Bilancio 2013 per deltaplano e parapendio

Il 2013 come anno del volo libero in parapendio ed in deltaplano, lo
dedicheremmo a Nicole Fedele, la pilota di Gemona del Friuli, già campionessa europea in carica, se non ci fossero altri successi degli
atleti azzurri a riconfermare l’Italia ai vertici delle graduatorie
mondiali. Si comincia a gennaio, in Colombia, dove Nicole conquista la Coppa del
Mondo di parapendio femminile, mentre Aaron Durogati di Merano fa sua quella maschile. A luglio, in Bulgaria, la pilota friulana è terza ai campionati mondiali nella classifica femminile. E’ anche un successo per tutta la
nazionale che vince l’argento a squadre e per il torinese Davide Cassetta che
vince la medaglia di bronzo maschile. La comitiva azzurra contava in più i
trentini Christian Biasi e Luca Donini, Marco Littamè (Torino), Alberto Vitale
(Bologna) e il CT Alberto Castagna di Milano. Emergono anche Littamé e
Donini che vincono due manche. Pochi giorni dopo un altro Donini, Nicola, figlio del precedente, vince la Coppa del Mondo di acrobazia sul Lago di Cavazzo, sempre in Friuli, regione che ha ospitato i più importanti eventi dell’anno.
Ad agosto ancora Nicole Fedele ed Arduino Persello stabiliscono i record
mondiali di parapendio andata e ritorno. Tra Slovenia ed Italia volano
rispettivamente 280 e 312 chilometri fino a tornare da dove erano
decollati.
La ragazza replica in Brasile lo scorso novembre con il record mondiale
di distanza libera su 381 chilometri ad una media di oltre 42 km/h,
toccando 2787 metri di quota, un anno indimenticabile per la Fedele.
In Australia, la nazionale di deltaplano colleziona il terzo titolo
mondiale consecutivo da aggiungere ai due titoli europei ed altri tre mondiali
vinti negli anni passati. Singolarmente Alessandro Ploner (San Cassiano,
Bolzano), campione del mondo uscente, strappa l’argento ed a Filippo Oppici
di Parma va la medaglia di bronzo. Ottime le prestazioni degli altri piloti:
Christian Ciech, di Varese, vince due delle dieci manche ed il
bresciano Tullio Gervasoni nell’ultima giornata di gara acquisisce punti
preziosi per la vittoria azzurra. Gli altri sono Davide Guiducci di Villa Minozzo
(Reggio Emilia) ed il CT Flavio Tebaldi di Venegono Inferiore (Varese).
Della nazionale fa parte anche Suan Selenati, di Arta Terme (Udine), che
insieme a Manuel Vezzi tra agosto e settembre sono protagonisti di
un’impresa epica. Attraversano in volo i cieli d’Italia, Slovenia, Croazia,
Bosnia, Montenegro, Albania, Macedonia, Bulgaria e Grecia,1600 chilometri, e posano le ali dei loro deltaplani alle porte dell’Olimpo, il monte
degli dei. Erano decollati dal monte Zoncolan, in Friuli, 42 giorni prima.

Gustavo Vitali

 

Un boss in salotto

Commedia divertente, il nuovo film di Luca Miniero (il regista di “Benvenuti al Sud” e del seguito “Benvenuti al Nord”, di raro successo soprattutto il primo, per alcuni critici incomprensibile) non propone nuovi argomenti sui quali riflettere, ma lancia la moda del “cinepastiera”, come lo stesso Miniero lo definisce. Intanto la trovata di fare uscire le 450 copie Warner nelle sale il primo dell’anno, intuendo che molte persone avrebbero approfittato della mancata gita fuori porta e si sarebbero dedicate ad un’attività intelligente ed economica come andare al cinema, magari la famiglia al completo; poi per uscire dalla tiritera del cinepanettone. Qui, infatti, non abbiamo avanzi di panettone e pandoro, ma una pastiera, cucinata addirittura dal boss Ciro, Rocco Papaleo, nella cucina più che perfetta della sorella Carmela (Paola Cortellesi), che però si fa chiamare Cristina. Una nuova commedia per un anno nuovo? Come suggerisce Nicola Maccanico?

In realtà gli stereotipi di quest’Italia malridotta ci sono tutti e sono i soliti: al nord precisi e diligenti, al sud camorristi e pasticcioni, eccetera, eccetera. In realtà qualcosa di nuovo c’è. Ed è la visione di fondo del film: viene fotografata, senza troppo girarci intorno, la famiglia media italiana con i suoi molti vizi e qualche virtù. Infatti, al di là del soffermarsi su frasi come il nord è freddo e umidiccio, si mangia male (“che … sono ‘sti canederli?”) e al solito, ecco che abbiamo una donna che, lasciato il passato di orfanella e il sud carico di problemi, si  trasferisce in Trentino e diventa la perfetta madre di famiglia. Sposa un uomo semplice e abbastanza sottomesso (Luca Argentero), ha due figli (Saul Nanni e Lavinia dè Cocci, molto bravi per la giovane età) e passa il suo tempo a studiare come fare per avere successo.

