L’ultima ruota del carro. Il film di Veronesi

Un bel film, quello proposto da Giovanni Veronesi, su sceneggiatura di Ugo Chiti, Filippo Bologna, Ernesto Fioretti e lo stesso Veronesi, con un buon cast d’attori: Elio Germano, Alessandra Mastronardi, Ricky Memphis, Sergio Rubini, Virginia Raffaele, Alessandro Haber. E Francesca Antonelli, Maurizio Battista, Francesca D’Aloia, Luis Molteni, Dalila Di Lazzaro, Ubaldo Pantani, Massimo Wertmüller ed Elena Di Cioccio. Il film è stato presentato fuori concorso al Festival Internazionale del Film di Roma 2013.

Sono sempre molto critica nei confronti del cinema di casa, quel cinema italiano ma più spesso definito “all’italiana” che potrebbe anche essere sminutivo o svilente, riferito ad un modo di fare e di intendere raffazzonato o superficiale, o comico ma non della miglior specie. E sappiamo che i nostri film, proprio all’italiana, hanno fatto e fanno scuola e sono dei capolavori. Tuttavia mi sento sempre propensa ad osservarli con un occhio forse più severo del solito. E mi trovo, come da aspettative del resto, con una pellicola davvero ottima, ben articolata, con un’italianità fotografata nei suoi pregi e difetti, ben calibrati e ponderati, con l’ingenuità che permette di superare le avversità più cupe e la forza che contraddistingue anche l’italiano più anonimo.

Il protagonista è Ernesto, un valente “uomo qualunque” che cerca di realizzare la propria vita secondo le proprie aspirazioni, attratto da chi ha successo e  sembra sempre sulla cresta dell’onda, ma in fondo incapace di emularlo, conscio delle proprie capacità e dei propri limiti. La semplicità di Ernesto è disarmante: fa ridere e identificare, non già per l’imbranitudine che a volte lo caratterizza, ma perché è il testimone di vicende italiane delle quali siamo stati tutti protagonisti, inconsci che adesso quei fatti si studiano a scuola. Il protagonista si prende i classici scapaccioni dal padre, con il quale finisce per lavorare nell’impresa di tappezziere di famiglia, e nel modo in cui sale scale e scale di palazzi simbolo dell’Italia del benessere e poi del boom economico degli anni Settanta, si vede il modo in cui l’Italia anonima, quella delle persone che ogni giorno escono di casa per andare al lavoro senza che di loro si parli sulle pagine dei giornali, se non come massa di cittadini, ha creato l’Italia stessa. Ernesto è colui che costruisce il Paese trasportando rotoli di stoffa da parati, lamentandosi con il padre perché ha parcheggiato in divieto di sosta. È l’uomo onesto, che forse grazie a qualche scappellotto, ha imparato i valori, che ora contesta al padre che non li segue. E quel parcheggio in divieto è un cruccio al quale sembra che la maggior parte degli abitanti della città, Roma, non faccia caso. Poi il colpo di scena. Ci sono carabinieri dappertutto e l’auto in divieto bisogna spostarla. È proprio dietro una Renault e padre e figlio, al termine del loro lavoro in un appartamento da riadattare, si trovano sequestrati all’interno del palazzo per chissà che motivo. Polizia dappertutto, incapacità di comprendere e poi, alla TV, il servizio giornalistico. Papà aveva parcheggiato l’automobile dietro quella nella quale c’era il corpo senza vita di Aldo Moro. Questa scena è una delle più emblematiche di una storia di vita normale sullo scenario della Storia con la S maiuscola. Ernesto non ci crede che abbiano ucciso lo statista e non si rende conto appieno di quanto sta accadendo. Si accontenta di condividere con la moglie Angela un piccolo appartamento dapprima con i mobiletti scompagnati in cucina e il lavandino di ceramica, poi sempre meglio arredato, con un arredamento che segue i periodi e i cambiamenti della famiglia e dell’Italia tutta. Testimone muto propri l’arredamento di qualcosa che svicola dalle classifiche dei Paesi, dell’economia, ma è vita vissuta. Con l’arte di adattarsi ai cambiamenti del Paese stesso. Ad un certo punto, Ernesto Fioretti, che non ha mai smesso di tifare Roma, infondendo ai figli quell’amore, decide di emanciparsi dal padre e di mettersi in attività in proprio. Sarà con lui il migliore amico con il quale inizierà a salire altre rampe di scale, sempre più alte: sono quelle dei palazzi del potere e del nuovo benessere e non si trasporta più stoffa da parati, o divani rifatti, ma lavatrici, televisioni. È l’Italia che cambia, che diventa forse più certa di sé, e l’attività prospera, con un furgone telato con la scritta del proprio nome: Trasporti Fioretti.

