Canederli alla mia maniera

Ingredienti

Mezzo chilo di pane raffermo

Mezzo litro di latte

4 uova

2 wurstel

1 etto di pancetta affumicata

2 salsicce fresche

1 etto di parmigiano grattugiato

1 litro di brodo di carne

Farina bianca

Sale, noce moscata grattugiata

 

Preparazione

Tagliate a pezzi il pane raffermo mentre fate bollire il latte; mettete il pane in una terrina e versatevi il latte bollente, lasciando macerare per almeno quattro ore.

Aggiungetevi, passato il tempo, le uova, i wurstel tritati, la pancetta tritata, le salsicce senza pelle e sbriciolate, metà del parmigiano, il sale e la noce moscata. Lavorate bene il composto e, se dovesse essere troppo molle, aggiungete la farina. Formate delle palle grosse tipo mandarini, infarinatele e immergetele nel brodo bollente. Fate cuocere per circa dieci minuti e servite con il brodo e il resto del parmigiano.

 

Vini consigliati: Valpolicella Rosso; Curtefranca.

Renato Hagman

 

Il 17 luglio ospite di Tener-a-mente 2016 il duo scandinavo Kings of Convenience

E’ una carriera relativamente breve ma densa di successi e già iconica di uno stile, quella che i Kings of Convenience si apprestano a festeggiare tornando in Italia con un tour celebrativo dei loro primi 15 anni, che domenica 17 luglio li porterà per la prima volta sul palcoscenico del Vittoriale di Gardone Riviera.

Erlend Øye e Eirik Glambæk Bøe sono nati entrambi a Bergen (Norvegia) nel 1975. Il loro debutto a livello mondiale avviene nel 2001 con Quiet is the New Loud. Il disco riprende molte delle tracce già presenti in Kings of Convenience (l’album precedente, distribuito solo negli Stati uniti) con l’aggiunta di alcune nuove canzoni. Con quest’album il duo norvegese raggiunge un grande successo, tanto da dare vita a una nuova scena musicale underground: è il new acoustic movement, caratterizzato da atmosfere ipnotiche, leggere e da una semplicità e immediatezza che lasciano senza parole.

A tre anni dal loro primo disco ufficiale, il duo scandinavo rientra in studio per registrare il suo secondo lavoro, l’eccezionale Riot on an Empty Street che uscirà appunto nel 2004.

Dopo una breve pausa i due amici di vecchia data ritornano con una serie di concerti occasionali tra il 2007 e il 2008, per poi dar vita nel 2009 al nuovo album, Declaration of Dependence, che conferma la band come unica nel proprio genere a livello internazionale.

Pur non vivendo ormai nello stesso paese (dopo una parentesi berlinese, Erlend Øye si è trasferito stabilmente in Sicilia) i due rimangono in piena attività incontrandosi di volta in volta per esibirsi davanti ai loro fan, in spasmodica attesa in tutto il mondo.

 

Bianca S. Villa

Salumi stagionati e tartufo marzolino si gustano a Brisighella

002BrisighellaIl comune di Brisighella (sulle colline romagnole in provincia di Ravenna) è un vero giacimento gastronomico. Ogni stagione è caratterizzata da prodotti, sapori, profumi che diventano protagonisti di sagre e di pietanze prelibate nei ristoranti del territorio.

Con lo sbocciare della Primavera si apre dunque anche il calendario degli eventi enogastronomici di Brisighella: oggi 28 marzo, sotto l’Antica via degli Asini (uno dei simboli del borgo medioevale di Brisighella) ha preso vita la “Sagra dei salumi stagionati e del tartufo marzolino”.

Bancarelle di prodotti tipici, stand gastronomico e intrattenimenti hanno accolto il pubblico alla scoperta dei salumi pronti a essere degustati dopo le sapienti lavorazioni dei norcini brisighellesi e la giusta stagionatura, capace di esaltare le caratteristiche di prosciutti, salami, coppe, salsicce e altre prelibatezze.

prosciutti e torre

Assieme ai profumi dei salumi, Brisighella è stata invasa anche dagli aromi del “tartufo marzolino”, detto anche bianchetto. I tartufai della zona sono abili nel ricercare questo prezioso prodotto di cui il sottosuolo brisighellese. Il nome tartufo “bianchetto” deriva dal fatto che il Tuber Albidum Pico può essere confuso col tartufo bianco Tuber Magnatum Pico, più pregiato, anche se i periodi di raccolta sono differenti. Per questo viene anche detto Marzuolo o Marzolino.

