Tullio Pericoli – “Sulla Terra. 1995-2015” a Bologna

Dal prossimo 26 settembre al 26 novembre, Palazzo Fava, a Bologna, ospiterà la mostra “Sulla Terra” dedicata a Tullio Pericoli e alla sua produzione artistica sul tema del paesaggio.

L’esposizione, curata da Elena Pontiggia e Graziano Campanini, offrirà al pubblico una scelta articolata ed organica delle opere realizzate da Tullio Pericoli dalla metà degli anni Novanta ad oggi in un percorso che segue l’evoluzione dell’artista nel suo rapporto con il paesaggio, rivelando la continuità che questo tema ha nella sua poetica.

Il percorso espositivo sarà cadenzato da oltre 160 opere, tra olii, acquerelli, matite: colline e città antiche, pianure e boschi, campi coltivati e cieli diventano la traccia del trascorrere del tempo sulla terra.

Affrescato al piano nobile dai giovani Annibale, Agostino e Ludovico Carracci, Palazzo Fava fu definito da Roberto Longhi “un romanzo storico, immaginato sulla grande pittura precedente” capace di oltrepassare le secche del manierismo e di “comunicare direttamente ad apertura, non di libro, ma di finestra”.

È il primo importante ciclo d’affreschi della loro carriera, commissionati da Filippo Fava nel 1584, il primo saggio della loro riforma pittorica.

Nella sala dedicata a Giasone, capolavoro indiscusso della pittura seicentesca, i tre artisti rivoluzionarono la tradizionale concezione di partitura narrativa rappresentando più azioni all’interno dello stesso riquadro e raggiungendo momenti di assoluta modernità stilistica. Sui diciotto riquadri di cui è composto il ciclo, spicca l’episodio degli Incanti notturni di Medea con la maga in atto di purificarsi al ruscello sotto i raggi della luna. È “il primo nudo moderno della storia dell’arte”, ha scritto Andrea Emiliani.

Con una superficie di oltre 2600 metri quadrati, Palazzo Fava è struttura regolare di esposizioni: nei suoi spazi sono allestite mostre di opere appartenenti alla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna e mostre di opere provenienti da altre importanti collezioni pubbliche e private.

La Redazione

 

Amnesty in un rapporto aveva già denunciato i problemi dei migranti sulla “Rotta dei Balcani”