Il mito del successo, infatti, sta alla base di tutto. Del collegio per i figli che uno odia e l’altra sopporta solo perché più piccola; dello sport per il maschio e della scuola di danza in tutù per la figlia (questo sì lo odia, ma non ha il coraggio di dirlo a nessuno); della casa orribile, ma alla moda e soprattutto costruita dal datore di lavoro del marito. Il quale non riesce a disilludere la moglie: è un pubblicitario mediocre, che crea slogan e pubblicità orribili, eppure la moglie lo crede degno del più alto paradiso di ruolo e soldi. Cristina spende molto più di quanto il marito guadagni, ma questo l’uomo non può ammetterlo e farglielo sapere, perché infrangerebbe dei sogni che Cristina coltiva da tempo e che lui sa sono per il bene della famiglia.

Ma qual è questo bene? Per Cristina, che persegue strenuamente la dieta del pinzimonio e inorridisce al pensiero di pastiera, pasta, mozzarelle e tutto quanto le ricorda il passato, dialetto compreso, tanto che parla in quasi perfetto dialetto locale, è di certo diventare amica dell’impossibile moglie del capo, interpretati l’una da Angela Finocchiaro, trade d’union con gli altri film e perfetta nel ruolo, spassoso e sempre ben interpretato, e dallo stralunato Ale.

Così eccoci al caso: il fratello di Carmela/Cristina, Ciro, sospettato di essere un boss della camorra, è in attesa di processo; ha diritto ai domiciliari e chiede di trascorrere il tempo di attesa dalla sorella, non avendo nessun altro, sorella che non vede da quindici anni e di cui non sa più nulla. La polizia la rintraccia e le comunica di andarselo a prendere.

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Lo spannung è che Cristina non ha detto a nessuno che il fratello è vivo, tanto che in casa troneggia una foto di lui, spolverata ogni giorno (e l’inizio del film con piumino spolverante è carino), morto durante una processione. Quindi ecco che tutto il castello di carte della donna crolla. E non solo per la presenza in casa di un chiacchierone disordinato fumatore, quanto perché all’improvviso l’idea che la famiglia Coso (già il cognome è tutto un programma) sia imparentata con una famiglia mafiosa mette a posto tutto. Il paese intero ne ha timore e reverenza, fascino del potere e curiosità. Insomma, quest’Italia che vuole più di quello che ha, appare più di quello che è, premiante non il merito ma l’esteriorità, anche se poi l’azienda del capo è in crisi e, altro che castello di carte, potrebbe cadere da un momento all’altro. Alla fine, tra gag più o meno riuscite, quello che viene tratteggiato è ciò che ci fa ridere e riflettere di più, malgrado la fine melensa che vuole, però, tornare ai buoni propositi e alla correttezza non tanto dei fatti quanto dei principi.

Cristina ritorna la Carmela fragile e vera nel ricordo dell’unica figura di riferimento che aveva, la suora dell’orfanotrofio, e così se era antipatica e dispotica conta sempre sull’amore del marito e dei figli che desiderano sì assecondarla, ma anche uscire dall’incubo di qualcosa di falso che è più appiccicoso dell’idea di essere camorristi. Alla fine Ciro aveva mentito, per essere considerato, per essere qualcuno, e allora ecco il film catarsi di chi vuole tornare ad essere solo vero per cominciare un nuovo anno all’insegna della ripresa. Ciascuno deciderà di cosa.

Il film ha incassato 1 milione 503mila 349 euro nel solo giorno di uscita, con il tutto esaurito ad ogni orario di programmazione. Apprezzato dal pubblico in sala, con a tratti fragorose risate. In effetti la coppia Cortellesi/Papaleo funziona molto bene, anche se alla fine abbiamo una trama un po’ sfilacciata quando dal rapporto tra loro due ci si distacca. Azzeccate le macchiette del professore di inglese, un Salvatore Misticone in bombetta, e della coppia di poliziotti Marco Marzocca e Massimo De Lorenzo.

Alessia Biasiolo

 

 

 

La purga. A teatro…

Qualcuno l’ha trovata in cartellone prima delle feste, qualcuno la troverà dopo. È “La purga” di Georges Feydeau, messa in scena dal Teatro Stabile delle Marche con la regia di Arturo Cirillo. A Brescia, la commedia era inserita nel buon calendario della rassegna “Altri percorsi”, promossa dalla Regione Lombardia e Circuiti Teatrali Lombardi, rappresentata al Teatro Sociale.

