Gabriele D’Annunzio a Bologna

Dopo Lugano e Budapest, dove due importanti mostre sono state inaugurate nei giorni scorsi, le celebrazioni del 150° anniversario dannunziano approdano a Bologna: dall’11 ottobre al 19 novembre l’intera città si prepara a festeggiare l’importante compleanno del Vate.

Si parte dunque l’11 ottobre, con l’inaugurazione della mostra – la più ricca realizzata su d’Annunzio nell’anno in cui si celebrano i 150 della nascita – D’Annunzio a Bologna – E séguito a vivere, studiosamente voluttuosamente curata da Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani, e allestita da Flavio Arensi. Organizzata in collaborazione con la Fondazione Carisbo negli spazi di Palazzo Saraceni, la mostra esporrà manoscritti e materiali autografi, immagini fotografiche, edizioni rare e alcuni significativi cimeli provenienti da collezioni private e dal Vittoriale.

Anche lo storico Circolo della Caccia di Bologna, che pochi giorni fa ha celebrato il 125° anniversario di fondazione, ha voluto rendere omaggio a Gabriele d’Annunzio con un evento esclusivo: in occasione dell’inaugurazione della mostra, una cena di gala consentirà a soci e invitati di ascoltare la conversazione su Gabriele d’Annunzio, Il fabro del suo proprio ingegno, tra Giordano Bruno Guerri e Alain Elkann.

Oltre alla mostra di Palazzo Saraceni verrà esposto a Casa Carducci il manoscritto originale autografo di Gabriele d’Annunzio Orazione in morte di Giosue Carducci, le cui tracce si erano perse fino al recente ritrovamento e acquisto da parte della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani. Il documento sarà visibile dal 12 ottobre fino al 10 novembre.
A seguire, dal 12 al 19 novembre a Palazzo Pepoli, arriverà un altro cimelio molto atteso: l’autovettura Isotta Fraschini appartenuta a Gabriele d’Annunzio e uscita eccezionalmente, per l’occasione, dai cancelli del Vittoriale.

Il 12 ottobre alla Libreria Coop (l’ex storica Libreria Zanichelli) Giordano Bruno Guerri presenterà il suo libro La mia vita carnale. Amori e passioni di Gabriele d’Annunzio, edito da Mondadori all’inizio del 2013, proprio in occasione delle celebrazioni.

Il 24 ottobre alla Fondazione Marconi presso Villa Griffone si terrà l’incontro dal titolo D’Annunzio tecnologicoconferenze su Marconi, d’Annunzio e la modernità. Presenteranno Alessandro Luciano, presidente della Fondazione Ugo Bordoni, Gabriele Falciasecca, presidente della Fondazione Guglielmo Marconi, e Giordano Bruno Guerri, presidente della Fondazione Il Vittoriale degli Italiani.

Dall’8 al 10 novembre nell’atrio di Palazzo Saraceni verranno esposti i dipinti di Antonio Saliola ispirati al gusto dannunziano e alle stanze del Vittoriale, la straordinaria residenza che d’Annunzio allestì sulle rive del lago di Garda.

L’8 novembre, infine, presso Santa Maria della Vita si potrà assistere alla conferenza-spettacolo Non so che agitazione va correndo: d’Annunzio e il vortice del Compianto, dedicata al gruppo scultoreo del Compianto del Cristo morto, a cura della professoressa Paola Goretti dell’Accademia di Bologna e di Raffaella Morselli dell’università degli Studi di Teramo.

Gli eventi bolognesi si svilupperanno dunque in tutto il capoluogo emiliano, dove d’Annunzio ebbe tra l’altro la sua “iniziazione”: giovanissimo, durante una sosta a Bologna in compagnia del padre, vide nella vetrina della libreria Zanichelli (oggi Libreria Coop) il volume Odi barbare di Carducci. L’impressione che ricavò dalla lettura fu enorme, al punto che elesse Carducci maestro di poesia e di etica. Alla morte del poeta, poi, decise di accoglierne l’eredità letteraria e morale, assumendone l’epiteto di Vate nazionale.

Anche alcune importanti aziende hanno voluto unirsi alle celebrazioni. In particolare vanno ricordati Eberhard, la storica casa di orologi svizzera, che per la mostra di Palazzo Saraceni ha prestato un orologio della nuova collezione dedicata a Nuvolari. Il gioiello verrà esposto a completamento della vetrina dedicata al rapporto tra il Vate e il pilota, insieme ai cimeli provenienti dal Museo Nuvolari di Mantova, tra cui la scatola dell’orologio Eberhard appartenuto a Nuvolari e la mitica Targa Florio del 1932.

Alla mostra verrà esposta anche la lettera autografa con cui d’Annunzio celebrava la dolcezza del “liquore delle virtudi”, prestato per l’occasione da Montenegro. Pur definendosi astemio, d’Annunzio dice di essere riconoscente per parte di amici e legionari che trovano nel liquore tutte le delizie.

La mostra sarà infine l’occasione per presentare al pubblico il modellino dello SVA, l’aereo con cui d’Annunzio effettuò il Volo su Vienna, oggi custodito presso l’Auditorium del Vittoriale: la miniatura è stata realizzata da Italeri, azienda emiliana leader mondiale nel modellismo, con una confezione speciale dedicata ai 150 anni in cui sono raffigurati d’Annunzio con Natale Palli sullo SVA e la foto ufficiale della squadriglia prima della partenza. In occasione delle celebrazioni bolognesi il modellino verrà distribuito dalle tre testate del Quotidiano Nazionale.

Articolo de La Redazione

“Viva Verdi” una vita per la musica

Cento anni di storia della musica e di storia italiana sono sintetizzati in un solo personaggio: il musicista e senatore del Regno Giuseppe Verdi, di cui quest’anno ricorre il bicentenario della nascita. La storia ci insegna che le carriere artistiche e politiche non vanno sempre di pari passo,  ma,  il Maestro di Busseto è l’eccezione che conferma la regola. La sua vita può anzi essere considerata come esempio delle vicissitudini nonché dell’evoluzione propria dell’ottocento. Il caso è molto intrigante e dal punto di vista musicologico è di quelli che ci spingono ad un ricercare sempre più vasto e profondo.

Considerando la vita e le opere del Maestro non si può fare a meno di notare come queste abbiano influito sull’evoluzione storico-sociale dell’Unità d’Italia. È altresì noto quanto alcune produzioni del musicista siano risultate spesso invise alla dominazione degli Asburgo che in quegli anni tenevano sotto stretta sorveglianza tutte le opere artistiche possibilmente nocive all’Impero, censurando senza appello tutte le produzioni vagamente non gradite, arrivando persino a bloccare rappresentazioni già  preparate nei minimi dettagli. Così Verdi divenne ben presto un mito risorgimentale, ed il suo nome usato come acrostico dai rivoluzionari patriottici. Infatti,  quando si ascoltava il celeberrimo coro del Nabucco veniva spontaneo gridare “Viva Verdi!” sottointendendo con ciò “Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia”.

Inoltre tutta la forza e lo sviluppo dell’opera italiana del XIX secolo si riflettono nella musicalità del Maestro di Busseto che riprende quel carattere così intensamente e intrinsecamente popolare. d’altronde egli stesso era di origini contadine e mai perderà il suo amore per la campagna. Opere serie come il Nabucco o il Falstaf dipingono in tutte le sue sfaccettature, e con un dinamismo che gli è proprio, quei caratteri peculiari delle genti Italiche, della patria di Mazzini, Garibaldi e Mameli, autore dell’inno italiano.