In un nuovo rapporto diffuso nel luglio scorso, Amnesty International ha denunciato che migliaia di rifugiati, richiedenti asilo e migranti, bambini inclusi, in viaggio lungo la pericolosa “rotta dei Balcani”, subiscono violenze ed estorsioni ad opera delle autorità e di bande criminali e vengono vergognosamente abbandonati a sé stessi dal sistema d’immigrazione e asilo dell’Unione europea, che li lascia intrappolati in Serbia e Macedonia privi di protezione. Il rapporto, intitolato “Frontiere terrestri europee: violazioni contro migranti e rifugiati in Serbia, Macedonia e Ungheria”, evidenzia come un numero sempre maggiore di persone vulnerabili vengano abbandonate in un limbo giuridico lungo i Balcani. La situazione è aggravata dai respingimenti e dalle espulsioni a ogni singola frontiera, dalle restrizioni all’accesso alle procedure d’asilo lungo il viaggio e dall’assenza di percorsi sicuri e legali d’ingresso nell’Unione europea. “Rifugiati in fuga dalla guerra e dalla persecuzione intraprendono il viaggio lungo i Balcani nella speranza di trovare salvezza in Europa. Invece, finiscono per subire violenza e sfruttamento, a causa di un sistema d’asilo che non funziona” – ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice del programma Europa e Asia centrale di Amnesty International. “Serbia e Macedonia sono diventate la valvola di scarico dell’aumentato flusso di rifugiati e migranti che nessuno nell’Unione europea pare intenzionato a ricevere” – ha aggiunto van Gulik. Il rapporto si basa su quattro missioni di ricerca effettuate in Serbia, Ungheria, Grecia e Macedonia tra luglio 2014 e marzo 2015 e su oltre 100 interviste a rifugiati e migranti. Le testimonianze di questi ultimi mettono in luce le tremende condizioni che affrontano coloro che intraprendono il viaggio lungo la “rotta dei Balcani”, che ha preso il posto di quella del Mediterraneo quale percorso più frequentato da chi è diretto verso l’Unione europea. Il numero delle persone fermate solo lungo il confine tra Serbia e Ungheria è passato da 2370 nel 2010 agli attuali 60.602, con un aumento di oltre il 2500 per cento. La “rotta dei Balcani”, che inizia dalla frontiera marittima tra Turchia e Grecia e porta rifugiati e migranti lungo Macedonia e Serbia fino in Ungheria, è leggermente meno mortale di quella che dalla Libia attraversa il Mediterraneo ma è comunque piena di pericoli e ostacoli. Dal gennaio 2014, 123 rifugiati, richiedenti asilo e migranti sono annegati nel tentativo di attraversare il mar Egeo e 24 sono rimasti uccisi lungo le ferrovie. “Passiamo da una morte all’altra” Coloro che approdano sulle isole greche, bambini compresi, vanno incontro a condizioni di accoglienza drammatiche. La maggior parte di loro arriva ad Atene per poi varcare i confini con la Macedonia e cercare di raggiungere altri stati membri dell’Unione europea. Al confine tra Grecia e Macedonia e a quello tra Macedonia e Serbia, i rifugiati e i migranti sono abitualmente e illegalmente respinti e subiscono maltrattamenti ad opera della polizia di frontiera. Molti di loro sono costretti a versare somme di danaro. Un testimone ha raccontato ad Amnesty International che, nei pressi del confine con l’Ungheria, la polizia di frontiera della Serbia ha minacciato di respingere un gruppo verso Belgrado se non avessero pagato 100 euro a testa. Un rifugiato afgano ha descritto ad Amnesty International cos’è accaduto a lui e al suo gruppo, respinti dalla polizia di frontiera della Macedonia verso la Grecia: “Ho visto uomini venire picchiati brutalmente. Hanno picchiato mio figlio di 13 anni. Poi hanno picchiato anche me”. Alcune delle persone intervistate da Amnesty International erano state respinte oltre 10 volte nel corso di operazioni della polizia di frontiera, che spesso avvengono ben all’interno della frontiera della Macedonia. Migranti, richiedenti asilo e rifugiati hanno denunciato di essere stati presi a schiaffi, pugni, calci e manganellate dalla polizia di frontiera serba presso il confine con l’Ungheria. Secondo un rifugiato afgano, è stata picchiata “anche una donna al quinto mese di gravidanza”. Rifugiati e migranti rischiano anche di essere sfruttati economicamente da parte di chi organizza i loro viaggi e di essere aggrediti da bande criminali. Due nigeriani hanno raccontato ad Amnesty International la loro storia: “Ci hanno aggredito coi coltelli, erano in nove. Quando abbiamo chiesto aiuto alla polizia, ci hanno arrestati”. “Se morite qui, nessuno verrà a chiedere vostre notizie” Molti rifugiati e migranti vengono arbitrariamente arrestati. Centinaia di essi, inclusi gruppi familiari, donne incinte e minori non accompagnati, trascorrono lunghi periodi di detenzione nel Centro di accoglienza per stranieri della Macedonia (conosciuto come Gazi Baba), senza alcuna salvaguardia legale o possibilità di chiedere asilo. Molti sono trattenuti illegalmente per mesi, in condizioni inumane e degradanti, cosicché possano comparire come testimoni nei procedimenti delle autorità giudiziarie macedoni contro i trafficanti. “Quando siamo arrivati a Gazi Baba c’erano 400-450 persone… Si dormiva persino sulle scale, il sovraffollamento era terribile. C’erano materassi per terra e nei corridoi” – ha raccontato un rifugiato siriano ad Amnesty International. Ex detenuti di Gazi Baba hanno riferito ad Amnesty International di essere stati picchiati o di aver assistito a pestaggi da parte degli agenti di polizia. Quando alcuni siriani hanno minacciato lo sciopero della fame, un agente gli ha detto “Se morite qui, nessuno verrà a chiedere vostre notizie. Getteremo i vostri corpi da qualche parte e basta!” Un sistema d’asilo che non funziona Chi cerca di chiedere asilo in Serbia o in Macedonia va incontro a grandi ostacoli. Nel 2014, solo 10 richiedenti asilo hanno ottenuto lo status di rifugiato in Macedonia e solo uno in Serbia. Scoraggiati dalla lentezza delle procedure, nella maggior parte dei casi i richiedenti asilo proseguono il viaggio verso l’Ungheria, dove subiscono ulteriori violazioni dei loro diritti. Le persone fermate per ingresso irregolare in Ungheria vengono regolarmente detenute, spesso in condizioni degradanti e di sovraffollamento, o sottoposte a maltrattamenti da parte delle forze di polizia. Nel 2014, l’Ungheria ha concesso asilo a 240 persone, una piccola parte di coloro che avevano presentato domanda. Mentre la maggior parte dei richiedenti asilo arrestati viene in seguito rilasciata e collocata in centri di accoglienza aperti, coloro che sono considerati a rischio di far perdere le tracce restano nei centri di detenzione. Chi non intende chiedere asilo in Ungheria, ad esempio perché vuole provare a presentare la domanda in altri paesi dell’Unione europea, viene di solito espulso verso la Serbia e da qui, in alcuni casi, ulteriormente mandato indietro verso la Macedonia, dove finisce intrappolato in un limbo giuridico, senza protezione e sostegno e dunque ancora più vulnerabile alle violazioni dei diritti umani. Carenti politiche europee in materia d’immigrazione Il sempre maggior numero di migranti e rifugiati che si muove lungo la “rotta dei Balcani” è la conseguenza del più ampio fallimento delle politiche europee in materia d’immigrazione e asilo, sulle quali Macedonia e Serbia non hanno alcun controllo. Attribuire la principale responsabilità di esaminare le richieste d’asilo al primo paese d’ingresso dell’Unione europea e limitare i percorsi sicuri e legali d’ingresso hanno posto un onere insostenibile sui paesi della frontiera esterna e su quelli con loro confinanti. Invece di dare priorità al miglioramento del sistema d’asilo nei paesi lungo la “rotta dei Balcani”, l’Unione europea ha investito massicciamente nel tentativo di rafforzare il sistema di “gestione della frontiera”. “Serbia e Macedonia devono fare assai di più per rispettare i diritti dei migranti e dei rifugiati. Ma è impossibile separare le violazioni dei diritti umani che si verificano in questi due paesi dalla più ampia pressione che i flussi di migranti e di rifugiati esercitano all’interno e attraverso l’Unione europea e dal fallimento del sistema d’immigrazione dell’Unione europea” – ha sottolineato van Gulik. “Mentre un numero sempre più elevato di rifugiati, richiedenti asilo e migranti vulnerabili finisce intrappolato in una sorta di terra di nessuno balcanica, la pressione su Serbia e Macedonia aumenta. Questa situazione, così come quella in Italia e Grecia, può essere risolta solo da un ripensamento complessivo delle politiche dell’Unione europea in tema d’immigrazione e asilo” – ha concluso val Gulik. Secondo i dati raccolti da Amnesty International, tra il 1° gennaio e il 22 giugno 2015 61.256 migranti, richiedenti asilo e rifugiati sono arrivati in Italia e 61.474 in Grecia. Degli oltre 21.000 rifugiati e migranti che hanno intrapreso la “rotta dei Balcani” occidentale nel 2014, più della metà proveniva dalla Siria. Altri erano originari di Afghanistan, Egitto, Eritrea, Iraq, Nigeria, Somalia, Sudan e Tunisia. A partire dal marzo 2015, il primo ministro e il ministro degli Esteri dell’Ungheria hanno intensificato la retorica anti-immigrati, minacciando anche l’introduzione di una legge che consentirebbe l’immediato arresto e respingimento di migranti irregolari e la costruzione di una barriera per impedire l’ingresso a migranti, richiedenti asilo e rifugiati provenienti dalla Serbia. Il 30 giugno, il parlamento di Budapest ha autorizzato il governo a disporre una lista di stati di transito “sicuri”, dove i rifugiati potrebbero chiedere asilo prima di entrare in Ungheria; è probabile che di questa lista farà parte la Serbia, che non garantisce l’accesso alla procedura d’asilo e ricorre alle espulsioni. Il rapporto di Amnesty International contiene una serie di raccomandazioni per ridurre la pressione sugli stati, causata dall’assenza di politiche europee in grado di soddisfare le necessità di una maggiore solidarietà globale in risposta alla sempre più grave crisi del rifugiati e di una maggiore solidarietà interna tra gli stati membri, che attualmente condividono in modo iniquo la responsabilità dell’accoglienza dei richiedenti asilo.

Amnesty International Italia

 

DERMART: il convegno che unisce la Dermatologia con l’Arte

Colori, linee e forme delle malattie cutanee rendono la pelle una tela pittorica in continuo rimaneggiamento. Nuovi colori si stratificano, elementi di forma si modificano nel tempo, a causa dell’ambiente, delle malattie e dell’invecchiamento naturale. Il compito dei dermatologi è di saper interpretare i dettagli dei cambiamenti della pelle come i critici d’arte fanno sulle tele, di saper curare i cambiamenti patologici e di aiutare a prevenire quelli legati al tempo e alle cattive abitudini. Per questo motivo e con questo obiettivo nasce Dermart, un convegno che unisce la Dermatologia con l’Arte per sviscerarne i comuni linguaggi.