Scritta dal drammaturgo francese verso la fine dell’800, “La purga” è una commedia divertente, ben recitata da Arturo Cirillo, Sabrina Scuccimarra, Rosario Giglio, Luciano Saltarelli, Giuseppina Cervizzi. Anche se, visto il testo, ci si aspettava qualcosa di più. Commedia degli equivoci che anticipa quella dell’assurdo, nella proposta cala di tono a tratti, lasciando meno soddisfatti di quanto ci si aspetti. Belle le scene di Dario Gessati, con sedie sostituite da water, dato che il protagonista del lavoro commercia in vasi da notte e gabinetti con accessori. Se per buona parte del tempo il povero Fallavoine è alle prese con una moglie che fa i lavori di casa al posto della cameriera e gira per casa discinta e con il secchio, dimostrando che la sua unica preoccupazione è la mancata scarica giornaliera del figlio, lo stesso Fallavoine è compreso dal suo ruolo di proponente di vasi da notte al Ministero della Difesa. I soldati, infatti, saranno dotati di vaso da notte per andare in guerra, se l’incontro casalingo con il funzionario del ministero della guerra andrà bene. E mentre i vasi da notte girano allegramente per casa, lo fa anche la cameriera Rosa, quando porta una terrina con i pochi escrementi del bambino Totò dei quali il padre e gli ospiti, funzionario Chouilloux compreso, si interessano assai poco, mentre la madre Giulia ne è disperata.

Totò è interpretato da un adulto e quindi è surreale la scena che si vede, con questo bambino terribile che non vuole ingerire la purga, la moglie del funzionario del ministero che è alle prese con continui peti e il tema che non si sbroglia, perché Feydeau non lo vuole fare. La trama si arrotola volutamente su se stessa, e il gioco spassoso tra marito e moglie è quello di due che parlano senza dirsi niente, per aneddoti, fraintendimenti, doppi sensi. Come a volte (più o meno spesso) succede anche nella vita reale.

La purga per il bambino costipato, quindi, è la farsa del padre costruttore di sanitari, è la derisione dell’autorità paterna, è la derisione di un’intera società che, ben più preoccupata della superficialità che della sostanza, si preparava ad una guerra con i vasi da notte anziché con qualcosa di un po’ più consono. Debolezza che si vedrà con lo scoppio della prima guerra mondiale.

L’ambientazione scelta dal regista è un interno casa degli anni ’60, con una famiglia borghese tratteggiata non solo dall’incomunicabilità tra i coniugi, ma anche alle prese con la servitù spesso intrattabile e per forza quindi più importante della stessa padrona, che vuole sì che il marito la faccia servire, ma vuole anche che nessuno tocchi le sue cose e che tutto sia fatto da sé.

Il tradimento, o sospetto tale, aleggia con l’intervento in scena della signora Chouilloux, mentre le regole di galateo sembrano frantumate da personaggi che vivono di vita propria, come proprio l’autore voleva. Ecco allora che si anima la scena di qualcuno che fa proprio quello che vuole, in un clima di dissacrazione della società dei tempi di Feydeau e degli anni ‘60/’70 italiani che fa ridere e pensare allo stesso tempo.

Alessia Biasiolo

 

 

 

 

D’IVO. Mostra antologica di Ivo Compagnoni a Brescia

Mostra D'IVO

Verrà inaugurata domani, 5 gennaio, alle ore 17.00, a Brescia, presso la Sala SS. Filippo e Giacomo (via delle Battaglie, 61), la mostra antologica “D’IVO” dell’artista bresciano Ivo Compagnoni. Una vasta selezione di opere che tratteggiano i quarant’anni di attività pittorica del nostro.

Giusto nel 1974, infatti, Ivo inizia ad affacciarsi sul mondo dell’arte, della pittura, curiosando tra stili e generi. Abbiamo gli inizi figurativi, quasi poi impressionisti, ma soprattutto divisionisti; c’è il figurativo che pare avvolto nella nebbia e la limpidezza dei casolari e dei paesaggi, c’è l’ammissione sempre del proprio essere autodidatta anche nella ricerca più matura, avanzata, provata e riprovata nello scegliere supporti e temi che scaturissero dall’anima e non dalla volontà di farsi un nome. E come una persona colta e appassionata, l’autodidatta è diventato padrone della materia, in senso stretto e figurato: delle tecniche e anche dei supporti, dei pennelli e dei colori. I suoi quadri si animano di pezzetti di stoffa, di specchio, di giornali; fino alle ultime bellissime opere che ospitano nidi di vespe e calabroni. E fino alla scultura in cui la materia si anima di tocchi di polistirolo e fibre metalliche per realizzare la tridimensionalità, quasi l’artista volesse guardare i suoi quadri in 3D o 4 D addirittura. Ivo Compagnoni, così, nella sua spontaneità che è la ricchezza più grande che potrebbe regalarci, non diventa “maestro”, non diventa “genio creativo”, ma resta colui che è, ammirato dalla natura che interpreta lasciandosi interpretare. La sua arte sgorga dal profondo e diventa una miriade di colori.