Per ottenere ottimi salumi è necessario continuare a tramandare anche l’arte della stagionatura. I procedimenti tradizionali di lavorazione delle carni, in parte abbandonati con l’affermazione di attività industrializzate, vengono oggi rivalutati nell’ambito di una politica di recupero della tipicità dei prodotti, con metodi naturali e senza conservanti, nel ricordo dell’antica arte dei norcini.

Affinché i salumi si stagionassero correttamente, senza però asciugarsi eccessivamente, si provvedeva prima a sistemarli nelle soffitte con le finestre aperte nelle piene giornate di sole e, successivamente, nelle cantine dove il livello di umidità era maggiore. Gli unici accorgimenti erano quelli dettati dall’esperienza, secondo cui con la nebbia o con le giornate nuvolose e ventose si doveva provvedere a chiudere le finestre, perchè l’eccessiva umidità poteva “bucare” i salumi, ossia creare fermentazioni indesiderate che avrebbero potuto portare a una non corretta maturazione. Il periodo ottimale per una stagionatura naturale è quello autunnale e invernale perché per la stagionatura vera e propria è necessario disporre di un ambiente con una temperatura il più possibile costante e con un range compreso fra i 10 e 14° C. Così a primavera si potevano gustare i primi salumi.

 

Pierluigi Papi

Coniglio al cartoccio

Ingredienti

1 coniglio tagliato a pezzi

2 etti di funghi coltivati

prezzemolo tritato

olio d’oliva

3 cipollotti

1 spicchio d’aglio

6 fette di pancetta affumicata

sale, pepe

Preparazione

Mettete i pezzi di coniglio in una terrina con il prezzemolo, l’aglio, i funghi tritati, i cipollotti tritati, sale, pepe e olio e lasciate marinare per alcune ore. Preparate sei fogli di alluminio dove porrete i pezzi di coniglio suddivisi coperti da una fetta di pancetta ciascuno. Chiudete i cartocci e metteteli in una teglia che passerete al grill per venti minuti. Servite ancora nel cartoccio chiuso.

Vino consigliato: Cabernet Frank

Renato Hagman

Cantando il Mediterraneo tra il sacro e il profano

Barbara EramoIl Mediterraneo – culla di antiche civiltà, che le sue acque univano, offrendo una facile via ai commerci e agli scambi – è oggi testimone di una delle più atroci tragedie della nostra epoca. La musica può aiutare a superare incomprensioni, diffidenze ed egoismi, facendoci capire che apparteniamo tutti ad un’unica grande cultura, che ha tante sfumature diverse ma una matrice comune.

È quel che si propone lo spettacolo-concerto “Cantando il Mediterraneo tra il sacro e profano”, ideato da Stefano Saletti insieme a Barbara Eramo, Gabriele Coen e Arnaldo Vacca, che lo porteranno mercoledì 23 marzo alle 18.00 nell’Auditorium “Ennio Morricone” dell’Università di Roma “Tor Vergata” (Macroarea di Lettere e Filosofia, via Columbia 1) per la stagione dei concerti dell’Associazione Roma Sinfonietta.

Da anni presenti sulla scena italiana e internazionale nell’ambito della musica world, jazz e della canzone popolare, il polistrumentista Stefano Saletti (oud, bouzoukim chitarra e percussioni), la cantante Barbara Eramo, il sassofonista Gabriele Coen e il percussionista Arnaldo Vacca presentano un percorso di musica e parole che parte dal sud dell’Italia e arriva a toccare le sponde degli altri Paesi che si affacciano sul Mediterraneo.