 

La vita e la leggenda

Secondo l’uso dell’impero napoleonico che voleva i nomi latini e i documenti ufficiali tradotti in francese, l’oste Carlo Verdi registrò all’anagrafe che il 10 ottobre 1813 era nato il figlio Joseph Fortuninus Franciscus Verdi a Le Roncole, un paesino  adiacente a Busseto, in provincia di Parma chiamato dai contadini del luogo in dialetto parmigiano, Roncal. La madre di Giuseppe, Luigia Uttini, era una filatrice locale. La famiglia quindi, sebbene di umili origini, potevadisporre su un certo quantitativo di contanti. Forse più per vocazione paterna che per ispirazione personale, Giuseppe ottenne dal padre una spinetta riparata gratuitamente nel 1821 dall’accordatore Stefano Cavalletti per amore della “buona disposizione” dimostrata dal “giovinetto Giuseppe Verdi d’imparare a suonare questo istrumento”.

Anticipando di gran lunga i tempi moderni il Maestro, ormai affermato, fu un attento PR della propria immagine e molti eventi della sua vita vennero modificati per rispondere alle esigenze auto-pubblicitarie del famoso compositore. Non possiamo quindi delineare precisamente i contorni tra storia e leggenda di molti aneddoti che ci sono giunti.

Tra i più strani e addirittura inquietanti vi è il racconto del prete manesco. Così come in uso per i bimbi, anche Giuseppe era solito servire messa. Un giorno però tardò a consegnare al prete le ampolle di vino e di acqua, distratto dal dolce suono dell’organo. Il celebrante lo spintonò facendolo ruzzolare dai gradini dell’altare. Sbattuta la testa il giovane compositore svenne. Rianimato non pianse ma chiese che gli venisse insegnata musica. Verdi raccontò l’aneddoto aggiungendo di aver gridato al prete, mentre ruzzolava “Dio t’manda ‘na sajetta”. E caso volle che di lì a pochi mesi due dei tre preti presenti sull’altare morissero fulminati mentre celebravano i vespri in una chiesa isolata di campagna.

Di sicuro invece l’organista locale, Pietro Baistrocchi, lo prese sotto la sua ala protettiva e così come era consuetudine nei piccoli centri, fu il suo primo maestro e sostenitore.

Venne ben presto stabilito che Verdi continuasse gli studi a Busseto, presso il canonico Pietro Seletti e l’organista Ferdinando Provesi, sempre seguito dal suo mecenate Antonio  Barezzi, proprietario di una distilleria che riforniva l’osteria del padre. Barezzi, da grande appassionato di musica, nonché socio della Filarmonica cittadina,  sperava di fare di Giuseppe un buon professionista. Il giovane compositore divenne infatti organista di Le Roncole (oggi Roncole Verdi) e intensificò gli studi.

Nel 1831 andò a vivere a casa del suo mecenate e lì si innamorò perdutamente della figlia Margherita. Proprio per tentare la fortuna e dimostrare le sue capacità, nel 1832 cercò di entrare al conservatorio di Milano ma venne respinto. Aveva superato i limiti d’età e non era cittadino dello stato, così come risulta dagli atti ufficiali; particolari che si sarebbero potuti ignorare comunque in caso di eccezionale talento. Ma Verdi non lo dimostrò, presentando invece lacune tecniche come una “errata posizione della mano” e un deficit di studi contrappuntistici.

Soprattutto con il passare degli anni e con l’acquisizione di un enorme prestigio e ricchezza il ricordo di quell’avvenimento dovette rappresentare per il musicista una sorta di “affronto”, il peggiore che avesse mai ricevuto. Verdi conserverà infatti per tutta la vita il fascicolo riguardante la sua richiesta di ammissione, legato con una fascetta, sulla quale aveva scritto di suo pugno: “fu respinta!“. E l’affermato compositore rese pan per focaccia quando nel 1900 il Ministro della pubblica istruzione, Guido Baccelli, chiese il permesso di intitolare con il suo nome il Conservatorio milanese, ricevendone un gentile ma netto rifiuto: “Non mi hanno voluto da giovane, non mi avranno da vecchio!”

Nonostante fosse stato respinto dall’istituto il buon patron Barezzi si offrì di pagare i suoi studi privati a Milano presso Lavigna, concertatore della Scala. Grazie alla posizione del proprio insegnante all’interno del teatro milanese Giuseppe poté entrare in contatto con il suo grande amore.

Gli anni della formazione di Verdi caddero nel decennio tra il ’30 e il ’40, epoca in cui il teatro musicale italiano si stava emancipando dalla incombente presenza di Rossini. Nel frattempo Bellini e Donizetti avevano dato alla luce i loro capolavori. Abbandonata l’opera seria settecentesca si erano aperte le danze del romanticismo, sia nei libretti che nella struttura delle opere, nel canto legato all’azione impetuosa, alla narrazione, all’emozione. Mentre si assisteva al declino politico dell’Italia e la Lombardia tornava sotto il dominio austro-ungarico terminati gli eccitanti anni napoleonici, il melodramma rappresentava una sorta di transfert nella sfera degli affetti e delle avventure pubbliche, deviando verso la sfera privata, la passione amorosa e le sue trasgressioni, secondo il codice delle convinzioni borghesi.

Verdi inizia a farsi conoscere e ha modo, fortuitamente, di eseguire La creazione di Haydn di fronte alla Società Filarmonica di Milano.

Il teatro e la grande città lo avevano ammaliato e gli avevano dato grandi speranze di successo tanto che non partecipò attivamente ad una enorme disputa politico/sociale partita dalla assegnazione del posto di organista nella chiesa collegiata e di maestro di cappella presso il municipio di Busseto che divise i suoi coincittadini in due fazioni: una che lo appoggiava e una che voleva dare le cariche a Giovanni Ferrari. Alla finevennero divise  le paghe e gli impegni e Verdi assunse la nomina di maestro di cappella di Busseto.

Intanto, coronando i suoi sogni, Giuseppe sposa nel 1836 Margherita Barezzi e nei due anni successivi nascono Virginia e Icilio che sfortunatamente muoiono appena compiuto un anno, rispettivamente nel 1838 e 1839.

Nonostante Verdi ne cancellasse ogni traccia per aumentare la propria personale leggenda, pare che la prima opera compiuta fosse Rocester, proposta al Teatro ducale di Parma nel 1837 senza successo.Ma, rielaborato e riscritto ex novo Rocester si trasformò nel grandioso successo, nonché prima opera ufficiale, di Oberto conte di San Bonifacio, presentato alla Scala nel 1839, grazie anche alla spinta di Giuseppina Strepponi, cantante molto in voga al momento.

Nel giugno del 1840 si spegne anche la moglie di Verdi, Margherita, lasciandolo completamente solo. Di lì a poco la sua prima opera comica Un giorno di regno, fu un vero insuccesso. Il sempre attento Giuseppe, divenuto famoso, si raccontò per la sua biografia ufficiale giustificando il fiasco clamoroso con le sciagure familiari che gli erano occorse e racchiudendole nell’arco di soli due mesi luttuosi.

In effetti cadde in crisi creativa e in un completo blocco da cui ne uscì quasi d’incanto quando ascoltò un solo verso, capace di accendere tutta la sua fantasia musicale:

Va’ pensiero sull’ali dorate

una sola frase del libretto Nabucco di Merelli e l’opera diventa leggenda. Anche in questo il Maestro di Busseto si dimostra artefice e allo stesso tempo schiavo del suo tempo dimostrando come nel melodramma italiano i librettisti siano sempre stati di fondamentale importanza per il successo o il fallimento dell’opera.

Distaccandosi dalla rigida struttura compositiva di Donizetti e Bellini, Verdi trova un suo stile, pur nella ristretta libertà data dal pubblico e dal gusto italiano, sempre legato all’accademismo e alieno alla sperimentazione, al quale Giuseppe  si piega suo malgrado. La storia della carriera del grande musicista italiano sta tutta in questa dialettica tra la volontà di accettare i modelli e la ricerca di una nuova verità da quegli schemi. Tanto lunga e ricca di esiti alterni questa lotta che lo stesso Verdi chiamerà i 16 anni trascorsi dal Nabucco a I vespri Siciliani gli “anni di galera”, anni di opere scritte ad un ritmo vorticoso rispondendo alle varie esigenze contrattualistiche con i vari teatri. E la prigionia negli schemi finirà proprio quando l’autore si sentirà libero e avrà realizzato esattamente quanto col Nabucco, era soltanto una imprecisa ma irrevocabile intenzione.