Questo, infatti, è il più grande merito di Ivo: l’uso del colore che si mescola, che sgorga, che ripiega, che nasce e che si espande, ma che sempre ha qualcosa da dire. Campeggia all’inizio del percorso un quadro di Borgonato con un grappolo di uva, perché tra le sue tele abbiamo anche molte dediche ai vigneti, per poi passare all’acqua, agli alberi, ai girasoli, e a molto altro ancora che il visitatore potrà trovare nella libertà assoluta di interpretare l’opera come la vuole vedere, come vuole che sia.

Tra i colori di questo grande artista bresciano, sono state poste le poesie di “Versi Distillati 7″, concorso letterario organizzato dall’Associazione Sidus e dall’associazione A.D.I.D. Delegazione di Brescia, proprio per la rilevanza che prende l’arte accostata. Sapere leggere tra le pagine e tra le tele non è facile, infatti, e la completezza dell’opera si vede dalla capacità del suo creatore di mettersi a confronto e di trovare ispirazione. Nell’ambito della mostra, poi, la settimana prossima, verrà organizzata la cerimonia di premiazione del concorso, giunto alla settima edizione.

L’inaugurazione della mostra avverrà in presenza dell’artista e dei curatori Alessia Biasiolo e Renato Hagman. La mostra si avvale del patrocinio del Comune di Brescia e dell’egida dell’Associazione Sidus.

A.B.

In restauro le Grotte di Palazzo Borromeo all’Isola Bella

A filo d’acqua, nel corpo settentrionale del Palazzo Borromeo sull’Isola Bella, i turisti si entusiasmano ad ammirare le Grotte. Si tratta di una sequenza di sei ampi ambienti illuminati dal baluginare della luce che si rifrange su lago, interamente ricoperti a ciottoli, stucchi, madreperle, concrezioni, marmi, a voler ricreare la sensazione di addentrarsi in vere e proprie grotte.
La realizzazione di questi ambienti, voluti da Vitaliano Borromeo, per proteggere famiglia e amici dalla calura estiva, ma anche per stupire e divertite i suoi ospiti, ha richiesto più di un secolo, con diverse interruzioni.
Gli architetti che si sono succeduti nella creazione di questo stupefacente ambiente, ma anche i committenti, avevano idee e obiettivi precisi. Per accontentarli i materiali necessari sono stati selezionati e qui portati anche da molto lontano, così come dai territori del lago. Decine e decine di migliaia di piccoli frammenti di concrezioni, marmi rari, rocce e conchiglie, schiume di ferro sono stati qui assemblati secondo disegni precisi per creare un nuovo fantastico mondo.

A popolarlo sono giunti statue, mobili, reperti, il tutto tra giochi d’acqua, motivi araldici e mosaici. Non c’è da stupirsi se, ben presto, queste Grotte siano diventate famose e che gli illustri visitatori di passaggio per l’Italia le inserissero tra le mete imperdibili nel Grand Tour nel Bel Paese.

Le magnifiche statue in marmo bianco che qui hanno trovato collocazione hanno sempre stupito i visitatori per la loro bellezza, talvolta creando pruderie oggi impensabili. Come nel caso della bella Venere nuda, creata da Vincenzo Monti sull’esempio della Ninfa dormiente del Canova. A proposito di questo bellissimo nudo, le rimostranze degli ospiti più pudibondi, avevano spinto Gilberto V Borromeo e pensare di disfarsene, decisione che fortunatamente non ha avuto seguito. Attualmente le Grotte ospitano reperti diversissimi, di grande interesse. Accanto ai preziosi marmi, vi si ammirano raccolte di conchiglie e alghe fossili, ma anche reperti protostorici ed una piroga dell’età del ferro ritrovati sulle sponde del Lago, il modello storico del Bucintoro di Venezia, vesti e armature di antichi Samurai, una piccola divinità indù del Mille, e tanto altro: una wunderkammer dove riunire tesori e curiosità, testimonianze del gusto collezionistico della famiglia e alcuni dei più curiosi doni che le giungevano da mezzo mondo.

Un tesoro a se stante è la sontuosa collezione di selle, bardature e finimenti di gala dei cavalli da parata del Casato. Capolavori creati dai migliori artigiani dell’area milanese, giunti perfettamente intatti sino ad oggi e che il restauro in corso preserverà perfetti anche per il futuro.