Ideata e diretta da Massimo Papi e giunta alla sua settima edizione, la rassegna continua la sua tradizione nel confronto didattico tra malattie cutanee e pittura proponendo anche una serie di argomenti nuovi di interesse multidisciplinare. Quest’anno Dermart si svolgerà al Parco Regionale dell’Appia Antica di Roma (ex cartiera Latina) il 25 e 26 settembre p.v. e vedrà intervenire relatori appartenenti sia alle diverse professioni del mondo sanitario (medici, infermieri, biologi, psicologi), sia al poliedrico universo artistico (pittori, art makers, storici e critici dell’arte), insieme ad interloquire, interpretare, storicizzare e dare nuovi significati a sofferenze e inestetismi della pelle.

Il tema di base del meeting sarà l’adolescenza con le modificazioni e i cambiamenti critici che la cute e gli annessi subiscono in tale fase della vita e gli aspetti importanti che la pelle riveste nella formazione della propria immagine. Numerosi gli argomenti trattati. Tra questi si parlerà degli elementi che nei “ritratti” permettono d’identificare alcune malattie cutanee degli adolescenti (atopia, psoriasi) e del ritratto che ognuno di noi fa di sé durante questa delicata fase di trasformazione (autoritratto), come anche delle ultimissime metodiche d’indagine strumentale che permettono anche interessanti parallelismi tra lesioni cutanee del volto (es. cheratosi attiniche) e i colori brillanti della pop art.

L’attenzione in epoca adolescenziale alla condizione dei capelli è fonte di numerosi problemi sul piano psicologico e richiede grande capacità diagnostica oltreché scelte terapeutiche diversificate da parte dei dermatologi. Si affronteranno tali tematiche, illustrando anche i casi di alterazioni nelle malattie congenite o rare dei bambini e in quelle più numerose tipiche dell’adolescenza (alopecia areata, alopecia androgenetica iniziale) e offrendo risposte a come poter curare o “coprire” tali disturbi. Visto il successo nel Congresso del 2014, Dermart propone anche un curioso allenamento nell’interpretare i particolari dei ritratti famosi di giovani, ipotizzando poi potenziali diagnosi e storie cliniche, insieme ad esperti storici dell’arte (iconodiagnostica). L’abilità osservazionale, la finezza nell’interpretazione psicologica, l’attenzione a dettagli e simboli, renderanno così i partecipanti raffinati diagnosti e creatori di storie affascinanti tra vissuti e potenziali patologie.

Saranno inoltre chiamati a confrontarsi neuroscienziati e psicologi per capire le ansie che viviamo in questo periodo dell’esistenza, le possibili conseguenze sulla cute e il ruolo dell’arte per meglio comprendere e attenuare i disturbi cutanei. Su tale argomento la lettura del saggio “Le lesioni cutanee autoinflitte” saprà far meglio comprendere gli aspetti clinici dermatologici di patologie spesso di difficile diagnosi, mentre altri interventi di brillanti esperti del settore esploreranno il versante psico-affettivo legato a questa materia.

Il tema “La pelle nella musica leggera” sarà poi occasione di censire, con leggerezza insieme al pubblico convenuto, le canzoni più famose nelle quali la cute è in qualche modo protagonista. Dermatologi appassionati e artisti del mondo della musica e del teatro aiuteranno con le loro interpretazioni a rendere più lievi alcuni aspetti difficili delle malattie cutanee.

L’inganno dei fattori osservazionali sulle manifestazioni cliniche della pelle – alla pari del trompe l’oeil della pittura –  sarà ulteriore oggetto di approfondimento nella pratica quotidiana delle diagnosi cliniche attraverso anche un concorso clinico aperto ai giovani e meno giovani dermatologi con brevi descrizione di storie cliniche.

Infine, nell’”Angolo della storia”, spazio alla comprensione del significato della gestualità e della comunicazione espressa dalle mani nella storia dell’arte della scultura (Maniloquium).

Cornice della manifestazione è la splendida sede della ex Cartiera Latina, sede istituzionale del Parco dell’Appia Antica, una location immersa nella Natura che ispirerà un’apposita sessione dedicata alla scoperta dei rischi delle punture d’insetti e parassiti degli ambienti naturali e alle corrispondenze morfologiche tra natura, cute e arte, arrivando ad esaminare le dermatosi da contatto con le piante e dei danni del sole (fitofotodermatosi e cheratosi attiniche). Sarà infine organizzato un minicorso all’arte della medicazione infermieristica della cute dei bambini e degli adolescenti, che forse a volte si dimentica essere più sensibile e delicata di quella dell’adulto e a rischio di danni, di inefficacia terapeutica o non aderenza, se non vengono fornite una serie d’informazioni e spiegazioni ai genitori.

Dermart 2015 si conferma così essere un convegno-evento fuori dagli schemi, atto a far conoscere ed apprezzare la medicina anche negli  aspetti più semplici di umanizzazione, nonché un’occasione per gli studenti universitari di ottenere ben 9 crediti formativi attinenti alle seguenti facoltà: Chirurgia Generale; Dermatologia e Venereologia; Medici di Medicina Generale; Neurologia; Pediatria; Pediatria (Pediatri di Libera Scelta); Psicologia; Psicoterapia; Neuropsichiatria Infantile; Farmacia Territoriale; Farmacia Ospedaliera).

 

PROGRAMMA Venerdì 25 Settembre 2015

9.00-10.30 I ritratti (atopia, psoriasi, discheratosi) Moderatori: Nicolina Bianchi, Mauro Picardo Linda Tognetti – Il ritratto dell’atopia Carmen Cantisani – Pop art e diagnosi di cheratosi attiniche    Federico Bardazzi – Il ritratto della psoriasi *** Moderatori: Mara Ferloni, Aldo di Carlo Lettura: Aldo Morrone – E’ nata prima la pelle nera o la pelle bianca? Pausa caffè 11.00-12.30 I capelli tra arte e cura Moderatori: Antonio Cristaudo, Ornella De Pità Maria Antonietta Pata – Capelli e cappelli Giusy Giambertone – Quando gli annessi sono sconnessi                  Connessioni sostitutive tricologiche Lettura: Stefano Calvieri – I capelli nella diagnosi di malattie genetiche *** Saluti istituzioni Sen. Bruno Astorre, Pres. Reg. Lazio Nicola Zingaretti, Pres. ADOI Antonio Cristaudo, Pres. Acc. Lancisiana Laura Gasbarrone, Commiss. Parco Appia Antica Mario Tozzi *** Consegna Premio Dermart 2015 a Pierluigi Pirandello Pausa pranzo

