Dublino, e la predella del Museo di Palazzo Pretorio; il capolavoro del Maestro della Natività di Castello, la pala di Faltugnano ora nel Museo dell’Opera del Duomo, la cui predella è spartita fra la National Gallery di Londra e la Johnson Collection di Philadelphia). Vengono così riportate a Prato opere che si trovano in importanti musei stranieri, come la pala di Budapest di fra Diamante.

Infine, intorno ai capolavori del Rinascimento pratese, Roberto Piumini ha creato un percorso di poesia pensato per i bambini, e per gli adulti che dei bambini hanno ancora la libertà di sguardo. È il più grande scrittore italiano di testi per l’infanzia, ma è anche l’autore di un incantevole racconto sull’amore tra Filippo e Lucrezia, ripubblicato in questa occasione. Da Donatello a Lippi è dunque una mostra da non perdere, per il rigore con cui è stata costruita, per la bellezza e le emozioni che può regalare, per una città che merita di essere scoperta.

Articolo di Comune di Prato

Diafane passioni. Avori barocchi al Museo degli Argenti di Palazzo Pitti

Dalla metà del Cinquecento, per circa due secoli, la scultura in avorio fu apprezzata e ricercata dalle corti europee come una delle massime e più sofisticate forme di espressione artistica.

I più importanti scultori del periodo barocco, sia in Italia che nei paesi transalpini e addirittura nelle colonie portoghesi e spagnole, si cimentarono in questa tecnica raffinatissima e difficile, che univa alla perizia dell’artefice la preziosità della materia prima.

In tutta Europa, imperatori e granduchi, papi e principi, altissimi prelati e ricchi banchieri si contendevano l’opera degli scultori in avorio, e spesso formavano collezioni di capolavori eburnei, che andavano dagli esemplari figurativi veri e propri ai tour de force torniti. Questi ultimi univano al piacere del capriccio visivo il rigore scientifico del calcolo matematico.

L’Italia giocava un ruolo chiave per la più grande fioritura della scultura in avorio tra il Cinque e il Settecento: la seconda dopo quella gotica, che aveva avuto il suo centro a Parigi. Le zanne dell’elefante arrivavano in Europa attraverso le grandi città portuali, Venezia, Genova, e Napoli, con Roma i centri principali della lavorazione della preziosa ed esotica materia, ricercata particolarmente per la sua qualità mimetica di raffigurare l’incarnato umano. L’ammirazione per l’avorio nell’Italia del Sei e Settecento favorì inoltre il collezionismo di avori africani e indiani, oltre a quelli tardoantichi e medievali. Proprio a Firenze fra il  XVII e XVIII secolo si formarono le prime collezioni di avori di epoche passate, e proprio qui si pubblicarono i primi studi dedicati agli avori medievali.

Con Ferdinando I de’ Medici (1549-1609) a Firenze, ebbe inizio una delle più spettacolari collezioni di avori in Europa, che continuò ad arricchirsi fino al tramonto della dinastia, raggiungendo numerose centinaia di esemplari. Per quantità, per qualità ed importanza dal punto di vista storico artistico, la raccolta medicea raggiunse livelli pari solo a quelli della corte imperiale di Vienna e di quella principescahe di Dresda e di Monaco.

Coppe e rilievi, composizioni mitologiche e scene di genere, santi e ritratti di principesse, scarabattole e torri tornite: ogni aspetto dell’arte figurativa e astratta è riflesso nell’arte eburnea raccolta a Firenze.

La maggior parte degli avori dei Medici si trovano ora nel Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, e costituiscono una delle grandi attrazioni nelle sale del pianterreno, dove il visitatore entra in un mondo magico di forme diafane, dalla grazia fiabesca.

Gli avori barocchi, nella loro importanza artistica internazionale, non sono mai stati oggetto né in Italia né all’estero di una grande esposizione, e questa rappresenta la prima occasione per rimediare a questa lacuna. Occasione che non è un caso venga colta a Firenze, al Museo degli Argenti, dove si trova la più estesa e formidabile raccolta storica di avori, composta da opere dei maggiori scultori in questa tecnica. Nella mostra “al nucleo fiorentino si aggiungono temporaneamente figure, vasi e oggetti oggi conservati nelle principali raccolte europee e americane, evocativi dell’abilità suprema che fu raggiunta specialmente in area germanica e mitteleuropea nell’età barocca, mettendo all’opera non solo gli artisti di corte – come il ‘nostro’ abilissimo Sengher – ma addirittura sovrani sperimentali e di talento, come lo Zar Pietro il Grande” (Cristina Acidini).

Una mostra di quasi centocinquanta pezzi, che unisce i tesori fiorentini a pregevoli esemplari provenienti dai più importanti musei stranieri e ad altri avori mai visti prima, custoditi in collezioni private, dà vita a un nuovo e spettacolare capitolo della storia dell’arte: un capitolo mai studiato prima, soprattutto nel suo aspetto “internazionale”, così peculiare del collezionismo mediceo.