Sembra che trasportando il peso degli oggetti il protagonista si senta davvero partecipe della costruzione del proprio Paese, oltre che della propria famiglia, che ora è composta da quattro persone, più il parentado allargato che irrompe nella storia in modo tragicomico.

Finché il fedele Giacinto, amico di sempre, non si stanca dei pesi e dello sbarcare il lunario e decide di mettersi in altri affari. Lui avrà prima la bella auto e poi la bella moto, sarà in società e poi agli arresti, e rappresenterà per tutta la vita il simbolo del successo. Ernesto non ce la farà mai a raggiungerlo quel successo, ma sarà anche l’onesto dalla faccia da tonto che strapperà alla platea un sacco di risate. Grazie ad un fantomatico conoscente, infatti, la famiglia di Angela riesce a far partecipare Ernesto alla selezione per diventare cuoco in un asilo. Ernesto non sa cucinare, ma riesce ad avere il posto. “È un posto fisso”, lo esortano un po’ tutti, convinti che ormai la carriera del marito-genero-cognato abbia raggiunto l’apice. Ernesto, poco convinto, diventa cuoco e, naturalmente combina un disastro. Si convince che non può accettare il compromesso e si dimette, tornando a trasportare mobili e altro. Nel frattempo diventa sempre più amico di un artista pazzo, che viaggia per il suo atelier in bicicletta per mantenersi in forma e gli insegna la vita dal punto di vista più eclettico e, quindi, consono alla vita stessa. È la grande interpretazione di Haber che dona al testo del film un ché di originale, forse scontato ma adatto al contesto nel suo insieme. La stravaganza dell’artista accompagnerà Ernesto anche nella sua attività a fianco di Giacinto, firmatario (o forse no) di un’impresa della quale diventa socio (o forse no). E quando gli agenti della Guardia di Finanza entreranno in un blitz a sequestrare tutti i documenti e ad arrestare tutte le persone dell’azienda, l’unico cruccio di Ernesto è di non essere stato arrestato con gli altri. Allora non era vero: lui non era del quadro dirigente. Non valeva niente. Era l’ultima ruota del carro, non buono neanche per un arresto e rilascio. La scena di Ernesto e Angela che, in camera da letto, affrontano il tema del mancato arresto è davvero divertente e tragica allo stesso tempo, mentre poi l’impresa di trasporti arriva a scaricare merce a Milano, quella dei manifesti con Berlusconi sorridente. Giacinto esce dal carcere ed entra nella nuova impresa di Forza Italia, dopo il lancio di monetine a Craxi e mentre il nostro protagonista deve affrontare una triste verità. Non può continuare a trasportare merci in spalla o sulla schiena. Rimane bloccato per dolori, davanti al fatto compiuto che niente per lui è cambiato mentre è cambiato tutto intorno a lui. Eppure quel suo lento incedere per le scale dei palazzi, rigorosamente senza usare l’ascensore, metafora di chi non cerca vie facili per l’incedere della propria vita, è stato la crescita dell’Italia. Guarirà per poi dover affrontare un altro aspetto della nostra Italia. La malasanità o, preferisco dire, la sanità dell’indifferenza. Ernesto ha un tumore, ma il vetrino della sua sentenza di morte è quasi più importante di lui persona. Sarà l’amicizia di Giacinto che gli troverà un medico disposto a rivedere le analisi e ad affrontare un nuovo consulto che stabilirà la verità vera. La gioia del nostro e della sua famiglia dinanzi allo scampato male del secolo, diventa la gioia di tutti in sala, ormai partecipi di una vicenda quasi familiare, nella quale ciascuno si può trovare protagonista. La famiglia è quell’insieme di persone in spiaggia a cercare di giocare la propria partita, mentre i fasti dei mondiali si spengono dietro la nuova serie di rigori che la vita mette dinanzi. E poi? Poi il miraggio tutto italiano della lotteria. Il biglietto vincente è finito nella discarica che è la vergogna alle porte della capitale e dentro alla quale Ernesto va a cercare un foglietto che la moglie, presa dalla mania dell’ordine, ha buttato via. I soldi che costituiscono il senso della vita di oggi, se ci sono o se mancano, sembrano cancellare in un attimo trent’anni di vita insieme, per poi arrivare al dolce epilogo del film, recupero dei valori veri sui quali Ernesto, consapevole o no, ha fondato la propria esistenza.