14.00-15.30 Iconodiagnostica: far diagnosi nei volti della pittura Moderatori: Laura De Luca, Giuseppe Micali, Massimo Papi Coordinatore Marco Bazzini – gioco a squadre 15.30-17.00 I segni delle emozioni sulla pelle Moderatori: Nerio Grassi, Isabella Mezza, Maya El Hachem Lettura Ernesto Bonifazi – Dermatite artefatta nel bambino Lettura Ludovica Lumer – Mi mordo per mostrarmi a me stesso Lettura Enrico Grassi – Il riconoscimento visivo 17.00-18.00 Pelle nelle canzoni e canzoni sulla pelle A cura di Fernando Monteleone Enrico Ciacci presenta Tributo a mio Fratello Little Tony: dal cuore alla…pelle Happy hour   Sabato 26 Settembre 2015 9.00-9.20 Angolo della storia Moderatori: Guido Barlozzetti, Giovanni Menchini, Luca Chinni Rita Clerico, Ugo Bottoni – Maniloquium: le espressioni delle mani 9.30-10.50 Vivere il verde pubblico: cute, natura e arte Moderatori: Giorgio Bartolomucci, Biagio Didona, Enzo Battarra Biagio Didona – Beatrice Luzi – L’artista e la natura: come la tela e la pelle esprimono le figure Riccardo Sirna – Cute, piante e sole: dalle fitodermatiti alle precancerosi Guglielmo Pranteda – La cute a volte imita la natura Lettura Giorgio Leigheb – Le punture: tra insetti, parassiti e…. Pausa caffè 11.20-12.40 Trompe l’oeil in dermatologia: la pelle che inganna (concorso casistica clinica) Moderatori: Ada Amantea, Michele Fimiani Introduzione Massimo Papi – “Trompe l’oeil” in dermatologia Nadia Colapinto, Federica Dall’Oglio, Dario Didona, Luca Fania, Maria Rita Nasca, Giulia Pranteda 12.40-13.20 Moderatori: Stefano Veraldi, Antonio Garcovich Lettura Cesare Pietroiusti – La pelle dell’opera e il contatto difficile con l’arte contemporanea 13.20 Premiazioni Commissioni valutazione concorsi: Corrado Angelo, Pierluca Bencini, Stefania Bucher, Pietro Lippa, Mauro Paradisi, Carolina Pellegrini, Paolo Piazza, Cesare Pietroiusti, Corinna Rigoni, Angelandreina Rorro, Alfredo Rossi, Alessandra Scarabello, Luigi Valenzano Corso pratico: Medicare la pelle di bambini e adolescenti – coordinatrice Anna Portanova La sede: L’ex Cartiera Latina

Il complesso della ex Cartiera Latina, tra i pochi impianti industriali sopravvissuti nella città di Roma, è una struttura unica nel suo genere ed eccezionale per la posizione strategica a ridosso delle Mura Aureliane ed unisce idealmente l’Appia Antica alla via Cristoforo Colombo. Situato a meta strada tra Porta S.Sebastiano e la chiesa del Domine Quo Vadis, il complesso si affaccia sull’Appia Antica nel punto in cui la Regina Viarum interseca l’antico fiume Almone, con possibilità di accesso alla valle della Caffarella; il suo sviluppo è parallelo a quello del corso del fiume in direzione della via Cristoforo Colombo e ricopre un’area di 8444 metri quadri con superfici coperte pari a 2913 metri quadri.

Dal 1998, il complesso, acquisito pochi anni prima al patrimonio del Comune di Roma, è stato concesso al Parco Regionale dell’Appia Antica, con l’obiettivo di farne sede del Parco e centro visite.

Gli uffici del Parco sono stati realizzati nel giro di pochi mesi ristrutturando l’area già impiegata precedentemente ad uffici.

Nel 1999 sono state create strutture provvisorie, in vista del piano di riqualificazione, funzionali all’accoglienza e all’informazione degli utenti. L’intervento consentirà la trasformazione della vecchia cartiera in un complesso funzionale alle attività del Parco e più in generale alla città di Roma che avrà al proprio interno: gli uffici dell’Ente, aree museali ed espositive, sala convegni, area ristoro, biblioteca e aule didattiche, il tutto in una posizione strategica per creare una porta d’accesso pedonale all’Appia Antica (ed in futuro direttamente alla valle della Caffarella) dalla via Cristoforo Colombo.

 

Elisabetta Castiglioni

 

Fassa Sky Expo

Nel magnifico contesto delle Dolomiti di Fassa, esattamente in località Ischia a Campitello di Fassa (Trento), dal 25 al 27 settembre
l’associazione Icarus Flying Team organizzerà l’edizione 2015 della Fassa Sky Expo.

E’ una fiera del mondo del volo libero, presenti i principali produttori di parapendio, deltaplano e strumentazione tecnica, ospitata nel vasto spazio ai piedi del Col Rodella (2360 m.).

I visitatori che ancora non volano potranno informarsi su come
funzionano questi mezzi che si reggono in aria senza aiuto di motore, sfruttando le correnti ascensionali scaturite dall’insolazione del territorio.
Sono mezzi semplici, ecologici, eppure entusiasmanti, con i quali si può
veleggiare per valli e pianure e scavalcare montagne, sulle ali del vento. Basta citare i record mondiali, 700 km in deltaplano, 478 quello maschile in
parapendio e 376 quello femminile. Quest’ultimo, stabilito dalla pilota friulana
Nicole Fedele, ci rende particolarmente orgogliosi. I piloti già esperti potranno testare le ultime novità prodotte per un mercato sempre alla ricerca di nuova tecnologia, migliori prestazioni e maggior sicurezza, sorvolando ii magnifici scenari del Sassolungo, Sella, Pordoi e Marmolada. A fianco dell’esposizione funziona una funivia che in cinque minuti porta in vetta circa 120 passeggeri per volta.

Utilizzeranno il decollo vicino al rifugio Des Alpes, atterrando nella zona
dell’esposizione. Incontri con i campioni Aaron Durogati e Jimmy
Pacher, tendone gastronomico con feste e musica durante le tre sere competano la manifestazione.

L’edizione dello scorso anno ha quantificato 1400 visitatori ed
oltre 3800 ingressi totali.

A Campo Tures (Bolzano), il 12 e 13 settembre di terrà un raduno
internazionale di piloti di deltaplano, sotto il nome di “Fledge
Meeting – Coppa Erwin Ausserhofer”.