La mostra si articola in varie sezioni che percorrono l’arte dell’avorio dal Quattrocento, quando catturò l’attenzione di Lorenzo il Magnifico, al maturo Rinascimento, fino all’esplosione del Barocco con opere degli scultori fiamminghi e tedeschi più famosi del periodo, da Leonhard Kern a François du Quesnoy, da Georg Petel a Balthasar Permoser.

La prima sezione è dedicata al momento della riscoperta dell’avorio come materia prima, e al collezionismo di avori in Italia – da due ‘olifanti’ congolesi (presenti nelle collezioni medicee dal Ciqnuecento) alle opere medievali, tra cui il Dittico appartenuto alla collezione di Lorenzo il Magnifico, che di recente è stato identificato all’Ermitage di San Pietroburgo e ritorna per la prima volta a Firenze, dopo più di cinquecento anni.

In questa sezione vengono presentati anche alcuni capolavori dei primi centri di produzione della scultura in avorio del Cinquecento:  Venezia con opere di Francesco Terrilli e Roma dove i fiamminghi Niccolò Pippi e Jacob Cornelisz Cobaert furono attivi allo fine del secolo.

La sezione Geometria virtuosa. Gli avori torniti raccoglie particolari e spettacolari esempi della competizione tra i più importanti tornitori tedeschi nel creare in avorio le figure più complicate, piccoli miracoli di virtuosismo tecnico che univano simbologia a numerologia, geometria e filosofia. “Poliedri e sfere, scatole cinesi, variazioni sui cinque solidi della geometria greca sormontati da una guglia sottilissima e spiraliforme” (Marco Riccomini).

L’inventore di questo tipo di oggetto da gabinetto delle curiosità – e allo stesso tempo all’altezza della ricerca matematica e ingegneristica dell’epoca – fu, alla fine del Cinquecento, proprio l’ italiano Giovanni Ambrogio Maggiore al servizio delle corti tedesche. Ben 18 i pezzi di questo genere esposti, appartenenti al Museo degli Argenti e pervenuti grazie al principe Mattias de’ Medici come parte del bottino catturato durante la Guerra dei Trent’anni: tra le altre, opere di Marcus Heiden e del suo allievo Johan Eisenberg, i migliori tornitori di avorio dell’età barocca.

La terza sezione, Artisti ultramontani in Italia. I protagonisti dell’avorio barocco espone tra gli altri capolavori di Leonard Kern e  Georg Petel i due grandi scultori attivi nella prima metà del Seicento nel sud della Germania. Le loro opere mostrano sensibili affinità con la cultura figurativa barocca italiana e testimoniano dei viaggi dei due artisti a Roma, Napoli, Genova e in Toscana, rivelando in particolare un debito con il linguaggio figurativo di Peter Paul Rubens.

Si riuniscono inoltre per la prima volta opere di Justus Glesker – che nel Seicento era celebrato come uno dei migliori scultori del secolo – provenienti da musei nazionali e dall’Estero (Victoria and Albert Museum, Londra; Galleria Estense, Modena; Ermitage, San Pietroburgo; Bayerisches Nationalmuseum, Monaco di Baviera). Questa sezione esplora inoltre Genova come centro della scultura in avorio: il caposcuola Domenico Bissoni introdusse un’espressività estrema e un naturalismo inaudito nella raffigurazione della sofferenza e della morte, che incontrava particolarmente il gusto del territorio spagnolo, dove venivano spedite gran parte delle opere della scuola genovese. Anche il fiammingo François van Bossuit, forse il primo artista a cui sia stato dedicato un catalogo ragionato illustrato, è presente in mostra con opere di soggetto sacro e profano.

La quarta sezione, La fioritura dell’avorio tardobarocco al di là delle Alpi, unisce, tra l’altro, opere di Christoph Daniel Schenck (che formò il suo stile energico su modello di Francesco Mochi), e che tra l’altro offre l’opportunità di paragonare opere in diversi materiali, avorio e legno, di formato piccolo e grande. L’austriaco Balthasar Griessmann, attivo a Salzburg, e Ignaz Elhafen, attivo prima per la corte imperiale di Vienna e poi per il conte palatino Johann Wilhelm e sua moglie Anna Maria Luisa de’ Medici, svilupparono metodi innovativi e personali per utilizzare le incisioni – soprattutto italiane – come modelli per le opere.

Testimonianza in mostra ce ne darà il confronto diretto tra la grande incisione di Pietro Aquila del Ratto delle Sabine di Petro da Cortona e le varie versioni eburnee in rilievo oltre che lo spettacolare boccale di Elhafen proveniente dalla collezione del margravio di Baden, che dopo la sua vendita nel Canada ora per la prima volta è tornato in Europa.