Come antichi naviganti, gli spettatori vengono trasportati in un immaginario viaggio nel tempo alla ricerca degli elementi che uniscono e differenziano i popoli che si affacciano sul Mare Nostrum. Perché il Mediterraneo è un crocevia antichissimo. Da millenni tutto vi confluisce, complicandone e arricchendone la storia: merci, navi, idee, modi di vivere. Qui sono nate le tre grandi religioni monoteistiche. Da qui Roma ha dominato il mondo facendo propri miti e costumi che venivano dalla Grecia e dall’Oriente.Stefano Saletti

Attraverso le musiche e i canti di Stefano Saletti, Barbara Eramo, Gabriele Coen e Arnaldo Vacca, il racconto prende vita cercando di restituire il senso di questo grande mare, abbandonandosi al fascino della parola, ma anche circoscrivendone rigorosamente il significato, i limiti e i confini. Il sacro e il profano, il mito e la natura s’intrecciano nelle storie di quegli uomini vissuti da sempre davanti al mare, esperti dei venti e custodi di un sapere antico che affonda le sue radici nelle acque del Mediterraneo. Si susseguono canti di lavoro del Sud, cantigas spagnole di pellegrinaggio, musica della diaspora sefardita e canti in sabir, la lingua franca usata nei porti del Mediterraneo, che permetteva a mercanti e marinai europei, africani e asiatici di comunicare. E poi gli strumenti del Mediterraneo, l’oud, il bouzouki, la darbouka e il bendir, chiamati a descrivere in musica testi in siciliano, calabrese, aramaico, ebraico, sabir, greco antico e turco.

 

Mauro Mariani

 

 

Accordo del Teatro Carlo Felice di Genova con il Premio Viotti

Un importante protocollo d’intesa fra il Concorso Internazionale di Musica Gian Battista Viotti di Vercelli e la Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova è stato siglato in questi giorni fra i rappresentanti delle due Istituzioni musicali.

Il progetto di collaborazione è stato presentato in data odierna presso la sala giunta del Comune di Vercelli da Maurizio Roi, Sovrintendente del Teatro Carlo Felice e da Maria Arsieni Robbone e Pietro Borgonovo, rispettivamente, Presidente e Direttore Artistico del Concorso Viotti.

La convenzione, di durata quadriennale, ha lo scopo di sviluppare progetti nell’ambito della scoperta e valorizzazione di nuovi talenti musicali, della produzione e promozione artistica e di consolidare e incrementare iniziative congiunte.

Fra i sostanziali aspetti che caratterizzano l’accordo, il Teatro Carlo Felice offrirà la propria orchestra sinfonica in occasione delle finali del Concorso Viotti dal 2016 al 2019 e garantirà la possibilità ai vincitori della competizione musicale vercellese di debuttare nelle Stagioni liriche, per i cantanti, e sinfoniche, per i pianisti, del Teatro Carlo Felice.

Per il Concorso di Musica Viotti questa collaborazione rappresenta un significativo impulso ad un percorso di crescita che mira a raggiungere elevati standard in ambito internazionale.

Il Viotti è uno dei più antichi Concorsi musicali italiani. Fondato da Joseph Robbone nel 1950, con periodicità annuale, alterna le due storiche discipline di pianoforte e canto lirico. Dal 1957 appartiene al ristretto comitato (11 membri) dei fondatori della Federazione Mondiale dei Concorsi di Musica di Ginevra che raccoglie e regolamenta i più importanti concorsi internazionali di musica.

Dedicato a quei giovani artisti che abbiano in animo di intraprendere una carriera musicale internazionale, è posto sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica e sotto gli auspici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali.

Fra le illustri partecipazioni al Concorso Viotti bisogna ricordare, come concorrenti, Luciano Pavarotti, Mirella Freni, Piero Cappuccilli, Raina Kabaivanska, Leo Nucci, Renato Bruson, Luis Alva, Sumi Jo, Daniel Baremboim, Claudio Abbado, Angela Hewitt, Jean Yves Thibaudet, mentre hanno fatto parte delle giurie Carlo Maria Giulini, Yehudy Menuhin, Arturo Benedetti Michelangeli, Franco Corelli,  Massimo Mila, Birgitt Nilsson, Elizabeth Schwarzkopf, Renata Scotto, Joan Sutherland.

Il prossimo Concorso Viotti, dedicato ai cantanti lirici, si svolgerà al Teatro Civico di Vercelli dal 22 al 29 ottobre 2016.