L’appuntamento è dunque per il 22 marzo 2014, alla riapertura del Palazzo Borromeo e dei suoi giardini all’Isola Bella.

Articolo di S. E.

Francesco Clemente: Frontiera di Immagini

La mostra nasce all’interno di un articolato progetto espositivo in progress dal titolo La Transavanguardia italiana, ideato da Achille Bonito Oliva in occasione delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e inaugurato nel 2011 dalla mostra collettiva omonima apertasi in Palazzo Reale a Milano sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica. Tra il 2011 e il 2012 il progetto ha coinvolto le maggiori istituzioni museali della Penisola in una serie di giornate di studio, cui hanno preso parte filosofi, critici e storici dell’arte, per poi articolarsi in 5 esposizioni personali dedicate ai protagonisti storici della Transavanguardia: Sandro Chia, Francesco Clemente, Enzo Cucchi, Nicola De Maria, Mimmo Paladino, tese a ripercorrere l’evoluzione nel tempo e gli esiti ultimi delle loro diverse personalità artistiche.

La personale di Francesco Clemente a Palermo è la penultima tappa di questo progetto espositivo. Curata da Achille Bonito Oliva, promossa dalla Provincia Regionale di Palermo e prodotta in collaborazione con Civita, essa offre l’occasione di ospitare, per la prima volta in Sicilia, l’opera di uno degli artisti italiani più noti e apprezzati a livello internazionale.

Nei prestigiosi saloni di Palazzo sant’Elia – sede della Fondazione Sant’Elia – la mostra raccoglie, fino al 2 marzo 2014, una sessantina di opere rappresentative dei temi, delle scelte iconografiche e delle problematiche linguistiche, con le quali l’artista si è confrontato dalla metà degli anni 80 a oggi e, in particolare, negli ultimi 20 anni di attività segnati dall’importante retrospettiva organizzata dal Salomon R. Guggenheim Museum di New York e Bilbao nel 1999-2000, che ha ratificato la fama e il riconoscimento internazionali raggiunti dall’artista, facendo di lui uno dei maggiori rappresentanti della cultura e del talento italiani nel mondo.

Il percorso espositivo segue la riflessione dell’artista e il suo procedere per cicli successivi di lavoro, nei quali i lunghi soggiorni in India e i viaggi in Europa, nei Caraibi, Egitto, Sud America, Giamaica danno vita a un vocabolario costantemente in divenire. Un grande laboratorio di ideogrammi ed emblemi apotropaici, in cui gli opposti convivono, di simbologie e associazioni spesso messe in scena dall’artista attraverso il proprio autoritratto, che dalla fine degli anni 70 costituisce la cifra della sua poetica.

Tra le opere presenti in mostra: il trittico Crown (1988, MAXXI-Museo delle arti del XXI secolo, Roma), che richiama la corona di spine, simbolo della passione di Cristo; Place of Power I (1989, Madre-Museo d’Arte contemporanea Donna Regina, Napoli), ispirato alle camere funerarie della Valle dei Re visitate dall’artista a fine 1986; i quadri della serie Tandoori Satori (2003-2004), che coniugano il Buddismo Zen e la cucina dell’Asia meridionale con le stilizzazioni underground della New York anni ottanta segnata dalla pittura di Keith Haring.

Nato a Napoli nel 1952 e attivo tra l’Italia, New York e Madras, Francesco Clemente incentra il proprio lavoro sulla citazione di elementi iconografici di paesi lontani  sottoposti a variazioni e innesti con immagini e simboli della tradizione mediterranea, della cultura classica e di quella contemporanea dei mass media. Oriente e Occidente, Nord e Sud del mondo, civiltà antiche e pensiero moderno si mescolano e si confondo nelle opere dell’artista all’interno di una ricerca che molto condivide con la storia e l’identità culturale stessa della Sicilia, formatasi attraverso conquiste, invasioni e il confronto stringente tra popoli e civiltà diversi per provenienza, etnia, tradizioni e religione. Clemente è membro dell’American Academy of Arts and Letters. Nel 2012 il Presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, nomina l’artista e gli altri rappresentanti della Transavanguardia Cavalieri della Repubblica e Achille Bonito Oliva Grande Ufficiale per meriti artistici.

Il catalogo, edito da Giampaolo Prearo, Milano, e concepito da Francesco Clemente in collaborazione con lo studio grafico londinese Inventory Studio, è corredato dai saggi critici di Achille Bonito Oliva e Francesco Gallo Mazzeo.

La mostra è finanziata con fondi del Programma operativo F.E.S.R.

 “Francesco Clemente: Frontiera di Immagini”, Palermo, Palazzo Sant’Elia

Via Maqueda, 81. Fino al 2 marzo 2014, dal martedì alla domenica dalle 10.00 alle 13.30 e dalle 16.00 alle 19.30.