Dal 1842 al 1848 il Maestro compone a ritmo serratissimo e a 34 anni ha ormai raggiunto fama internazionale; le sue opere si rappresentano con frequenza ovunque e gli vengono commissionate dai principali direttori artistici italiani. Sebbene non ancora pronto per manifestare la sua idea di teatro, completamente improntata al dogma shakesperiano di “inventare il vero” saggiò, osò, arretrò, ipotizzò l’incomprensione temporanea degli spettatori conciliando la sua drammaturgia alla convenzione e al gusto del popolo.

Il Nabucco fu la prima opera che conquistò tutti perché nata con tono popolare e corale, sostituendo alle passioni melodrammatiche care alla borghesia, una visione monumentale, semplice e austera, profondamente radicata nelle genti italiche. I cori dell’opera, e in particolar modo il “Va pensiero” sono in stile omofono, quando non all’unisono, non rispondono infatti ad una sinfonia teatrale ma riprendono i toni di una canzone. E in quel popolo ebreo, colto nei suoi vari atteggiamenti, dalla pietas all’atterrimento, dall’orrore alla nostalgia ci si rispecchieranno tutti gli italiani oppressi e stanchi. Eppure gli inizi dell’opera furono incerti. L’impresario della Scala, Merelli, accettò l’opera ma a condizione che vi cantasse la Strepponi, ormai in declino ma legata da profonda amicizia a lui, e che si usassero scenografie vecchie per poter risparmiare sui costi. Il pubblico invece fu da subito entusiasta e non apprezzò tanto gli esecutori dell’opera ma la produzione nella sua globalità, cosa rara per l’epoca.

Verdi divenne quindi di moda e salottiero, richiesto da tutti i teatri nazionali e non, sfornando opere non sempre di livello eccelso. Dopo il Nabucco fu l’ora de I Lombardi alla Prima Crociata (che celebra il manierismo verdiano prima che esso abbia modo di formarsi e in cui l’autore concede un bis facendo ripetere nel libretto “Va pensiero” e “O signore dal tetto natio”), anch’essa ritenuta di rilievo nella coscienza risorgimentale in Italia.

Ma di nuovo la leggenda si sovrappone alla storia reale. Va certo detto che Verdi dedicò le opere del Nabucco e dei Lombardi a personaggi di spicco della nobiltà locale come l’Arciduchessa Adelaide d’Austria e la granduchessa Maria Luigia di Parma e che nel 1842 e 1843 i fuochi dell’irredentismo covavano, ma senza fiammeggiare, mentre Verdi era troppoimpegnato nella ricerca musicale per lasciarsene coinvolgere.

Nel 1844 intanto esordisce alla Fenice di Venezia Ernani, tratto da Hugo e rielaborato dal librettista Piave, completamente assoggettato ai desideri del Maestro tanto da esserne l’autore preferito (lo stesso verseggerà anche Rigoletto e La Traviata). Ernani resta il capolavoro degli anni giovanili, poi vi fu un calo fino al 1851 con l’uscita della famosa trilogia. La routine, il ritmo stressante di questi anni di galera e la crisi stessa del melodramma nella sua forma ad episodi, della divisione della partitura tra protagonisti di ugual rilievo e la meccanica librettistica animata dalle passioni romanzesche portarono a opere di non eccelso valore o particolare originalità.

Volendosi allontanare dalla mondanità Giuseppe Verdi nel 1845 comprò a Busseto Palazzo Orlandi. Per concedersi una pausa dagli impegni e nel 1846 fece girare certificati medici per liberarsi dai suoi obblighi contrattuali e si riposò, sebbene non avesse molta fiducia nelle prescrizioni mediche e gli restasse quel complesso da malato immaginario per tutta la vita.

Intanto l’Italia inizia a destarsi. Verdi, a proposito delle Cinque Giornate di Milano nel marzo del 1848, scrive a Francesco Maria Piave: “Onore a questi prodi! Onore a tutta l’Italia che in questo momento è veramente grande! L’ora è suonata, siine pure persuaso, della sua liberazione. È il popolo che lo vuole: e quando il popolo vuole non avvi potere assoluto che le possa resistere. […] Sì, sì, ancora pochi anni forse pochi mesi e l’Italia sarà libera, una, repubblicana. Cosa dovrebbe essere? Tu mi parli di musica! Cosa ti passa in corpo? […] Non c’è né ci deve essere che una musica grata alle orecchie delli Italiani del 1848. La musica del cannone!”. E… poco altro. Nonostante il mito creatosi intorno la figura del Verdi rivoluzionario egli non partecipò affatto, neppure in forme indiretta, alla Prima guerra d’indipendenza, e in gran parte del 1848 soggiornò all’estero, soprattutto a Parigi. Diversi, al contrario, sono gli atti di devozione al regime. Eppure molti versi delle sue opere piangono “la patria oppressa” ma , da buon vate, egli poeta e musica e inneggia e spera, guardando da lontano i moti che costruirono l’Italia.

Dopo vari anni passati insieme a Parigi, nel 1849 Giuseppina Strepponi si trasferì nel Palazzo dell’importante Maestro, destando scandalo sia per l’evento in sé che per il passato della cantante, che aveva già una figlia e una rinomata storia con un uomo sposato alle spalle. I due non si erano mai persi di vista, nonostante le diverse situazioni familiari e affettive. Non si sa quando tra i due scoccò la scintilla ma fu indissolubile. Come eterna fu la sua decisione di stabilirsi a Sant’Agata di Villanova d’Adda, in provincia di Piacenza, una residenza di campagna che curò fino alla fine dei suoi giorni, accrescendone le terre (fino a 1000 ettari) e curandole con amore di un contadino; qui trovando la pace per comporre le sue opere più fulgide, come Rigoletto e La Traviata.

Una pagina interessante della vita del compositore è occupata dalla cucina e dai buoni prodotti tipici che egli stesso produceva e di cui si vantava invitando i famosi e ricchi amici, lontano dai ristorantirinomati. La sua stessa Peppina si lamentava spesso di questa sua vita frugale e rustica, arrivando a scrivere a Leon Escudier, editore francese: “Il suo amore per la campagna è diventato mania, follia, rabbia, furore, tutto ciò che voi volete di più esagerato. Si alza quasi allo spuntar del giorno per andare ad esaminare il grano, il mais, la vigna. Rientra rotto di fatica.”

Nel 1850 Verdi si entusiasmò per il dramma di Hugo Le roi s’amuse, destinato a diventare Rigoletto e affidò al Piave il compito di mettere su libretto la storia della vendetta del buffone di corte per l’oltraggio inflitto dal duca libertino alla figlia; vendetta che ricade spaventosa su di lui tra lo scatenarsi degli elementi naturali in tempesta. Ma la censura veneziana non gradì l’opera considerandola immorale e oscenamente triviale. Il compositore sapeva che il dramma di Hugo aveva trovato uguali difficoltà in Francia ma contava di poter usare a proprio favore il suo nome e aveva già chiesto al suo librettista di mettersi letteralmente “a quattro zampe” per ottenere una intercessione da qualche potente dell’epoca: Il miracolo avvenne! Nel 1851, pochi mesi prima della messa in scena Verdi completa la partitura, tanto in ritardo che la “Donna è mobile” venne consegnata al tenore all’ultimo momento, con l’ingiunzione di cantarla solo a teatro per meglio conservare il segreto sull’effetto drammatico della melodia.

Fu un successo pieno. Mantenendo gli schemi il musicista aveva rivoluzionato il teatro intuendo che i personaggi non sono, bene o male , tout court, ma sempre una fusione complessa tra le varie caratteristiche. Lo stesso Rigoletto appare infatti ridicolo e deforme, appassionato e innamorato e il tutto quasi schizzofrenicamente. E sempre al centro della scena, protagonista assoluto, sebbene baritono, infrangendo la convenzionale importanza dei ruoli cantori; mentre gli altri personaggi si riducono a macchiette sceniche appena delineate. Il risultato è tanto drammatico che lo stesso Hugo si dispiacque di non aver la stessa potenzialità espressa dalla musica.