La manifestazione è organizzata dal Falken Club Valle Aurina che
celebra il suo quarantesimo anniversario e commemora Erwin Ausserhofer che fu campione italiano di deltaplano nel 1978.

L’evento contempla un raduno dei modelli ancora esistenti del famoso
deltaplano “Fledge”, un’ala ricordata con nostalgia dai pionieri del volo
per le eccellenti prestazioni per quei tempi. L’Alto Adige-Sud Tirolo è considerata la patria del volo in deltaplano, disciplina ampiamente praticata dai nostri concittadini di lingua tedesca e no. In particolare la Valle Aurina ha ospitato i primi campionati. Favoriscono il volo libero la conformazione del territorio e la particolare aerologia della regione.


Gustavo Vitali

 

Centenario della Grande Guerra a Verona

Sono state presentate le iniziative promosse dall’Associazione nazionale Alpini – Gruppi Avesa, Parona, Valdonega e Verona Centro, in collaborazione con il Comune di Verona e con Assoarma Verona, per il centenario della Grande Guerra e a ricordo del primo ufficiale italiano caduto nel conflitto, il tenente Benedetto Zampieri, originario di Avesa. All’iniziativa collaborano anche Tiro a segno Verona, Agsm e Amia.

Il programma degli eventi, che prenderà il via sabato 5 settembre, culminerà in piazza Vittorio Veneto con lo spettacolo “Echi di trincea”, sabato 19 settembre, e con una sfilata delle associazioni d’arma, domenica 20 settembre. “L’iniziativa, che ricorda quei tragici avvenimenti e tutti coloro che hanno dato la vita per il nostro Paese nel primo conflitto mondiale – spiega Bozza, assessore al Tempo Libero – è nata sulla spinta della grande partecipazione popolare riscossa da un precedente e analogo evento promosso sempre in piazza Vittorio Veneto in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia. Un’occasione per stare insieme e rivivere, attraverso le testimonianze e scritti dal fronte, i sentimenti e le vicende vissute dai nostri concittadini”. “Anche grazie a questi eventi – spiega il consigliere Pavesi –per tutto il mese di settembre proseguiranno le commemorazioni del centenario della Grande Guerra, che andranno avanti fino al 2018, anniversario della fine del primo conflitto mondiale. Un modo per ricordare tutti i Caduti e sensibilizzare le generazioni più giovani sull’importanza della pace”.

Il programma delle iniziative prevede sabato 5 settembre, alle 18, al Tiro a segno di via Magellano 15/a, una cerimonia con alzabandiera e deposizione di corona alla targa dedicata ai caduti della Prima Guerra mondiale; domenica 6 settembre, alle 10, nella chiesa di Avesa celebrazione della Santa Messa cui seguirà, alle 11, l’alzabandiera con deposizione di corona al monumento dei Caduti in Piazza e il ricordo del tenente Benedetto Zampieri; l’iniziativa si concluderà con un aperitivo alla baita del gruppo Alpini di Avesa. Sabato 12 settembre, nella baita del gruppo Alpini di Parona, in via Milani 13, alzabandiera e deposizione di una corona alle 18, Santa Messa alle 18.30 e, a seguire, tradizionale festa del quartiere.

Sabato 19 settembre, alle 20.45, sul sagrato della chiesa di San Pietro apostolo, in piazza Vittorio Veneto, si terrà lo spettacolo di musiche e letture sulla Grande Guerra “Echi di trincea”, a cura della fanfara della sezione ANA di Verona “Edoardo e Oreste Tognetti”. Domenica 20 settembre, alle ore 10.30 da piazzale Cadorna, partirà la sfilata delle associazioni d’arma, con la partecipazione del gruppo bandistico di Caldiero. Il corteo proseguirà lungo via IV Novembre per arrivare in piazza Vittorio Veneto dove si terranno la cerimonia dell’alzabandiera, i saluti istituzionali e lettura di alcune lettere dal fronte con riflessioni da parte degli studenti dell’Istituto comprensivo Valdonega. Chiuderà la manifestazione un momento conviviale nel cortile della Parrocchia di San Pietro Apostolo a cura del Gruppo Alpini di Isola della Scala.

 

Roberto Bolis

Castelli trentini gratis!

In occasione della Giornata dell’ Autonomia, prevista sabato 5 settembre,  e nella successiva giornata di domenica 6 settembre l’accesso al  Castello del Buonconsiglio e alle sedi distaccate sarà gratuito. Saranno gli ultimi giorni per poter ammirare al Buonconsiglio la mostra dedicata alla Grande Guerra,  “L’Europa In guerra. Tracce del secolo breve”.  Nelle due giornate alle ore 15 saranno proposte visite guidate gratuite alla mostra, mentre sabato alle ore 15 a Villa Margon sarà proposta l’attività per famiglie  dove si potrà conoscere uno dei luoghi più affascinanti e suggestivi di Trento, una visita alla villa per scoprire capolavori affrescati nel Cinquecento e un’esplorazione nel parco per osservare piante e fiori da disegnare su un taccuino come abili botanici. L’appuntamento è a Ravina, imbocco strada per Località Margon. Il tragitto di circa 3 Km sarà a piedi, chi lo desidera può salire fino alla villa e attendere il gruppo per le 15.30. In caso di pioggia l’attività verrà annullata. La sera del sabato al Buonconsiglio  sarà possibile assistere alle 20.30 al concerto di musica elettronica dedicato al genio di Romanino, sempre a ingresso libero, fino ad esaurimento posti. Il Mascoulisse Quartet e il compositore Sebastiano Della Bianchina dedicheranno  al pittore bresciano   una inedita  rilettura elettronica in cui la musica dell’epoca si tingerà dei colori della contemporaneità. Domenica 6 settembre sempre  al Buonconsiglio si concluderà il ciclo musicale “Incanto al castello”  con il concerto ad ingresso libero alle ore 18  organizzato dalla Federazione Cori del Trentino e dedicato alla chiusura della mostra sulla prima guerra mondiale dove si esibiranno  la corale Polifonica di Lavis e del Coro Martinelli di Serrada.

Museo Castello del Buonconsiglio

Le genti del Po e Brescia antica in mostra

Nel 295 a.C., a Sentino, in una vallata nel cuore delle Marche, l’esercito di Roma e dei suoi alleati sconfiggeva, in una battaglia dalle sorti incerte fino all’ultimo, la coalizione di popoli italici guidata da Sanniti e Galli Senoni. Con quella vittoria, Roma non solo affermava il suo dominio incontrastato sulla penisola, ma si apriva la via per la Valle Padana. Pochi anni dopo, avvenne la sottomissione del territorio senone e la fondazione della colonia latina di Rimini. Nei due secoli successivi, si avrà prima la definitiva conquista militare, poi il graduale inserimento dell’Alta Italia nel sistema politico romano, concluso nel 49 a.C. con la concessione della cittadinanza.