 

Marina Chiappa

La Flagellazione di Cristo del Caravaggio alla Reggia di Monza

Il Consorzio Villa Reale e Parco di Monza e “il Cittadino di Monza e Brianza” offrono al pubblico, anche per il 2016, la visione di un capolavoro del patrimonio storico-artistico italiano. La Flagellazione di Cristo del Caravaggio, commissionata per la cappella della famiglia De Franchis nella Chiesa di San Domenico Maggiore a Napoli, è oggi conservata nel Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli. La tela, di formato 286 x 213 cm, è tra i tesori principali delle collezioni napoletane di Stato, e parte del Patrimonio del Fondo Edifici di Culto, la cui origine risale alla soppressione delle corporazioni religiose avvenute con le leggi eversive nella seconda metà dell’Ottocento, a seguito delle quali i beni mobili ed immobili di proprietà dell’asse ecclesiastico sono stati in gran parte acquisiti dallo Stato Italiano. Le opere sono amministrate dal Ministero dell’Interno attraverso la Direzione centrale per l’amministrazione del Fondo Edifici Culto, il cui fine istituzionale è la conservazione e dalla valorizzazione dei beni di proprietà. Il dipinto sarà esposto nella splendida cornice del Salone delle Feste, all’interno della Villa Reale.

L’iniziativa si avvale della collaborazione del Museo di Capodimonte e FEC – Fondo Edifici di Culto, con il patrocinio di MiBACT, Regione Lombardia, Provincia di Monza e Brianza, Comune di Milano, Comune di Monza.

 

Reggia di Monza, Primo Piano Nobile, Salone delle Feste.

Fino al 17 aprile 2016

 

Claudia Ratti

 

Robert Capa in Italia, 1943 – 1944

Arriva a San Gimignano presso la Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada” la mostra dedicata al grande fotoreporter di guerra Robert Capa, che racconta con 78 immagini in bianco e nero gli anni della seconda guerra mondiale in Italia.

Considerato da alcuni il padre del fotogiornalismo, da altri colui che al fotogiornalismo ha dato una nuova veste e una nuova direzione, Robert Capa (Budapest, 1913 – TháiBinh, Vietnam, 1954) pur non essendo un soldato, visse la maggior parte della sua vita sui campi di battaglia, vicino alla scena, spesso al dolore, a documentare i fatti: se le tue fotografie non sono all’altezza, non eri abbastanza vicino”, ha confessato più volte.

In oltre vent’anni di attività ha seguito i cinque maggiori conflitti mondiali: la guerra civile spagnola, la guerra sino-giapponese, la seconda guerra mondiale, la guerra arabo-israeliana del 1948 e la prima guerra d’Indocina.

Il Comune di San Gimignano, il Museo Nazionale Ungherese di Budapest, la Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia in collaborazione con Opera-Gruppo Civita gli dedicano una mostra che raccoglie le fotografie scattate in Italia nel biennio 1943 – 44.

L’esposizione, curata da BeatrixLengyel, è stata ideata dal Museo Nazionale Ungherese di Budapest e promossa dal Ministero delle Risorse Umane d’Ungheria.

A settanta anni di distanza, la mostra racconta lo sbarco degli Alleati in Italia con una selezione di fotografie provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III conservata a Budapest e acquisita dal Museo Nazionale Ungherese tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009. La serie, composta da 937 fotografie scattate da Capa in 23 paesi di 4 continenti, è una delle tre Master Selection realizzate da Cornell, fratello di Robert Capa, anch’egli fotografo, e da Richard Whelan, biografo di Capa, all’inizio degli anni Novanta e oggi conservate a New York, Tokyo e Budapest. Le serie, identiche tra loro e denominate Master Selection I, II e III, provengono dalla collezione dell’International Center of Photography di New York, dove è conservata l’eredità di Capa.

Esiliato dall’Ungheria nel 1931, Robert Capa inizia la sua attività di fotoreporter a Berlino e diventa famoso per le sue fotografie scattate durante la guerra civile spagnola tra il 1936 il 1939. Quando arriva in Italia come corrispondente di guerra, ritrae la vita dei soldati e dei civili, dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio: un viaggio fotografico, con scatti che vanno dal luglio 1943 al febbraio 1944 per rivelare, con un’umanità priva di retorica, le tante facce della guerra spingendosi fin dentro il cuore del conflitto.