Dalla primavera del 1851 Verdi mette in stesura due opere quasi in contemporanea, sebbene fossero rappresentate , secondo disponibilità teatrali e di compagnia, entrambe nel 1853; in gennaio a Roma ebbe successo il Trovatore e in marzo a Venezia fu un fiasco la Traviata.

Di questo insuccesso lo stesso compositore non seppe dare giustificazione “La colpa è mia o dei cantanti? Il tempo giudicherà”, scriveva dando la triste notizia del “fiascone e peggio, hanno riso”.

Quello che è sicuro è che gli anni di galera e le opere giovanili e embrionali di Verdi sono ormaiterminati. Certo del suo successo il Maestro può adeguare i suoi tempi e ritmi ai teatri, non viceversa e si sente ormai pronto per rivoluzionare il melodramma, inserendo nelle sue composizioni, invece che singoli episodi rossiniani una unità drammatica, sia di un singolo protagonista come Rigoletto e la Traviata.

Caso a sé il Trovatore che invece ricalca gli schemi del teatro musicale rossiniano come una azione di pregiato virtualismo d’alta classe in cui maturano nuovi equilibri. Risulta infatti una composizione bizzarra e sommaria. La trama presenta particolari a dir poco curiosi e poco razionali o verosimili e moltissime incongruenze. Ma lo stesso notare queste stranezze è indice del cambiamento ormai avvenuto nella concezione della critica e della stessa platea che chiede ad un autore verità e naturalismo.

Il 17 febbraio 1859 Un ballo in maschera andò in scena a Roma, passando il veto censore alla presenza del re umberto I e della regina Margerita  nonostante fossero passati 10 anni dal Nabucco il pubblico pronto all’insurrezione riecheggiò le frasi dell’opera corale e usò la voce e il nome di Verdi per affermare la propria speranza in Vittorio Emanuele II, futuro re d’Italia. “Viva Verdi” gridavano dalla platea e scrivevano sui muri, inventando quel gioco di parole usato come simbolo di un sentimento popolare e unitario.

Proprio  in quei primi anni di regno italiano Giuseppe Verdi fu deputato fedele di Cavour, dal 1861 al 1865 quando non volle riproporre la propria candidatura, sapendo che era stato troppe volte assente, perso nelle sue continue composizioni tra cui vale sicuramente la pena citare l’Aida, del 1871.  Voluta come opera “nazionale” egiziana da Ismail Pascià, portò ad una originalissima interpretazione, in chiave italiana, delle esigenze spettacolari e drammatiche del grand opéra; ancora una volta in questo dramma in musica il conflitto tra il potere e l’individuo porta all’annientamento di quest’ultimo attraverso una caleidoscopica alternanza di esperienze stilistiche, musicali e spettacolari. Fu un successo al Cairo e ancor più a Milano, nella replica del 1872.

A 87 anni, in una stanza dell’Hotel de Milan, nella omonima città, Giuseppe Verdi si spense dopo 5 giorni di agonia. Volle umili esequie e ordinò alla sua unica erede, la cugina Maria Verdi una lunghissima serie di beneficenze.. “Ordino che i miei funerali sieno modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno od all’Ave Maria di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele e una Croce”.

Articolo di Bruno Bertucci

Festival Verdi festeggia il compleanno del Maestro

Il Festival Verdi festeggia il 200° compleanno di Giuseppe Verdi, giovedì 10 ottobre 2013, con quattro appuntamenti nel corso della giornata, che culmineranno alle ore 20.00 al Teatro Regio con il concerto della Filarmonica Arturo Toscanini e del Coro del Teatro Regio di Parma diretti da Francesco Ivan Ciampa. In programma brani sinfonici da Macbeth, Otello, La forza del destino e il secondo Atto di Aida, con le voci di Maria Billeri, Enkelejda Shkosa, Roberto Aronica, Giovanni Meoni, Roberto Tagliavini, Giovanni Battista Parodi. Maestro del coro Martino Faggiani.

La giornata di festeggiamenti si aprirà alle ore 11.30 con la cerimonia presso il Monumento a Verdi in Piazzale della Pace. Al tradizionale omaggio della città sulle note del “Va’ pensiero” intonato dal Coro del Teatro Regio di Parma e dalla Corale Giuseppe Verdi di Parma guidati da Fabrizio Cassi, prenderanno parte i rappresentanti delle istituzioni e delle associazioni cittadine. Al termine, alle ore 12.15, al Teatro Regio si svolgerà la cerimonia di intitolazione del Foyer, della Sala prove  e della Sala del Consiglio a tre artisti che hanno legato la loro carriera al Regio e alla città di Parma, rispettivamente Arturo Toscanini, Romando Gandolfi, maestro del coro al Teatro Regio dal 1983 al 1988,  e Giuseppe Negri, direttore del Teatro dal 1959 al 1977.

Alle ore 17.00 al Ridotto del Teatro Regio, con ingresso libero, il soprano Mirella Freni dialogherà con Carlo Fontana e Alessandro Roveri, raccontando il suo rapporto con Verdi e la sua musica.

Articolo di Paolo Maier

 

Stagione 2013/2014 dell’Istituzione Universitaria dei Concerti

Da sessantanove anni la IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti – organizza una delle più prestigiose stagioni di musica da camera italiane, ospitata dalla Sapienza nella sua storica Aula Magna, una sala da mille posti con una splendida acustica. I suoi concerti si rivolgono alla città intera ma sono attenti in special modo agli interessi di un pubblico giovane e vivace come quello degli studenti universitari. Naturalmente il programma ha i suoi pilastri nei grandi autori classici, ma vengono esplorati anche epoche ed autori meno frequentati e uno spazio particolare è dato ai compositori contemporanei e ai giovani interpreti, né mancano escursioni al di fuori dei territori della “classica”.

Ogni stagione della IUC è dunque un viaggio attraverso la musica, che trasporta l’ascoltatore in luoghi, epoche e stili diversi.

La stagione si apre sabato 19 ottobre con un programma dedicato proprio al viaggio, intitolato “I viaggi di Faustina” che, seguendo la carriera internazionale del soprano Faustina Bordoni, regina delle scene operistiche del Settecento, presenta autori dell’opera barocca napoletana. Questo progetto de “I Turchini” diretti da Antonio Florio – acclamati all’estero forse ancor più che in patria come vere star della musica barocca – e del soprano Roberta Invernizzi – una delle poche a potersi confrontare oggi con il virtuosismo di Faustina – è alla sua prima esecuzione pubblica, ma ne è già stato ricavato un cd, che sta riscuotendo un grande successo ed è stato scelto come “Recording of the Month” da BBC Music Magazine.

Tre giorni dopo, il 22 ottobre, la musica barocca è al centro anche del primo dei concerti del martedì: questa volta i riflettori saranno puntati sul violino, che insieme alla voce umana, fu l’altro protagonista privilegiato dei prodigi virtuosistici della musica italiana del Settecento. Sarà Salvatore Accardo a far risuonare le note dei concerti per violino più amati del periodo barocco, il dolcissimo Concerto grosso “Fatto per la Notte di Natale” di Corelli (nel tricentenario della morte del compositore che tanto contribuì alla gloria musicale di Roma) e gli estrosi Concerti delle Stagioni del veneziano Vivaldi. Tra questi capolavori del passato si ascolterà una novità assoluta, commissionata da IUC e Fondazione Pirelli a Silvia Colasanti, la giovane compositrice romana affermatasi come una delle personalità più interessanti della nuova musica: è Capriccio a due, scritto per Accardo e Laura Gorna, che ne saranno gli interpreti insieme all’Orchestra da Camera Italiana, fondata da Accardo stesso.