Chiuso il lunedì.

Biglietto intero:  € 5,00; ridotto € 4,00 (universitari e over 65); € 2 scolaresche (utenza sino a 18 anni). Gratuità sotto i 12 anni.

Articolo di Antonio Gerbino e Rosanna Piscione

 

Il Festival Biblico compie 10 anni

Così come la Bibbia è da sempre un lungo viaggio scandito da segni, segnato da sguardi, accompagnato da gesti e sorretto dalla Parola, dalla fede e dalla speranza, così il Festival Biblico in questi 10
anni è stato ed è un lungo cammino culturale attraverso le Scritture. Un parallelismo perfetto per festeggiare il traguardo del decennale della rassegna – promossa dalla Diocesi di Vicenza e dalla Società San Paolo – che, nel 2014, torna dal 22 maggio al 2 giugno illuminando proprio il senso biblico della narrazione con il tema: “Le Scritture. Dio e l’uomo si raccontano”.

Un argomento, quello scelto, che parte dalla consapevolezza che entrare nel mondo della Bibbia significa entrare nel mondo del racconto dell’agire di Dio e della vita dell’uomo. All’interno delle Scritture, infatti, vi sono rappresentati tutti i generi letterari, dalla narrazione epica ai canti poetici, dagli oracoli profetici alle memorie storiche, dalle parabole alle composizioni epistolari, e anche tutti i protagonisti, dai vincitori agli sconfitti, dai buoni ai cattivi, dagli eletti ai reietti, dai ricchi ai poveri. Pagine e libri interi raccontano le passioni dell’uomo e la ricerca di Dio, fino a mescolare le emozioni dell’uno con quelle dell’Altro.

Mettere insieme la forza evocativa della narrazione della Bibbia con il senso più profondo dell’amore e della speranza umani, ma soprattutto ripercorre, attraverso le Scritture, il dinamismo di quell’incontro tra Dio e l’uomo che sa giungere ed essere accolto da tutti, credenti e non, per ritrovare le radici più profonde di se stessi, è l’obiettivo dell’edizione 2014, che analizzerà il tema in modo trasversale: dalla teologia alla filosofia, dall’archeologia alla storia, dall’attualità alla sociologia, passando anche attraverso il linguaggio delle arti. Da sempre, infatti, la Bibbia è al centro di continue ri-narrazione e re-interpretazioni, dalla letteratura, al cinema, alla pittura. Nei giorni della manifestazione, ci sarà spazio anche per riflessioni sul dialogo interreligioso e per l’incontro con le altre Fedi.

Dopo il successo della scorsa edizione, che ha visto oltre 45.000 presenze in 160 appuntamenti, la macchina organizzativa della rassegna, fatta anche da molti e appassionati volontari, si è già messa in movimento, non solo per preparare l’importante traguardo del decennale, ma anche e soprattutto per pensare al Festival come punto di riferimento per l’innovazione sociale e culturale degli anni a venire. Per rimanere aggiornati su tutte le novità e gli appuntamenti della prossima edizione si può consultare il sito http://www.festivalbiblico.it e iscriversi alla newsletter.

Articolo di Romina Lombardi

L’Ordine e la Luce: a Palazzo Te tornano gli dei

Leggere un monumento straordinario come Palazzo Te o la basilica di S. Andrea a Mantova, cercando i fili che li legano all’intera storia dell’architettura occidentale: questo l’ambizioso e affascinante obiettivo della mostra “L’ordine e la luce. Un viaggio virtuale nell’evoluzione degli spazi interni nella storia dell’architettura: dai greci al Rinascimento”, organizzata dal Centro Internazionale d’Arte e di Cultura di Palazzo Te per iniziativa del comitato scientifico presieduto da Sylvia Ferino, con il contributo di Regione Lombardia e il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, del Comune di Mantova, del Museo Civico di Palazzo Te, del Politecnico di Milano, Polo territoriale di Mantova (con il Laboratorio di Ricerca Mantova, He.Su.Tech – Heritage Surveying Technology group), di LAC e dell’Ordine degli Architetti Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori della Provincia di Mantova.

Un’ambizione che potrebbe apparire fin troppo grande, come infatti apparve molti anni fa anche a Raffaello Sanzio, che nel 1514 così scriveva a Baldassarre Castiglione: “ma io mi levo col
pensiero più alto. Vorrei trovar le belle forme degli edifici antichi, né so se il volo sarà d’Icaro…”

Curata da Stefano Borghini e Raffaele Carlani, con il progetto multimediale di KatatexiLux e la consulenza scientifica di Alessandro Viscogliosi, la mostra, va subito premesso, è un “mai visto” nella tradizione delle esposizioni in tema di architettura. Qui le nuove tecnologie trasformano un’analisi storica tanto interessante quanto ”distante” per il grande pubblico, in uno spettacolo multimediale in grado di “immergere” il visitatore dentro monumenti che appartengono all’immaginario comune, offrendo la sensazione di muoversi all’interno di essi, con il semplice spostamento del corpo.