Le popolazioni che abitavano la Valle Padana erano di estrazione diversa. Le tribù celtiche, come Insubri, Cenomani e Boi, avevano ereditato le civiltà dei popoli etruschi, umbri, liguri, celti, avendone assimilato i costumi e costituendo un’elite politico militare organizzata. Anche i Veneti erano di antica origine, con una cultura urbana elaborata e comuni origini con i latini, mentre i Liguri, stirpe autoctona, erano organizzati su modello tribale. Se Veneti e Cenomani divennero alleati stabili dei Romani, Boi e Insubri rimasero a lungo ostili, così come anche il comportamento romano nei confronti delle varie tribù cambiava.

Brescia dedica a quella storia la mostra “Brixia. Roma e le genti del Po”, aperta fino al prossimo 17 gennaio presso il Museo della Città Santa Giulia. Attraverso corredi funerari, oggetti di guerrieri, monete e scritture e tanto altro, si sottolineano le caratteristiche dei vari popoli e il confronto con Roma, che poi diventa scontro e guerra o collaborazione. Il frontone di Talamone celebra la disfatta dell’ultima offensiva celtica nel 225 prima di Cristo sul promontorio toscano, ad esempio, mentre la risposta di Roma portò alla conquista della Valle Padana e alla vittoria di Casteggio. Poi si analizzano caratteristiche urbane comuni, come quelle del II secolo attraverso similitudini tra Rimini, Aquileia, Brescia, Milano, mentre vengono sviluppati nuovi culti e la fastosità dei palazzi e dei luoghi di culto denotano la ricchezza delle antiche genti. Ecco le pavimentazioni delle case private che dimostrano ricchezza non soltanto economica, ma raffinata, passando da laterizi semplici a pavimenti finemente decorati con vari tipi di motivi, oltre che decorazioni parietali, accanto al fiorire di manifatture locali per vasellame, bronzo, tessuti, ceramiche. Ancora in questa fase tornano di aiuto gli studi delle sepolture che, attraverso i corredi funerari, permettono di confrontare lo sviluppo delle varie civiltà sul territorio italiano. In tutto 450 oggetti potenziati dalla tecnologia digitale che, grazie alle multi proiezioni immersive, permette di ricostruire ambienti di vita e modi di vivere dei tempi andati.

Dodici le sezioni che vanno dal III secolo alla metà del I secolo a.C. I protagonisti sono inseriti nel paesaggio e si vedono esposte lamine in bronzo decorato a sbalzo ritenute appartenenti ad una tromba da guerra, ad un elmo o a elementi di animale totemico rinvenute in una tomba cenomane del III secolo a.C. Un busto fittile di guerriero da Ravenna, scultura in terracotta che raffigura un guerriero in nudità eroica con balteo e clamide riferito al modello del Diomede tipo Cuma. Kelebe a figure rosse da Adria, un grande vaso decorato con figure femminili, rombi concentrici e palmette sul collo, di produzione volterrana. La sezione sulla guerra porta a conoscere alcuni capolavori, come appunto il frontone di Talamone, in terracotta, decorato con altorilievi che rappresentano il mito dei Sette contro Tebe. L’architrave e la cornice presentano motivi vegetali. Sarebbe da collegarsi alla vittoria contro i Galli nella battaglia del 225 a.C. Poi c’è un elmo etrusco-italico da Berceto, rinvenuto nella tomba di un guerriero insieme ad armi defunzionalizzate a scopo rituale. Ancora, un ex voto in terracotta da Bagnara di Romagna raffigurante il volto di un devoto col capo coperto da un velo, rinvenuto in un deposito votivo e databile al II secolo a.C. Permette di rimandare all’ambito culturale e religioso etrusco-campano-laziale e documenta la presenza di coloni di origine centro italica nel territorio romagnolo.

Nascono le grandi città, inserite in un’efficiente rete viaria, dimostrazione della definitiva romanizzazione della Pianura Padana e dell’acquisizione dei modelli urbanistici ritenuti molto validi. Quindi ecco i vari oggetti che denotano questo momento, tra cui la parte inferiore di una statua panneggiata dal Museo di Palazzo Farnese di Piacenza, firmata dallo scultore attico Kleomenes, probabilmente raffigurazione di Apollo nella prima metà del I secolo a.C. Poi una statua femminile dal Museo Civico Archeologico di Milano, acefala, avvolta in un ampio e pesante panneggio, di difficile interpretazione, realizzata da un artista greco. È importante come testimonianza della ricezione dei modelli ellenistici nella cultura figurativa delle città transpadane. Poi un letto con rivestimenti in osso raffiguranti scene dionisiache, in cui un erote o un giovane Dioniso sostiene una cornucopia ai piedi di un’anfora. Sul poggiatesta decorazioni ad altorilievo con busti di eroti alati e corpi di leoni accovacciati. È stato rinvenuto in una tomba a camera, realizzato da artisti di tradizione centro italica come oggetto rappresentativo del rango del defunto. Interessanti due stele, una di Ostiala Gallenia, da Padova, e l’altra di Komevios, da Torino. La prima è una stele a bassorilievo raffigurante un viaggio negli inferi di un auriga e un uomo, abbigliati alla foggia romana, con una donna vestita alla moda venetica, su una biga tirata da due cavalli; la seconda è stata rinvenuta in una necropoli celtica e presenta una testa maschile con ai lati due motivi circolari concentrici, forse il disco solare. Un’iscrizione in alfabeto leponzio riporta essere di un personaggio di prestigio.

Interessante anche l’affresco di Sirmione, dipinto con una figura maschile all’interno di un quadro, vestita con una tunica e una toga exigua, tipiche della tarda età repubblicana, adornata con una fascia purpurea segno di appartenenza all’ordine dei cavalieri. Tra le mani regge un rotolo. Essendo plausibile si tratti di un letterato, rimanda alla figura di Catullo.