Le immagini colpiscono ancora oggi per la loro immediatezza e per l’empatia che scatenano in chi le guarda. Lo spiega perfettamente John Steinbeck in occasione della pubblicazione commemorativa di alcune fotografie di Robert Capa “Capa sapeva cosa cercare e cosa farne dopo averlo trovato. Sapeva, ad esempio, che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione. Ma lui è riuscito a fotografare quell’emozione conoscendola da vicino”.

Ed è così che Capa racconta la resa di Palermo, la posta centrale di Napoli distrutta da una bomba ad orologeria o il funerale delle giovanissime vittime delle famose Quattro Giornate di Napoli. E ancora, vicino a Montecassino, la gente che fugge dalle montagne dove impazzano i combattimenti e i soldati alleati accolti a Monreale dalla gente o in perlustrazione in campi opachi di fumo, fermo immagine di una guerra dove cercano – nelle brevi pause – anche il recupero di brandelli di umanità.

Settantotto fotografie per mostrare una guerra fatta di gente comune, di piccoli paesi uguali in tutto il mondo ridotti in macerie, di soldati e civili, vittime di una stessa strage. L’obiettivo di Robert Capa tratta tutti con la stessa solidarietà, fermando la paura, l’attesa, l’attimo prima dello sparo, il riposo, la speranza.

Così Ernest Hemingway, nel ricordare la scomparsa, descrive il fotografo: “Ѐ stato un buon amico e un grande e coraggiosissimo fotografo. Era talmente vivo che uno deve mettercela tutta per pensarlo morto”.

Accompagna la mostra un catalogo con testi di BeatrixLengyel, Ilona StemlernéBalog, ÉvaFisli e Luigi Tomassini, bilingue italiano/inglese, di 192 pagine e 80 fotografie. È una coedizione Museo Nazionale Ungherese di Budapest e Fratelli Alinari, Fondazione per la Storia della Fotografia, prezzo di copertina 35 euro, prezzo speciale in mostra 30

Fino al 10 luglio 2016

San Gimignano, Via Folgore da San Gimignano 11, Galleria di Arte Moderna e Contemporanea “Raffaele De Grada”.

Fino al 31 marzo 10.00 -17.30; dall’1 aprile al 10 luglio 9.30 – 19.00.

Ingresso: € 7,50 Intero; € 6,50 ridotto: minori dai 6 ai 17 anni, ultrasessantacinquenni, gruppi di almeno 20 persone (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito), gruppi di alunni di scuole pubbliche in visita didattica (fino a due accompagnatori con ingresso gratuito)

Ingresso gratuito: minori di 6 anni, residenti a San Gimignano, soggetti diversamente abili che necessitino di accompagnamento e relativi accompagnatori, guide turistiche, titolari tessere I.C.O.M. Agevolazione Gruppi: gratuito il check in autobus per i gruppi che avranno prenotato il biglietto d’ingresso alla mostra ed ai Musei Civici di San Gimignano.

 

Barbara Izzo – Arianna Diana

 

Un restauro con sorpresa all’Isola Bella

Che nel grandioso Ritratto di Margherita Medici di Marignano con i figli Federico II, Vitaliano V e Carlo, qualcosa non quadrasse, gli storici dell’arte lo avevano capito da molto.

L’opera, bellissima, è collocata in una delle Sale più importanti di Palazzo Borromeo all’Isola Bella, sala cui dà anche il nome.

Raffigura la contessa Margherita, madre di San Carlo e sorella di Papa Pio IV e del condottiero Gian Giacomo de’ Medici detto il Medeghino. Margherita aveva sposato Giberto II Borromeo nel 1529 e gli aveva dato tre figli. Nel ritratto la nobildonna indossa un abito riccamente ricamato con un grande collare a lattuga di influenza spagnola e maniche lunghe ed aperte. Il dipinto, agli occhi degli esperti, sembrava opera di due pittori diversi, entrambi eccellenti, ma con evidenti differenze di stile e pennellata.

Il grande Ritratto si presenta come opera “prossima a Panfilo Nuvolone, pittore manierista lombardo nato nel 1581 e vissuto sino al 1651.