La quinta e ultima sezione, L’apice del tardobarocco in Italia, ha come nucleo principale l’opera del grande Balthasar Permoser attivo a Roma dal 1675 e a Firenze al più tardi dal 1682. Anche per il Permoser l’esperienza italiana fu di fondamentale importanza: infatti fu colui che condusse lo stile enfatico di gusto tardobarocco, formato sulle opere di Bernini e Foggini, al di là delle Alpi, dove alla corte di Augusto il Forte re della Sassonia e della Polonia, diresse il cantiere più grande e influente che l’Europa settentrionale  e centrale avesse mai visto.

Claude Beissonat, invece, di stanza a Napoli, inviò la maggior parte delle sue opere a committenti spagnoli. La sezione conclude con il personaggio di Johannes Sporer, scultore tedesco, che durante il suo viaggio di studio si innamorò di una bella romana e pertanto si stabilì nella Città Eterna dove scolpì copie dall’antico e figure di soggetti mitologici e anticheggianti sia in bosso che in avorio, varcando la soglia del primo neoclassicismo.

La mostra, presso il Museo degli Argenti di Plazzo Pitti a Firenze fino al prossimo 3 novembre, ideata e curata da Eike D. Schmidt e diretta da Maria Sframeli, come il catalogo edito da Sillabe, è promossa dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo con la Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana, la Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico  e per il Polo Museale della città di Firenze, il Museo degli Argenti, Firenze Musei e l’Ente Cassa di Risparmio di Firenze.

Articolo de La Redazione

 

 

 

ALTRI SENSI al MAN

Altri sensi” è il titolo della mostra personale di Laura Pugno al Museo MAN, a cura di Lorenzo Giusti, in programma dal prossimo 13 settembre.

La ricerca di Laura Pugno (Trivero, 1975) ha come principale terreno di indagine il paesaggio, inteso non come elemento naturale, come immagine fissa di una porzione più o meno estesa di realtà, ma come costruzione sociale, come sovrastruttura ideologica e culturale. La mostra, insieme a un’ampia selezione di lavori realizzati nel corso degli ultimi cinque anni, presenta una nuova serie di opere realizzate in Sardegna e dedicate alla regione interna del Supramonte. Una scelta che, nel rimarcare l’inattendibilità di ogni idea prestabilita di paesaggio – ed in particolare, nello specifico della Sardegna, di un’idea costruita perlopiù attorno a una parte stereotipata dei suoi elementi naturali (il mare, il sole, le trasparenze) e sociali (la tranquillità, il benessere, il divertimento) – riafferma la necessità di punti di vista molteplici per perseguire una visione articolata del mondo, più vicina alle complesse dinamiche relazionali che lo governano. A caratterizzare i nuovi lavori è l’utilizzo della tecnica dell’abrasione su stampa fotografica, sperimentata dall’artista a partire dalla serie Esitando (2011), nella quale il paesaggio delle regioni montane piemontesi è svelato nella sua entità di sistema, come soggetto unitario “che presenta confini propri che lo separano dall’ambiente circostante”.

In queste opere, così come nel gruppo intitolato Quel che Annibale non vide (2012) – una serie di cinque cancellazioni rivolte non soltanto all’allentamento dei legami integrativi del paesaggio, ma, più direttamente, alla liberazione di singole parti – ad emergere è il tentativo di rendere evidente l’integrazione dei diversi elementi – sia fisici sia culturali – che compongono il paesaggio, attraverso un procedimento di parziale annullamento degli elementi stessi. Una presa di distanza da una visione tradizionalmente intesa che, in opere più recenti, si accompagna alla evocazione di una possibilità percettiva del paesaggio di tipo tattile. Così in Didascalie n. 5 (2013) e in Taccuini di viaggio (2013), presentati al pubblico per la prima volta in questa occasione, l’uso esteso del braille evoca una visione che, al di là dell’occhio, può coinvolgere altri sensi.

Ancora in mostra, insieme ai dipinti della serie KWh (2008) – a testimonianza delle origini pittoriche del lavoro di Laura Pugno – e ai collage del gruppo Percorrenze (2010) – nei quali l’idea di paesaggio è portata a una sintesi radicale di linee e colori – anche il progetto Paesaggio di spalle, un’istallazione di disegni su plexiglass realizzati voltando le spalle alla porzione di panorama ritratta sulla lastra.

Completano la mostra due lavori in video, a camera fissa, di recente realizzazione: Sillogismo (2013), dove naturale e innaturale si fondono in un’unica visione integrata, e Meccanismi di difesa (2012), nel quale lo scorrere veloce delle ombre sul costone di una montagna rende percepibile l’inattendibilità del punto di vista singolo.

Accompagna la mostra un catalogo bilingue (italiano e inglese) pubblicato da NERO con testi di Cecilia Canziani, Gian Antonio Gilli e Lorenzo Giusti.

MAN_Museo d’arte Provincia di Nuoro

Via Sebastiano Satta 27 – 08100 Nuoro – tel +39.0784.252110

Orari: 10:00 – 13:00/15:00 – 19:00 (Lunedì chiuso)

Articolo di Studio ESSECI