La bellezza degli oggetti prestati da vari enti esalta la stupefacente bellezza dei ritrovamenti bresciani. Brescia e provincia, infatti, hanno donato negli anni tantissimi reperti con un alto grado di conservazione degli stessi e degli edifici, caso unico nell’Italia settentrionale. In occasione della mostra, infatti, è stato reso fruibile il più esteso parco archeologico a nord di Roma. L’area si estende per circa 4.200 metri quadrati e consente di vivere dall’età romana al Rinascimento per stratificazioni urbane, dalla più antica del Capitolium (del 73 d.C.), ai palazzi nobiliari che cingono l’antica città romana. Il Capitolium, tempio nel quale veniva venerata la Triade Capitolina costituita da Giove, Giunone e Minerva, è stato rinnovato due anni fa e riproposto nella sua condizione originaria di tempio principale dell’antica città imperiale, con i frammenti scultorei e architettonici originari posizionati nuovamente in situ e i pavimenti in marmi policromi restituiti all’antico splendore. Dallo scorso autunno anche il teatro romano, uno dei più imponenti della Cisalpina, è stato integrato nei percorsi di visita a seguito di un intervento di rivalorizzazione che ha riqualificato l’area urbana cuore della città romana, Brixia. Tutto questo inserito nel piano di gestione del sito UNESCO del quale quest’area cittadina fa parte. Si può così, ora, facilmente intuire come Brescia fosse una delle città più importanti dell’Italia settentrionale, situata lungo la via Gallica allo sbocco delle vallate alpine di antico insediamento, tra i laghi d’Iseo e di Garda su una pianura fertile valorizzata in età augustea con imponenti lavori per l’organizzazione agraria, le famose centuriazioni.

Una mostra interessante e da visitare con tranquillità per poi godersi Brescia, città spesso defilata dagli itinerari turistici, ma dalla superba bellezza.

 

Alessia Biasiolo

 

 

 

Saggi di scultura a Castello d’Agogna

Prosegue con successo a Castello d’Agogna la stagione espositiva “Arte solidale a Castello Isimbardi” promossa dalla Fondazione Vera Coghi.

Sabato 22 agosto alle ore 17.00, nelle sale di Castello Isimbardi, per la rassegna “7 mostre per la Lomellina” inaugura la collettiva “Tra figura e astrazione: saggi di scultura” a cura di Giuseppe Castelli con circa venti sculture che dialogano perfettamente con le opere di Alberto Ghinzani poste nel parco e nella corte interna del Castello; anche perché ancora una volta ricompare il profondo legame con il territorio e la natura: dalle riflessioni in ferro delle creazioni del vigevanese Francesco Contiero allo studio del’animo umano del tortonese Gianni Bailo; dalla ricerca geniale attraverso l’assemblaggio di oggetti dismessi e recuperati di Niccolò Calvi di Bergolo alle sculture in argilla scrutata e scavata dell’alessandrina Gianna Turrin.

Scrive Giuseppe Castelli: “L’astrazione che diventa figura e la figura che si fa astrazione è la sintesi del millenario percorso della storia dell’uomo e della sua visione della realtà. Figura ed astrazione diventano i due poli estremi anche di questa mostra, in cui gli artisti, attraverso sofisticate simbologie ed ardite creazioni, lasciano traccia delle contraddizioni del nostro tempo”.

Francesco Contiero 2Francesco Contiero. Le sue creazioni consentendo nuove soluzioni spaziali. Il reimpiego di oggetti sui quali il tempo ha lasciato il segno si contrappone all’uso nella stessa opera di materiali modernissimi e senza storia.

Metalli splendenti e vetro trasparente accanto a pezzi di legno sfibrato dai secoli e a ferri arrugginiti segnano l’incontro tra due modi diversi di pensare e costruire la realtà.

Gianni Bailo ha intrapreso un deciso ritorno al figurativo. Prima era stato lo studio delle mani e del loro movimento ad aprire uno squarcio verso affetti e moti dell’animo umano, ora sono invece i volti ad essere interpreti assoluti di sentimenti ed atteggiamenti psicologici, che l’artista rileva attraverso uno studio attento dell’anatomia del volto umano.

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Niccolò Calvi di Bergolo. Una ricerca geniale di forme libere nello spazio e di insolite volumetrie, spesso ottenute anche attraverso l’assemblamento di oggetti dismessi e recuperati. Sperimentatore instancabile ed eclettico, Niccolò Calvi stupisce per la grande capacità nell’utilizzo dei materiali più diversi, dalla pietra al ferro al legno alla docilissima carta, trovando nuove armonie.

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Gianna Turrin. Con linguaggio innovativo e nello stesso tempo arcaico, Gianna Turrin ci riconduce all’archeologia mediterranea, all’origine del pensiero ed al confronto tra ciò che è stato, ciò che è e ciò che dovrebbe essere. La classicità del materiale e nello stesso tempo la sua povertà, uniti alla capacità e all’ecletticità dell’artista, producono risultati talvolta spiazzanti in una dimensione sempre poetica e affascinante.Gianna Turrin 2

Fondazione Vera Coghi – Castello Isimbardi, Castello d’Agogna (PV)

Dal 22 Agosto al 16 Settembre 2015

de Angelis

 

Il colore si accende per Nicola Alberto Bottalico

Orizzonti e icone di luci, alberi e boschi di notte. Nicola Alberto Bottalico torna ad esporre le sue installazioni luminose nella Sala di Rappresentanza del Comune di Pianello Val Tidone dal 23 al 26 agosto per un breve e intenso viaggio che pone il visitatore al centro di un’esperienza visiva e sensoriale unica, dove la luce ne è l’elemento primario.

2.1 Nicola Bottalico, Rovi,  2015, acquarello, cm 23x16 - Copia“Il colore si accende / 2” è per Nicola Alberto Bottalico un gioco di apparizione-scomparsa dell’oggetto immagine in un’accurata selezione di acquarelli, chine e tecniche miste esaltate dalla luce, la proposta assolutamente innovativa, tra creatività e tecnica di light design, di un percorso artistico fatto di ricerca e sperimentazione che si concretizza in opere dal grande impatto visivo.

In mostra un ventina di lavori di varie dimensioni, dove la ricerca fuori dagli schemi tradizionali propone risultati di straordinaria intensità emotiva.

L’autore ha valorizzato le opere originarie dando loro forza e luminosità attraverso una retroilluminazione che spariglia il mazzo e offre un prodotto artistico nuovo: l’immagine di partenza interagisce con la retroilluminazione a led mutando e scomponendosi in un processo dove gli aspetti tecnici, come la ricerca della grammatura per la carta più adatta o la giusta intensità cromatica del calore della luce, diventano importanti.

5.1 Nicola Bottalico, Alberi, 2014, acquarello e china, cm 87x58 - CopiaIl risultato è l’esaltazione delle forme e dei colori dell’opera stessa, offrendo al pubblico un risultato sorprendente che ne esalta la cromia moltiplicandola.

La luce si diffonde, gioca di sponda e amplifica la percezione e gli stimoli sensoriali che nascono da immagini realizzate da linee lievi e delicate di lavori minuziosi, quasi maniacali nella loro perfezione.