Questo duplice filo rosso della musica antica e di quella moderna e contemporanea torna altre volte nel corso della stagione.

Il 5 novembre, in collaborazione con Fondazione Spinola Banna per l’Arte, il Seicento di Gesualdo da Venosa (nel quarto centenario della morte) dialoga con gli autori nostri contemporanei, Francesco Filidei e Noriko Baba (con due prime esecuzioni a Roma) e Salvatore Sciarrino. Un dialogo tra epoche lontane apparentemente impossibile, ma Gesualdo è stato un precursore geniale, che ha suggestionato tanti artisti contemporanei. Anche in questo caso gli interpreti sono quanto di meglio offra il panorama musicale: i Neue Vocalsolisten Stuttgart, un gruppo di ricercatori animati dall’ideale di esplorare la musica a trecentosessanta gradi, sempre sotto il segno di un’assoluta perfezione esecutiva.

Sono molti i grandi interpreti di cui è costellata la stagione della Iuc.
Marc-André Hamelin è acclamato per il suo virtuosismo trascendentale: ne darà prova in musiche scritte da lui stesso, da Liszt e da Alkan. Il pianista canadese è uno specialista di questo compositore francese del secondo Ottocento, genialoide ed eccentrico, riscoperto solo recentemente, soprattutto per merito di Hamelin, uno dei pochi a poter eseguire le sue composizioni traboccanti di inimmaginabili difficoltà (26 ottobre, in collaborazione con Palazzetto Bru Zane).

Un altro grande virtuoso della tastiera, Michele Campanella, ha ideato un programma intitolato “Chopin vs Liszt”, impaginandolo come un confronto ravvicinato tra quei due grandi amici-rivali (18 febbraio un pianista assolutamente fuori dall’ordinario è Uri Caine, un grande del jazz che ha rivisitato anche monumenti della musica classica, come le Variazioni Goldberg di Bach, e che rielabora le sue vastissime conoscenze musicali con uno stile decisamente creativo. Sarà lui, insieme al batterista olandese Han Bennink, a chiudere la stagione il 27 maggio con un concerto intitolato “Sonic Boom”, come il loro recente cd. È la prima volta che suonano insieme a Roma, ma ecco cosa scrive chi li ha già ascoltati: “Una sintesi assai riuscita e dinamica, sorretta da una continua ispirazione in una sfida all’ultimo sangue con l’ascoltatore. La maestria del batterista solletica irrimediabilmente lo spirito più avventuroso del pianista di Filadelfia”.

Non solo famosi pianisti ma anche big di altri strumenti. È uno dei più grandi chitarristi attuali, forse il più grande, Manuel Barrueco, virtuoso del suo strumento, ma ammirato ancora di più per lo stile e la capacità di comunicare, che potremo apprezzare il 25 marzo in un programma che spazia dal Settecento di Bach e Scarlatti ai colori spagnoli di Albéniz e Turina.

La violinista olandese Janine Jansen ha debuttato a Roma proprio nell’Aula Magna, dove tornerà il 5 aprile. È ancora giovane ma già famosa e richiesta in tutto il mondo: nella sola stagione 2012-2013 è andata in tournée con London Symphony e Gergiev, Münchner Philharmoniker e Maazel, Concertgebouw e Dutoit. La ascolteremo in Schubert, Brahms, Chausson e Janáĉek col pianista Itamar Golan come accompagnatore di lusso.                                      Questa serie di grandi interpreti abituati agli applausi delle platee internazionali prosegue con Jordi Savall, specialista della musica rinascimentale e barocca, spinto da un inesauribile interesse per la musica del passato ad esplorare mondi musicali lontani e dimenticati. Il 14 gennaio propone ”Spirito d’Armenia”, affiancando al suo gruppo Hespèrion XXI alcuni musicisti armeni, eredi di quella antica e sconosciuta tradizione musicale. Rientra a pieno titolo tra queste celebrità anche il Quartetto di Cremona che, fondato nel 2000, ha ora raggiunto la piena maturità. Chi abbia ascoltato il primo cd dell’integrale beethoveniana, uscito pochi mesi fa, o abbia letto i giudizi entusiastici della critica internazionale (Fono Forum e Stereo l’hanno scelto come disco del mese), sa che non deve perdere i concerti del 16 novembre e 25 gennaio, intitolati ”Esplorando Beethoven”.

Il Brodsky Quartet – noto anche per aver collaborato con celebrità del mondo pop e rock, come Björk, Elvis Costello e Paul McCartney – è stato tra i primi a scoprire i Quartetti di Šostakovič negli anni Ottanta, quando in occidente quasi nessuno li eseguiva e non si sospettava che fosse uno dei più importanti cicli quartettistici del XX secolo. Dopo averli eseguiti in tutto il mondo li porta ora anche alla IUC, nei due concerti “Intorno a Šostakovič” (28 gennaio e 25 febbraio).

Benedetto Lupo si è affermato giovanissimo in una serie di concorsi pianistici internazionali ed ora è ospite delle più prestigiose sale da concerto d’Europa, America e Asia ed è considerato uno dei talenti più interessanti e completi della sua generazione. Il 26 novembre Brahms e Čaikovskij gli daranno modo di dimostrare la sua grande sensibilità interpretativa, riconosciutagli anche dal New York Times.

L’attesa per questi grandi interpreti è forte, ma non inferiore è l’interesse per
i giovani talenti. Ha appena ventuno anni Leonora Armellini e già ha vinto vari premi ma tiene particolarmente a quello assegnatole per “la straordinaria musicalità e la bellezza del suono” al Concorso “Chopin” di Varsavia del 2010. Senza dubbio molti la ricordano per la sua apparizione a Sanremo nel 2013, quando ha eseguito Chopin di fronte a 155 milioni di spettatori in mondovisione. È dunque chiaro che il suo autore prediletto è Chopin, cui dedica interamente il suo concerto del 15 marzo.

La Iuc si è sempre distinta per la speciale attenzione riservata ai giovani musicisti e quest’anno vara – in collaborazione con la Fondazione Alessandro Casagrande – una speciale iniziativa per promuovere i nuovi talenti: in occasione della 30a edizione del Concorso Pianistico Internazionale “A. Casagrande” di Terni, ospita per la prima volta a Roma il concerto dei finalisti, che saranno accompagnati dall’Orchestra Sinfonica Abruzzese diretta da Marco Zuccarini (24 maggio).

Al termine del concerto sarà proclamato il vincitore, che andrà ad aggiungere il suo nome all’albo d’oro del concorso, accanto a pianisti oggi ai vertici del concertismo internazionale, come Alexander Lonquich, Ivo Pogorelic e Herbert Schuch: quest’ultimo, oggi trentaquattrenne,  ritorna l’8 febbraio alla Iuc, che lo ospitò per il suo debutto romano all’indomani della vittoria del “Casagrande” e di altri due importanti concorsi a Londra e Vienna. Esegue musiche di Janáĉek e Schubert (ricordiamo a questo proposito il suo recente successo alla Schubertiade di Hohenems).

Anche quest’anno la Iuc ospita alcuni debutti eccellenti. L’11 marzo è la volta di Gabriela Montero, la pianista venezuelana celebre in tutto il mondo per la sua mirabolante capacità d’improvvisare brani musicali di grande complessità su temi proposti dal pubblico, un’arte in cui un tempo eccellevano tutti i grandi compositori, da Bach a Liszt, ma di cui oggi i musicisti di formazione classica sembrano aver perso il segreto. Quando Martha Argerich l’ha ascoltata, ha detto: “Tu devi condividere questo dono con il mondo”; è quel che lei sta facendo da dieci anni, ma incredibilmente non si è mai esibita a Roma.

Un altro debuttante di rango è David Greilsammer, pianista israeliano ma anche direttore dell’Orchestra da Camera di Ginevra, considerato uno dei più audaci e fantasiosi interpreti della nuova generazione, come si intuisce dal suo programma fuori dagli schemi che mescola brevi pezzi di epoche diverse, dal Seicento a una prima italiana di Matan Porat (17 dicembre).