Attraverso un innovativo sistema di motion sensing input device sarà possibile navigare all’interno di queste architetture proiettate in scala 1:1 su grandi superfici, senza l’ausilio di strumenti quali mouse, tastiere o dispositivi touchscreen. Mediante il movimento del corpo, si avrà la sensazione di abitare gli ambienti di questi spazi virtuali, riuscendo così a percepirne non solo gli aspetti dimensionali, ma anche ad apprezzare le raffinate soluzioni estetiche che architetti e artisti furono in grado di realizzare nell’antichità. Tutto ciò per capire come si è evoluta la modulazione e la realizzazione degli spazi interni a partire dalle imponenti architetture antiche, per giungere a quella che fu la loro riproposizione ed esaltazione con il Rinascimento.

Proprio dal modello greco prenderà le mosse la prima sezione della mostra, che invita ad entrare negli spazi del Partenone per poi proseguire nel Tempio di Apollo Epicurio a Bassae e, ancora, nel Tempio di Apollo Sosiano a Roma. Queste tre gemme dell’architettura classica si lasceranno percorrere e riscoprire come se il tempo non fosse mai trascorso, nella loro bellezza primigenia di edifici ideati e creati più per gli dei che per gli uomini.
Dal modello architettonico greco si passerà poi a quello romano, nella seconda sezione, che schiuderà le meraviglie degli interni della Domus Aurea e delle Terme di Traiano, tra i massimi esempi della maturità dell’architettura imperiale. Anche qui, il viaggio in 3D mostrerà la bellezza abbacinante degli spazi e decori di due capolavori romani, che, rispetto ai precedenti di origine greca mostrano di essere concepiti pienamente a misura d’uomo.
Infine, nella terza e ultima sezione, ad essere svelato sarà proprio il legame stretto tra Mantova e l’antico, attraverso materiali e documenti didascalici che mostreranno la stretta derivazione di gioielli come Palazzo Te e la basilica di S. Andrea, tra i massimi esempi rinascimentali, dal modello antico esaminato nelle precedenti sezioni dell’esposizione e restituito alla sua, se pur virtuale, integrità e splendore.

La mostra e i contenuti proposti all’interagire dei visitatori non sono riducibili a puro e semplice spettacolo, ma rappresentano un’esperienza ricca di precisi contenuti e spunti per nuove riflessioni in campo artistico, scientifico e progettuale. Ogni immagine e ogni sensazione da essa generata trova ragione e origine in approfondite ricerche storiche sulle fonti antiche e sulle più autorevoli, successive interpretazioni.

Ma ciò che ancor più va sottolineato è il grandissimo potenziale di queste strumentazioni e tecniche multimediali nell’ottica di uno studio approfondito rivolto all’eterna bellezza di architetture che il tempo e altri fattori hanno gravemente compromesso, restituendoli alla contemporaneità, se pur nella loro intramontabile suggestione, sotto forma di rovine.

Articolo di S. E.

Le Grazie di Canova in mostra

 

Le Tre Grazie, con la Venere di Milo e il busto di   Nefertiti, è il gruppo scultoreo forse più famoso al mondo. E poco importa se   non tutti sanno che è opera di Antonio Canova e che le tre giovani bellezze   da lui immortalate sono figlie di Zeus e rispondono al nome di Aglaia,   Eufrosine e Talia, sodali di Venere, e che simboleggiano, rispettivamente, lo   splendore, la gioia e la prosperità.
Canova le ha interpretate in due esemplari, molto simili. Il primo, ora all’Ermitage   di San Pietroburgo, glielo commissionò Josephine de Beauharnais, all’epoca   moglie di Napoleone; il secondo al Duca di Bedford che, visto il gesso che lo   scultore teneva nel suo atelier romano, lo supplicò di creargli un ulteriore   esemplare in marmo. Canova riprese il modello, apportando piccoli cambiamenti   e, quasi per allontanare il momento di distacco dall’opera, l’accompagnò   personalmente sino alla nuova dimora inglese. Oggi quel magnifico marmo è   equamente suddiviso, sette anni ciascuno, dalla National Gallery of Scotland   di Edimburgo e dal Victoria & Albert Museum di Londra.

Dall’inizio di quelle vicende sono passati   esattamente due secoli: il modello originale in gesso delle Grazie è infatti   datato 1813. In questi due secoli la fama delle tre bellezze canoviane è   diventata universale. La sinuosità delle forme femminili, la delicatezza e la   morbidezza nonché la ricercata levigatezza del marmo determinano un gioco di   luci ed ombre che affascinano chiunque le ammiri.