Nicola Alberto Bottalico è un autodidatta. Non ha seguito corsi, non è stato all’Accademia, non ha avuto insegnanti di disegno, ma l’infinita passione per l’arte, la pittura e il disegno gli hanno permesso di realizzare, mediante la giusta intensità tra luce artificiale e colore, la trasformazione delle sue opere in altra dimensione, dove la prospettiva e la profondità si esaltano affinandone la forza espressiva.

8. Nicola Bottalico, 2014, acquarello, cm 36x26 - CopiaNasce a Milano nel 1952 da una famiglia da generazioni di notai ed avvocati. Fin da bambino esprime una forte vocazione per il disegno e l’arte, ma il padre lo convince ad essere “serio” e lui studia al liceo classico, anziché all’artistico, si laurea in legge, anziché all’Accademia di Brera ed infine diventa avvocato invece che artista… ma ora, dopo quarant’anni di professione, decide di svelare la vera passione che lo ha accompagnato tutta la vita: l’arte, il disegno e la pittura.

Sala di Rappresentanza

Pianello Val Tidone (PC)

Dal 23 al 26 Agosto 2015

Orari di apertura al pubblico: domenica 23 e mercoledì 26 dalle 10 alle 21; lunedì 24 e martedì 25 dalle 17 alle 21. Ingresso libero.

de Angelis

 

Musica dal paradiso per Lindqvist

L’incubo peggiore di ognuno di noi. Non esistere. Avere la percezione dell’azzeramento dell’esistenza esistendo. Un preludio di cosa ci sarà dopo la morte. Lo smembramento delle nostre certezze. L’azzeramento dei nostri punti saldi. E anche il dramma di avere il tempo e lo spazio per scoprire tutto di noi: i nostri timori, i nostri drammi interiori, le nostre colpe e le mancanze di una vita normale che, improvvisamente, si trova alla resa dei conti. È questo il contenuto di “Musica dalla spiaggia del paradiso”, ultimo lavoro di John Ajvide Lindqvist, autore svedese affermato. Il clima è proprio nordico. Persone in un campeggio che cercano la vacanza o di ingannare il tempo e che, improvvisamente, devono affrontare il nulla. Svegliandosi al mattino scoprono che tutto è scomparso. Altre persone, auto, camper, paesaggio, tutto. Nel nulla niente funziona. Hanno poco cibo. Si devono riscoprire antichi esploratori comportandosi, malgrado la guida di un Suv, proprio come i nostri progenitori quando dovevano andare a caccia. Adesso devono trovare un segnale per la radio, per il telefono cellulare, per connettersi con un mondo che non c’è più. E dove sarà finito? Il dilemma è quello classico di questo genere di romanzi che rasentano l’horror: il nulla è nostro o altrui? Siamo noi nel niente oppure sono gli altri a non esserci? Le domande esistenziali che sottendono questo bel lavoro, carico di suspance lenta e nebulosa proprio come l’ambiente che ci si immagina dalle prime pagine della descrizione dell’accaduto, si susseguono mentre si snoda pian piano la vita dei protagonisti. Il domandarsi cosa si era scelto di fare andando laggiù con un uomo che si sapeva già non sarebbe stato ancora a lungo il proprio marito e che, poi, perché lo si era sposato? A che servono i propri marmocchi se si trascorre la vita sul ciglio di una crisi di nervi? Perché trovare romantico un posto in cui non ci sarebbero state le proprie preferite cose da mangiare? Insomma, perché vivere così e continuare a vivere così se non si è vivi affatto? Il paesaggio scomparso in cui si trovano a vagare come ombre dell’assurdo Peter, Molly, Donald, Majvor e pochi altri, è proprio il vivere quotidiano della maggior parte degli esseri umani. Il nulla. L’assurdo del vivere senza farlo. L’Autore conduce il lettore ad un’appassionante riflessione su se stessi proprio mentre accompagna i propri personaggi a cercare non più l’autore, ma il palcoscenico, perché il mondo non basta più, non giustifica il vivere e non lo spiega affatto. Si fa strada sempre più, o si acutizza per chi già era sul’orlo del baratro personale, l’angoscia: quel qualcosa che non si curava ora è assente e già manca, lo vi percepisce come una nostalgia pungente che fa male, molto male a chi la prova.

La paura della perdita così sapientemente spiegata dagli psicologi, con Lindqvist diventa reale, tangibile, vera, percepita, possibile da spiegare e da leggere così come avviene, così come nasce e prende forma. Il peggior incubo diventa realtà e si materializza sotto gli occhi del lettore con una maestria da principe del thriller psicologico. La paura, ma anche la rabbia, il risentimento, l’angoscia e il terrore sono materializzati e spiegati dall’Autore con un’acutezza spaventosa e che permette a ognuno di identificarsi nel romanzo stesso, come se le pagine prendessero forma e diventassero noi stessi in vari momenti della nostra vita, anche solo nei sogni o negli incubi. Un romanzo da leggere d’un fiato senza cercare per forza di capirlo, ma lasciandolo entrare nella nostra mente e nella nostra anima per vedere se sa suscitare emozioni inconfessabili o che non pensavamo di provare. E l’assurdità del viver quotidiano diventa ancor più bruciante quando le persone che cercano di scoprire cosa sta loro accadendo, o cosa è accaduto al resto dell’umanità, dissertano sulla copertura di un telefono cellulare, ammettendo che quelli di vecchia generazione hanno una copertura migliore dei moderni, ergo forse possono connettersi con il mondo reale prima e meglio. Forse. Poi, nel dramma, arriva la follia. Può essere della piccola Molly che si diverte a guardare un film horror in cui le persone vengono squartate, oppure la nausea per tutto ciò che sta accadendo o non accadendo attorno, ma anche la materializzazione della domanda inconscia di ogni genitore che sta mettendo al mondo un figlio. Cosa sarà? Potrebbe essere un mostro? O potrà diventarlo? Peter si trova a vivere anche questo: chi è sua figlia? O meglio, cos’è? Neanche gli animali sono risparmiati e vivono della novità come se avessero un’anima. Alla fine, tutto viene a galla, proprio grazie all’assenza. Le proprie paure materializzate permettono agli essere umani di capire se stessi e la loro vera natura, mentre scoprono lo stesso dei loro amici e conoscenti. O forse no. Forse tutto è un abisso senza senso. Forse non è nemmeno verro. Forse il paradiso è solo il vuoto. Chissà…

Da leggere, per gli amanti dei brividi e della narrazione perfetta.

 

John Ajvide Lindqvist: “Musica dalla spiaggia del paradiso”, Marsilio, Venezia, 2015, pagg. 430; euro 18,50.

 

Alessia Biasiolo