Due “incontri di solisti” ci faranno ascoltare alcuni dei migliori strumentisti italiani. Il 30 novembre si presenta un’insolita formazione costituita da due violinisti, Domenico Nordio e Francesca Dego, e un pianista, Andrea Bacchetti, che suoneranno di volta in volta da soli, in duo e in trio, spaziando da Bach a Sinding. Sono tutti e tre ben noti al pubblico romano e dunque non è necessario presentarli, ma c’è una bella novità che riguarda la Dego: la Deutsche Grammophon le ha affidato l’integrale delle Sonate di Beethoven, un grande onore per una violinista appena ventiquattrenne.

Ancora più insolito è il concerto del 12 aprile che vedrà tre pianisti – Giorgia Tomassi, Carlo Maria Griguoli e Alessandro Stella – alle tastiere di tre “gran coda” schierati sul palco dell’Aula Magna: quest’insolito trio è stato fatto debuttare quattro anni fa da Martha Argerich nel suo festival a Lugano, dove tornano ogni anno, e da allora raccolgono grandi successi ad ogni esibizione e ad ogni pubblicazione discografica. In programma trascrizioni da Šostakovič, Debussy e Stravinskij e la prima italiana di Vaalbara di Carlo Boccadoro, scritto appositamente per loro.

Meritano una segnalazione speciale alcune orchestre da camera di grande livello, a cominciare dalla Camerata Royal Concertgebouw Orchestra di Amsterdam, formata da alcuni dei migliori elementi della grande formazione olandese, che da oltre un secolo è stabilmente nella top ten delle orchestre mondiali. Torna dopo il grande successo dello scorso anno, diretta da Giorgio Mezzanotte, con l’Idillio di Sigfrido di Wagner nella versione originale e musiche di Strauss, Mozart e Dvořák (29 marzo).

Espressione della vivace scuola ungherese, che discende dalla tradizione viennese con un quid di temperamento e virtuosismo in più è la Franz Liszt Chamber Orchestra, cui si aggiungono nel Concerto per pianoforte, tromba e archi di Shostakovich il pianista Alexander Romanovsky (un altro astro nascente del concertismo internazionale presente in stagione) e il trombettista Gabor Boldoczki (18 gennaio).

Ci riporta al barocco l’EUBO-European Union Baroque Orchestra che mette insieme il meglio dei giovani specialisti europei della musica barocca. Diretta da Lars Ulrik Mortensen presenta il 10 dicembre “Barock meets Baroque”, il barocco declinato alla tedesca da Bach e alla francese da Rameau e Leclair.

Ancora barocco, ma questa volta italiano, il 22 febbraio con l’Ensemble Zefiro diretto da Alfredo Bernardini. Fondato nel 1989 da tre strumentisti a fiato (per tale motivo porta il nome del dio del vento), questo gruppo è diventato un punto di riferimento in ambito internazionale per la musica del ’700 e ’800 eseguita con strumenti d’epoca. Il New York Times ha detto di loro: “… ribollente di vibrante energia… un’esecuzione spumeggiante e colorata”.

Assolutamente fuori da ogni schema i Mnozil Brass, il più eccentrico e imprevedibile gruppo di ottoni del mondo, che affronta con lo stesso spirito Mozart e il rap, Bach e i Queen, combinando in una miscela irresistibile virtuosismo e comicità. Questi musicisti austriaci sono già famosi in tutto il mondo ma non hanno mai suonato a Roma e quindi l’8 aprile sarà la loro prima volta davanti al pubblico romano.

Oltre al concerto di Caine e Bennink, è dedicato al jazz quello del 14 dicembre con una delle migliori orchestre italiane in questo campo, la Ials Jazz Big Band diretta dal sassofonista Gianni Oddi, cui si aggiunge la formidabile tromba di Fabrizio Bosso, punto di riferimento della musica jazz ma noto anche per le sue collaborazioni con Claudio Baglioni, Tiziano Ferro e altri cantanti pop.

Da non mancare anche i tre appuntamenti di “Musica Pourparler”, matinée aperte a tutti gli appassionati ma dedicate specialmente agli studenti, per avvicinarli in modo simpatico e coinvolgente alla grande musica, attraverso i racconti e le esibizioni dei suoi protagonisti. Quest’anno gli incontri, curati da Gianluca Ruggeri, vertono su tradizione e innovazione, in un’ottica di confronto e di scambio. Il 29 ottobre iniziano le percussioni di Ars Ludi, il 15 novembre il pianista jazz Danilo Rea prende spunto dalle celebri melodie di Bizet, Verdi, Puccini e Mascagni, e infine il 9 dicembre il chitarrista Arturo Tallini suona chitarre elettriche e classiche, chiedendosi e chiedendoci: “Contrapposizione o sintonia?”. Gli allievi che seguiranno gli incontri scriveranno delle recensioni, le migliori delle quali saranno premiate e pubblicate sul notiziario Musica/Università.

L’attività didattica comprende, inoltre, concerti nelle scuole medie e superiori in accordo con i docenti che svolgono un preliminare lavoro di preparazione degli studenti al fine di stimolarne l’interesse. Durante il concerto gli artisti coinvolgono i ragazzi in prima persona, sollecitandole la partecipazione attiva.

Si rinnova anche per la stagione 2013-2014 la collaborazione con
RAI-Radio3 che registrerà alcuni concerti della IUC.

Articolo di Mauro Mariani

 

 

Serata speciale all’Olimpico con i Solisti Veneti

SERATA SPECIALE ALL’OLIMPICO CON I SOLISTI VENETI

Il M° Claudio Scimone, ha inaugurato la stagione del Teatro Olimpico di Roma dirigendo l’oratorio “Juditha Triumphans” di Vivaldi. I Solisti Veneti ed il Coro dell’Accademia Filarmonica Romana hanno espresso il meglio della musica del Prete Rosso. Le tiorbe, il mandolino, gli archi, le voci soliste di  Dolores Ziegler, Gloria Banditelli, Cecilia Gasdia, Manuela Custer, Antonella Trevisan hanno saputo arricchire i colori dell’arte veneta. La serata, interessante dal punto di vista esecutivo, ha offerto spunti notevoli di riflessione sia sulla duttilità del complesso sia per quel che riguarda le sonorità barocche che, ben accompagnate dal coro, creavano un’atmosfera sospesa in un inclazare di momenti vibranti. Lo spettacolo non ha avuto una battuta di pausa e sotto l’attenta regia del M° Scimone gli artisti mostravano ancora una volta tutta la brillantezza ed il fascino della musica barocca. Gli intrecci armonici e melodici creati  dal grande musicista veneziano venivano sottolineati in modo particolare dall’orchestra che interpreta le sue musiche sempre in modo sublime. Sia che si trattasse di seguire con attenzione le voci, sia che si trattasse di ascoltare gli archi, le tiorbe, lo salmoè, o il mandolino, gli impasti orchestrali hanno attratto il pubblico coinvolgendolo appieno in un tripudio di applausi che facevano comprendere a tutti quanto l’arte dei suoni interpretata a questi livelli possa essere un sicuro messaggio che arriva dritto al cuore dell’ascoltatore.

Il Maestro delle Nazioni Claudio Scimone ha diretto anche, nell’ambito del Festival Tartiniano, il concerto della “Visita a Giuseppe Tartini”, presso la chiesa di S. Caterina in Padova. La serata con musiche propriamente dedicate al “Maestro delle nazioni” si rivelava da subito interessante con l’ensemble in perfetta forma e sotto l’ormai collaudata direzione del Maestro di Padova. Già le prime note della Fuga dal Concerto in sol minore D 85 davano un tono austero e allo stesso tempo profondo all’incontro musicale. Il direttore si soffermava anche a presentare i concerti come sua abitudine. Il Maestro Lucio Degani interpretava al meglio le sonorità del Concerto in sol maggiore D 71 per violino. Apprezzabili i dialoghi nonché le armonie tipicamente venete grazie ad una forma equilibrata della composizione che d’altra parte non nega il virtuosismo. Anche il Concerto in sol maggiore D 83 per violino e archi veniva proposto in maniera suggestiva dalla violinista Chiara Parrini che ne esaltava i toni brillanti, mettendo in evidenza le migliori sonorità del violinismo tartiniano. Interessante il concerto per violoncello di Giuseppe Barutti che evidenziava le potenzialità di questo giovane artista alle prese con un’opera di grande fascino.