Nella sua Casa-Museo, nella natia Possagno, Canova   lasciò il gesso originale della prima versione delle Grazie, quel gesso su   cui aveva lavorato per creare il suo capolavoro. La levigatezza del marmo   finale era qui ricreata da una patina in cera d’api. A Possagno giunse anche   il gesso tratto dalle Grazie inglesi, quale documento da conservare a perenne   memoria dell’arte del grande scultore.

Grazia e violenza non vanno d’accordo. Lo conferma,   se ce ne fosse bisogno, il destino dei due capolavori del Canova.

I gessi, con altre opere conservate nella Gipsoteca   vennero investiti dalla nuvola di calcinacci causata dai cannoneggiamenti   austroungarici durante la Prima Grande Guerra, quando Possagno, ai piedi del   Grappa, era zona di battaglia. Particolarmente gravi i danni subiti dal   gruppo inglese che vide le Grazie ritrovarsi con volti e busti   drammaticamente lesionati. All’indomani del conflitto, Stefano e Siro   Serafin, custodi e abilissimi restauratori, sanarono molti dei danni. Non   agirono invece sulle Grazie di Bedfod che, deturpate, trovarono sede nella   sala del consiglio comunale di Possagno, a stridente ricordo di un guerra   terribile per il paese. Il secondo gruppo di Grazie, restaurato è esposto   nell’Ala Scarpina della Gipsoteca.

A cent’anni dallo scoppio della Grande Guerra,   mentre l’Europa si appresta a ricordare quel centenario, anche le Grazie   inglesi”risorgono, ritrovando tutte le loro parti. Quello che i Serafin non   si sentirono di fare lo consente ora la tecnologia.
Grazie alla collaborazione delle National Galleries of Scotland, di   Edinburgo, proprietari del prezioso marmo, è stato possibile fotografare e   scansionare l’opera e grazie all’elettronica si è riusciti a ricomporre le   parti mancanti al gesso di Possagno.

Se Canova avesse lasciato sul marmo una sola   impronta digitale, la ritroveremmo sul gesso restaurato. Ad affermarlo è   Mario Guderzo Direttore del Museo e Gipsoteca Antonio Canova di Possagno che,   con Ugo Soragni, Direttore Regione per i Beni Culturali, Giuseppe Pavanello,   dell’Università di Trieste e Direttore del Centro Studi Canoviani di   Possagno, Marica Mercalli, Soprintendente per i Beni Storici e Artistici ed   Etnoantropologici per le Province di Venezia, Padova, Belluno e Treviso e   Aidan Weston Lewis, dello Scottish National Gallery di Edinburgo, Guancarlo   Cunial della Gipsoteca di Possagno, componenti del Comitato Scientifico della   mostra. A dire dell’incredibile grado di perfezione raggiunto da questa   tecnica, che aveva già dato prova di sé per un altro gesso di Canova, la   Danzatrice, anch’essa deturpata dalla guerra, che ha ritrovato braccia e   cembali.

In mostra, fino al 4 maggio 2014, si potranno   ammirare entrambi gruppi delle Grazie, quello russo”e quello inglese” così   recuperato. Con i gessi, i due bozzetti, l’uno proveniente dal Museo di   Lione, il secondo oggi di proprietà del Museo di Bassano. Poi tempere,   disegni, incisioni, sempre intono al tema delle Grazie.

Per l’occasione debutta anche il vino Terre del   Canova, Prosecco Superiore di Asolo DOCG prodotto dalla Casa Vinicola   Montelvini di Venegazzù in esclusiva per la Fondazione Canova. Realizzato   come tributo del territorio verso l’artista, reca in etichetta proprio   l’immagine delle Tre Grazie restaurate. Verrà venduto nello shop del Museo   come souvenir della visita e distribuito nelle migliori enoteche su scala   nazionale.

Mostra nella mostra è l’esposizione delle crude   immagini della Gipsoteca e dei Gessi di Canova all’indomani dei   bombardamenti: immagini concesse da due archivi pubblici, drammatiche nella   volontà di costituire una precisa documentazione di un orrore.

Questa mostra, afferma il Presidente della   Fondazione Canova, Giancarlo Galan, sarà un ulteriore conferma della   centralità del patrimonio canoviano conservato gelosamente a Possagno e ne   sottolineerà l’impegno espresso in termini di tutela e valorizzazione delle   opere. Rimane fondamentale per la Storia dell’arte quanto Canova ha voluto   lasciare alla sua terra facendola, così, diventare il centro mondiale dell’arte   del grande Scultore.

Museo e Gipsoteca Antonio   Canova, Possagno (Tv), fino al 4 maggio 2014.

Articolo di S. E.