Lo spunto del film, tanto che il nome del protagonista è quello di uno degli sceneggiatori, è preso dalla vita vera di Ernesto Fioretti.

Fioretti è l’autista di Veronesi, come di molti altri registi e attori del cinema italiano, e la riuscita del film sta proprio nel voler raccontare la vita di chi ha attraversato le varie fasi della storia italiana in coincidenza con gli alti e bassi del Paese. Fioretti appare brevemente nel film nel ruolo di sacrestano, di colui, cioè, che sta come comparsa mentre gli altri vivono il momento più bello e importante della propria vita. Altra forza del film è non cercare il retroscena intellettuale della politica e dell’economia italiane degli ultimi decenni, ma semplicemente raccontare l’Italia per quella che è e che è stata, dando voce alla gente comune che l’ha costruita davvero, gradino dopo gradino, mentre alcuni personaggi spariscono dopo una parabola più o meno duratura.

“L’ultima ruota del carro” sembra la celebrazione di chi vorrebbe sì facilitazioni, ben consapevole che queste sono solo in certi momenti dell’esistenza, quelli più veri: la famiglia, la salute, la morte del caro amico artista che porta a piangere le lacrime più vere di tutta la storia.

Sembriamo tutti catapultati nelle “piccole cose” che non sono di pessimo gusto, anzi: lo sguardo del regista è affettuoso, accarezza la faccia un po’ tonta di Ernesto e ne fa un capolavoro di espressività, tanto che non si può non volergli bene.

Un film ben riuscito che si prestava molto a diventare un polpettone moralista, invece è un’icona del nostro Paese ben riuscita, senza incensare o demonizzare nessuno, ma con l’ambizione di raccontare l’italiano medio così come si sarebbe raccontato in una sera di ispirazione davanti al fuoco.

La commedia diventa emozione palpabile, pur se farcita da riferimenti storici precisi, a portare ciascuno degli spettatori nella sua storia personale e a ricordi che partecipano della vita osservata nel film. La vita comune per una volta non viene proposta in modo dimesso e volutamente sciatto, ma viene portata al valore che deve avere, anche con inquadrature tipiche dei tempi passati, come la fotografia di macchina a mano.

Articolo di Alessia Biasiolo

 

2 thoughts on “L’ultima ruota del carro. Il film di Veronesi

  1. WILLEM ha detto:

    Mi è piaciuto il film-tutti gli attori e la storia; sì una tipica storia italiana, senza eccessi o eroismi facili, ma con la dignità di esistere, quella degli esseri umili, quella interpretata dai protagonisti con la semplicità che può fare la differenza tra persone e quelli che vogliono prevalere sugli altri a qualsiasi costo. Ottima la cronaca ed il commento del film.

  2. wwayne ha detto:

    Anch’io ho recensito questo film: https://wwayne.wordpress.com/2013/12/09/un-successo-meritato/. Sei d’accordo con ciò che ho scritto?

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