La ricerca del bello e delle migliori sonorità da parte di questa formazione s’incontra non soltanto nel suono che riflette i colori dell’arte veneta, ma anche in tutti i momenti di esecuzione: dalle prove fino al concerto più impegnativo.

Articolo di Bruno Bertucci

 

 

 

 

 

 

 

Vladimir Spivakov e Jeffrey Tate

Vladimir Spivakov (subito affermato come uno dei migliori violinisti russi, ha suonato con le più importanti orchestre e con direttori come Bernstein e Conlon; dall’ottobre 1997 suona il famoso Stradivari “Hrimali”) e Alexander Ghindin (nel 1994 è stato il più giovane vincitore del concorso Ciaikovsky, ha dunque partecipato a numerosi festival ed ha inciso vari cd) hanno interpretato, per la stagione dell’Accademia Filarmonica Romana, musiche di BartÓk, Schubert e Franck. Serata dai toni sospesi e lo si è capito subito quando il grande violinista ha iniziato l’esecuzione della Sonata n.2 di BartÓk. Straordinariamente interessante ed affascinante quando il duo proponeva all’ascolto un fantastico Schubert, la Fantasia in do maggiore D. 934, che dimostrava il vero carisma del violinista russo, nonché le suggestioni della musica romantica. La serata si concludeva con l’esecuzione della sonata in la maggiore di Franck accolta con grande entusiasmo dal pubblico, cui il musicista concedeva alcuni raffinati bis.

Ospite abituale dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Jeffrey Tate (nato a Salisbury nel 1943, i suoi interessi musicali sono diventati fondamentali nella sua vita; il suo repertorio comprende opere di Mozart, Strauss, Wagner e di autori francesi; ha diretto le più grandi orchestre mondiali) ha condotto da vero protagonista il concerto svoltosi il 2 giugno scorso.

La serata veniva introdotta dall’esecuzione dalla Sinfonia n. 1 di Robert Schumann in cui l’amalgama del complesso strumentale era reso al meglio dal Maestro. Da sottolineare come la corposità degli archi supportava i ripieni orchestrali nel modo migliore. Il direttore, nella seconda parte del  concerto, evidenziava i complessi fraseggi della Spring Symphony di Benjamin Britten, scritta dal trentaseienne compositore nel 1949, dai contenuti interessanti che rivelano un musicista del Novecento radicalmente libero da condizionamenti.

Il maestro ha saputo mantenere con perizia interpretativa l’equilibrio vocale e strumentale dell’ensemble.

La nitidezza del coro della Radio di Budapest faceva da sfondo alla complessa composizione, mentre il contralto Carolyn Watkinson non si dimostrava all’altezza della situazione. Suoni romantici, suoni moderni, diretti in modo impeccabile da un vero professionista della musica.

Al termine di entrambe le esecuzioni il pubblico dimostrava il suo assenso con applausi convinti.

Articolo di Bruno Bertucci

 

 

 

 

L’orchestra del conservatorio “Boito” al Festival Verdi

L’Orchestra del Conservatorio “A. Boito” di Parma è protagonista al Festival Verdi di due concerti dedicati al Maestro: una ribalta unica, nell’anno del bicentenario, per i giovani musicisti che si misurano con la musica di Verdi al Teatro Regio.

Il primo appuntamento, sabato 5 Ottobre, alle ore 20.00, vedrà sul podio Fabrizio Cassi, alla guida del complesso orchestrale e del Coro del Teatro Regio di Parma, preparato da Martino Faggiani, in un programma di sinfonie, preludi e cori da Aroldo, I due Foscari, Attila, Giovanna d’Arco, Macbeth, La forza del destino, Nabucco.

Giovedì 24 Ottobre, alle ore 20.00, Matteo Pagliari, formatosi al Conservatorio di Parma, dirigerà brani sinfonici tratti da La Traviata, Giovanna d’Arco, Un ballo in maschera, Aida, I Vespri siciliani e dedicherà un omaggio a Čajkovskij a 120 anni dalla nascita, con il Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in si bemolle minore op. 23, interpretato dal pianista Roberto Cappello, Direttore della Scuola di Musica.

I biglietti, da € 5,00 a € 25,00, sono disponibili presso la biglietteria del Teatro Regio di Parma.

 

Articolo di Paolo Maier

Pentagona’: arte per la ricostruzione, accanto alle tracce del sisma

E’ tutto proiettato verso il futuro, come stimolo al rinnovamento, il messaggio artistico che i cinque giovani protagonisti di ‘Pentagona’ intendono lanciare alla città con le loro installazioni nei luoghi feriti dal terremoto. Loro sono Andrea Amaducci, Luca Zarattini, Ornaghi e Prestinari, laCRUNA e Silvia Venturi e fino al 31 ottobre prossimi le loro opere saranno visibili accanto o all’interno di cinque degli edifici storici maggiormente segnati dagli eventi del maggio 2012: le chiese di San Paolo e di San Girolamo, la biblioteca Ariostea, il Teatro Comunale e Palazzo Renata di Francia sede del Rettorato.
Il progetto, sostenuto dai fondi per la Creatività giovanile del Dipartimento della Gioventù della Presidenza del Consiglio dei Ministri e dell’Anci, è promosso dal Comune di Ferrara, dal Teatro Comunale e da ForFe – Fondo Ricostruiamo Ferrara per la cultura. “L’idea di fondo – ha spiegato stamani in conferenza stampa il curatore generale Gilberto Pellizzola – è quella di una chiamata alle arti per offrire alla città, dopo il sisma, una proiezione simbolica verso il futuro e verso il ritorno alla normalità. Abbiamo così coinvolto cinque critici d’arte ferraresi chiedendo loro di invitare a partecipare altrettanti giovani artisti, allo scopo di creare nuove possibilità di dialogo tra l’arte contemporanea e i luoghi storici della città. Il risultato è la creazione di cinque installazioni sito-specifiche, ossia studiate appositamente per i luoghi in cui sono collocate e che su quegli stessi luoghi offriranno allo spettatore nuove possibilità di sguardo”.

A inaugurare il percorso espositivo, è stata una passeggiata storico artistica (a partecipazione gratuita) attraverso i cinque spazi espositivi, guidata dal responsabile dell’Ufficio Ricerche storiche del Comune Francesco Scafuri e dagli stessi curatori e artisti.

“Pentagona – ha puntualizzato il vice sindaco Massimo Maisto – rappresenta un importante tassello della nostra idea di ampliare alla creatività e ai lavori creativi l’ormai oltre ventennale progetto di Ferrara città d’arte e cultura. Per la seconda volta abbiamo ottenuto fondi nazionali per l’arte giovanile e con l’aiuto del curatore Pellizzola li abbiamo utilizzati per offrire a giovani artisti l’opportunità di integrare la contemporaneità con la storia della città. La scelta poi – ha concluso Maisto – di puntare sul tema del sisma segue la nostra convinzione di voler puntare i riflettori sui problemi della città per affrontarli assieme alla collettività”.

Cinque installazioni di cinque giovani artisti selezionati da cinque curatori: Pentagona è un evento espositivo che intende stabilire un dialogo fra la ricerca artistica contemporanea delle giovani generazioni ed i luoghi della cultura e dell’arte del centro storico di Ferrara feriti dal sisma del 2012. Lo scopo essenziale è giustapporre e integrare un insieme attuale di opere d’arte sito-specifiche, realizzate espressamente da artisti dell’ultima generazione, a rovine e macerie, a problematiche entità architettoniche ed urbanistiche, nella realtà odierna del centro storico di Ferrara: arte di ricerca come sintomo e certezza di continuità, di ricostruzione, e stimolazione ad uno sguardo rinnovato all’intero tessuto urbano, nella inedita misura dell’emergenza e con diversa prossimità.