In alcune zone del dipinto però, come la figura del figlio più giovane in secondo piano a destra, la scrittura pittorica più sciolta e fluida rimanda a Carlo Francesco Nuvolone (1609-1662), figlio di Panfilo. Carlo Francesco frequentò l’accademia Ambrosiana di Cerano e si distinse come confermato in questo brano del dipinto, per la morbidezza e leggerezza del tocco.

Il restauro cui i Principi Borromeo hanno voluto sottoporre questa grande tela ha risolto il mistero: la figura di San Carlo fanciullo non era prevista nel quadro originale ma vi è stata aggiunta in seguito. E ad aggiungerla, i Borromeo hanno chiamato verosimilmente il figlio dell’artista che aveva dipinto il Ritratto nella stesura originale.

Le riflettografie cui Carlotta Beccaria e la sua equipe di restauratori hanno sottoposto l’opera, dimostrano che là dove oggi vediamo il San Carlo fanciullo, proseguiva la raffigurazione del tendaggio che inquadra le figure. Il restauro di questa grande tela si è dimostrato decisamente complesso. Ma il risultato, che dal 18 marzo i visitatori del Palazzo e dell’Isola Bella possono ammirare, è veramente notevole.

S.E.

 

Festival “Un Organo per Roma”

Ideato da Giorgio Carnini e promosso dall’Associazione Camerata Italica, in collaborazione con l’Accademia Filarmonica Romana, il Conservatorio “Santa Cecilia” e, da quest’anno, l’Istituzione Universitaria dei Concerti (IUC), il Festival è parte integrante di un progetto più ampio che tende a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle Istituzioni sul grave problema della mancanza di un organo da concerto al Parco della Musica, organo progettato, arrivato alla gara d’appalto e mai realizzato.

“Le prime due edizioni del Festival “Un Organo per Roma” – spiega Giorgio Carnini – hanno risvegliato nella nostra città, dopo anni di letargo, l’interesse del pubblico verso la musica d’organo, tanto che oggi possiamo affermare che il concertismo organistico a Roma si identifica con “Un Organo per Roma”.

Il grande successo dell’iniziativa è stato decretato dalla scelta dei programmi mirata a sottolineare l’universalità del linguaggio organistico attraverso il dialogo con strumenti insoliti (la marimba, le percussioni…) e forme musicali diversissime che hanno coinvolto musicisti e spettatori ignari delle infinite possibilità dell’organo. Non si può inoltre tacere la grande disponibilità a partecipare di artisti di riconosciuta qualità artistica fra i quali molti docenti del Conservatorio. Anche la musica contemporanea è risultata significativamente presente nella programmazione con varie prime esecuzioni commissionate dal Festival che hanno riscosso l’approvazione del sempre più numeroso pubblico, compreso quello dello streaming fornito da Radiocemat.

Per la terza edizione, ferme restando le caratteristiche delle edizioni precedenti, il Festival ha incrementato – oltre a quella dei docenti – la partecipazione degli allievi del Conservatorio che si sono distinti per le loro qualità musicali.

Due concerti del Festival sono stati dedicati a due Maestri del recente passato, Ferruccio Vignanelli e Fernando Germani, figure storiche della musica del ‘900, grandi strumentisti e grandi docenti, pilastri del Conservatorio romano.

L’organo si abbina alla voce e al pianoforte nel concerto del prossimo 2 aprile, intitolato “La tradizione europea”: quattro secoli di grande musica, da Frescobaldi e Bach a György Ligeti e Arvo Pärt.

L’ideatore del festival Giorgio Carnini e l’Orchestra del Conservatorio “Santa Cecilia” diretta da Rinaldo Muratori sono i protagonisti del concerto del 9 aprile, dedicato a “L’Organo in Italia al tempo di Verdi”, in cui accanto ad alcune trascrizioni per organo di brani operistici di Verdi spicca il Concerto in la minore per organo, archi, 4 corni e timpani op. 100 di Marco Enrico Bossi, che fece parte di quel piccolo gruppo di compositori da cui negli ultimi anni dell’Ottocento prese l’avvio la rinascita della musica strumentale in Italia. Il concerto sarà introdotto da Raffaele Pozzi.

Mauro Mariani