Il progetto ha visto il coinvolgimento di cinque curatori che operano da diversi anni sul territorio ferrarese – Maria Livia Brunelli, Elisa Leonini, Massimo Marchetti, Letizia Paiato e Eleonora Sole Travagli – ai quali è stato demandato il compito di selezionare ciascuno un giovane artista e di curare il suo progetto espositivo. I cinque artisti scelti – rispettivamente Andrea Amaducci, laCRUNA, Ornaghi e Prestinari, Silvia Venturi e Luca Zarattini – si sono confrontati con edifici luoghi di culto esistenti a Ferrara fin dall’epoca rinascimentale – Chiesa di S. Paolo e Chiesa-Convento di S. Girolamo – con la sede del Rettorato dell’Università, Palazzo Renata di Francia, e con due dei luoghi della produzione culturale del passato e dell’epoca contemporanea, vale a dire il Teatro Comunale e la Biblioteca Ariostea. Sagrati e ambienti interni ugualmente segnati dalle ferite, in alcuni casi ancora plasticamente evidenti, del terremoto, e nei confronti dei quali è stato operato un percorso di connotazione simbolica, di traduzione – con l’aggiunta di un sedimento di tracce e detriti aggiuntivi – dei drammatici avvenimenti del 2012, di reinterpretazione ed attualizzazione, in un dialogo febbrile e partecipe tanto con il luogo individuato quanto con il significato materiale, sociale, culturale ed economico originato dal sisma.

I luoghi e le opere sono stati documentati da un giovane fotografo professionista, Matteo Cattabriga, e tutto il progetto, con relative schede, testi critici e documentazione fotografica, è riportato in un sito Internet realizzato appositamente. La mostra sarà visibile fino al 31 ottobre 2013, secondo gli orari di apertura dei singoli luoghi per quanto riguarda le opere in ambienti chiusi, ad eccezione dell’opera de laCRUNA al Teatro Comunale, che rimarrà esposta solo durante i giorni del festival “Internazionale a Ferrara”.

Articolo di Alessandro Zangara

Star tra le Stars

Nove giorni di festa, il triplo rispetto tutte le edizioni precedenti. Un’edizione letteralmente da “Star tra le Stars”. A Cremona, dal 16 al 24 novembre, non ci sarà proprio modo di annoiarsi o di non sapere come impiegare il proprio tempo.
Tantissimi, e molti ancora in fase di creazione, gli eventi e gli appuntamenti che animeranno il programma della festa più dolce d’Italia.

A partire da importanti conferme, come l’immancabile rievocazione storica del matrimonio tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti nella fascinosa cornice di Piazza del Comune, a seguito della sfilata per le vie del centro storico della città tra le acrobazie degli sbandieratori, musicisti e le splendide figure delle dame e dei cavalieri. Oltre 150 i figuranti che animeranno il corteo!
Non mancherà nemmeno la costruzione gigante in torrone che quest’anno, in linea con il tema della Festa, sarà una chiave di violino simbolo della musica per eccellenza.

Confermatissimo anche lo spettacolo finale, in doppia versione: due spettacoli finali differenti per le due domeniche 17 e 24 novembre. Due momenti eccezionali, travolgenti che esprimeranno suggestive ambientazioni, grandi effetti scenografici e musiche coinvolgenti. Assolutamente da non perdere!
Ovviamente, trattandosi delle Festa più dolce d’Italia, imprescindibili saranno le degustazioni di torrone in mille varianti di abbinamento, per poter apprezzare e scoprire sempre nuovi modi per gustare al massimo lo squisito dolce cremonese.

Come ogni anno, poi, la Festa avrà molti ospiti prestigiosi che interverranno durante la kermesse, e ad uno di loro sarà consegnato il tradizionale Torrone d’Oro, riconoscimento che premia chi rappresenta Cremona ed il suo territorio in Italia e nel mondo.

Ma veniamo ad alcune novità della grande edizione del 2013, a partire dal Villaggio degli Antichi Mestieri Rinascimentali.

Sarà un simpaticissimo, ed istruttivo, intrattenimento che con fedeltà e rigore farà rivivere lo spirito cittadino rinascimentale, periodo in cui dame e cavalieri, armigeri e notabili percorrevano le antiche vie al suono delle trombe e al rullare dei tamburi, mentre artigiani creavano preziosi manufatti accanto a scaltri mercanti che contrattavano fino a tarda sera. Tornerà quindi a rivivere e a creare il ceramista, il candelatore, il cartaio, lo scalpellino, il mosaicista e molti altri artigiani. Si avrà la sensazione di trovarsi in un vero borgo rinascimentale.
Ma la vera e nuova avvincente sfida della Festa sarà il Palio del Torrone tra città lombarde. Il palio ricorderà un importante evento storico, ossia il fidanzamento di Bianca Maria Visconti con Francesco Sforza nel 1430. In questa occasione il padre di Bianca Maria, Filippo Maria Visconti, offrì allo Sforza Cremona e le altre terre come anticipo sulla dote di nozze in cambio dei suoi servigi. Bene, il Palio del Torrone farà vivere una particolare sfida ossia una gara di tiro con l’arco dove ogni arciere rappresenterà una città lombarda.
Durante il corteo gli arcieri sfileranno accompagnati da una dama che avrà in mano lo stemma del comune lombardo che rappresenta, mentre la disfida sarà organizzata in varie volée di tiro. Al termine del palio in onore di seguirà, come momento di celebrazione del vincitore, una grande esibizione di sbandieratori in piazza.

Inoltre, in omaggio a Cremona, quest’anno insignita del riconoscimento “città europea dello sport 2013”, sarà elaborato un originale appuntamento il cui protagonista sarà una disciplina che affonda le proprie radici nel passato e che tutt’ora rappresenta uno sport di cui l’Italia possiede il record di medaglie olimpiche, la scherma. Un vero e proprio salto in un universo parallelo dal passato al presente, in quanto, saranno previste delle esibizioni e gare di scherma antica e moderna in cui gli atleti si sfideranno sotto lo sguardo tifoso del pubblico. Il visitatore avrà la possibilità di assistere a una dimostrazione dell’arte della scherma antica la quale appare nel tardo Medioevo ma che si consolida proprio in epoca Rinascimentale.

Inoltre l’area commerciale sarà sempre attiva nel corso dei nove giorni, in modo che tutti i visitatori possano esaudire i loro desideri per un dolce shopping.

Articolo di S. E.

Cori al Festival Verdi

È stato il Coro di voci bianche della Corale Giuseppe Verdi di Parma a inaugurare, al Ridotto del Teatro Regio di Parma giovedì 3 Ottobre alle ore 17.00, con ingresso libero, gli appuntamenti del Festival Verdi dedicati alle corali cittadine. Il coro, diretto da Beniamina Carretta e accompagnato in questa speciale occasione dal Quartetto dell’Orchestra Filarmonica Italiana, con gli archi di Cesare Carretta, Igor Cantarelli, Aldo Zancheri, Antonio Mostacci e le percussioni di Gregorio Ferrarese, ha proposto un viaggio nella tradizione musicale dei cinque continenti e un omaggio al Maestro.

Mercoledì 23 Ottobre la Corale Giuseppe Verdi di Parma, diretta da Fabrizio Cassi, interpreterà le più amate pagine verdiane e mercoledì 30 Ottobre, il Coro di voci bianche e il Coro giovanile Ars Canto “Giuseppe Verdi” diretti da Gabriella Corsaro, con Svetlana Kononenko al pianoforte, dedicheranno il programma del concerto alla musica italiana, dal Rinascimento ai giorni nostri.

Ingresso libero.

Articolo di Paolo Maier